giovedì 22 dicembre 2011

TUTTO IL BE.NE. DEL MEDICO CENTAURO


di Marco Tarozzi

Alla base di tutto c’è “Il BeNe”. Acronimo di Bellaria Neuroscienze, il centro di diagnosi e cura delle malattie neurologiche rare e neuorimmuni attivo presso la struttura ospedaliera bolognese. Si occupa di malattie rare come sclerosi multipla e talassemia. O come la Sla, entrata nell’immaginario collettivo anche per il fatto di aver colpito diversi atleti, pur rimanendo avvolta da un alone di mistero che la ricerca sta cercando di eliminare. “Il BeNe” è una creatura del dottor Fabrizio Salvi, genio senza spocchia che fa ricerca seguendo percorsi innovativi. Sul tema della Sla il suo centro ne ha avviato uno di cura e assistenza ai malati che in Italia non ha eguali, dotandosi di un team multidiciplinare e specializzato che prende in carico il malato dal momento del ricovero, lo segue, attua un piano personalizzato sul territorio per facilitare l’approccio alla malattia del paziente e della sua famiglia.
IL CUORE DEI PILOTI Un progetto del genere, ovviamente, ha bisogno di essere sposato da tanti, e supportato. E Fabrizio Salvi, uomo concreto, determinato e soprattutto grande comunicatore, ha coinvolto tanta gente intorno ai suoi progetti. Appassionato motociclista, è riuscito nella passata stagione a conquistare un mondo come la Superbike, e i migliori piloti del Mondiale sono dalla sua parte. Da Carlos Checa, neoiridato a trentanove anni, a Michel Fabrizio, da Leon Haslam a Marco Melandri, che ha dato la sua adesione: “Per un’inizativa così nobile”, ha detto il pilota romagnolo, “potete usare il mio nome come e quando volete. Chiamatemi e io ci sarò”.
LA FONDAZIONE Ma ora “Il BeNe” ha fatto un altro passo concreto. Il 20 settembre si è costituito in Fondazione, e nei giorni scorsi l’iniziativa è stata presentata proprio al Bellaria, con la giornalista Ilaria D’Amico a fare da testimonial. E soprattutto con l’appoggio di alcuni tra i principali imprenditori locali, da Guidalberto Guidi di Ducati Energia a Marchesini Group, da GVS a Fava e Geox. A sostenerla ci sono associazioni di pazienti come, tra le altre, Isola Attiva onlus, AssiSLA in memoria di Raffaella Alberici, Smuovi la Vita onlus, L’Abbraccio. E’ una fondazione “a beneficio di persone affette da malattie neurologiche rare e neuroimmuni”, quelle su cui più spesso si abbattono i tagli di un’economia in difficoltà, e che non rientrano tra le priorità delle grandi case farmaceutiche. “I tagli alla ricerca si scaricano sempre sulle malattie rare e neuroimmuni”, spiega Salvi. “Con questa fondazione potremo organizzare un pool di ricercatori appartenenti a varie discipline, che lavoreranno insieme. Ogni associazione dei malati si relazionerà alla Fondazione attraverso un responsabile scientifico”.
Lo stesso dottor Salvi è il responsabile scientifico della Fondazione, la garanzia di trasparenza nella gestione dei fondi è data dalla scelta di Francesco Rosetti, magistrato, come presidente. Si parte con un fondo di 200mila euro, ma l’obiettivo dichiarato è quello di raccogliere almeno un milione. “Pensare che anni fa il Bellaria stava abbandonando il campo delle malattie rare”, ricorda Salvi. “Poi non solo questo non è accaduto, ma abbiamo avuto anche la possibilità di costituire il Il BeNe. Ora, per tutti quei malati che faticano a trovare risposte ai loro problemi, potremo contare anche sulla Fondazione”.
Senza dimenticare il mondo dei circuiti. Salvi, che viaggia in Ducati Monster e in garage si coccola anche una Guzzi Le Mans, si ripresenterà a Misano e a Imola anche nel 2012. Nel none del BeNe.

L'Informazione di Bologna, 20 dicembre 2011

domenica 4 dicembre 2011

ALINO, UN TACCO PER SOCRATES


di Marco Tarozzi

Quasi un omaggio al Dottore del calcio. Nel giorno in cui gli dei del pallone si sono ripresi indietro quel genio di Socrates, Alino Diamanti ha in qualche modo onorato la memoria del campione brasiliano inventandosi quel colpo di tacco, spalle alla porta, che ha lanciato Marco Di Vaio verso il gol. Se siete realisti, parlate pure di coincidenza. Ma se vi piace ancora sognare, soprattutto su una piazza che ultimamente i sogni li regala col contagocce, cullatevi nell’idea che ci sia un disegno, un filo impercettibile che lega quelli coi piedi così, inventori di un calcio che sarà anche passato di moda, ma continua a incantare.
Il ritorno di Alino da titolare ha acceso il Bologna. Lui sapeva che questa era la sfida da non sbagliare, dopo le ultime vicissitudini: la certezza del posto d’estate, i malanni fisici e l’esplosione di Ramirez a cambiare lo scenario. Ecco, Diamanti ha interpretato la partita perfetta proprio mentre Gastoncito si perdeva nel labirinto dei suoi pensieri. Qualcuno dirà: segno che non possono convivere. Sarà, ma fossimo in Pioli insisteremmo. Diamanti e Ramirez a supportare l’unica punta, coperti da un Mudi migliore di quello visto ieri e da un Perez ancora non visto quest’anno, ma che esiste e lo sappiamo: sulla carta il cerchio può quadrare, sul campo serve lavorarci ed è normale.
Cose da annotare in una domenica finalmente serena al Dall’Ara: lo show di Alino, appunto, ma anche la verve del capitano, ritrovata non a caso quando può spaziare solitario dentro l’area. E la buona guardia di Gillet, che ha salvato tre punti preziosi che rilanciano il Bologna prima di due sfide da brividi, Juve in Coppa e Milan domenica al Dall’Ara. Bisognava vincerla, missione compiuta. Potremmo aggiungere che abbiamo agguantato l’Inter. Ma lasciamo stare, non è questa la nostra corsa.

L'Informazione di Bologna, 5 dicembre 2011

(foto di Roberto Villani)

giovedì 17 novembre 2011

IL CUORE GRANDE DI GIL


di Marco Tarozzi

Arrivò a Bologna proprio da Cesena. Stagione 1977-78, calcio in bianco e nero. In Romagna aveva conosciuto la Serie A, qui avrebbe lasciato il cuore. Perché sono passati gli anni ma niente è cambiato, per Gianluca De Ponti detto Gil. Gli parli di Bologna e lui sente qualcosa lì, a livello del cuore.
«È il mio sangue. Venni e sposai una ragazza bolognese, mio figlio Diego è nato lì. Di più: è un tifoso sfegatato del Bologna, uno di quelli che vanno sempre allo stadio, segue la squadra spesso anche in trasferta. Ogni tanto gli chiedo se deve proprio buttare soldi in maglie nuove, gadget e tutto quello che è rossoblù. Ma alla fine, quando posso, al Dall’Ara con lui ci vado anch’io. Torno spesso, lì ci sono tanti amici».
Già, perché era un calcio fatto anche di amicizie profonde, quello di Gil.«Mi sento spessissimo con Renato Villa, Trevisanello mi vorrebbe sempre a casa sua. E poi c’è la moglie di Fiorini, Annalisa. Già, Fiore. Uno di quelli che mi mancano, e tanto. Noi poi ci conoscevamo da prima: io giocavo nel Cesena, lui nel Rimini, avevamo legato».
Magari anche fuori dai campi di calcio. Eravate due belle “teste matte”.
«Ah, roba di gioventù. La storia della papera al guinzaglio, altre leggende. Ero un ragazzo, mi sentivo libero. Ma quando arrivai a Bologna ero già molto più maturo. E poi misi su famiglia».
Se ne sono andati parecchi, di amici di quegli anni. E lei ha combattuto una battaglia pesante contro un male subdolo. Giocoforza, si è fatto delle idee su quel calcio.
«Se ne sono andati Fiorini, Chiodi, Roversi, Zuccheri. Persone a cui volevo bene, persone giovani. Quello che mi è passato per la testa l’ho detto, a volte ci penso ancora ma cerco di cambiare foglio. Certe cose non sono venute fuori e forse non succederà mai. Meglio pensare a un mondo a colori...»
Cesena, la sua prima Serie A.«Un’esperienza che non si può scordare. Ed era una gran bella squadra. Frustalupi, Rognoni, Cera, in squadra c’erano giocatori così. Il primo anno finimmo sesti in Serie A e guadagnammo il posto in Uefa. E arrivare in Europa, per una squadra di provincia, è qualcosa di grande. Vale uno scudetto. Il secondo anno andò peggio, purtroppo. Nella mia carriera gli alti e i bassi si sono susseguiti con frequenza».
Nel ‘77 arrivò a Bologna. Anno epocale, sotto le due torri. Si pensava ad altro, il calcio era finito ai margini. E il presidente Conti ne aveva sempre meno voglia.«Infatti ci salvammo all’ultima giornata, con Pesaola. Però per me è un gran bel ricordo, quella salvezza. Ci avevo messo il cuore, a Bologna, avevo trovato gli affetti. Speravo di restare a lungo. E invece a fine stagione mi cedettero all’Avellino. Ci rimasi male».
Il ricordo più bello di quella stagione?
«Tanti. Ma forse il gol a San Siro alla prima giornata, contro l’Inter. Passaggio di Chiodi, gol di Gil: 1-0 per noi. E con l’Inter vincemmo anche al ritorno: 2-1, segnammo io e Stefano».
La seconda volta in rossoblù fu bella a metà.
«Il primo anno fu un disastro. I problemi societari, Fabbretti nei guai e noi volammo giù, dalla B alla C. Fu un bel casino. Ma l’anno dopo la squadra valeva ancora la cadetteria, e infatti risalimmo subito».
Domenica sarà allo stadio con Diego?
«Questa volta no. Ora sto bene, ma per muovermi devo trovare lo scambio giusto. A volte è faticoso anche prendere un treno, per me. Ma sarò davanti alla televisione, non me la perderò».
E per chi farà il tifo?«Per il Bologna, è chiaro. Al Cesena devo tanto, ancora ringrazio per l’occasione che mi hanno dato, aprendomi i cancelli della Serie A. Ma l’ho detto, Bologna ce l’ho nel sangue. È diverso».
Se l’aspettava il Cesena così in basso?
«Hanno preso giocatori importanti, ma a certi livelli serve gente che corre, che sa come salvarsi. Io ne ho un’idea, ho sempre giocato per non retrocedere. Sono due società che hanno fatto cose belle, in questi anni: il Bologna è riuscito a rimettersi in equilibrio dopo un periodo di sofferenza societaria. Non dev’essere stato facile. A Cesena aspettavano Mutu, a Bologna mancano i gol di Di Vaio, e io spero davvero che Marco si sblocchi. Ma quello di Mutu è un problema diverso: se se ne è andato da Firenze, forse qualcosa non funzionava».
Fuori dal campo? Attento, Gil: anche lei aveva una bella nomea, ai tempi...
«Da giovane, da scapolo. E poi, chiariamo: io uscivo alla domenica e al lunedì, mica al venerdì o al sabato. E fumavo qualche sigaretta in più. Avevo una fortuna: non ho mai bevuto, sono quasi astemio».
Rimpianti?
«Forse quello di non aver più ricevuto una telefonata dalle società a cui ho dato l’anima. E sono tante, ma tante. Però mi restano gli amici».
Se le chiediamo chi vince domenica fa il diplomatico?
«Ma nemmeno per sogno. Vi sembra che Gil De Ponti sia uno così? Amo il Bologna, per me è anche più forte. Spero proprio che vinca. Tre punti lo toglierebbero dalla mischia».

L'Informazione di Bologna, 17 novembre 2011

lunedì 14 novembre 2011

NICOLO' GUARDA VERSO LONDRA


di Marco Tarozzi

Il viaggio di Nicolò Bensi continua. Il traguardo è sempre quello: la Paralimpiade di Londra, nel 2012. Lui ci mette tutta la sua carica agonistica, anche in un momento come questo, in cui una maledetta colica alla cistifellea gli ha spazzato via in un attimo una condizione di forma eccelsa. Dettagli. Non sarà certo questo a fermarlo, e la ripresa è già iniziata.
IL TRAGUARDO DI NICK Primo obiettivo l’11 dicembre, quando il talento dell’Atletico H scenderà in vasca per un importante test paralimpico, alla presenza del commissario tecnico della Nazionale azzurra. Lì Nick cercherà di convincere chi deve fare la squadra per Londra. Perché bisogna sempre stare sul pezzo, anche se già il suo curriculum sarebbe una garanzia: in bacheca ci sono 21 titoli tricolori, sei finali e un bronzo europei, due finali mondiali. Ma Nicolò sa che il passato serve solo per trovare stimoli, e dunque costruisce il futuro. Lo fa da sette anni. Da quel giorno del 2004 in cui un banale incidente durante un allenamento su una pista da motocross lo ha costretto alla carozzina. Era un combattente prima, lo è a maggior ragione da allora. Due anni fa è stato il primo ragazzo con paraplegia in Italia a laurearsi in fisioterapia, col massimo dei voti. E oggi quello è il suo lavoro. A venticinque anni, si prepara a colorare il sogno più grande. Quello a cinque cerchi.
YURI, IL FUTURO Bensi è la certezza, ma l’Atletico H coltiva parecchi talenti. Grazie al lavoro di Daniele Naldi, da anni impegnato su questo fronte, oggi direttore tecnico della società di Roberto Cavedagna, oltre che commissario tecnico regionale del nuoto paralimpico. L’ultimo gioiello si chiama Yuri Prezzi. Classe ‘94, anni fa una rara patologia lo ha costretto all’amputazione di un arto. Ma Yuri è un altro di quelli che non si abbattono facilmente. Anche lui ha un record, come Nicolò: l’estate scorsa è stato il primo amputato italiano a conseguire il brevetto di assistente bagnante. Studia alla scuola aeronautica e vuol diventare pilota di aerei. Intanto, sta diventando una stella delle piscine: domenica scorsa, in un meeting proprio a Bologna, ha nuotato i 50 farfalla in 35”2 e i 100 stile in 1’09”4. Ha margini di miglioramento notevolissimi, assicura Naldi, e un carattere impossibile da sgretolare.
TALENTI IN VASCA E poi c’è Stefania Chiarioni, altra colonna del gruppo. Così come Francesco Rubino e Diego Gnesini, sempre più diviso tra piscina e poligono di tiro. E ancora Raffaele Di Luca, oltre all’ultima scoperta di Naldi, Georgiana Bazdoaca, romena, che nelle gare dell’ultimo weekend ha dato una bella spallata ai propri personali, fermando il cronometro a 1’33” nei 100 stile (migliorandosi di otto secondi in una volta sola) e 44” in vasca corta nei 50 farfalla («ma lavoriamo per scendere sotto i 40», assicura il tecnico). Sono quelli che crescono accanto a Nicolò. Anche loro con sogni belli e possibili. Mentre lui naviga deciso verso Londra.

17 ANNI E QUASI 100 TRICOLORI

Atletico H. E in quell’acca c’è tutta la filosofia della società, nata nel 1994 per volere di un gruppo di persone disabili che volevano lanciare attraverso lo sport la loro sacrosanta richiesta di essere considerati come persone, impegnandosi al contempo per vedere riconosciuto il loro diritto con l’impegno e il sacrificio quotidiano. Anche la scelta delle discipline da praticare fu precisa: dovevano essere le più adattabili ai vari livelli di disabilità. Diciassette anni dopo, sono ancora il fulcro dell’attività sportiva e motoria del sodalizio: nuoto, tiro a segno e tennis in carrozzina.
La scelta ha dato frutti significativi, sia in termini di partecipazione che di successi: la bacheca di Atletico H si è infatti arricchita di 97 titoli italiani, e i suoi colori sono tuttora indossati da autentiche leggende sportive. Come Fabian Mazzei, da anni numero uno del tennis in carrozzina, che ha collezionato una cinquantina di titoli tricolori e la partecipazione a ben tre Olimpiadi: Sidney 2000, Atene 2004 e Pechino 2008. Nel tiro a segno la punta di diamante è Diego Gnesini, con quattro titoli italiani (ma ne ha collezionati 14 anche nel nuoto), la partecipazione ai Mondiali in Croazia e a gare di Coppa del mondo in ogni parte d’Europa.
La filosofia della società è semplice: ognuno deve avere una chance nello sport, che è vita e come tale va vissuto intensamente e senza barriere. E per farlo nulla viene lasciato al caso. La programmazione è alla base di tutto, e i tecnici sono di valore assoluto. Il presidente Roberto Cavedagna ha affidato il settore nuoto a Daniele Naldi, che è anche direttore sportivo della società, coadiuvato da Valerio Mantovani. Adamo Russo è l’allenatore del tiro a segno, e il direttore di tiro Vittorio Gnesini è anche vicepresidente del sodalizio. Il tennis è affidato alle cure del maestro Alberto Setti, a cui Mazzei ha affidato da tempo la sua preparazione.
m.tar.

L'Informazione di Bologna, 14 novembre 2011

domenica 23 ottobre 2011

VITA E MORTE VELOCE DI UN CAMPIONE


di Marco Tarozzi

Quanto stride, oggi, quella filosofia che vuole gli eroi eternamente giovani e belli, fissati come leggende in quella “voglia di essere” che li ha accompagnati tutta la vita per abbandonarli all’improvviso, al primo vero schiaffo del destino. Quanto ci sembrava retorica, tra i banchi del liceo, la teoria della “morte felice dell’atleta” di Erodoto. Balle. Eravamo giovani, avevamo sete di vivere e la morte era un’idea lontana, indistinta, nemmeno immaginabile.
Supersic aveva ventiquattro anni. Era un talento e aveva la vita davanti a sé. Di più: aveva addosso quella “sete di vivere” che oggi, nella tragedia, lo accomuna ad altri campioni rimasti giovani in eterno nella nostra memoria. Come loro, Marco Simoncelli aveva un talento infinito e avrebbe voluto urlarlo al mondo. Certo, era già stato campione ragazzino, salito sul trono iridato in una classe difficile e affollata come la 250. Ma il mondo della MotoGp è un’altra cosa. Lui sapeva di poterci vivere alla grande, ma ancora non era riuscito a dimostrarlo pienamente. Anzi, la sua frenesia, il suo modo di concepire le corse “all’antica”, tutta fisicità, duelli e contatti, e non come un passatempo anestetizzato dalle regole e dalle penalità, gli avevano procurato non poche critiche, anche recentemente. E non tutte erano scivolate via: subdolamente strisciavano ancora tra i sussurri ad ogni problema, ad ogni incertezza.
Ma Supersic tirava dritto per la sua strada. Convinto dei propri mezzi, generoso, guascone, intelligentemente e genialmente “ignorante”, come quando coniò la splendida immagine su “velocità e ignoranza: bisogna prendere la bandiera a schiaffi”. Già, altro che a scacchi.
Quel soprannome, poi. Supersic. Qualcosa che fa pensare ai supereroi dei fumetti, quelli che si alzano in volo, sbattono, cadono e si rialzano come se fosse un film. Qualcosa che ti fa immaginare che non ci sia fine, per uno così, mai e poi mai. E invece non c’erano superpoteri. Solo passione, e il vento del destino che soffia contro. Quanti ne abbiamo visti, di talenti cristallini finiti così. Angelo Bergamonti, nel ricordo personale, fu il primo. A Riccione, in un pomeriggio di pioggia maledetto, di quelli che ti tornano alla memoria con quelle due semplici parole, “io c’ero”. C’ero, tenendo la mano di mio padre, e non avrei voluto esserci. Giorni che ti segnano, anche se allora, anno 1971, della tragedia arrivavano le voci, le frasi lasciate a mezz’aria, non il bombardamento di immagini che ha accompagnato questa morte in diretta, che ogni volta pugnala il cuore e lo fa sanguinare. Otello Buscherini, forlivese caduto mentre inseguiva il suo sogno mondiale, un sogno possibile. Jarno Saarinen e Renzo Pasolini, a Monza nel ’73: uno sembrava il campione fortunato, l’altro quello con la sorte contro, e invece entrambi avevano semplicemente una passione che li bruciava e la voglia di mettere le mani nel motore come oggi non si fa più. Quando morì Bergamonti, quando morirono Saarinen e Pasolini, si disse “mai più”. Si disse che il motociclismo non sarebbe stato più lo stesso, e fu così. Il motociclismo di oggi è un’altra storia, probabilmente. A colori, e non in bianco e nero. Ma Marco Simoncelli assomigliava tanto a loro. Al Berga, al Paso, a Jarno, a quelli lì, quelli che hanno un’idea eroica dello sport. E, maledizione, la pagano restando eternamente giovani nel ricordo.

L'Informazione di Bologna, 24 ottobre 2011

lunedì 17 ottobre 2011

LA FIRMA DI GASTON PER SVOLTARE


di Marco Tarozzi

Il fatto più clamoroso è che se qualcuno andrà a rivedersi i gol di questo pomeriggio domenicale dovrà accontentarsi di quelli del Bologna. Proprio così: la squadra che fino a ieri ne aveva segnati due in cinque partite, in questa giornata fuori del normale è stata l’unica a trovare la via del gol, e a vivacizzare una colonna di mortificanti “zeroazero”. Un segno, probabilmente: niente di meglio che ripartire in una giornata in cui tutti se ne dovranno accorgere, in un modo o nell’altro.
Due gol a Novara in quella che potrebbe essere ricordata, più avanti, come la partita della svolta. Quella che ha sbloccato un gruppo che si stava accartocciando nei suoi pensieri negativi, e che in fondo ha continuato a pensar male fino a quando Ramirez ha illuminato il cielo di Novara con quel colpo preciso, della serie “tiro e non ci penso su”, roba che riesce ai talenti e non riuscirebbe cento volte a noi comuni mortali. Lì, fateci caso, il Bologna ha iniziato a metterci anche il carattere, la personalità. E dopo il raddoppio di Acquafresca ha addirittura fatto la voce grossa, rischiando di dilagare contro un Novara che, va detto, era sulle ginocchia e aveva smarrito la via anche per malasorte, inesperienza e nervosismo. Tant’é: la squadra di Tesser è una di quelle su cui il Bologna deve tarare la sua corsa, quelle contro cui perdere colpi sarebbe reato. E stavolta il Bologna non ha sbagliato.
Gaston Ramirez “hombre del partido”, altro da aggiungere? Della necessità di avere il Nino dalla propria parte abbiamo detto tutti. E averlo significa anche farlo partecipe di un progetto, per piccino che esso sia: questo si chiama “salvezza”, non sarà sfavillante ma può servire anche a lui. Giocare, brillare, farsi vedere: se vuoi spiccare il grande salto, devi partire dalle basi. Il recupero, soprattutto mentale, tocca a Pioli: l’inizio è incoraggiante. Ben più della sorte nera di Marco Di Vaio, stoico nell’inseguire gol che una volta erano banalità. Solita storia: più resti a secco e più ti fai domande, è il dannato mestiere del bomber. E hai un bel dire che l’importante è aver preso questi tre punti. Uno come Di Vaio ha dormito male, stanotte. E quelli che non dimenticano sperano sempre che il vento cambi.

L'Informazione di Bologna, 17 ottobre 2011

(foto di Roberto Villani)

domenica 9 ottobre 2011

IL GIRO DELL'EMILIA HA UN RE RAGAZZINO


di Marco Tarozzi

Il bello del Giro dell’Emilia è che sa sempre regalarti una storia importante. Può essere quella di un campione affermato, e sono tanti quelli che hanno lasciato il segno su questa grande classica in più di cent’anni di storia e novantaquattro edizioni. Oppure può proporti un nome nuovo di zecca, ma certamente non banale. Tutto da studiare, da memorizzare, perché una cosa è certa: se un corridore poco conosciuto ai più vince su queste strade, farà di sicuro parlare di sè.
Così sarà per Carlos Alberto Betancur, il talento di Colombia che si è fatto un sontuoso regalo per il ventiduesimo compleanno. Lo festeggerà tra cinque giorni, aggiungendo alla lista della felicità questa vittoria sul colle della Guardia, davanti al santuario di San Luca, luogo-simbolo per i bolognesi e da oggi anche per lui, ragazzo di Ciudad Bolivar abituato a ben altre altitudini, essendo nato e cresciuto a quota 1800 sopra il livello del mare.
Intendiamoci: per gli addetti ai lavori (e per chi conosce bene l’argomento ciclismo) Betancur è tutt’altro che uno sconosciuto. Vicecampione del mondo al Mondiale di Mendrisio 2009, un anno fa sempre da dilettante ha messo in carniere il Giro Bio, e quest’anno si è piazzato al quarto posto nella tappa del Sestriere del Giro d’Italia vinta dopo una fuga epica dal bielorusso Vasili Kiryienka. Ma qui, sulle rampe di San Luca, ci si aspettava il guizzo di un solito noto. Ivan Basso, soprattutto, che due settimane fa era addirittura venuto a ripassare il percorso, per tentare il bis della vittoria del 2004. O Juan Josè Cobo, trionfatore della Vuelta. O ancora Scarponi, Nibali, Rodriguez, il vecchio Rebellin. Tutti fuori dai giochi: Cobo si è fermato dopo la prima delle cinque salite al colle, Basso al terzo passaggio del circuito finale già mostrava la corda. L’unico a tentare qualcosa è stato Davide Rebellin, quarto e primo degli italiani sul traguardo, ma si è mosso troppo tardi.
A vivacizzare la corsa ci aveva pensato un gruppo di cinque uomini, in fuga dal chilometro 18 fino al primo passaggio a San Luca. Più di 140 chilometri da soli, con un vantaggio massimo di 8’26 prima del cinquantesimo. Dentro c’era anche Davide Ricci Bitti da Villafontana di Medicina, cresciuto a pane e ciclismo, da ragazzo, proprio nella società del paese natale, oltre che nella Dalfiume di Ozzano. Gli altri: Denifl, Laganà, Solari, Zdanov. L’austriaco Denifl è stato l’ultimo a mollare, a meno di trenta chilometri dalla fine, dopo il primo giro del circuito finale. Lì ci ha provato un altro giovane, Gianluca Brambilla della Colnago, anni ventiquattro, una vittoria da professionista nel 2010. La Liquigas, fin lì attivissima per preparare la strada a Basso, a un certo punto ha smesso di spingere, togliendo riferimenti agli altri protagonisti annunciati. E Betancur ne ha approfittato, come un veterano delle corse: prima ha riagganciato Brambilla insieme a Kiserlovsky e Zaugg, poi è rimasto a giocarsela con lo svizzero negli ulitmi chilometri. Sull’ultima salita è andato via tutto solo verso la sua prima, grande vittoria da professionista. Ha resistito ai tentativi di ritorno del gruppo, ormai sfilacciato, e forse sulle strade del Giro dell’Emilia ha iniziato a scrivere la sua favola.

DA CIUDAD BOLIVAR PER DIVENTARE CAMPIONE

di Andrea Bartoli

Ha una di quelle facce che sprigionano simpatia, il colombiano Carlos Alberto Betancur. A dirla tutta non pare neppure abbia da poco conquistato, dominandola, una delle classiche del ciclismo professionistico più antiche, quel Giro dell’Emilia arrivato quest’anno alla sua 94a edizione. Cosi apparentemente rilassato da dire: «Una corsa abbastanza dura, ma non troppo».
Ma non é sfrontatezza, la sua, quella che potrebbe avere un quasi ventiduenne (li compirà il 13 ottobre), ma consapevolezza dei propri mezzi: «È da un mese che mi sento molto bene ed all’inizio di settembre, assieme al mio team Acqua & Sapone, si é deciso di puntare sul sottoscritto per il finale di stagione, Giro di Lombardia compreso». E sulle durissime rampe che portano a San Luca, i frutti di quella scelta si sono visti tutti: «Quando a undici chilometri dall’arrivo é scattato lo svizzero Zaugg della Leopard, l’ho seguito senza indugi. Ho capito che poteva essere l’azione giusta e soprattutto le gambe rispondevano. Poi, lui ha iniziato l’ultima ascesa molto forte, ho aspettato che calasse un po’ il ritmo e quando, affiancandolo, ho colto dal suo sguardo la stanchezza, ho attaccato deciso».
Bel tipo Betancur, alla prima vittoria da professionista ha messo in cascina una delle corse più belle del calendario italiano. Non una meteora, si capisce, perchè nel 2010, da dilettante, ha vinto il Giro d’Italia Bio e il Giro di Colombia Under 23, dopo l’argento nel mondiale 2009 a Mendrisio. Un ragazzo molto attaccato alla famiglia, con papà Ignacio contadino nelle piantagioni di caffè, mamma Piedad casalinga ed i fratelli Andres, Paola, Cristina e Javier. Devoto, pure, tanto da sfoggiare sotto la maglietta un crocefisso e ringraziare più volte il Signore sotto la fettuccia d’arrivo. Un salto dai 1800 metri di Ciudad Bolivar fino a Santa Maria Monte, nel pisano, coccolato dal suo direttore sportivo sia di club sia nella Nazionale colombiana Franco Gini. Un amore, quello per la bicicletta, sbocciato a quattordici anni quando una professoressa della scuola, a furia di vederlo arrivare in sella alla due ruote, lo portò direttamente preso il team più forte della città. E adesso il colombiano dell’Acqua & Sapone pensa a chiudere bene il 2011, magari con un bel colpo al Lombardia, e guarda già con interesse il Giro d’Italia 2012: «Quest’anno ho preso le misure alla corsa rosa con il quarto posto nella tappa del Sestriere, ma per la prossima stagione mi piacerebbe curare una buona classifica». Sempre con il sorriso sulle labbra e con una simpatia innata: se al Giro dell’Emilia è nata una stella è presto per dirlo, ma Carlos Alberto Betancourt sulle rampe di San Luca ha recitato da grande campione.

L'Informazione di Bologna, 9 ottobre 2011

domenica 25 settembre 2011

SERGIO, PORTACI CON TE


Sergio Frattaruolo è partito per la Minitransat. Alle 17.17 di domenica 25 settembre. Attraverserà l'Atlantico con una barca di sei metri e mezzo. Un guscio in mezzo all'oceano

di Marco Tarozzi

Sergio Frattaruolo è l’uomo in mezzo al mare che trasforma i nostri sogni in realtà. La libertà, il viaggio, la voglia di prendere il vento e andare sono dentro di noi: le coltiviamo per una vita e quasi sempre le teniamo dentro, represse, mai esternate. Questione di coraggio: quello che manca, o magari quello che occorre per affrontare i muri della quotidianità. A noi che ogni giorno vorremmo partire e non riusciamo a staccarci dal posto restano i miti, quelli che hanno fatto scelte semplicissime, viste dalla loro ottica (agire, partire) e incredibilmente romantiche viste dalla nostra. Ed è bello pensare che da oggi si possa fantasticare di piccole barche nell’oceano, di messaggi in bottiglia da recapitare a chi ci si imbatterà, di roba comunque d’altri tempi, immaginando la faccia (tosta e amabile al tempo stesso) di questo Peter Pan sopra i quaranta, cresciuto in una città della Bassa e così innamorato del mare, del vento, dell’avventura da farne una ragione di vita. Sergio, il tuo sogno è il nostro sogno. Solo che tu sai viverlo. Portaci dall'altra parte dell'oceano con te.

L'Informazione di Bologna, 25 settembre 2011

venerdì 23 settembre 2011

VUOI KOBE? SCRIVIGLI UNA MAIL


di Marco Tarozzi

Claudio Sabatini, avete presente? Come si muove, agita le acque. Adesso con l’idea più scoppiettante di tutte, ispirata dal lock-out Nba. Prima gli è venuto in mente il ritorno di Ginobili, poi addirittura l’”emilianità” di Kobe Briant, che ha molta Italia nel proprio background. Da lì è iniziato il sogno: il primo timido contatto via facebook di Lauro Bon, ex bianconero che oggi lavora per Canadian Solar e che poi ci ha preso gusto a seguire la trattativa; la risposta di Kobe, che salvaguardando assicurazioni e “escape” esamina solo offerte annuali; la proposta di Sabatini, immediatamente recapitata all’agente del giocatore Rob Pelinka, fatta di quattro “opzioni” (cinque milioni lordi per un anno, ma anche altre possibilità di scelta: tre partite, due partite o il “Bryant Day” per la prima giornata di campionato); la volontà del giocatore di parlarne. L’ultimo atto è andato in scena nella notte: ennesima conference call tra il presidente bianconero e Pelinka, preceduta dall’appello dei tifosi della V nera. Quelli che credono, come Sabatini, al miracolo possibile.
Lui, per provare a colpire al cuore il campione, ha coinvolto tutti. Tifosi ma non solo. Anche quegli appassionati che all’idea di un Kobe Bryant “italiano” dimenticano bandiere e fossati. «Chiediamo di aiutarci a portare a Bologna un ambasciatore del basket nel mondo come Kobe Bryant, convincendolo direttamente con messaggi da inviare alla mail bolognaperbryant@virtus.it». Un paio d’ore dopo c’era già una decina di pagine di inviti. Accorati, appassionati, divertenti.
Da “Zorz”, che punta sul lato gastronomico («Ti porto a mangiare i tortellini», roba che Kobe dovrebbe conoscere visto che in queste terre è cresciuto), a “max” che va più per le spicce («Allora quando arrivi?»). Da Fusto che già sogna «la canotta Virtus numero 24 con scritto Bryant» a “materazz” che non ha dubbi: «Se si lascia LA si può andare solo a Bologna». La certezza di Sabatini è che per il Fenomeno si muoverebbero da tutta Italia, e indirettamente “ilpozz87” lo conferma: «Verrei da Caserta per vederti».
Sabatini, il creativo, sorride perché l’idea ha fatto centro. «Su un nome come questo, è bello sentirsi uniti. Ho voluto coinvolgere tutta la città, e anche chi semplicemente ama il basket e vuole vederne il rilancio». Anche sulla questione di Bryant ambasciatore del basket si può lavorare: è uno degli argomenti per i quali Kobe è più sensibile, non avendo mai dimenticato i valori instillatigli da papà Joe, nè le radici. «Però non vendo fumo», assicura Sabatini. «Faccio la mia parte e spero che tutti, anche a livello istituzionale, si sentano coinvolti dal progetto». Intanto ha acceso il canale dei sogni. Di questi tempi, un po’ di colore non guasta. Meglio se è gialloviola.
m.tarozzi@linformazione.com

di Antonio Manco

Un legame fortissimo quello tra Kobe e l’Italia. Degli anni tra il 1984 ed il 1991, vissuti nel Belpaese seguendo le orme del padre, “il giocatore più forte al mondo ” ricorda soprattutto «la passione per la vita, per la famiglia, per i figli». Valori che lo hanno spinto a dare nomi italiani alle figlie (Natalia Diamante e Gianna Maria Onore) e a promettere un’annata da queste parti per concludere la carriera non più tardi di 12 mesi fa. Poi sono arrivate le difficoltà delle franchigie e la minaccia del lock-out, che ora rischia di far diventare il futuro già presente, sulla scia dei sogni di Sabatini.
Chissà se al momento di ricevere la proposta della Virtus, Black Mamba ha pensato a quella semifinale scudetto persa con la maglia della Cantine Riunite Reggio proprio contro i bianconeri. O se gli sono tornati in mente quei minuti di gloria nell’intervallo delle partite casalinghe della Viola Reggio Calabria, in cui lo si poteva vedere tentare conclusioni da tre. A quel tempo, Kobe era un prospetto interessante, con il grande sogno Nba. Poco di più. Tanto che la stampa ha continuato per giorni a chiamarlo Colby e l’altro americano del gruppo, Christopher Ward era considerato il più futuribile. La stella di quella squadra era Marco Morani, allora principale terminale offensivo ed ora commerciante.
Sulle doti atletiche, almeno, nessuno aveva il coraggio di esprimere dei dubbi: «A 12 anni faceva numeri concessi solamente a pochi umani – ricorda uno dei suoi compagni d’allora – a volte lo lanciavamo in contropiede e ci emozionavamo al pensiero di cosa avrebbe potuto inventare. Con lui era davvero tutto facile, anche troppo: il rischio era di sentirsi inutili». Come quando realizzò 63 punti, a lungo record personale fino agli 81 punti realizzati il 22 gennaio 2006 contro Toronto. Al termine di quella stagione, il giovane prospetto spiccò il volo per la Nba, senza passare dal via, iniziando una carriera che lo avrebbe portato ad essere il successore di Michael Jordan nell’immaginario degli appassionati (tanto che una voce, poco credibile, dice che la scelta del 24 significhi proprio questo) e a vincere 5 anelli con i Lakers.

L'Informazione di Bologna, 23 settembre 2011

mercoledì 21 settembre 2011

SEMPLICEMENTE ZANARDI



di Marco Tarozzi

«Io sono un uomo fortunato». È la frase-chiave. Quella che, di primo acchito, un cosiddetto “normodotato” fatica a capire, se la sente uscire dalla bocca di un altrettanto cosiddetto “diversamente abile”. Che brutte, le definizioni-standard. E pensare che per aprire il cancello della comprensione e delle affinità basta proprio entrare nel profondo di quella frase. Quella che ha pronunciato, pochi giorni fa, Alex Zanardi. Ma non solo lui. L’abbiamo sentita da Luca Carrara, quando raccontava delle sue albe meravigliose, vissute durante gli allenamenti mattutini di sci alpino, in quota. E da Alessandro Paleri, che ha inventato la pattuglia acrobatica dei “Baroni Rotti”: quattro piloti, tre dei quali senza l’uso delle gambe. E ancora da Daniele Bonacini, ingegnere che ha fatto del suo handicap un’opportunità e oggi ha un’azienda che costruisce protesi di alta tecnologia e basso prezzo. E da “Meme” Pagnini, che ha una filosofia precisa: «se non vuoi che la vita ti costringa tra quattro mura, devi prenderla per le palle».
GENTE SPECIALE - Non c’è un preciso momento per capire questa gente speciale. Ma se arriva, sei fortunato anche tu. A entrare, per esempio, nel mondo nuovo di Alex, in quella seconda vita iniziata dieci anni fa, combattuta all’inizio «perché volevo tornare a prendere in braccio mio figlio», e andata avanti in progressione continua, trovando sempre un’occasione per rilanciare, per non sedersi. Facile, obietta qualcuno: chiamarsi Zanardi aiuta. E lui non nega, certo che no, ma assicura che c’è qualcosa di più: «Io ho amici che hanno creduto in me, e mi ero costruito una reputazione. ma sono partito da Castel Maggiore, con un papà che faceva l’idraulico e una mamma casalinga. Due genitori meravigliosi, che mi hanno indicato la strada. Ma insomma, non sono nato con una Formula Uno nel garage...».
UNA VITA ESEMPLARE - Così, Zanardi da Castel Maggiore non sta fermo un attimo. Ha appena raccolto in un dvd, “A modo mio”, questa sua seconda vita. In modo informale, come è nelle sue corde. In due ore e mezza ci sono gli amici, le passioni, gli aneddoti, i sacrifici e la rinascita. Perché possa servire da esempio, aiutare chi non riesce a vedere la luce in fondo al tunnel. È attivissimo con la sua associazione “Bimbingamba”, nata per aiutare i bambini con disabilità motorie. C’è sempre, quando occorre lanciare un messaggio positivo. «Davvero, io non tornerei indietro, non cambierei la mia vita. Le cose sono andate così bene che non posso lamentarmi. Non avrei mai avuto certe opportunità, o semplicemente la possibilità di capire cose nuove del mondo che avevo intorno, senza l’incidente del 2001 al Lausitzring».
VERSO LONDRA - E poi, certo, adesso c’è l’handbike. Alex si è appena laureato vicecampione del mondo a cronometro, nella categoria H4, in Danimarca. Da quel giorno del 2006 in cui affrontò, quasi per scommessa, la New York City Marathon, di acqua ne è passata sotto i ponti, e Zanardi è un nome rispettato nella disciplina alla quale si è dedicato. Uno dei favoriti per l’oro olimpico di Londra, tra un anno. «L’importante è partecipare, è vero, ma mentirei se dicessi che è quello il traguardo. I sogni non si pagano, e io allora sogno la medaglia d’oro. Ma se poi ne arrivasse una d’argento o di bronzo, sarei strafelice lo stesso».

m.tarozzi@linformazione.com

martedì 20 settembre 2011

L'EUROPA (E L'ITALIA) DI DON SERGIO



di Marco Tarozzi

Ogni volta che lui sale in alto, così in alto, ci si ricorda di un tecnico che è mancato, letteralmente mancato, alla nostra pallacanestro per otto lunghi anni. Ci si ricorda di Sergio Scariolo e anche di quella che è stata la sua storia a Bologna, lunga sulla sponda Fortitudo dove fu il prescelto di Seragnoli per il “grande progetto”, dal 1993 al 1996, fugace e mai decollata su quella bianconera, dove lo chiamò Madrigali dopo l’anno sabbatico seguito all’esonero del Real, e ancora ci provò Sabatini nella lunga estate calda del salvataggio, quella del 2003. Nottate a tirar l’alba per assicurare il futuro della Virtus, il sogno spezzato della Serie A, i giorni spesi a ragionare di un progetto che in quel momento non poteva, per forza di cose, avere contorni perfettamente delineati, infine l’addio in amicizia, con la consapevolezza di averci provato, e il ritorno in Spagna ad iniziare la lunga avventura all’Unicaja.
IL TALENTO A caldo, mentre Scariolo si metteva al collo un’altra medaglia d’oro, campione d’Europa con la sua Spagna per la seconda volta consecutiva, Sandro Gamba, uno dei grandi maestri della storia azzurra dei canestri, ha ricordato gli inizi. «Credetti in lui da subito. L’avevo notato quando allenava le giovanili a Brescia, negli anni Ottanta e io ero il Ct della Nazionale. Mi piaceva il suo modo di lavorare e gli affidai la rappresentativa regionale Under 17». E anche a Pesaro, là dove decollò clamorosamente, vincendo lo scudetto in una piazza difficile al primo anno da capoallenatore, si accorsero subito di quello che valeva. «Quando Bianchini se ne andò», ricorda Walter Magnifico, «iniziò la girandola dei nomi di tecnici “papabili”. Sergio era stato il primo collaboratore di Valerio, non aveva nemmeno trent’anni ma aveva conquistato la fiducia di noi giocatori. Ricordo che parlammo tra di noi, e toccò a me andare da Scavolini a chiarire la nostra idea. Gli dissi: presidente, è inutile guardarsi intorno. L’allenatore lei ce l’ha già in casa». Consacrato dal gruppo, e che gruppo, Scariolo prese le redini e centrò subito uno scudetto storico.
RE D’EUROPA Dicono: facile vincere il titolo europeo con gente come Gasol, Navarro e compagnia. Vero, e Scariolo stesso lo ammette quando dice che «questa generazione di giocatori è unica, e io ho avuto la fortuna di poterli allenare». Ma è altrettanto vero che mettere insieme i grandi talenti non è sempre una passeggiata. Se li hai dalla tua parte, hai un bel vantaggio. Ma se non riesci a farli andare tutti nella stessa direzione, rischi l’effetto boomerang. Scariolo c’è riuscito, e non senza pressioni dopo l’uscita di scena ai Mondiali di un anno fa, ai quarti contro la Serbia. Pensare che lui è certo che quella sia stata la svolta.
«Quando si perde, c’è modo e modo di farlo. In Turchia, dopo la sconfitta, non ho visto un gesto sbagliato, nè ho sentito una parola negativa da parte dei ragazzi. Ci siamo presi tutti la nostra responsabilità, abbiamo fatto quadrato pensando a questo appuntamento. Mi dà un orgoglio incredibile aver portato inseguito l’obiettivo con questi giocatori. Perché sono grandi in campo e fuori. Hanno immenso talento, e hanno accettato di metterlo al servizio del gruppo, di sforzarsi in difesa, di diventare anche più “cattivi”, sportivamente parlando. Abbiamo dimostrato che anche dalle sconfitte si impara. È una cosa che si dice spesso, ma metterla in pratica non è sempre così semplice».
IL RITORNO Era la prova del fuoco, e l’ha superata. Non solo col talento. «Quella è la base, ma noi ci abbiamo aggiunto disciplina, voglia di sacrificarsi in difesa, concentrazione». Ora, perfettamente integrato in quella Spagna che per lui è ormai diventata casa, don Sergio mette in archivio l’ennesimo successo di una carriera prestigiosa per riaffrontare il campionato italiano («Anche se non voglio parlare dell’eliminazione azzurra in Europa. Non sarebbe corretto, e nemmeno avrebbe senso»). Riparte dall’alto, da quella Milano che mai come quest’anno si sente pronta a spezzare la lunga serie tricolore di Siena. Si è affidata a lui, e non poteva esserci scelta migliore. Le risposte le dà il campo, come sempre, ma partire mettendo la gente giusta al posto giusto aiuta. A Bologna ci accontenteremo di rivederlo al lavoro da vicino. Non contro la Fortitudo, purtroppo, che iniziò a portare ad alta quota come mai prima. Un’assenza che certamente pesa anche a lui.

L'Informazione di Bologna, 20 settembre 2011

sabato 3 settembre 2011

CIAO CAPIREX, ULTIMO HIGHLANDER




di Marco Tarozzi

“The fundamental things apply, as time goes by”. Proprio così: è nel momento dell’addio che Loris Capirossi può finalmente voltarsi indietro, stringere tra le mani il suo passato, rivedere il lungo film delle sue vittorie, delle sue grandi gioie e delle non poche delusioni, che sono comunque servite a renderlo uomo. Si ritira un campione vero, uno che ha attraversato tre generazioni di piloti battendosi sempre come quando, ragazzino, entrò senza timori reverenziali nel mondo del Continental Circus. È stato testimone e protagonista di un motociclismo che non c’è più, ha traghettato quella sua passione d’altri tempi nel mondo della MotoGp, vivendone fin qui l’intera epopea.
L’UOMO DEI RECORD Capirex è l’uomo dei record, oggi che vive da “highlander” delle piste come ieri, quando ci si affacciava da novizio. Allora, era il 1990, fu il più giovane centauro a conquistare un titolo iridato. Aveva 17 anni e 165 giorni, nessuno ha ancora migliorato quel record, in un motomondiale in cui i ragazzini sgomitano. Oggi ha stracciato tutti i primati di longevità: 22 stagioni iridate, 324 gare disputate, 99 podi e una dannata voglia di fare 100, nonostante anche la Pramac, come negli ultimi anni la Suzuki, gli stia regalando ben poche soddisfazioni. Ma quel desiderio è venuto a galla anche alla conferenza d’addio, di giovedì, quando scherzando con Rossi, Stoner, Pedrosa e Spies, venuti ad onorarlo, ha ricordato che «me ne manca uno, e se magari avete un occhio di riguardo e mi fate fare cifra tonda...»
TUTTO IN UN SORPASSO Tre titoli mondiali. Quello d’esordio nella 125, con la Honda del Team Pileri, e il bis un anno dopo, più quello del 1998 in 250, con l’Aprilia. Quello che resta nella memoria collettiva per il sorpasso ai danni di Tetsuya Harada, compagno di squadra e unico avversario ancora in lizza con lui per il titolo, all’ultima curva del gran premio decisivo, quello d’Argentina. Un’entrata decisa che gli regalò il mondiale e gli costò un licenziamento, ritenuto ingiusto anche dal tribunale che in seguito dette ragione a Capirex nei confronti di Aprilia, condannata a riconoscergli una cifra di un milione e mezzo di euro per chiudere la questione.
GLI ANNI DELLA ROSSA Tre titoli mondiali, e avrebbero potuto essere di più. Perché in ventidue stagioni Loris ha fatto anche i conti con la sfortuna. Incidenti anche pesanti, la squalifica al Mugello nel ‘99, e quel titolo di MotoGp che avrebbe potuto essere suo se Sete Gibernau, suo compagno di squadra in Ducati, non lo avesse buttato fuori pista a Barcellona. Sarebbe stato un altro record, se Capirex avesse portato la Ducati in cima al mondo un anno prima di Stoner. E il caos mediatico acceso dal passaggio di Valentino Rossi alla corte di Borgo Panigale non deve far dimenticare che il binomio “moto italiana-pilota italiano” sul trono della classe regina, che ancora attende l’erede di Giacomo Agostini, avrebbe potuto essere proprio Capirossi-Ducati, se il destino non avesse avuto altri disegni. Ma restano quei cinque anni vissuti in sella alla Desmosedici, una scommessa cresciuta insieme, lui e i tecnici di Borgo Panigale. E ad oggi, Capirossi è l’unico insieme a Casey Stoner ad essere riuscito a domare il carattere scorbutico della Rossa da MotoGp. Facendola anche crescere, scusate se è poco.
GLI ULTIMI FUOCHI Ci aspettavamo l’addio a metà agosto, a Brno. Posto classico degli annunci per l’anno che verrà. Lì, invece, Capirex sembrò possibilista su un eventuale passaggio in Superbike. Si lasciò sfuggire un «perché no...» che teneva aperto uno spiraglio sul futuro. Ma poi ci ha pensato a lungo. Ha ascoltato Ingrid, sua moglie, e chi gli è vicino. Ha guardato negli occhi il piccolo Riccardo. E si è dato tempo fino a Valencia per cercare di raddrizzare un’annata storta su piste a lui congeniali come Motegi, Philip Island, Sepang. «Lì ho vinto molto. E poi chissà: una giornata di pioggia, magari un po’ di culo...»
STANDING OVATION Avrebbe voluto chiuderla diversamente, la carriera. Avrà ancora tentazioni, è certo. Ma sembra risoluto. Deciso come in queste ventidue stagioni che ci hanno regalato un talento delle piste ma anche un uomo mai fuori dalle righe, che anche in questi ultimi anni difficili non ha voluto cambiare sè stesso, continuando a lottare in salita. Se ne va un campione. Standing ovation.

L'Informazione di Bologna, 3 settembre 2011

venerdì 2 settembre 2011

SETTI: "QUESTO E' UN BOLOGNA PIU' FORTE"


di Marco Tarozzi

Maurizio Setti, le porte del mercato sono definitivamente sbarrate. È il momento di tirare le somme.
«Io credo che il Bologna si sia mosso tutto sommato bene, in un contesto che in generale è tutt’altro che positivo. Ci siamo comportati al di sopra della media. Ho visto squadre come Palermo, Roma, Lecce, Novara, come lo stesso Parma, correre ai ripari negli ultimi giorni. Quando il Genoa prende Caracciolo all’ultimo istante, anche se parliamo di un giocatore di valore, significa che non sta seguendo una strategia».
Il Bologna invece ha sempre avuto le idee chiare?
«L’unico rammarico è quello di aver perso troppo tempo nello sfoltire la rosa. Un po’ abbiamo peccato di superficialità, un po’ ci si è messo anche qualche procuratore che non ci ha aiutato a risolvere il problema».
Quello di Gimenez, intende?
«Al di là dei nomi, io credo che gli agenti dovrebbero far capire ai loro assistiti che in giro c’è della crisi, che a volte certe sistemazioni che sembrano un passo indietro sono il loro bene. Comunque, abbiamo anche attraversato qualche temporale. L’addio di Pedrelli e quello di Bagni, oltre al fatto che abbiamo preso la società a fine aprile, abbiamo dovuto attendere la certezza della permanenza in A e abbiamo avuto, a conti fatti, due mesi e mezzo per costruire la squadra».
Che oggi la soddisfa?
«Io la ritengo più forte di quella dello scorso anno. Mi spiace che molti stiano tirando conclusioni senza attendere il risultato finale. Oggi nessuno può dire se siamo meglio o peggio, aspettiamo almeno cinque partite prima di fare bilanci. Se posso permettermi una considerazione, questa città ha un vizio: prendi un giocatore ed è troppo giovane o troppo vecchio, non è adatto alla piazza, cose così. ma io ricordo uno come Marazzina che dopo un anno da cannoniere della squadra ha visto le partite dalla tribuna per la stagione successiva. Voglio dire: il calcio cambia e in questo mercato noi ci siamo comportati meglio di società come Cagliari, Genoa, alla pari con il Parma. Abbiamo ragazzi di sicuro avvenire come Taider, Khrin, Crespo, diamogli il tempo di mostrare quello che valgono».
Non giriamoci intorno: avete ceduto Della Rocca l’ultimo giorno. Era una potenziale bandiera rossoblù.
«Il Bologna ha fatto un’operazione vantaggiosa per sè e per il giocatore, che va a giocare a Palermo, in una squadra ambiziosa, e a guadagnare più di quello che gli avevamo appena assicurato col rinnovo di contratto. Abbiamo ceduto metà Della Rocca, e ribadisco metà. Ma tenuto Ramirez, come promesso. E ce l’avevano chiesto ancora, come sapete. E anche per Mudingayi si era fatta sotto l’Atalanta, ma noi abbiamo tenuto duro. L’operazione Della Rocca è stata positiva per tutti. Ed è arrivato un nazionale greco di ventiquattro anni, non dimentichiamolo».
Avete tenuto il gioiellino Ramirez. E adesso dovrete recuperarlo alla causa.
«Credo che per il bene della società e soprattutto suo debba far vedere il suo vero valore. E sono certo che lo farà, Bisoli sarà ben contento di fargli capire certe cose. Io sono il primo estimatore di Gaston, sono certo che diventerà un campione. Grazie al Bologna arriverà a chissà quali traguardi. La Fiorentina ha fatto una grande squadra, ma se lui tiene botta in questo gruppo un giorno avrà spazi anche più immensi davanti a sè. A quell’età, i margini li ha».


L'Informazione di Bologna, 2 settembre 2011

mercoledì 31 agosto 2011

L'UOMO CHE SALVO' LA DUCATI




di Marco Tarozzi

Ha perso tanto, il mondo del motociclismo, perdendo Claudio Castiglioni. Uomo di passione, estro, genialità, determinazione nell’inseguire i suoi traguardi, fossero anche sogni all’apparenza irrealizzabili. Una scommessa era sembrata, all’inizio, la creatura che aveva messo in piedi per amore della moto. La chiamò Cagiva, per ricordare il gran lavoro di papà Giovanni, che negli anni Cinquanta aveva messo in piedi la “Castiglioni Giovanni Varese”, azienda di minuteria metallica. E la portò in alto, indicando con modelli innovativi il nuovo corso della produzione motociclistica italiana. Chiamò nella sua squadra corse piloti come Marco Lucchinelli e Gianfranco Bonera, mise loro a disposizione modelli in grado di competere nel Mondiale 500. Fece brillare il suo marchio nel motocross, partendo a metà degli anni Ottanta con tre titoli costruttori consecutivi nella 125. E si gettò nell’avventura affascinante della Parigi-Dakar nell’85, arrivando a vincerla per la prima volta cinque anni dopo, con Edy Orioli.
Tra quelli che hanno mille buoni motivi per non dimenticare Claudio Castiglioni, in prima fila c’è la Ducati. Spinto da quella passione, e da un senso imprenditoriale finissimo, l’imprenditore varesino l’aveva acquistata proprio nel 1985, due anni dopo aver adottato i motori di Borgo Panigale per le sue moto. Non fu un semplice acquisto, ma un vero e proprio salvataggio. Erano anni difficili, quelli, per l’azienda bolognese. Di crisi. Era diventata di proprietà delle vecchie “partecipazioni statali”, e i progetti latitavano. Pensare al futuro dava un senso di smantellamento, non certo di rinascita. Poi, appunto, arrivò Claudio Castiglioni, insieme al fratello Gianfranco, e il cambio di ritmo si vide subito. Ci mise coraggio e genialità, seppe innovare. Sotto la sua direzione nacquero nuovi modelli destinati a passare alla storia, come la 916 e il Monster. La base era il famoso motore progettato negli anni Cinquanta da un altro “drago” della creatività, l’ingegner Fabio Taglioni. E in un modello come la S4, una variante della Monster, mise personalmente tutta la sua inventiva.
Ebbe anche la grande intuizione di lanciare la Rossa di Borgo Panigale in un campionato mondiale nuovo di zecca, quello della Superbike. E se proprio in questi giorni la Ducati ha festeggiato il traguardo delle 300 vittorie in questa categoria, gran parte del merito è suo. E conforta sapere che almeno, mentre combatteva la battaglia più difficile della sua esistenza, quella che lo ha vinto a soli sessantaquattro anni, ha fatto in tempo a vedere Carlos Checa raggiungere quell’incredibile record, e la Ducati entrare nella storia.
Castiglioni cedette una Ducati restaurata e rinata, decisamente solida, al Texas Pacific Group, un fondo d’investimento americano che a sua volta cinque anni fa ha venduto le quote a Investindustrial. Lui, intanto, non era rimasto con le mani in mano. Dal 1987 al 2007 aveva tenuto le redini di Husquarna, e appena un anno fa si era ricomprato Mv Agusta, altro pezzo di storia del motociclismo, al prezzo simbolico di tre euro ma investendo venti milioni di euro nell’affare.
Claudio Castiglioni aveva ancora progetti, passione ed entusiasmo, come quando aveva iniziato a inseguire i suoi sogni, appena trentenne. Era, come dice Nico Cereghini, «travolgente, esuberante, a volte anche sopra le righe ma sempre generoso, sincero, contagioso nel suo naturale ottimismo. Uno di quelli che “se una cosa la vuoi veramente, puoi ottenerla”». Lui lo ha fatto, per tutta la vita.

L'Informazione di Bologna

giovedì 11 agosto 2011

IL RAGAZZO PRODIGIO E I SUOI CONSIGLIERI


di Marco Tarozzi

Fa sorridere pensare a mister Betancourt, procuratore di Gaston Ramirez, “turbato” dalle parole del vicepresidente Setti. Perché chi fa il suo mestiere raramente si scompone di fronte a dichiarazioni che fanno parte di un gioco delle parti di cui tutti, dai giocatori ai loro agenti fino ai dirigenti delle società, conoscono bene il meccanismo. Fa sorridere tutto quello che si è sentito in questi giorni: di un Ramirez accolto con ostilità dall’ambiente rossoblù, emarginato, costretto a sentirsi straniero nel gruppo. La cronaca dei giorni d’Appennino racconta storie ben diverse. Di un ragazzo di vent’anni al quale il capitano del Bologna, uno che naviga i mari del grande calcio da quasi vent’anni, ha parlato come si parla a un fratello minore. Ascoltando le sue velleità di ventenne e dando consigli. “Fossi in lui, resterei un altro anno a Bologna. Ha talento e gli servirebbe per accumulare esperienza per un futuro brillante”. Questo ha detto, in sintesi, Marco Di Vaio. Se vi sembrano parole ostili, fateci sapere. Se il signor Betancourt le considera una forma di mobbing, le rilegga attentamente.
La realtà è che a gonfiare il caso-Ramirez c’è l’entourage del giocatore, che probabilmente già un anno fa aveva deciso che Bologna sarebbe stata una tappa di passaggio molto breve. Il tempo di mostrare il gioiello, far conoscere il talento e trovare altri lidi, più scintillanti e più remunerativi. Poi, ci sta che un ragazzo di vent’anni che fino all’estate scorsa non aveva mai nemmeno messo piede in Italia, si carichi a molla avendo alle spalle consiglieri che gli ricordano continuamente quanto il suo talento sia sprecato in una squadra che si batte per la salvezza, eccetera eccetera. Così, quel ragazzo prima dice che vorrebbe parlare e poi che non ha nulla da dire, prima si offende per le parole di Setti e poi si nega al telefono a Guaraldi. Di fatto, è lui che si allontana dal Bologna, non il Bologna da lui.
Il talento di Ramirez (quando il ragazzo è ispirato) è roba che illumina il Dall’Ara come non succedeva da tempo. Non immemorabile, però: gente come Baggio e Signori non ha giocato a Bologna ai tempi dei pionieri, e un campione come Marco Di Vaio ha segnato 55 reti in tre stagioni con la maglia rossoblù, soltanto in campionato, ed è ancora qui. Nessuno si priverebbe a cuor leggero di uno come Gastoncito, ma resistere anche solo una stagione, in queste condizioni, a chi gioverebbe? Se davvero se ne andrà, a questo punto, potremmo dire che la società ha fatto male a lasciarselo scappare? Bisoli, si sa, ha fede assoluta nella forza del gruppo. E un motore con un ingranaggio che non gira rischia il grippaggio in qualunque momento.
Per un momento, Gaston Ramirez potrebbe provare ad ascoltare sé stesso, e ad ascoltare meno le voci intorno. Magari, nella peggiore delle ipotesi, dire grazie e arrivederci. Senza fastidiose appendici: a Bologna ha dato, da Bologna ha avuto. Ma ha solo vent’anni, direte. Beh, a vent’anni riflettere e avere un’idea non è vietato. Purché sia personale.

L'Informazione di Bologna, 11 agosto 2011

(foto di Roberto Villani)

lunedì 8 agosto 2011

L'UOMO TRANQUILLO HA SCRITTO 300


di Marco Tarozzi

Diciamo la verità: ci fa piacere che a far raggiungere alla Ducati il record storico di trecento vittorie in Superbike sia stato un pilota come Carlos Checa. Perché lui non è un tipo comune. È diverso da qualunque clichè, è lontano da qualunque stereotipo, è semplicemente e genuinamente sè stesso. E se lo merita, dopo diciotto anni di carriera, 222 gran premi disputati nel Motomondiale e un centinaio in Superbike. Come merita di stare lassù, a giocarsi il grande sogno iridato, per ironia della sorte proprio nella prima stagione in cui la casa di Borgo Panigale non partecipa “ufficialmente” a un campionato di cui ha scritto la storia. Anche se da questo punto di vista stiamo raccontando tutto meno che una favola: è vero che la Ducati non si presenta al via con un proprio team come in passato, ma l’assistenza alle scuderie private resta di primissimo livello. Lo dimostrano i risultati di Checa, ma anche le buone prestazioni di Guintoli o l’inatteso exploit nelle prime prove ufficiali del francese Berger. Checa va fortissimo, tanto da insospettire Biagi, polemico dopo le due gare di Silverstone. Per Max «qualcosa non quadra, la Ducati viaggia sui binari...». Vero, in Inghilterra l’Althea, struttura superprivata, ha gestito magistralmente le gomme e ha bastonato ancora corazzate come Aprilia, Yamaha e Bmw. Ma i controlli ci sono stati, da parte della direzione corse: albero motore, alesaggio e corsa, tutto regolare.
L’UOMO TRANQUILLO Vive a Saint Fruitos de Bages, vicino a Manresa. A metà strada tra Barcellona e Saragozza. Torna spesso al suo paese, dove già gli hanno dedicato un monumento. È un uomo tranquillo, Carlos Checa, di quelli che non vanno in cerca di feste, donne di sogno, macchine superpotenti. Perché, dice, «i valori veri sono la libertà e il tempo. A me non piacciono i confini, le frontiere. In casa mia parlo catalano con mamma e spagnolo con papà, che è di Granada. So cosa sono le barriere dell’odio e le trovo stupide».
Ha visto la morte in faccia, tredici anni fa, quando gareggiava col team di Sito Pons nella 500, e proprio in una stagione iniziata alla grande, con la vittoria al Gp di Madrid e altri due podii. Ne è uscito rinforzato anche spiritualmente. Oggi non ha bisogno di conferme, di certezze. Corre in Superbike perché «mi piace di più, sinceramente, perché tutto è ancora a misura d’uomo. Dicono che è un paese per vecchi, ma io preferisco dire che ci corre gente esperta...». Magari ha qualche rimpianto, ma lo gestisce tranquillamente perché sa di avere la coscienza a posto. Per trovare l’equilibrio interiore pratica tanti sport, dal ciclismo allo sci, dall’arrampicata al paracadutismo. E legge Schopenhauer. È un antidivo e non si sente arrivato: «Ogni volta che imparo qualcosa mi sento più ignorante. La perfezione non esiste».
A trentotto anni sta vincendo un titolo iridato, e se lo merita. E a proposito, aggiorniamo i conti. La vittoria Ducati numero trecento è arrivata in gara1, a Silverstone. Ora sono già 301. Grazie a Carlos Checa.
m.tarozzi@linformazione.com

DA LUCCHINELLI A BAYLISS: CHE STORIA

La prima volta toccò a Marco Lucchinelli. Era il 1988, e il campione spezzino, già iridato della 500 sette anni prima, fece centro proprio al Gp d’Inghilterra, primo appuntamento di stagione: vinse gara2 e dette il via all’epopea della Rossa di Borgo Panigale in questo campionato. Un viaggio che ad oggi ha regalato alla Ducati 301 successi (gli ultimi due proprio domenica scorsa a Silverstone, “firmati” da Carlos Checa), ma anche 753 podi, 155 pole position, 13 titoli iridati piloti e ben 16 mondiali costruttori. Come dire che la storia del Mondiale Superbike si intreccia strettamente a quella della casa bolognese. Mai nessun’altra casa motociclistica aveva raggiunto questo traguardo, e difficilmente riuscirà ad eguagliarlo in futuro.
Dopo “Lucky”, altri venticinque piloti hanno seguito le sue orme. Il più vincente, da allora, è “King” Carl Fogarty, rimasto un’icona nell’immaginario collettivo dei Ducatisti. Tredici stagioni in Superbike e quattro Mondiali portati a casa, sempre sulla Rossa: 1994, 1995, 1998 e 1999. Uno che guidava le Ducati, dice Nico Cereghini, «come se volesse spezzarle in due», ma che le ha amate al punto da portarle 55 volte prime al traguardo. Poco meno ha fatto un’altra leggenda della Rossa, l’australiano Troy Bayliss: per lui 52 vittorie in Superbike e tre titoli iridati, quelli del 2001, 2006 e 2008. Gli altri hanno nomi non meno leggendari: Doug Polen, Raymond Roche, Troy Corser, Neil Hodgson, Ben Bostrom, James Toseland, Nori Haga e tanti, tanti altri ancora. A quota 13, appaiati in questa classifica piena di storia e gloria, due fratelli d’Italia che sono rimasti nel cuore dei “ducatisti” duri e puri: il grande Giancarlo Falappa e il bolognese (da Fiesso di Castenaso) Pierfrancesco “Frankie” Chili, gente di casa che ha scritto pagine d’oro della Superbike.

giovedì 28 luglio 2011

ADDIO BAGNI: LA SORPRESA CHE NON C'E'


di Marco Tarozzi

Era scritto. Nelle mezze frasi, nelle battute di circostanza, nel voler apparire a tutti i costi una famiglia felice davanti ai tifosi, ad Andalo. Era scritto nell’ultima frecciata di Albano Guaraldi, una doccia fredda sulle certezze del Salvatore che non è riuscito a salvarsi. «Dice che resterà? Se lo dice lui...». Roba di due giorni fa. Era scritto anche nella scelta di Maurizio Setti, che dopo lo strappo ha riflettuto, ha certamente discusso col numero uno ed è rimasto dalla parte degli altri consiglieri, di fatto rinunciando a difendere l’uomo che aveva fortemente voluto al Bologna.
Non sapremo mai quello che si sono detti i soci dentro le mura di Casteldebole, nè le ragioni con cui Guaraldi li ha convinti (Setti compreso) a seguirlo. Ma una cosa è certa: non può bastare qualche parola di troppo in conferenza stampa a giustificare una decisione così drastica. Lo hanno detto, non dicendolo, proprio Guaraldi e Setti ieri pomeriggio: non si rendono pubbliche le questioni affrontate dal cda di un’azienda. Si fosse parlato solo di due frasi fuori dalle righe buttate là in sala stampa, avrebbero dato questa risposta? Ha aggiunto altro, il presidente. «Questo del calcio è un mondo un po’ particolare». Un mondo che lui vive da novizio, ma in cui pare essersi imbattuto in qualcosa che non gli è andato a genio.
Scelta decisa, certamente impopolare, indubbiamente difficile e in fondo coraggiosa. Perché adesso Guaraldi e soci stanno già facendo i conti con la rabbia dei tifosi, e con lo stupore di quel mondo del pallone che considerava Bagni un valore aggiunto del Bologna. Scelta che chiarisce una volta per tutte la situazione: vince la politica dei piccoli passi, dell’a mministrazione prudente, qualcosa che certamente non può accendere la fantasia dei tifosi. Guaraldi non cerca consensi, lo ha sempre detto. Ma con questa piazza, comunque, un debito ce l’ha: ha tutto il diritto di non diffondere ai quattro venti le discussioni di un cda, ma un dialogo coi tifosi deve riuscire ad instaurarlo. Questa gente ama il Bologna e ha bisogno di fiducia, di condividere nel limite del possibile un progetto.
Di Bagni resta un breve viaggio rossoblù, due mesi appena. Più o meno quello che gli era successo a Napoli, evidentemente non è il suo destino. E resta un pugno di nomi nuovi: scommesse interessanti come Rodriguez e Taiber, un Antonsson arrivato a parametro zero che potrebbe rivelarsi un affare più buono di quanto non sia stato considerato. Via Pedrelli, via Bagni, in questo organigramma ballerino adesso tocca a Roberto Zanzi. Che conosce il mestiere, ma dovrà praticarlo con molta virtù e pochi danari. Sempre che non si riparta trovando il modo di piazzare Ramirez, gioiellino infelice e scontento. Comunque sia, sarà l’ennesima ripartenza. Comunque vada, ci sarà da soffrire. Da queste parti, i colpi di scena portano dritti al solito canovaccio.


L'Informazione di Bologna, 26 luglio 2011

lunedì 20 giugno 2011

TRE AMICI IN VIAGGIO VERSO LONDRA



di Marco Tarozzi

Prima di tutto, è la storia di un’amicizia profonda. Perché i grandi sogni possono nascere anche così: per amicizia, e quasi per gioco. Rewind: Alex si ritrova in una piazzola d’autostrada a contendersi un parcheggio disabili con Vittorio, i due all’inizio si guardano un po’ in cagnesco ma ci mettono un amen a simpatizzare; Vittorio ha quella strana “macchina” sul portapacchi, e Alex si incuriosisce; quando, mesi dopo, decide che quell’attrezzo chiamato handbike fa per lui, chiama Fabrizio che lo indirizza di nuovo a Vittorio, un esperto in materia.
Alex Zanardi, Vittorio Podestà, Fabrizio Macchi. Sono passati più di cinque anni da quell’incontro casuale ed eccoli qui, tutti e tre, riuniti nel Barilla Blu Team per inseguire un sogno a cinque cerchi. Sono campioni riconosciuti, nella loro specialità. Anche Alex, che lo è stato nel mondo dell’automobilismo, che è l’ultimo arrivato ma ha bruciato le tappe. Tutti e tre hanno vestito la maglia azzurra, e l’hanno onorata prendendosi medaglie e successi. Zanardi aveva già un grande feeling con l’azienda parmense: il loro rapporto va oltre la semplice sponsorizzazione. «Hanno fatto di me una specie di “ambasciatore” dell’Italia nel mondo, e questo mi gratifica». Tutto iniziò con un’avventura alla New York City Marathon che sembrava destinata a non avere seguito. Ma si sa, Zanardi è uno spirito tenace e competitivo: fu subito quarto, in quel debutto del 2007, e la voglia di migliorare sè stesso e il mezzo, magari mettendoci le mani come è sua abitudine, è cresciuta giorno dopo giorno.
«Ora, con questo team ridotto, di amici veri, punto dritto a quel sogno che non avevo mai del tutto ammesso. Dovevo verificare, prima. Capire se era davvero un traguardo possibile. Ora credo di poter riuscire ad arrivare a Londra 2012, ma non ho fretta di farlo. Non inseguo denaro o celebrità, non sono questi i valori della vita. Mi godo il percorso di avvicinamento, piuttosto. E aver coinvolto due amici come Fabrizio e Vittorio in questa grande avventura mi dà un entusiasmo ancora maggiore».
Tre talenti con la bacheca piena di trofei. Già prima avevano la possibilità di centrare il loro traguardo, che è quello di partecipare ma anche, possibilmente, di arrivare in alto. Per Zanardi c’è un motivo in più: sarebbe il debutto olimpico, a quarantasei anni. Nessuna sorpresa, conoscendo la sua capacità di guardare avanti: «Se qualcuno mi fa un complimento per quello che ho fatto in passato, ringrazio. Ma oggi mi sento un uomo fortunato non per quello che ho alle spalle, ma per l’entusiasmo, la passione e la curiosità che ancora mi spingono a frugare nel futuro». Londra è dietro l’angolo, lo spirito è quello giusto.

L'Informazione di Bologna, 20 giugno 2010

domenica 5 giugno 2011

IL GIRAMONDO SULLA ROSSA


di Marco Tarozzi

«La guardavo ed era sempre più bella... Ogni suo adesivo narra una storia, una stretta di mano, uno sguardo, un’intervista, un autografo, un problema, un diluvio, una nevicata, un sorriso, una piega... È tutto qui...
E continuavo a guardarla... Così bella, così in forma, nonostante la tanta strada e le tante difficoltà superate insieme... siamo insieme da quasi un anno, sempre mano nella mano. Se solo tu potessi parlare... solo tu potresti dire al mondo intero cosa ho fatto per te... solo tu potresti dire al mondo che se non fossi stato io, tu oggi saresti una “semplice Ducati” e non saresti Lidia».

Lidia non è una donna, l’avrete capito. È una moto, ma ha un’anima. Lo sa bene Paolo Pirozzi, che ha scritto queste parole sul suo diario poco prima di attraversare il confine tra Slovenia e Italia. Per tornare a casa, come si fa sempre dopo un viaggio.
Quello di Paolo e Lidia è durato più di 100mila chilometri e un anno intero. Ed è passato attraverso cinque continenti. Tutto il mondo. Osservato con curiosità e passione. Filtrato da quel colore rosso così speciale, il “rossoDucati” che è nel cuore di Paolo. Sì, perché Lidia non è una moto qualunque. È una Multistrada 1200 uscita dall’azienda di Borgo Panigale. Non poteva scegliere diversamente, questo trentunenne napoletano che nella sua vita ha percorso quasi mezzo milione di chilometri in sella a “Rosse” di ogni tipo. E il senso di appartenenza, questa volta, era nello stesso “logo” dell’impresa: “Il Giro del Mondo in 80 Doc”. Che significa Ducati Owners Club: Pirozzi è andato a visitarli per tutti i continenti, in questa avventura iniziata sul circuito di Misano il 13 giugno dello scorso anno. Il 28 maggio scorso, Paolo l’ha chiusa su un altro teatro storico del motorismo, l’autodromo “Dino ed Enzo Ferrari” di Imola. Dove lo aspettavano in trecento. Compresi gli amici ducatisti che gli hanno fatto trovare, all’arrivo, le altre due compagne di viaggio che gli hanno segnato la vita: “Nenna”, un Monster 900, e “Jessica”, una Multistrada 620.
Un anno magico che Paolo ha raccontato sul blog del suo sito (www.paolopirozzi.com). A cominciare dalle impressioni immediatamente successive alla partenza, stimolato dal calore dei ducatisti del WDW: «Non è stata una passeggiata, mi aspettano dodici mesi senza gli affetti più cari, e restare solo con i miei pensieri sulla pallostrada per Brindisi non mi ha aiutato a rimanere sereno; sono sicuro che ovunque andrò troverò il calore dei DOC a farmi compagnia, ma non ve ne abbiate a male se per ora riesco solo a pensare a quelli che lascerò qui in Italia...». E via via, per istantanee su mondi così vicini e così diversi, fino all’epilogo. «Ricordo come se fosse ieri il momento esatto in cui ho capito che le ruote di Lidia stavano girando in Italia. Mi sono alzato in piedi e ho alzato le braccia al cielo... Ed è stato proprio lì, in quei pochi secondi, con le braccia alzate verso il cielo, che mi sono passati rapidamente davanti agli occhi i volti, i luoghi, le strade, le difficoltà, la pioggia, le giornate di sole ed i DOC che abbiamo visto con i nostri occhi».
Paolo e Lidia sono tornati. Non staranno fermi a lungo, potete giurarci.

Dalla Siberia a Ushuaia...

PAOLO PIROZZI è partito il 13 giugno 2010 da Misano. Ha attraversato Italia, Grecia, Bulgaria, Romania, Belgio, Nord Europa fino alla Russia: da Mosca ha viaggiato per tre settimane con un “ducatista” locale, attraversando la Siberia. Poi il Giappone, col tagliando a 24mila km., la Cina, la Malesia (partecipando all’Asian Ducati Week e facendo un giro di pista accanto al suo mito, Troy Bayliss). E ancora il Pakistan, prima di volare verso l’Australia. Da qui il passaggio in Canada e successivamente in Usa. Per la festa di compleanno, a Miami, Paolo ha ricevuto da Ducati una grande sorpresa: sua mamma è volata fino in Florida per festeggiare insieme a lui. A Las Vegas era già così popolare che dopo il suo passaggio l’8 novembre verrà festeggiato come il “Paolo Pirozzi Day”. Poi il Messico, con qualche giorno di riposo, e ancora Costarica, Honduras, Panama, Colombia, Perù, Cile, Argentina fino alla Terra del Fuoco e all’approdo a Ushuaia, la città più a sud della Terra. Poi di nuovo l’Europa, con tappe a Londra, in Francia, Portogallo, Marocco e Spagna, rientrando in Italia fino al traguardo di Imola. Ora Paolo sta già progettando una nuova avventura. In Ducati, ovviamente.

L'Informazione di Bologna, 6 giugno 2011

domenica 29 maggio 2011

IL FORREST GUMP DELL'HANDBYKE


di Marco Tarozzi

Se volete un’idea delle storie che può regalare una manifestazione come Happy Hand, la grande festa dello sport che non conosce barriere in cartellone a Ponte Rivabella da venerdì a domenica prossimi, fatevi raccontare quella di Norberto De Angelis. Uno che a quarantasette anni avrebbe un passato pieno di vite da rileggere, se solo ne avesse tempo. Invece lui non può: vive intensamente il presente, costruisce il futuro con entusiasmo.
Norberto, da ragazzo, aveva tutto. Un fisico e uno spirito da sportivo, il talento per emergere. Aveva iniziato nell’81 col football americano, quasi per gioco, e sei anni dopo era campione europeo con la maglia numero 99 della Nazionale italiana. Meritandosi un posto nella Hall of Fame della Fiaf. Linebacker con una brillante carriera tra Panther Parma, Seaman Milano, Towers Bologna. Restò una stagione, il ‘91, nella nostra città.
Norberto aveva tutto, ma cercava altre risposte dalla vita. Le trovò in Africa, dove scelse di ripartire facendo volontariato per una onlus bolognese. In Tanzania, però, lo aspettava un incrocio maledetto col destino. Un incidente d’auto da cui uscì dopo quattro mesi di coma. E senza più l’uso delle gambe. Ma Norberto, in Africa, aveva già imparato a leggere con uno spirito nuovo anche le storie più drammatiche. Compresa la sua. E oggi non ha cambiato idea su quell’esperienza.
«In un posto isolato da tutto, dove non passa anima viva, capitò dieci minuti dopo l’incidente un medico italiano, che aveva a bordo del suo fuoristrada una bombola di ossigeno. Mi ha salvato da un blocco respiratorio. Credo ci sia un disegno del destino, in questo, anche se è molto più grande di me».
Uno così non poteva accettare di subìre la vita. O di viverla ai margini. Voleva e doveva dare un seguito alla sua storia di atleta, anche per lanciare un messaggio. «Lo sport aiuta a vivere, a sognare. A uscire dalle mura di casa, anche quando possono sembrare un rifugio ideale contro le avversità della vita. Invece no, bisogna reagire».
Lui lo ha fatto. Costruendo un’impresa che due anni fa lo ha portato alla ribalta. E realizzando un sogno di libertà. Niente di meglio che la Route 66, la strada che ha inculcato negli americani il senso del viaggio, la linea d’asfalto tracciata nel 1926 tra Chicago e Los Angeles, e che ha ispirato Jack Kerouac nei suoi viaggi sulla strada, per dare un senso alla passione di Norberto. Che ha affrontato la “mother road” in handbike. «Non è stata una passeggiata di salute: 3800 chilometri tra rettilinei infiniti, salite e discese, vento a raffiche e acquazzoni improvvisi. Ottanta giorni, da fine aprile ametà luglio del 2009, e alla fine la certezza di essere stato l’unico al mondo ad aver completato un viaggio del genere, spesso correndo di notte per trovare una temperatura ideale. Cosa mi ha ispirato? Avete presente quando nel film Forrest Gump il protagonista dice “io corro come il vento che soffia”? Ecco, così volevo essere io. E se ancora oggi, due anni dopo, la mia storia può essere un esempio, sono felice di raccontarla».
Lo farà a Happy Hand. Un adelle ragioni per non mancare all’appuntamento.

L'Informazione di Bologna, 30 maggio 2011

sabato 28 maggio 2011

UN BOLOGNA CHE ASSOMIGLI A BISOLI


di Marco Tarozzi

Passione e appartenenza. Due parole che ricorrono spesso, nel giorno del debutto di Pierpaolo Bisoli nel mondo rossoblù. Normale, perché il suo Bologna dovrà partire da questi stati d'animo per crescere e fare strada. Sono il suo credo, la sua stessa vita.
La passione lo ha spinto ad attraversare i prati del pallone, fin da giocatore, partendo dal suo Appennino quando ancora tutti lo chiamavano Bisòli, accento sulla “o”, quasi che scendendo a rotta di collo, con entusiasmo e voglia di arrivare, la corsa dell'accento sia stata più lenta di quella del cognome. Dove ha giocato, ha lasciato bei ricordi. E quel senso di appartenenza, appunto, che gli ha sempre permesso di servire la squadra alla sua maniera, anteponendo il noi all'io. In campo non è mai stato l'uomo con più talento. Quasi sempre quello con più cuore.
Il Bologna che Bisoli vuol costruire dovrà assomigliargli. Arrembante, affamato, altruista. Un gruppo di carattere, di quelli che lasciano comunque la firma, nei giorni felici e in quelli da dimenticare. Ha le sue idee, e un pugno di nomi li ha già indicati a Bagni, “fedelissimi” che in rossoblù, se c'è Bisoli, verrebbero di corsa. Ma non ha messo paletti, nemmeno quando per qualche ora si è trovato nella posizione dell'acrobata da circo, in volo senza rete tra Cellino e Guaraldi.
Ha detto tanto di sé, questo solido uomo d'Appennino, ma anche se non avesse parlato lo avremmo capito dall'espressione degli occhi. Quella di chi voleva questa occasione, nella società in cui avrebbe dovuto iniziare a giocare da professionista oltre vent'anni fa, se il destino non avesse avuto altri disegni. In questa corsa alla panchina era partito da dietro. Niente pole position, ma evidentemente qualcosa doveva presagire se sei mesi fa ha scelto di scendere dalla sua Porretta per sistemarsi al Meloncello. Due passi dal Dall'Ara, la frequentazione di Casteldebole per seguire Dimitri e Davide, che provano a seguirne le orme. L'aria di casa, insomma, la respirava da un po'. Con discrezione e con mille speranze.
Pierpaolo Bisoli prova ad essere profeta in patria, e parte subito sfatando certe dicerie che l'esperienza di Cagliari ha alimentato. Niente acredine verso i “vecchi”, che sono un patrimonio. Purché non si sentano più uguali degli altri. Non è il caso di Bologna: qui l'uomo-simbolo, di questi tempi, si sente il peggiore di tutti. E il vero nodo è proprio questo. Uno come Marco Di Vaio a Bisoli farebbe comodo, anche come persona. Ma il capitano è un'ombra: tra rimorsi e imbarazzi, medita un addio più che possibile. Nel caso, il timoniere dovrà costruire il suo gruppo senza contare sulla bandiera delle ultime stagioni.

L'Informazione di Bologna, 28 maggio 2011

(foto di Rossella Santosuosso)

giovedì 26 maggio 2011

MONIQUE, IL SOGNO POSSIBILE


di Marco Tarozzi

Saranno in tanti, a ricordare che le barriere sono fatte per essere infrante. Di più: che sono uno stato mentale, e le loro storie sono messe lì proprio per dare l’esempio. Ci sono le medaglie, è vero, ma c’è soprattutto la forza di convincere il prossimo. Di far capire che lo sport è una porta d’uscita che affaccia sul mondo, soprattutto per chi, dopo un incrocio sbagliato col destino, pensa di aver perso futuro e speranze.
Saranno in tanti, questi campioni di sport e vita, dal 3 al 5 giugno a “Happy hand”. Tre giorni di sport e divertimento, recita il logo sul sito ufficiale (www.happyhand.it, vale la pena farci un giro, per capire il senso dell’evento), in programma a Monte San Pietro. O più precisamente a Ponte Rivabella, in un palasport che porta il nome di un signore dello sport, Jesse Owens.
Saranno in tanti, sicuro: da Beatrice Vio, piccola regina della scherma, a Norberto De Angelis, a cui un incidente ha tolto la gioia di essere un fuoriclasse del football americano (ha giocato anche a Bologna, nei Towers), facendogli nascere il senso dell’impresa in handbyke. Da Silvia Veratti, regina bolognese dell’equitazione, ai ragazzi di Overlimits di Marco Calamai.
E poi ci sarà lei. La madrina dell’evento. Monique Van der Vorst, olandese ventiseienne che ormai viene catalogata, semplicisticamente se vogliamo, alla voce “miracolati”. Anche se ha i contorni di una favola, la sua è una storia di volontà. È stata l’atleta paralimpica dell’anno 2009, ha conquistato due argenti sulla sua handbyke alle Paralimpiadi di Pechino. E un giorno, dopo tredici anni di sedia a rotelle, ha ritrovato l’uso delle gambe. Dopo una caduta in allenamento, strano e meraviglioso contrappasso.
Monique ha ripreso a correre. Alla maratona di Roma, lo scorso marzo, aveva il pettorale numero uno. Non sarà a Londra 2012, ma ha inizato una nuova vita da atleta. «Il mio sogno, adesso, è quello di diventare competitiva in maratona. So che le Olimpiadi sono un miraggio, ma nella mia vita ho imparato anche che i sogni si avverano. Ed è questo il mio messaggio: nella vita bisogna cercare di restare positivi, anche quando sembra che il mondo ti cada addosso. Chiunque può vincere la sua battaglia».
Lei l’ha vinta. E viene a raccontarlo a Ponte Rivabella. Per questo vale la pena esserci, ad Happy Hand. Per questa storia, per altre mille storie.

L'Informazione di Bologna, 26 maggio 2011

martedì 10 maggio 2011

GIGI SIMONI, UN'ALTRA SCOMMESSA VINTA


di Marco Tarozzi

Ci ha messo l’esperienza, e molto altro. La faccia, soprattutto. Perché Gigi Simoni da Crevalcore è la parte buona del calcio. Uno che ha fatto della serietà una ragione di vita, in un mondo dove non sempre funziona così. Per questo il suo Gubbio è stato una scommessa vinta. Squadra fatta di giovani, a costo quasi zero, appoggiati lì dai piani alti perché farli giocare in una società che dà garanzie è un investimento per il futuro. Tutti felici e contenti, alla fine: soprattutto il Gubbio, che in due stagioni è salito dalla Seconda Divisione alla B.
Gigi Simoni, lo avrebbe detto a inizio stagione?
«No davvero. Sono d’accordo, abbiamo vinto una scommessa. La scelta l’abbiamo fatta un po’ per necessità e un po’ perché crediamo davvero nella valorizzazione dei giovani. Nella nostra categoria bisogna stare attenti alle spese, puntare sull’esperienza di giocatori magari scesi da un calcio più nobile non sempre paga. Noi abbiamo ragazzi il cui stipendio è in parte pagato dalle società di appartenenza, che hanno bisogno di farli giocare. Così, diventano indipendenti a bilancio. Poi, certo, cerchiamo anche equilibrio: abbiamo anche cinque o sei giocatori intorno ai trent’anni. Il nucleo storico, diciamo così».
Quanto conta spendere il nome di Simoni, quando si va in cerca di giovani talenti?
«Sia io che Torrente, il nostro tecnico, abbiamo tanta Serie A alle spalle. Le società ci conoscono, sanno di mettere i loro ragazzi in buone mani. E adesso devo dire che c’è la fila, per prestare giocatori al Gubbio».
Solo che in Serie B sarà un’altra cosa.
«Fino a domenica scorsa non ci pensavamo, lo giuro. Ora ci siamo. È vero: lì ci sono giocatori e squadre scesi dalla A, cambia anche l’approccio. Di questo si dovrà parlare, a fine stagione. Chi resta, affronterà il problema».
Di sicuro non resterà Torrente.
«Deve decidere il suo futuro. Ma nemmeno io so se resterò».
Questa è già una mezza novità.
«Diciamo che dopo due anni così, qualche alternativa me l’hanno proposta. Ma è un fatto che a Gubbio sto bene, la gente apprezza quello che faccio. Venivo qui a fare il ritiro precampionato col Napoli, mi sono fatto tanti amici e per loro ho accettato di tornare in corsa. Ho detto no due volte, alla terza ho ceduto al richiamo del mestiere che ho fatto per tutta la vita. Ma ci tengo a dire che c’è gente che ha fatto molto più di me, in questa cavalcata. Penso al ds Giammarioli, allo stesso Vincenzo Torrente, un tecnico preparatissimo. Al di là di quello che può fare uno nel mio ruolo, penso sia servita anche l’immagine che ho dato. Magari qualcuno ha pensato: se c’è Simoni, c’è serietà. E per me è un gran bel risultato».
Nell’elenco dei suoi successi, questa doppia promozione che posto merita?
«Aggiungendo queste due, sono in doppia cifra con le promozioni. E certo, ci sono altri ricordi felici. La Uefa con l’Inter, che mi ha dato risalto internazionale. Ma io le mie gioie le metto tutte allo stesso livello. Dentro le emozioni sono le stesse, intensissime. Domenica scorsa il primo abbraccio è stato per il presidente Marco Fioriti, un amico vero. E in quel momento avevo le lacrime agli occhi, proprio come quando abbracciai immediatamente il mio allenatore in seconda, a Parigi dopo il trionfo con l’Inter».
La più bella soddisfazione di queste due annate?
«Aver portato cinquemila persone allo stadio in un paese che ne fa 17mila, e poco più di 30mila se contiamo tutto l’hinterland».
Sta seguendo le sorti del Bologna?
«Resta sempre nel mio cuore. Sono un bolognese, orgoglioso di esserlo. Ho sofferto per quello che è successo prima di Natale, e mi è anche dispiaciuto per Colomba, un allenatore e un uomo in gamba. C’è stata confusione, a un certo punto avevo anche perso il filo. Ci sta: è una città padana e ogni tanto cala la nebbia e si perdono di vista molte cose. Ma Malesani, che è un ragazzo preparato, non un improvvisatore, ha fatto un gran lavoro. Ora, con la nuova dirigenza, spero che società e squadra trovino l’equilibrio giiusto per guardare al futuro con serenità».
Come fa il Gubbio?
«Noi la nostra parte l’abbiamo fatta».

GIGI SIMONI è nato a Crevalcore il 22 gennaio 1939. Da giocatore ha giocato (centrocampista) per Mantova, Napoli, Torino, Juventus, Brescia e Genoa. Nel ‘74, a fine attività, ha iniziato la carriera di tecnico. Da allora ha guidato 16 squadre, ottenendo tantissime promozioni. Dalla B alla A con Genoa (‘76 e ‘81), Brescia (‘80), Pisa (‘85 e ‘87), Cremonese (‘93) e Ancona (2003). Promosso anche nel ‘92 con la Carrarese, dalla C2 alla C1. A queste vanno aggiunte i due salti di categoria consecutivi ottenuti da Dt del Gubbio: dalla Seconda Divisione alla Prima Divisione la scorsa stagione, in B quest’anno. I suoi momenti d’oro sono legati alla panchina dell’Inter: nel ‘97/98, oltre al secondo posto in campionato, ha conquistato la Coppa Uefa a Parigi, battendo la Lazio in finale per 3-0

L'Informazione di Bologna, 11 maggio 2011

giovedì 5 maggio 2011

SANT'ANTONIO, DOVE IL CALCIO E' UNA FAVOLA


di Marco Tarozzi

Nemmeno settecento abitanti. Dodici chilometri dal comune di riferimento, Medicina. Da lì si parte per una strada che è una linea tirata dritta in mezzo ai campi. Si chiama Via del Canale, poi diventa via Sant’Antonio. Ci arrivi all’improvviso, ancora più a sorpresa se ti capita di farlo in mezzo a una di quelle serate autunnali, fatte di nebbia che si spalma sulla pianura. Argini, campi. Galaverna e freddo nelle ossa.
In mezzo a questa Bassa padana senza confini, senza ombre, quasi senza tempo, con i colori diluiti delle fotografie di Luigi Ghirri e delle parole di Gianni Celati, c’è una favola che scalda i cuori e accende la passione. Una storia di calcio che sembra uscire dal passato, e invece è ben radicata nel presente e viaggia sicura verso il futuro. C’è una squadra che appena un anno fa sembrava uscita da un miracolo, mentre festeggiava il passaggio dalla Prima Categoria alla Promozione. E che oggi, meno di dodici mesi dopo, ha raddoppiato, ha meravigliato, ha stravolto schemi e gerarchie.
Il Sant’Antonio è in Eccellenza. Suona bene, e fino a poco tempo fa suonava impossibile. Ma anche le storie incredibili, anche le favole hanno bisogno di fondamenta solide. E questa squadra le ha. Dietro l’impresa, firmata da un tecnico fuori dagli schemi ma sveglio e preparato da far paura, e dai suoi uomini che hanno saputo condividere la sua visione del calcio, c’è una società che programma, che ci crede, che si batte e si sbatte. Barbara Antinori, presidente, e Pino Renzi, direttore generale. Marito e moglie, nella vita. Una passione che li fa volare, in questi giorni. Che li ha ispirati in questi anni.
«Quando siamo arrivati qui c’erano stati presidenti storici che avevano ricostruito la società. Gente come Francesco Subini o Fausto Barilli. Qualcuno deve aver pensato: adesso arrivano questi da Bologna, ma quanto dureranno? Si stancheranno in fretta. Invece siamo ancora qui. Io da quattro anni vivo immersa in questa realtà, giro la provincia in cerca di contributi, aiuti di ogni tipo. Non abbiamo un main sponsor, da noi chi dà 100 è coccolato come chi dà 1000, sono tutti importanti. Un anno fa siamo saliti in promozione e dissi che avremmo fatto festa se ci fossimo salvati. Ora siamo qui a pensare all’Eccellenza che verrà, e sono sincera quando dico che non ce l’aspettavamo».
Risposta a chi ha sempre detto che una squadra così era destinata a fare bene. «Storie. Certe alchimie non sono automatiche. Sicuro, abbiamo lavorato, cercato fondi, ricostruito la squadra. Ma il risultato non era scontato. I meriti sono di tutti, a cominciare da Emanuele Righi, il nostro tecnico. Lui a questa squadra ha dato una vita e un senso. Non so ancora se deciderà di restare, ce lo farà sapere a metà maggio. So che per lui è una decisione difficile, ma lo aspettiamo, perché per noi è molto più di un allenatore. È un dirigente, un uomo del Sant’Antonio. Se rimane, può decidere che ruolo avere, è la nostra prima scelta». Pensare che per novanta minuti è stato anche esonerato, da primo in classifica. «Una giornata incandescente. Io e lui ci scontrammo prima di una partita. Parole forti. Poi tutto è rientrato, ma quel giorno a Sant’Antonio abbiamo fatto un bel po’ di cinema».
Il futuro arriverà. Ora c’è la gioia, da vivere sottotraccia perché qui si respira ancora l’aria della tragedia del Venerdì Santo, quando un’auto impazzita ha devastato una famiglia. Qui ogni emozione, ogni momento, è di tutti. Il dolore come la festa, e allora chi festeggia sa di dover tenere un profilo più basso. Per rispetto. Ma anche in questo il pallone può regalare conforto. «Felicità è vedere il campo pieno di tifosi, perché qui tanti anziani hanno giocato in quarta serie, questa è la Bassa di Giacomino Bulgarelli, si respira calcio. Sono tornati sugli spalti anche i presidenti storici. È la vittoria più bella».

NEL CUORE DELLA BASSA
Sant’Antonio, detta anche “della Bassa Quaderna”, dal nome del torrente che passa di qui, è una frazione di Medicina di neppure 700 abitanti. Nata intorno all’oratorio dedicato al santo, abitata da braccianti, mondine, scariolanti che fuori chiamavano “quii dal Fònd d'la Busa”. Ma quella di oggi è un’altra storia. La squadra di calcio, fondata nell'ormai lontano 1929, è reduce da due promozioni in fila. Per rimodernare il campo da calcio, attorniato dai silos, la società ha stanziato 65mila euro. Copertura della tribuna, nuova sede sociale. E ora sarà il Comune di Medicina a iniziare i lavori per l’ampliamento degli spogliatoi.

L'Informazione di Bologna, 5 maggio 2011