mercoledì 10 maggio 2017

CLARENCE DEMAR, CUORE DI MARATONETA




Marco Tarozzi

Quando gli spiegarono che il suo non era un cuore adatto alla corsa, Clarence DeMar pensò che la vita è davvero strana, pronta a toglierti quello che ti ha appena dato. Ma come, proprio a lui che a ventidue anni aveva appena mostrato il proprio talento, debuttando alla Boston Marathon con un secondo posto alle spalle del canadese Fred Cameron? Proprio a lui che aveva iniziato a correre ancora bambino, a sette anni appena, per andare e tornare da scuola? Sì, proprio a lui. Destino maledetto.

Era il 1910, e quel medico era stato chiaro: soffio al cuore, percepito dopo un controllo di routine. Il consiglio? Fermarsi, per non prendere rischi inutili. Solo che per Clarence la corsa era molto più che uno svago. Era passione, vita. E un anno dopo, con tutti quei dubbi nella testa, decise di ripresentarsi al via di quella maratona di cui si era innamorato, e sulla linea di partenza i medici della corsa, che conoscevano la situazione, gli ricordarono che in caso di affaticamento avrebbe dovuto ritirarsi immediatamente, e quasi certamente rinunciare a qualunque altro sforzo in futuro.

La risposta fu limpida. Clarence DeMar fu il vincitore dell’edizione 1911 della Boston Marathon, per di più col record della gara, 2:21:39. E fu soltanto l’inizio. In diciannove anni, l’avrebbe vinta sette volte in tutto. Un record che nessuno, dopo, avrebbe più neppure sfiorato. E quella corsa, la “sua” corsa, l’avrebbe chiusa da “finisher” in tutto trentanove volte. L’ultima nel 1953, a sessantacinque anni.

DI CORSA CONTRO IL DESTINO

Clarence era nato a Madeira, Ohio, da una famiglia che aveva attraversato l’oceano. Origini francotedesche. Aveva otto anni quando il padre gli morì davanti agli occhi, e presto fu costretto a improvvisarsi venditore ambulante nei paesi vicini, per dare una mano a mamma che in qualche modo sfamava lui e cinque fratelli più piccoli. Far visita ai clienti gli servì per coltivare ancora quella passione per la corsa. Da una casa all’altra, da un paese all’altro. Tutti i giorni, per tutto l’anno.

A dieci anni si spostò ad Est con la famiglia, e venne ammesso alla Farm & Trades School, scuola per ragazzi indigenti sulla Thompson Island, di fronte al porto di Boston. Lavorava duro e trovava sempre e comunque il modo di ritagliarsi uno spazio per la corsa. Si trovò separato dalla famiglia, imparò a fare della solitudine una forma di forza interiore. Aveva fegato e tenacia, non accettava il destino senza combattere.

Aveva iniziato a gareggiare nel cross ai tempi del college, ma preferì interrompere il suo sogno quando trovò un lavoro da apprendista in una tipografia. Imparava un mestiere, aiutava la famiglia e per dar sfogo alla passione gli bastava allenarsi alla vecchia maniera: avanti e indietro dal posto di lavoro. Era tutto lì il suo programma di allenamento, giorno dopo giorno.

Intanto studiava di notte, frequentava scuole serali. Ottenne la laurea di primo grado alla Harvard University, frequentò con successo un corso post-laurea alla Boston University. Nel frattempo, Boston aveva imparato a conoscerlo. Con quelle due fiammate nella maratona più antica del mondo: secondo nel 1910, al debutto, primo a tempo di record nel 1911.

Dopo quel successo, Clarence era divento uno dei maratoneti più forti degli Stati Uniti. E infatti andò a rappresentarli a Stoccolma, nel 1912. Un viaggio-premio, per uno che non aveva frequentato scuole di corsa. Un self-made-man che gareggiava nel più puro spirito dilettantistico. Finì con un dodicesimo posto nella maratona olimpica, e poi con quel suo spirito libero che non accettava compromessi parlò senza timori dei metodi dittatoriali con cui lo staff della Nazionale di atletica controllava e decideva il metodo di allenamento dei suoi uomini, affermando che avevano danneggiato la squadra. Non si preoccupò delle conseguenze, anche perché subito dopo le Olimpiadi troncò di netto la sua carriera atletica e sparì da tutti i radar, e dai taccuini degli esperti.

La sua tenacia, in quel momento, lo convinse a mettere davanti a tutto lo studio. Nel 1915 mentre lavorava in una tipografia a Boston, riuscì a laurearsi in discipline umanistiche ad Harvard.

La storia del DeMar maratoneta avrebbe anche potuto chiudersi così: una vittoria a Boston, una partecipazione alle Olimpiadi. Nemmeno poco, a pensarci.

IL RITORNO DEL CAMPIONE

Invece, ecco tornare fuori tutta la passione. Sul finire della prima guerra mondiale, e per di più in Europa. Quando Clarence arrivò a St. Armand, in Francia, non si sparava più. Era il 1919, di lì a poco fu trasferito a Coblenza, in Germania. E finalmente potè riprendere a dedicarsi alla corsa. Gareggiò ai trials per i Giochi Interalleati, tra le forze che avevano vinto la guerra. Finì quarto nei 10mila metri, si qualificò per la squadra americana senza partecipare all’atto finale della manifestazione. Ma la fiamma era riaccesa.

Rientrò in patria, riprese ad allenarsi con regolarità, ma per il grande ritorno attese ancora qualche anno.

Era il 1922 quando si ripresentò sulle strade della gara più amata. La Boston Marathon. Erano passati undici anni da quella prima vittoria, in mezzo c’era stata una guerra. Ma Clarence era carico a mille, affamato di corsa e di gloria. Vinse in 2:18:10, nuovo primato della gara. “Mister DeMar-athon” era tornato davvero a casa, e nessuno avrebbe più potuto fermarlo.

Aveva trentaquattro anni, Clarence. “Ormai”, verrebbe da dire. Non fosse che per lui la leggenda stava appena iniziando. Insieme ai suoi anni più fecondi da runner. Tornò a Boston nel 1923 e vinse ancora. Nel 1924 sulle strade che portano tradizionalmente da Hopkinton a Copley Square andarono in scena gli US Trials, e ancora una volta DeMar non lasciò scampo agli avversari. Nessuno aveva mai trionfato in quella classica tre volte di seguito. Così il Boston Globe raccontò, il giorno dopo la sua vittoria: “Non riusciva a contenersi nella sua azione, e all’altezza di Beacon Street non aveva più nessuno accanto, o nelle vicinanze, se non un cane uscito di corsa da un cortile che lo accompagnava nella sua corsa vincente… Non poteva essere battuto e la domanda a quel punto era in quanto tempo avrebbe terminato. Ha chiuso in mezzo a un tifo selvaggio, nel sensazionale tempo di 2 ore, 29 minuti, 40 secondi e un quinto… DeMar si è assicurato un posto importante ai Giochi Olimpici di Parigi”.

Il campione tornò in Europa. A Parigi lo aspettava la sua seconda Olimpiade. Questa volta, a trentasei anni, era nel pieno della forma. Valeva il podio e andò a prenderselo in una giornata talmente calda da costringere gli organizzatori a rinviare la partenza, e parecchi atleti ad abbandonare la gara. Ebbe la meglio Albin Stenroos, finlandese, in 2:41:22, tempo che la dice lunga sulle condizioni climatiche affrontate dai concorrenti. L’italiano Romeo Bertini fu secondo in 2:47:19. DeMar andò a prendersi il bronzo in 2:48:14, a meno di un minuto dall’azzurro. Nell’Olimpiade di Paavo Nurmi, di Harold Abrahams ed Eric Liddell, anche lui riuscì a trovare una medaglia e un momento di gloria.

A Boston tornava (e a lungo sarebbe tornato) a raccogliere l’abbraccio della sua gente, senza più spezzare il filo che lo legava alla grande corsa. Nel 1925, anno post olimpico, fu secondo alle spalle di Charles Mellor. Poi, nei due anni seguenti, infilò una serie di vittorie a Baltimora, Philadelphia, Port Chester, ancora Baltimora e finalmente, nell’aprile del 1927, di nuovo Boston. Quinta vittoria, e la sesta sarebbe arrivata l’anno successivo, ancora una volta a regalargli un posto alle Olimpiadi. Ad Anversa, sua terza partecipazione ai Giochi, finì ventisettesimo pagando una giornata di vento gelido e pioggia. E forse anche l’età, che ormai si avvicinava ai quaranta.

IL RE VETERANO

Qualcuno pensò che DeMar avesse infilato il viale del tramonto. Qualcuno che non aveva fatto i conti con la sua tempra d’acciaio. Certo, i tempi erano cambiati: Clarence si era sposato, era diventato professore di tipografia e storia industriale alla Keene Normal School, si occupava dell’educazione dei boy scouts di Camp Zakelo, sul Long Lake, in Maine. Ma non aveva smesso di tenersi in condizione a modo suo. Ogni settimana raggiungeva Keene, nel New Hampshire, correndo, camminando e facendo l’autostop: ed era un viaggio da novanta miglia ogni volta…
Insomma, era ancora “Mr. DeMar-athon” quello che si presentò al via della Boston Marathon nel 1930. E alla bella età di quarantun’anni poteva ancora concedersi il lusso di vincerla. In 2:34:48, e per la settima volta. Nessuno aveva mai scritto il suo nome nell’albo d’oro a quell’età. Nessuno ci sarebbe mai riuscito dopo. Il modo migliore per consegnarsi alla storia.

E le famose disfunzioni? DeMar morì nel 1958, settantenne, per un cancro allo stomaco. Cinque anni prima aveva concluso la sua ultima Boston Marathon. Negli anni della gloria aveva aderito alle ricerche harvardiane sugli effetti dell’allenamento e contribuì alla comprensione della fenomenologia del cuore d’atleta. Il suo era più grosso della norma, ma se nel 1911 gli consigliavano di fermarsi perché questo sembrava deleterio, già negli anni Venti la differenza tra il cuore di un atleta e quello di un sedentario era chiara. Il cuore di Clarence era qualcosa di più: batteva nel petto di un Campione.

("The Storyteller", Runner's World, marzo 2017)