giovedì 26 marzo 2026

CIAO BEPPEGOL

La prima maglia rossoblù, comprata al “caccia e pesca” di via del Barroccio. Farlocca.
Ci feci cucire un numero 9 bianco dalla nonna.
Era brutta forte, ma del resto ero un centravanti scarso.
Al campo grande di via Cellini, però, non mi sentivo solo.
Eravamo quaranta ragazzini scatenati.
Almeno venticinque avevano il numero 9 sulle spalle.
Eravamo tutti Beppegol.
Anche quelli che non vedevano la porta. Come me.

Ciao campione della mia adolescenza.
Ti ho spedito da poco quell’ultimo giornale.
Da qualche parte ti arriverà.


martedì 10 marzo 2026

ASTON VILLA, DAL CRICKET AL FOOTBALL

 

L'Aston Villa con la FA Cup del 1895

A fondare il club furono quattro atleti di un’altra disciplina. Ma poi, in un secolo e mezzo, ha vinto sette titoli nazionali, altrettante Coppe d’Inghilterra e la Coppa Campioni 1982

 

di Marco Tarozzi
BOLOGNA 

A loro interessava il cricket, ma di passare le giornate nell’angolo fumoso di un pub di Birmingham, a stagione finita, non avevano nessuna voglia. Così, un giorno di marzo del 1874, Jack Hughes, Frederick Matthews, Walter Price e William Scattergood decisero che giocare a football sarebbe stato un ottimo modo per tenersi in forma tra la fine della stagione e l’inizio del successivo torneo. Fu così che, dodici anni dopo la nascita del Notts County, club antesignano del calcio inglese, diedero vita all’Aston Villa Football Club. E presto scesero in campo in una sfida fuori dagli schemi: giocatori di cricket contro rugbisti, quelli dell’Aston Brook St. Mary, mescolando le regole: primo tempo con la palla ovale, secondo con quella rotonda. Finì 1-0, perché con la prima nessuno era andato in mèta.

CAPITANI. La prima casa dell’Aston Villa fu Parry Barr, il cuore della squadra era scozzese. Proprio come i due capitani che misero in bacheca i primi trofei: George Ramsey fu il trascinatore nella conquista della Birmingham Senior Cup, nel 1880, Archie Hunter sollevò sette anni dopo una coppa ancora più pesante, la FA Cup. Anche William McGregor, dirigente del club, era scozzese: fu lui a progettare un vero e proprio campionato nazionale, e col sostegno di Blackburn Rovers, Bolton Wanderers, Preston North End e Stoke FC, e poco dopo anche quello di Accrington, Burnley, Derby County, Everton, Notts County, West Bromwich Albion e Wolverhampton Wanderers, a dar vita alla Football League. Fondata, dunque, dagli uomini dell’Aston Villa.

LEGGENDA. George Burrell Ramsey fu molto più del capitano del primo storico trionfo. Nel 1884, dopo otto anni passati in campo, diventò “secretary” del club: di fatto l’allenatore, così definito perché alla guida di una commissione tecnica. Restò al timone la bellezza di quarantadue stagioni, fino al 1926, guidando il Villa in 1184 partite e conquistando sei campionati nazionali, altrettante FA Cup e quindici Birmingham Senior Cup. Nel 1899, con già due titoli inglesi alle spalle e un seguito di tifosi ormai incontenibile, la società si dotò di un impianto di proprietà: sul terreno dell’Ashton Lower Grounds vide la luce il Villa Park. In tempo per festeggiare il primo “double” (campionato più FA Cup) conquistato nel 1898.

ANNI DI GLORIA. Sarebbe diventato il campo più vincente in Inghilterra, restando tale per quasi un secolo e consegnando alla storia del calcio i suoi eroi: capitani come John Devey e Howard Spencer, “the Prince of full-backs”, come Joe Bache e “Happy Harry” Hampton. Fino a Billy Walker, forse il più grande di tutti i tempi, in campo dal 1919 al 1933 prima di diventare manager di Sheffield e Notthingham Forest. Eppure dopo la FA Cup del 1920, la sesta nella storia del club, dovettero passare trentasette anni prima di riaprire la bacheca per collocarci la settima, del 1957, con Eric Houghton al timone.

TRONO D’EUROPA. Poi, la caduta, fino alla Third Division nel 1969-’70. Seguita da una rinascita, con Pat Matthews proprietario e Doug Ellis presidente, culminata nella conquista dello scudetto nel 1980-’81: il settimo e ultimo, proprio come recita la storia del Bologna. A seguire, il trionfo più brillante: nella Coppa dei Campioni 1981-’82 il debuttante Aston Villa, claudicante in campionato, mise fuori causa Dinamo Berlino, Dinamo Kiev, Anderlecht e nella finale di Rotterdam il Bayern Monaco di Rumenigge, Breitner e Dremmler. Nigel Spink, portiere di riserva che in cinque anni aveva collezionato una sola presenza, sostituì l’infortunato Rimmel dopo nove minuti, e parò tutto il parabile. Bastò una rete di Peter Withe a far entrare il Villa nella storia.

RINASCITA. Sull’onda del trionfo, arrivò la Supercoppa Uefa dell’83, ma di lì a poco anche la retrocessione in Second Division, nell’87. Un anno per risalire, e nel ’92 il Villa finì al secondo posto nella neonata Premier League. In bacheca, negli anni Novanta, ancora due Coppe di Lega, e all’inizio nel nuovo millennio l’Intertoto del 2001. Poi la società è diventata “americana”: Randy Lerner, il nuovo proprietario, ha ricostruito poco alla volta, e nonostante l’ennesima caduta in Football League nel 2016 non ha interrotto il progetto. Nel 2019 il ritorno in Premier, poi il settimo posto del 2023 ed il quarto, con Unai Emery in panchina, un anno dopo. Riaperti i cancelli della Champions League, il Villa ha trovato sulla sua strada il Bologna, poi ha raggiunto i quarti. Ora il destino li fa incrociare di nuovo in Europa League. In un momento delicato per il club di Birmingham, con la squadra che si dibatte nei bassifondi della Premier e il recentissimo addio, fragoroso, del Ds Monchi, in rotta di collisione con Emery.

(Più Stadio)

 


giovedì 11 dicembre 2025

CELTA VIGO, ORGOGLIO DI GALIZIA

 

La formazione del 1923



Le avversarie del Bologna in Europa League

- 6a puntata -

Fu Manuel de Castro, affermato giornalista sportivo e allenatore, a ispirare l’unione dei due club preesistenti a Vigo nel 1923. Nel 1971 la prima Europa, nel 2000 la vittoria in Intertoto

 

di Marco Tarozzi

Benvenuti in un’altra Spagna. Niente coste mediterraneee, flamenco e paella, ma questa terra di nord-ovest chiamata Galizia, dove la musica è nel vento e nelle onde che si infrangono sulle rocce, sempre più in là fino a Cabo Fisterre, la “fine del mondo” che affascina. Spazi poco popolati, parchi, un’eco di cornamuse lontane perché questa è terra celtica da tempi lontanissimi. Vigo è la città più popolosa, pur non essendo nemmeno capoluogo di provincia: un porto immenso e di fronte un gioiello naturale come le Islas Cies, a pochi minuti di traghetto. C’è uno scenario quasi portoghese, e infatti Porto è a due ore di pullman. C’è Santiago de Compostela, mèta di milioni di pellegrini ogni anno, nemmeno cento chilometri più a nord. E c’è una squadra che è l’orgoglio degli appassionati, protagonista di appassionati derbies col Deportivo La Coruna: il Celta Vigo, team de “los Celestes”.



FONDATORE. A farla nascere, in una città che ha raccolto presto le suggestioni del calcio inglese, grazie a quel porto che è una finestra aperta sul mondo, serve l’intuizione di un uomo che sa fare molte cose: giornalista sportivo, fotografo, allenatore e selezionatore di squadre di calcio. Manuel de Castro, detto “Handicap”, è stato uno dei primi calciatori della Galizia, e già dal 1915 ha lanciato l’idea di una fusione tra i club cittadini, per costituire una società davvero competitiva. Non è uno qualunque: amministratore, caporedattore ed editorialista del quotidiano “Faro de Vigo”, ha fondato il periodico “Vida Deportiva”.  Alle Olimpiadi di Anversa, la rappresentativa spagnola che aveva debuttato conquistando la medaglia d’argento, era stata selezionata con una serie di provini al campo Coya di Vigo, e “Handicap” era nella triade che aveva fatto le scelte. È una voce autorevole, la sua, e viene ascoltata: il 12 luglio 1923 i dirigenti di Real Vigo Sporting e Real Club Fortuna fanno proprio il suo motto, “Todo por y para Vigo” (“tutto da e per Vigo”) unendosi e subito cercando il nome del nuovo club. Alla prima riunione escono parecchie alternative: Real Unión de Vigo, Club Galicia, Real Atlántic, Breogán, Real Club Olimpico. Ma la scelta finale le bypassa tutte: nasce il Real Club Celta, che richiama le radici di un popolo e di una cultura antichi. Il primo presidente è Manuel Bárcena de Andrés, il primo allenatore l’inglese Francis Cuggy. Negli annali resta la prima sfida amichevole contro i portoghesi del Boavista: una vittoria trionfale, 8-2.


Manuel "Handicap" de Castro

SALITA. Il colore sociale è rosso fuoco, ma di lì a un anno lascia il posto all’azzurro che ha chiari riferimenti galiziani, e creerà il mito de “los Celestes”. Subito arrivano tre successi nel campionato regionale della Galizia, e c’è spazio anche per i primi “derbies” col Deportivo La Coruna, che alimenteranno una storica rivalità, perché entrambi i club non si affacciano alle massime serie nazionali fino al 1928, l’anno in cui viene inaugurato lo stadio che sarà sempre casa per squadra e tifosi: il Balaidos, che in galiziano significa “campo libero”. La salita, per il Celta, dura fino al 1936, quando fatta incetta di titoli regionali arriva la storica promozione in Primera Division, fatica annullata dall’arrivo della guerra civile, che ferma anche lo sport.


Primi derby col Deportivo La Coruna

EUROCELTA. Il debutto arriva tre anni dopo, e da lì in avanti è un’altalena di cadute e risalite. Fino alla prima storica qualificazione in Coppa Uefa, nel 1971. L’Europa tornerà a entrare nella storia del club nella stagione 1998-’99, e da lì in avanti le buone prestazioni continentali (per esempio un anno dopo, con i quarti di Coppa Uefa raggiunti eliminando il Liverpool) gli varranno il titolo simbolico di “Eurocelta”, festeggiato con la conquista dell’Intertoto nel 2000, due anni dopo il Bologna.

La squadra con la bandiera della Galizia nel 1977



DRAMMA. In mezzo, il Celta Vigo ha vissuto anche uno dei giorni più tragici della storia del calcio spagnolo. Il 20 ottobre 1988 un tentativo di rapina nella sede, in pieno centro a Vigo, finì in modo drammatico: il Ds Joaquìm Fernandez Santomé, per tutti Quinocho, già bandiera in campo e anima della scelta del Balaidos tra le sedi del Mondiale ’82, reagì e fu pugnalato mortalmente, morendo pochi minuti dopo. I rapinatori furono arrestati pochi giorni dopo. Il complice che guidava la Vespa su cui erano fuggiti era stato “canterano” del Celta: aveva suggerito e pianificato il furto.

Sui giornali la notizia della morte di Quinocho



giovedì 15 maggio 2025

EROI DI UN MONDO NUOVO

 



Noi avevamo visto Savoldi volare più in alto di tutti. Si andava al Comunale pensando, anche nei momenti più difficili per il Bologna, che lui qualcosa avrebbe inventato. E quasi sempre succedeva. Ed era successo anche nelle uniche due occasioni in cui il Bologna era riuscito a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro della Coppa Italia. Nel 1970, in quell’anomalo gironcino finale, Beppegol aveva infilato due volte il pallone nella rete del Torino, e la truppa di Mondino Fabbri aveva alzato la Coppa. Nel 1974, all’Olimpico (quando si dice il destino), era stato ancora lui a raddrizzare una partita senza quasi più speranza, con quel rigore al minuto 90 che portò i rossoblù ai supplementari e poi ai rigori. Insomma, che cambiò il destino. Ma lì c’era stato anche lo zampino di Giacomino, il Capitano di lungo corso. Quelle immagini di Arcoleo che atterra Bulgarelli in area, della disperazione dei rosanero, dell’inflessibile decisione di Gonella, della freddezza di Beppegol e poi di un giovanissimo Eraldo Pecci, designato a battere il penalty decisivo, ci erano rimaste negli occhi. In bianco e nero.

Il nostro mondo è cambiato il 14 maggio. Sempre in quello stadio. Quello in cui nel 1964 i ragazzi di Bernardini si presero il settimo scudetto, e dieci anni dopo quelli di Pesaola alzarono la Coppa Italia. Mezzo secolo dopo, la bacchetta magica è passata nelle mani di un ex ragazzo di Sicilia, nato per necessità familiari in Germania, e lui l’ha usata mescolando arte e mestiere. Per questo ci piace metterlo in prima fila, anche se i protagonisti di questo trionfo, atteso così a lungo, sono tanti: Joey Saputo, il presidente che ha costruito con pazienza e razionalità, proprio come aveva fatto Dall’Ara nel decennio prima dell’ultimo scudetto; Giovanni Sartori, il miglior uomo-mercato del calcio italiano; Riccardo Orsolini, bandiera in tempo di bandiere ammainate; Lorenzo De Silvestri, “sindaco” da campo; Remo Freuler, colonna del centrocampo più tosto della Serie A; Dan Ndoye, arrivato finalmente a quei livelli in cui ci si può permettere di decidere le sorti di una finale. La società, dal primo all’ultimo uomo. La squadra, idem. E poi, il popolo rossoblù: quei trentacinquemila scesi fino a Roma, un esodo senza precedenti, e tutti gli altri che li hanno seguiti col cuore, riempiendo la piazza a fine partita.

Ma soprattutto lui. Vincenzo Italiano, l’allenatore che era arrivato con un fardello pesante sulle spalle, e – non dimentichiamolo – tra sussurri e mugugni. Doveva far dimenticare un passato recente e brillantissimo, e partiva con una specie di handicap, tre finali perse in due annate, e con l’eco delle ultime contestazioni a Firenze. Che poi, le finali si possono anche perdere, ma arrivarci non è da tutti. Però, ecco, in un colpo solo il timoniere ha sbancato: la Coppa Italia, e poi a cascata il Premio Bulgarelli, il Nettuno d’Oro. Prima o poi era scritto che avrebbe vinto, ma così è stato bellissimo. Qualunque cosa ci riservi il futuro, non dimentichiamo più questi momenti.

(mtar)


sabato 28 settembre 2024

NEL PAESE DI GIACOMINO


 

“Mi piace la campagna, in fondo ci sono nato. Se studiassi agraria, potrei fare il contadino con basi scientifiche, moderne. A Portonovo ci sono le zanzare, a Bologna c’è la nebbia e molto freddo. Eppure non c’è altra campagna al di fuori di Portonovo dove io vorrei stare, e non c’è altra città oltre a Bologna dove vorrei andare”.
Giacomo Bulgarelli


Benvenuti a Portonovo, quindici chilometri da Medicina, un punto smarrito nella Bassa dove è nato l’ultimo gigante rossoblù. Ieri avrebbe festeggiato le ottantadue primavere, Giacomo Bulgarelli, se non se ne fosse andato troppo presto. Ma se venite qui, a camminare in un pomeriggio d’ottobre dentro una storia di paese e di margine, troverete mille dettagli che parlano ancora di lui. Magari, proprio come Giacomino da bimbo, avrete la fortuna di vedere un “saiano”. Dicono che non esista, un animale così; ma se lui lo ha incrociato, non può che essere stato in questa campagna.

MONDO PICCOLO. Portonovo ha un cuore antico. Fu fondata nel 1334, quando fu costruito il “Canale di Trecenta”, il tratto navigabile di Buda che portava le merci verso Ferrara e Modena. Un porto nuovo, appunto: per questo la strada che arriva dentro al paese è una sottile linea grigia: dalla San Vitale quattro chilometri dritti verso Buda, una curva ad angolo retto verso destra, mezzo chilometro e di nuovo giù, altri cinque in linea retta, che si perdono nel nulla. “E’ impossibile non trovare la piazza con il bar-trattoria”, dice sorridendo Romina Gurioli, presidente dell’associazione Pro Portonovi’s. “Prima che la strada faccia una leggera deviazione a sinistra e poi prosegua verso il Sillaro, ci sbatti contro”. La grande casa dove sorge il bar, con la trattoria ancora a pieno regime, è quella in cui è nato Giacomo. L’esercizio era gestito da suo zio, a fianco c’era il negozio di alimentari di papà Leandro, nell’edificio accanto la latteria della zia. Un mondo piccolo, guareschiano, da cui Giacomo partì appena dodicenne per andare a frequentare il collegio San Luigi a Bologna. Senza mai perdere il legame con le radici. Questo era davvero il porto nascosto, per lui. La pace e il silenzio in cui immergersi dopo le mille sfide del calcio.


LA TERRA BUONA. C’è un altro dettaglio che rende unico il paese. I terreni facevano parte della Partecipanza di Medicina, ma dopo il dissesto economico del 1892 divennero proprietà di un certo cavalier Benelli, che poi li cedette alla famiglia Tamba. Nel 1933 arrivarono le assicurazioni Generali di Trieste e acquistarono tutto: terreni, case antiche e nuove, in un certo senso anche chi ci viveva dentro, perché la mano d’opera per i lavori nelle immense proprietà veniva scelta sul posto. Un ambiente di operai.. della terra, in cui la famiglia Bulgarelli spiccava per quello status di borghesia che può permettere una attività commerciale ben avviata. Insomma, la famiglia “stava bene”, come si diceva allora. E Giacomo era uno studente modello, anche se dovette frequentare due volte la quinta elementare: non perché fosse stato bocciato, ma perché andare alle medie a Medicina era complicato e ci volle il tempo per organizzargli il trasferimento al San Luigi. Due anni dopo la sua partenza, tutto il nucleo familiare prese la strada di Bologna. Compresa Olga, la “dada” di Giacomino, grande maestra di cucina tradizionale, regina del tortellone, della tagliatella al ragù di cipolla e del “friggione”, che da queste parti è ancora oggi un piacere del gusto di cui è difficile privarsi.

MILANISTI MAI. “Giacomo fin da bambino ci sapeva fare, col pallone”, ricorda Secondo Selva, classe 1936, per quasi vent’anni presidente della società di calcio di Portonovo, nel cui ambiente gravita ancora,  dopo mezzo secolo. “Qui si usciva da scuola e si andava a giocare nel campetto dietro la chiesa, per interi pomeriggi. Poi lui finì nella squadra dei giovani, che qui avevamo ribattezzato “O la va o la spacca”. Beh, a lui è andata alla grande, niente da dire. Io negli anni ho coltivato una fede milanista: sa com’è, Giacomo non era ancora il Bulgarelli amato da tutti, e Rivera dettava legge. Lui non me l’ha perdonata, anche se poi ci è andato vicino, al Milan: ogni volta che tornava, scherzando, diceva “mè i milanèsta an’ i salùt brisa”, e ridevamo come matti”.



TESSERATO. Qui tutto è a due passi. Lo stadio, indicato così anche da un cartello stradale, è a duecento metri dalla piazza principale, che naturalmente è stata intestata al campione. Inaugurato nel 1976, ci gioca il Portonovo, oggi presieduto da Giuseppe Astorino, da sempre nella categoria Amatori. “Gli ho passato il testimone tre anni fa”, continua Selva, “dopo che io lo avevo ricevuto da Veliano Brusa, sessanta anni di amore per il nostro calcio. Non tutti lo sanno, ma a fine carriera Giacomo è stato tesserato per il Portonovo per almeno tre stagioni. E non solo lui: portò anche Giuseppe Vavassori, il portiere del Bologna anni Settanta, che però qui non voleva stare tra i pali e diventò centrocampista”. Su questo campo, Bulgarelli portava anche gli amici delle amichevoli domenicali: Giorgio Comaschi, Fio Zanotti, Andrea Mingardi, Jimmy Villotti, e poi Colomba, Pecci, Massimelli. Erano i giorni in cui Portonovo, la piccola Portonovo, si sentiva al centro del mondo.

VICINO E  LONTANO. Per dire, in quel cinema che è un gioiellino, costruito proprio nel 1933 dopo l’acquisto delle Generali, in una sera di ottobre del 1976 Sandro Ciotti venne a presentare in prima assoluta “Il profeta del gol”, il film su Johann Cruijff di cui era regista. Lo portò Bulgarelli, naturalmente, e con lui Pesaola, tanti giocatori e tanti giornalisti. Finì tutto con la leggendaria “Rustida a Newport”, con Ciotti virtuoso della fisarmonica, chili di pesce sulla griglia e fiumi di buon vino della campagna.
Perché Portonovo è esattamente come la descrive Romina Gurioli: “Un posto al centro del mondo dove c’era tutto, il pallone, la scuola, il cinema, i negozi. Eppure, anche un posto lontano da tutto”. Per questo, forse, Giacomino non riusciva a stare lontano da qui.

Marco Tarozzi





domenica 25 agosto 2024

QUEI SEI TRIONFI EUROPEI

 



Negli anni Trenta, due successi in Coppa dell’Europa Centrale. Poi l’Expo di Parigi, battendo i “maestri” inglesi.
La Mitropa, il trionfo sul Manchester City
e la cavalcata con Mazzone in Intertoto


È vero che il Bologna non si affacciava alla massima ribalta del calcio europeo da sessant’anni. Ma guai a dimenticare la storia, che ci ricorda che è stato il primo club italiano a vincere qualcosa di importante a livello internazionale, ormai quasi un secolo fa. E poi ci sono i numeri, che non mentono mai, e ci parlano di 148 sfide ufficiali con settanta vittorie, quasi il cinquanta per cento. Ci vorrebbero pagine e pagine, per ricordare tutte le partecipazioni rossoblù alle coppe europee; dobbiamo contenerci, e ci limitiamo a ricordare quelle che hanno arricchito con trofei sfavillanti la bacheca della società.

PRIMA VOLTA. Ma prima, diamo spazio a una curiosità. La prima sfida internazionale del Bologna è un’amichevole, con la formula dell’andata e ritorno, e l’avversario un club di Trieste. In quel lontano 1911, la città fa parte dell’impero austro-ungarico, dunque… è straniera. Emilio Arnstein, che nel 1909 era stato tra i fondatori della squadra rossoblù alla Birreria Ronzani, lassù aveva vissuto, e appena ventenne aveva dato vita già tre anni prima al Black Star. Così, il 30 aprile 1911 va in scena la prima trasferta all’estero, con tanto di “intrigo internazionale”: sconfitti 2-1, i giocatori rossoblù sulla via del ritorno vengono scambiati per irredentisti e trattenuti per ore dalla polizia austriaca. Il 14 maggio, la sfida casalinga viene interrotta sul 2-1: Arnstein, occasionalmente nel ruolo di arbitro, concede due rigori ai suoi e i triestini abbandonano il campo infuriati. Tutto si risolve con un “terzo tempo” provvidenziale all’osteria della Cesoia, a pochi metri dal campo di gioco.



PROTAGONISTA. Nella prima metà degli anni Trenta, il campionato è segnato dal dominio della Juventus, che vince cinque scudetti in fila. Ma a livello internazionale Angelo Schiavio e compagni diventano lo squadrone da battere. Conquistando, prima squadra italiana a riuscire nell’impresa, la Coppa dell’Europa Centrale nel luglio del 1932. In panchina c’è Guya Lelovich, ungherese, arrivato in Italia negli anni Venti da giocatore, voluto come spalla da Hermann Felsner una volta diventato allenatore e ritrovatosi prima guida all’improvviso dopo l’addio del boemo. A parte gli inglesi, che snobbano gli altri convinti come sono della propria superiorità, c’è il miglior calcio del continente. Si gioca in piena estate, e il Bologna mostra la sua forza d’urto già nei quarti di finale con il 5-0 rifilato allo Sparta Praga; il ritorno è una formalità, anche se l’arbitro ci mette del suo per favorire i cechi, che vincono 3-0. In semifinale c’è il First Vienna, che ha in squadra i nazionali Hoffman, Rainer e Blum. Al Littoriale finisce 2-0 con le reti di Sansone e Maini, risultato difeso coi denti nella partita di ritorno, vinta dagli austriaci per 1-0. Senza saperlo, il Bologna ha già il trofeo in tasca. Nell’altra semifinale, incidenti assortiti tra Juventus e Slavia Praga portano all’esclusione di entrambe, e la truppa di Lelovich vince a tavolino la Coppa.


DOPPIETTA
. La seconda volta è nell’estate del 1934. Le squadre invitate al torneo sono le prime quattro dei campionati italiano, ungherese e austriaco. I rossoblù affondano il Bocksay Debreczin, poi strapazzano il Rapid Vienna, con goleada al Littoriale (6-1 con doppiette di Reguzzoni e Schiavio) e ko ininfluente in Austria (1-4), e in semifinale il fortissimo Ferencvaros di Sarosi (1-1 in trasferta e clamoroso 5-1 al Littoriale). In finale c’è l’Admira Vienna, che ha tra i titolari parecchie colonne del Wunderteam. Il 5 settembre del ’34, in Austria, i rossoblù cedono di misura, 2-3. Quattro giorni dopo si prendono la rivincita con gli interessi: davanti al proprio pubblico Carlo “Rigoletto” Reguzzoni è una furia: ne mette tre alle spalle di Platzer, numero uno del Rapid, e al resto pensano Maini e Fedullo. Finisce 5-1, con un’altra coppa prestigiosa da mettere in bacheca.



NEL SEGNO DI WEISZTre anni più tardi, con il grande Arpad Weisz in panchina, il Bologna va ad insegnare calcio anche agli inglesi, al Torneo Internazionale dell'Expo di Parigi. Nel 1937, appena vinto il quarto scudetto della sua storia, affronta la kermesse parigina ed è l’apoteosi. Cadono in sequenza i francesi del Sochaux  (4-1), i cechi dello Slavia Praga (2-0) e infine anche gli inglesi: in finale il Chelsea è asfaltato, 4-1 con la solita tripletta di Carlo Reguzzoni. In Europa non c’è una squadra di club che valga il Bologna.



SOTTOSTIMATO. A metà degli anni Cinquanta, la vecchia Coppa dell’Europa Centrale è diventata Mitropa Cup. Non è più un trofeo brillantissimo, anche perché il calendario si è infittito: oltre alla Coppa dei Campioni, destinata alle squadre vincitrici dei campionati nazionali, sono nate e hanno fatto proseliti Coppa delle Coppe e Coppa delle Fiere. Ma tutti sanno quanto il presidente Dall’Ara tenga all’appuntamento, e pazienza se tra gli addetti ai lavori qualcuno si è già affrettato a ribattezzarla “Coppa del Nonno”. Nel 1961 partecipano club di tre sole nazioni: Austria, Italia e Cecoslovacchia. Nella fase eliminatoria i rossoblù pareggiano con la Sampdoria e battono Stalingrad e Austria Vienna. Dopo questo successo, arriva il passaggio di testimone in panchina: dalle semifinali in poi, al posto di Federico Allasio arriva Fulvio Bernardini. La semifinale va in scena in autunno, contro i cecoslovacchi del Kladno. In trasferta, il Bologna vince 2-1, al ritorno al Comunale fa il minimo sindacale, vincendo 1-0 con il gol del diciottenne Mario Rossini. In finale c’è da affrontare un’altra squadra cecoslovacca, lo Slovan Nitra, avversario modesto ma capace di eliminare dalla competizione altre due italiane, Torino e Udinese. A Nitra i rossoblù vanno in vantaggio con Nielsen e Perani dal dischetto, ma si fanno raggiungere sul 2-2. Nel ritorno al Comunale, il 4 aprile 1962, sotto una pioggia battente e con poche migliaia di tifosi sugli spalti in una giornata feriale, non c’è storia: Demarco, Pascutti e Nielsen firmano il 3-0 e tutti hanno fretta di correre al riparo, persino Bernardini che non aspetta in campo che il presidente Terpikto consegni la coppa a capitan Pavinato. Ma Renato Dall’Ara si gode il momento.



LEGGENDARI. Nel 1970 tocca a Edmondo Fabbri, l’ex Ct azzurro che ancora rimugina e soffre per il ko del ’66 contro la Corea. Ma grazie a lui, il Bologna torna a mettere trofei in bacheca. Dopo la Coppa Italia conquistata a giugno, a settembre è la volta della Coppa Italo-Inglese, a finale diretta con andata e ritorno. Ci sono la squadra vincitrice della Coppa Italia, appunto il Bologna, e quella che ha conquistato la Football League Cup, ovvero il Manchester City. Che ha un blasone enorme: due anni prima è stato campione d’Inghilterra e cinque mesi prima ha trionfato in Coppa delle Coppe. In rosa ha cinque nazionali inglesi: il portiere Corrigan, Doyle, Bell, Lee e Summerbee. Oltre a capitan Tony Book, “the Maine man”, bandiera del club. Al Comunale i rossoblù vincono di stretta misura, 1-0 firmato da Rizzo. Al ritorno il Maine Road, “fortino” dei Citizens, è una bolgia. Il Bologna trova i suoi eroi in Vavassori, che para l’imparabile, e Bruno Pace, esaltato dalla ribalta europea, che mette lo zampino nei gol di Perani e Savoldi. Finisce 2-2 e il Bologna alza la coppa. Anche gli inglesi, duri al limite della scorrettezza in campo, fanno ala all’uscita dei vincitori, applaudendo. È il 23 settembre 1970.



ULTIMO ALLORO. L’ultimo successo europeo è del 1998. Carlo Mazzone fa volare i rossoblù nella Coppa Intertoto: nell’estate, cadono il National Bucarest e poi la Sampdoria di Spalletti in semifinale. L’ultimo atto è col Ruch Chorzow, già all’andata torna in campo (al 75mo) un rinato Beppe Signori . Finisce 1-0 al Dall’Ara, e due settimane dopo, a casa loro i polacchi tentano il tutto per tutto, si scoprono e il Bologna vince 2-0. Non è solo un trofeo che va ad arricchire la bacheca: vale anche un posto in Coppa Uefa, e da questo momento la squadra inizierà un cammino da protagonista che lo porterà fino a un passo dalla finale.

"Nelle Valli Bolognesi", n. 61/  2024


mercoledì 21 agosto 2024

PETTOROSSI SI È PRESO PARIGI

 


Il velocista bolognese sarà in gara nei 200 con Tortu e Desalu. Da semiprofessionista.
Scoperto al Cus Bologna, cresciuto in Virtus, lavora come sviluppatore dati per un’azienda statunitense e si ritaglia a fatica i tempi per gli allenamenti

 

di Marco Tarozzi

 

Forse è vero che anche le Olimpiadi stanno cambiando, seguendo un’evoluzione dei tempi che non sempre è sinonimo di miglioramento. Ma dentro questo entusiasmante calderone a cinque cerchi si trovano ancora storie che danno speranza, ricordandoci che lo “spirito olimpico” è ancora acceso, proprio come la fiamma (elettrica, a proposito di progresso) che arde su quella mongolfiera nel cielo di Parigi. Una di queste, tra le più belle, è iniziata a Bologna e racconta del terzo “duecentista” della spedizione dell’atletica azzurra, partito insieme a Filippo Tortu e Fausto Desalu: Diego Aldo Pettorossi.

 

SCUOLA CUS. Figlio d’arte (papà Mario era un talento della pallacanestro), Diego è nato sotto le due torri il 13 gennaio 1997. Lo sport è sempre stato importante in casa Pettorossi, ma lui non ha scelto il parquet ma i campi sconnessi e spesso infangati del rugby, accasandosi al Cus Bologna e affrontando la trafila delle giovanili. Fino alla scoperta dell’atletica leggera, con immediato innamoramento, sempre partendo dalla pista di via del Terrapieno. Un talento precoce: prime gare scolastiche nel 2011, primo tricolore sugli 80 metri, categoria Cadetti, un anno dopo.

 

AMERICA. Da allora, Diego ha seguito un percorso professionale importante: dopo la maturità scientifica, il trasferimento a Torino per studiare scienze motorie e un master in amministrazione aziendale conseguito alla Angelo State University di San Angelo, Texas, quindi un altro in analisi dei dati ottenuto a San Antonio, che gli ha assicurato un mestiere di sviluppatore dati per un’importante azienda statunitense. Però non ha mai accantonato l’atletica, né smarrito passione e voglia di sognare in grande. Come succede a qualunque atleta non professionista, ci sono stati periodi più difficili e cali di rendimento, ma dal 2021 anche un salto di qualità che lo ha portato ai vertici della velocità azzurra.

 

CRESCITA. È di quell’annata il primo 200 corso sotto il “muro” dei 21 secondi (20”94 a Sestriere); nel 2022 arrivano il primo tricolore assoluto sulla distanza, un oro e un argento ai Giochi del Mediterraneo e un significativo ritocco al personale (20”54 a Rieti). Dopo un 2023 frenato da problemi fisici, il ritorno ad alta quota nell’annata olimpica, con la seconda partecipazione agli Europei e un nuovo limite, 20”45, ottenuto a Poznan, in Polonia.

 

SELF MADE MAN. Sono tempi cronometrici di grande valore, ma più di tutto conta il modo in cui questo ragazzo li ha ottenuti. Da semiprofessionista, appunto, anche se i carichi di lavoro e l’impegno sono quelli di un atleta di vertice. È stato lui stesso a raccontare, con serenità, i sacrifici che ha dovuto affrontare combinando mestiere e allenamenti, soprattutto nel lungo periodo passato oltreoceano: «Concentrato sul lavoro dalle sette del mattino alle quattro del pomeriggio, poi andavo ad allenarmi sulla pista di un liceo, da solo, e a volte restavo al buio a metà seduta perché spegnevano l’impianto di illuminazione». Con Leonardo Righi, tecnico modenese che lo segue dal 2020, gli appuntamenti erano lunghe “call” in orari da licantropi, sempre comunque dopo mezzanotte, per trasmettere dati raccolti con lo smartwatch o brevi filmati girati da passanti a cui Diego chiedeva il favore di trasformarsi per qualche minuto in videomakers.

 

CONQUISTA. Negli ultimi mesi, il velocista bolognese ha chiesto una lunga aspettativa all’azienda per concentrarsi sull’obiettivo olimpico. Ha gareggiato nei meeting europei per accumulare punti per il ranking, e al momento di fare i conti si è ritrovato in cinquantesima posizione a livello internazionale, e a Parigi erano ammessi i primi quarantotto. «Non ho gufato, però in cuor mio ho sperato che almeno due atleti, per chissà quale motivo, rinunciassero a quello che per chiunque di noi resta un sogno della vita. Alla fine è successo e ho toccato il cielo con un dito».

 

RINGRAZIAMENTI. Ci ha messo tanto del suo, ma sa di dover dire grazie a chi ha creduto in lui. Certamente a Leonardo Righi, che lo accompagna da tre anni in una crescita costante che gli ha spianato la strada verso Parigi. Ma anche a Cristian Cavina, suo primo allenatore, e a un grande ex come Kareem Streete-Thompson, vicecampione del mondo indoor del salto in lungo nel 2001, che ha creduto in lui aiutandolo ad avere una borsa di studio e strutture all’avanguardia per gli allenamenti negli States.

 

INVENTORE. Oggi Diego gareggia per la Libertas Livorno, ma non dimentica le origini e le società bolognesi dove il suo talento è emerso: il Cus Bologna in cui ha militato all’inizio e la Virtus Atletica per cui è stato tesserato dal 2013 al 2020. A ventisette anni sa di non poter sperare nella chiamata di un gruppo militare, che in Italia resta la soluzione migliore per chi vuol dedicarsi a tempo pieno allo sport. Allora si ingegna per rendere tutto più semplice: sta lavorando allo sviluppo di un’app per facilitare l’allenamento di chi fa atletica leggera, sorta di diario per registrare dati di allenamento e statistiche, con una piattaforma per tenere sempre in contatto atleti e allenatori. L’idea è quella di farne buon uso per programmare il prossimo quadriennio, perché è certo di non aver potuto ancora esprimere tutto il proprio potenziale. Anche così, comunque, è arrivato a Parigi 2024.


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Papà Mario, tricolore con l’Olimpia di Peterson

 

Forse è anche questione di Dna. O comunque c’entra l’aria che si respira in un ambiente familiare in cui alla pratica sportiva si dà il meritato valore. Mario Pettorossi, padre di Diego Aldo, è stato un talento della pallacanestro.  Classe 1966, nato in Costa d’Avorio e adottato da ragazzino da una coppia di Milano, entrò nelle giovanili dell’Olimpia. Potenziale pazzesco, grande attaccante, era  nel team guidato da Dan Peterson che conquistò il tricolore nel 1985, ma già sedicenne aveva più volte completato il roster anche nel gruppo scudettato nel 1982. Insomma, aveva accanto campioni come Joe Barry Carrol, Mike D’Antoni,  Russ Schoene, Meneghin, Bariviera, Boselli, Gallinari, e i giovani Pittis e Premier. Peterson gli rimproverava certe disattenzioni difensive, ma ha sempre ammesso:  «Era chiaro che Mario aveva grande potenziale, un atleta incredibile». Successivamente ha giocato a Porto San Giorgio, ed ha continuato nelle serie minori fino ad oltre quarant’anni: nel 2010 era a Bagnolo di Po, in Prima Divisione. Oggi è responsabile business developement di un’azienda bolognese, e naturalmente primo tifoso di Diego Aldo.


(Più Stadio, luglio 2024)