mercoledì 21 settembre 2011

SEMPLICEMENTE ZANARDI



di Marco Tarozzi

«Io sono un uomo fortunato». È la frase-chiave. Quella che, di primo acchito, un cosiddetto “normodotato” fatica a capire, se la sente uscire dalla bocca di un altrettanto cosiddetto “diversamente abile”. Che brutte, le definizioni-standard. E pensare che per aprire il cancello della comprensione e delle affinità basta proprio entrare nel profondo di quella frase. Quella che ha pronunciato, pochi giorni fa, Alex Zanardi. Ma non solo lui. L’abbiamo sentita da Luca Carrara, quando raccontava delle sue albe meravigliose, vissute durante gli allenamenti mattutini di sci alpino, in quota. E da Alessandro Paleri, che ha inventato la pattuglia acrobatica dei “Baroni Rotti”: quattro piloti, tre dei quali senza l’uso delle gambe. E ancora da Daniele Bonacini, ingegnere che ha fatto del suo handicap un’opportunità e oggi ha un’azienda che costruisce protesi di alta tecnologia e basso prezzo. E da “Meme” Pagnini, che ha una filosofia precisa: «se non vuoi che la vita ti costringa tra quattro mura, devi prenderla per le palle».
GENTE SPECIALE - Non c’è un preciso momento per capire questa gente speciale. Ma se arriva, sei fortunato anche tu. A entrare, per esempio, nel mondo nuovo di Alex, in quella seconda vita iniziata dieci anni fa, combattuta all’inizio «perché volevo tornare a prendere in braccio mio figlio», e andata avanti in progressione continua, trovando sempre un’occasione per rilanciare, per non sedersi. Facile, obietta qualcuno: chiamarsi Zanardi aiuta. E lui non nega, certo che no, ma assicura che c’è qualcosa di più: «Io ho amici che hanno creduto in me, e mi ero costruito una reputazione. ma sono partito da Castel Maggiore, con un papà che faceva l’idraulico e una mamma casalinga. Due genitori meravigliosi, che mi hanno indicato la strada. Ma insomma, non sono nato con una Formula Uno nel garage...».
UNA VITA ESEMPLARE - Così, Zanardi da Castel Maggiore non sta fermo un attimo. Ha appena raccolto in un dvd, “A modo mio”, questa sua seconda vita. In modo informale, come è nelle sue corde. In due ore e mezza ci sono gli amici, le passioni, gli aneddoti, i sacrifici e la rinascita. Perché possa servire da esempio, aiutare chi non riesce a vedere la luce in fondo al tunnel. È attivissimo con la sua associazione “Bimbingamba”, nata per aiutare i bambini con disabilità motorie. C’è sempre, quando occorre lanciare un messaggio positivo. «Davvero, io non tornerei indietro, non cambierei la mia vita. Le cose sono andate così bene che non posso lamentarmi. Non avrei mai avuto certe opportunità, o semplicemente la possibilità di capire cose nuove del mondo che avevo intorno, senza l’incidente del 2001 al Lausitzring».
VERSO LONDRA - E poi, certo, adesso c’è l’handbike. Alex si è appena laureato vicecampione del mondo a cronometro, nella categoria H4, in Danimarca. Da quel giorno del 2006 in cui affrontò, quasi per scommessa, la New York City Marathon, di acqua ne è passata sotto i ponti, e Zanardi è un nome rispettato nella disciplina alla quale si è dedicato. Uno dei favoriti per l’oro olimpico di Londra, tra un anno. «L’importante è partecipare, è vero, ma mentirei se dicessi che è quello il traguardo. I sogni non si pagano, e io allora sogno la medaglia d’oro. Ma se poi ne arrivasse una d’argento o di bronzo, sarei strafelice lo stesso».

m.tarozzi@linformazione.com

martedì 20 settembre 2011

L'EUROPA (E L'ITALIA) DI DON SERGIO



di Marco Tarozzi

Ogni volta che lui sale in alto, così in alto, ci si ricorda di un tecnico che è mancato, letteralmente mancato, alla nostra pallacanestro per otto lunghi anni. Ci si ricorda di Sergio Scariolo e anche di quella che è stata la sua storia a Bologna, lunga sulla sponda Fortitudo dove fu il prescelto di Seragnoli per il “grande progetto”, dal 1993 al 1996, fugace e mai decollata su quella bianconera, dove lo chiamò Madrigali dopo l’anno sabbatico seguito all’esonero del Real, e ancora ci provò Sabatini nella lunga estate calda del salvataggio, quella del 2003. Nottate a tirar l’alba per assicurare il futuro della Virtus, il sogno spezzato della Serie A, i giorni spesi a ragionare di un progetto che in quel momento non poteva, per forza di cose, avere contorni perfettamente delineati, infine l’addio in amicizia, con la consapevolezza di averci provato, e il ritorno in Spagna ad iniziare la lunga avventura all’Unicaja.
IL TALENTO A caldo, mentre Scariolo si metteva al collo un’altra medaglia d’oro, campione d’Europa con la sua Spagna per la seconda volta consecutiva, Sandro Gamba, uno dei grandi maestri della storia azzurra dei canestri, ha ricordato gli inizi. «Credetti in lui da subito. L’avevo notato quando allenava le giovanili a Brescia, negli anni Ottanta e io ero il Ct della Nazionale. Mi piaceva il suo modo di lavorare e gli affidai la rappresentativa regionale Under 17». E anche a Pesaro, là dove decollò clamorosamente, vincendo lo scudetto in una piazza difficile al primo anno da capoallenatore, si accorsero subito di quello che valeva. «Quando Bianchini se ne andò», ricorda Walter Magnifico, «iniziò la girandola dei nomi di tecnici “papabili”. Sergio era stato il primo collaboratore di Valerio, non aveva nemmeno trent’anni ma aveva conquistato la fiducia di noi giocatori. Ricordo che parlammo tra di noi, e toccò a me andare da Scavolini a chiarire la nostra idea. Gli dissi: presidente, è inutile guardarsi intorno. L’allenatore lei ce l’ha già in casa». Consacrato dal gruppo, e che gruppo, Scariolo prese le redini e centrò subito uno scudetto storico.
RE D’EUROPA Dicono: facile vincere il titolo europeo con gente come Gasol, Navarro e compagnia. Vero, e Scariolo stesso lo ammette quando dice che «questa generazione di giocatori è unica, e io ho avuto la fortuna di poterli allenare». Ma è altrettanto vero che mettere insieme i grandi talenti non è sempre una passeggiata. Se li hai dalla tua parte, hai un bel vantaggio. Ma se non riesci a farli andare tutti nella stessa direzione, rischi l’effetto boomerang. Scariolo c’è riuscito, e non senza pressioni dopo l’uscita di scena ai Mondiali di un anno fa, ai quarti contro la Serbia. Pensare che lui è certo che quella sia stata la svolta.
«Quando si perde, c’è modo e modo di farlo. In Turchia, dopo la sconfitta, non ho visto un gesto sbagliato, nè ho sentito una parola negativa da parte dei ragazzi. Ci siamo presi tutti la nostra responsabilità, abbiamo fatto quadrato pensando a questo appuntamento. Mi dà un orgoglio incredibile aver portato inseguito l’obiettivo con questi giocatori. Perché sono grandi in campo e fuori. Hanno immenso talento, e hanno accettato di metterlo al servizio del gruppo, di sforzarsi in difesa, di diventare anche più “cattivi”, sportivamente parlando. Abbiamo dimostrato che anche dalle sconfitte si impara. È una cosa che si dice spesso, ma metterla in pratica non è sempre così semplice».
IL RITORNO Era la prova del fuoco, e l’ha superata. Non solo col talento. «Quella è la base, ma noi ci abbiamo aggiunto disciplina, voglia di sacrificarsi in difesa, concentrazione». Ora, perfettamente integrato in quella Spagna che per lui è ormai diventata casa, don Sergio mette in archivio l’ennesimo successo di una carriera prestigiosa per riaffrontare il campionato italiano («Anche se non voglio parlare dell’eliminazione azzurra in Europa. Non sarebbe corretto, e nemmeno avrebbe senso»). Riparte dall’alto, da quella Milano che mai come quest’anno si sente pronta a spezzare la lunga serie tricolore di Siena. Si è affidata a lui, e non poteva esserci scelta migliore. Le risposte le dà il campo, come sempre, ma partire mettendo la gente giusta al posto giusto aiuta. A Bologna ci accontenteremo di rivederlo al lavoro da vicino. Non contro la Fortitudo, purtroppo, che iniziò a portare ad alta quota come mai prima. Un’assenza che certamente pesa anche a lui.

L'Informazione di Bologna, 20 settembre 2011

sabato 3 settembre 2011

CIAO CAPIREX, ULTIMO HIGHLANDER




di Marco Tarozzi

“The fundamental things apply, as time goes by”. Proprio così: è nel momento dell’addio che Loris Capirossi può finalmente voltarsi indietro, stringere tra le mani il suo passato, rivedere il lungo film delle sue vittorie, delle sue grandi gioie e delle non poche delusioni, che sono comunque servite a renderlo uomo. Si ritira un campione vero, uno che ha attraversato tre generazioni di piloti battendosi sempre come quando, ragazzino, entrò senza timori reverenziali nel mondo del Continental Circus. È stato testimone e protagonista di un motociclismo che non c’è più, ha traghettato quella sua passione d’altri tempi nel mondo della MotoGp, vivendone fin qui l’intera epopea.
L’UOMO DEI RECORD Capirex è l’uomo dei record, oggi che vive da “highlander” delle piste come ieri, quando ci si affacciava da novizio. Allora, era il 1990, fu il più giovane centauro a conquistare un titolo iridato. Aveva 17 anni e 165 giorni, nessuno ha ancora migliorato quel record, in un motomondiale in cui i ragazzini sgomitano. Oggi ha stracciato tutti i primati di longevità: 22 stagioni iridate, 324 gare disputate, 99 podi e una dannata voglia di fare 100, nonostante anche la Pramac, come negli ultimi anni la Suzuki, gli stia regalando ben poche soddisfazioni. Ma quel desiderio è venuto a galla anche alla conferenza d’addio, di giovedì, quando scherzando con Rossi, Stoner, Pedrosa e Spies, venuti ad onorarlo, ha ricordato che «me ne manca uno, e se magari avete un occhio di riguardo e mi fate fare cifra tonda...»
TUTTO IN UN SORPASSO Tre titoli mondiali. Quello d’esordio nella 125, con la Honda del Team Pileri, e il bis un anno dopo, più quello del 1998 in 250, con l’Aprilia. Quello che resta nella memoria collettiva per il sorpasso ai danni di Tetsuya Harada, compagno di squadra e unico avversario ancora in lizza con lui per il titolo, all’ultima curva del gran premio decisivo, quello d’Argentina. Un’entrata decisa che gli regalò il mondiale e gli costò un licenziamento, ritenuto ingiusto anche dal tribunale che in seguito dette ragione a Capirex nei confronti di Aprilia, condannata a riconoscergli una cifra di un milione e mezzo di euro per chiudere la questione.
GLI ANNI DELLA ROSSA Tre titoli mondiali, e avrebbero potuto essere di più. Perché in ventidue stagioni Loris ha fatto anche i conti con la sfortuna. Incidenti anche pesanti, la squalifica al Mugello nel ‘99, e quel titolo di MotoGp che avrebbe potuto essere suo se Sete Gibernau, suo compagno di squadra in Ducati, non lo avesse buttato fuori pista a Barcellona. Sarebbe stato un altro record, se Capirex avesse portato la Ducati in cima al mondo un anno prima di Stoner. E il caos mediatico acceso dal passaggio di Valentino Rossi alla corte di Borgo Panigale non deve far dimenticare che il binomio “moto italiana-pilota italiano” sul trono della classe regina, che ancora attende l’erede di Giacomo Agostini, avrebbe potuto essere proprio Capirossi-Ducati, se il destino non avesse avuto altri disegni. Ma restano quei cinque anni vissuti in sella alla Desmosedici, una scommessa cresciuta insieme, lui e i tecnici di Borgo Panigale. E ad oggi, Capirossi è l’unico insieme a Casey Stoner ad essere riuscito a domare il carattere scorbutico della Rossa da MotoGp. Facendola anche crescere, scusate se è poco.
GLI ULTIMI FUOCHI Ci aspettavamo l’addio a metà agosto, a Brno. Posto classico degli annunci per l’anno che verrà. Lì, invece, Capirex sembrò possibilista su un eventuale passaggio in Superbike. Si lasciò sfuggire un «perché no...» che teneva aperto uno spiraglio sul futuro. Ma poi ci ha pensato a lungo. Ha ascoltato Ingrid, sua moglie, e chi gli è vicino. Ha guardato negli occhi il piccolo Riccardo. E si è dato tempo fino a Valencia per cercare di raddrizzare un’annata storta su piste a lui congeniali come Motegi, Philip Island, Sepang. «Lì ho vinto molto. E poi chissà: una giornata di pioggia, magari un po’ di culo...»
STANDING OVATION Avrebbe voluto chiuderla diversamente, la carriera. Avrà ancora tentazioni, è certo. Ma sembra risoluto. Deciso come in queste ventidue stagioni che ci hanno regalato un talento delle piste ma anche un uomo mai fuori dalle righe, che anche in questi ultimi anni difficili non ha voluto cambiare sè stesso, continuando a lottare in salita. Se ne va un campione. Standing ovation.

L'Informazione di Bologna, 3 settembre 2011

venerdì 2 settembre 2011

SETTI: "QUESTO E' UN BOLOGNA PIU' FORTE"


di Marco Tarozzi

Maurizio Setti, le porte del mercato sono definitivamente sbarrate. È il momento di tirare le somme.
«Io credo che il Bologna si sia mosso tutto sommato bene, in un contesto che in generale è tutt’altro che positivo. Ci siamo comportati al di sopra della media. Ho visto squadre come Palermo, Roma, Lecce, Novara, come lo stesso Parma, correre ai ripari negli ultimi giorni. Quando il Genoa prende Caracciolo all’ultimo istante, anche se parliamo di un giocatore di valore, significa che non sta seguendo una strategia».
Il Bologna invece ha sempre avuto le idee chiare?
«L’unico rammarico è quello di aver perso troppo tempo nello sfoltire la rosa. Un po’ abbiamo peccato di superficialità, un po’ ci si è messo anche qualche procuratore che non ci ha aiutato a risolvere il problema».
Quello di Gimenez, intende?
«Al di là dei nomi, io credo che gli agenti dovrebbero far capire ai loro assistiti che in giro c’è della crisi, che a volte certe sistemazioni che sembrano un passo indietro sono il loro bene. Comunque, abbiamo anche attraversato qualche temporale. L’addio di Pedrelli e quello di Bagni, oltre al fatto che abbiamo preso la società a fine aprile, abbiamo dovuto attendere la certezza della permanenza in A e abbiamo avuto, a conti fatti, due mesi e mezzo per costruire la squadra».
Che oggi la soddisfa?
«Io la ritengo più forte di quella dello scorso anno. Mi spiace che molti stiano tirando conclusioni senza attendere il risultato finale. Oggi nessuno può dire se siamo meglio o peggio, aspettiamo almeno cinque partite prima di fare bilanci. Se posso permettermi una considerazione, questa città ha un vizio: prendi un giocatore ed è troppo giovane o troppo vecchio, non è adatto alla piazza, cose così. ma io ricordo uno come Marazzina che dopo un anno da cannoniere della squadra ha visto le partite dalla tribuna per la stagione successiva. Voglio dire: il calcio cambia e in questo mercato noi ci siamo comportati meglio di società come Cagliari, Genoa, alla pari con il Parma. Abbiamo ragazzi di sicuro avvenire come Taider, Khrin, Crespo, diamogli il tempo di mostrare quello che valgono».
Non giriamoci intorno: avete ceduto Della Rocca l’ultimo giorno. Era una potenziale bandiera rossoblù.
«Il Bologna ha fatto un’operazione vantaggiosa per sè e per il giocatore, che va a giocare a Palermo, in una squadra ambiziosa, e a guadagnare più di quello che gli avevamo appena assicurato col rinnovo di contratto. Abbiamo ceduto metà Della Rocca, e ribadisco metà. Ma tenuto Ramirez, come promesso. E ce l’avevano chiesto ancora, come sapete. E anche per Mudingayi si era fatta sotto l’Atalanta, ma noi abbiamo tenuto duro. L’operazione Della Rocca è stata positiva per tutti. Ed è arrivato un nazionale greco di ventiquattro anni, non dimentichiamolo».
Avete tenuto il gioiellino Ramirez. E adesso dovrete recuperarlo alla causa.
«Credo che per il bene della società e soprattutto suo debba far vedere il suo vero valore. E sono certo che lo farà, Bisoli sarà ben contento di fargli capire certe cose. Io sono il primo estimatore di Gaston, sono certo che diventerà un campione. Grazie al Bologna arriverà a chissà quali traguardi. La Fiorentina ha fatto una grande squadra, ma se lui tiene botta in questo gruppo un giorno avrà spazi anche più immensi davanti a sè. A quell’età, i margini li ha».


L'Informazione di Bologna, 2 settembre 2011

mercoledì 31 agosto 2011

L'UOMO CHE SALVO' LA DUCATI




di Marco Tarozzi

Ha perso tanto, il mondo del motociclismo, perdendo Claudio Castiglioni. Uomo di passione, estro, genialità, determinazione nell’inseguire i suoi traguardi, fossero anche sogni all’apparenza irrealizzabili. Una scommessa era sembrata, all’inizio, la creatura che aveva messo in piedi per amore della moto. La chiamò Cagiva, per ricordare il gran lavoro di papà Giovanni, che negli anni Cinquanta aveva messo in piedi la “Castiglioni Giovanni Varese”, azienda di minuteria metallica. E la portò in alto, indicando con modelli innovativi il nuovo corso della produzione motociclistica italiana. Chiamò nella sua squadra corse piloti come Marco Lucchinelli e Gianfranco Bonera, mise loro a disposizione modelli in grado di competere nel Mondiale 500. Fece brillare il suo marchio nel motocross, partendo a metà degli anni Ottanta con tre titoli costruttori consecutivi nella 125. E si gettò nell’avventura affascinante della Parigi-Dakar nell’85, arrivando a vincerla per la prima volta cinque anni dopo, con Edy Orioli.
Tra quelli che hanno mille buoni motivi per non dimenticare Claudio Castiglioni, in prima fila c’è la Ducati. Spinto da quella passione, e da un senso imprenditoriale finissimo, l’imprenditore varesino l’aveva acquistata proprio nel 1985, due anni dopo aver adottato i motori di Borgo Panigale per le sue moto. Non fu un semplice acquisto, ma un vero e proprio salvataggio. Erano anni difficili, quelli, per l’azienda bolognese. Di crisi. Era diventata di proprietà delle vecchie “partecipazioni statali”, e i progetti latitavano. Pensare al futuro dava un senso di smantellamento, non certo di rinascita. Poi, appunto, arrivò Claudio Castiglioni, insieme al fratello Gianfranco, e il cambio di ritmo si vide subito. Ci mise coraggio e genialità, seppe innovare. Sotto la sua direzione nacquero nuovi modelli destinati a passare alla storia, come la 916 e il Monster. La base era il famoso motore progettato negli anni Cinquanta da un altro “drago” della creatività, l’ingegner Fabio Taglioni. E in un modello come la S4, una variante della Monster, mise personalmente tutta la sua inventiva.
Ebbe anche la grande intuizione di lanciare la Rossa di Borgo Panigale in un campionato mondiale nuovo di zecca, quello della Superbike. E se proprio in questi giorni la Ducati ha festeggiato il traguardo delle 300 vittorie in questa categoria, gran parte del merito è suo. E conforta sapere che almeno, mentre combatteva la battaglia più difficile della sua esistenza, quella che lo ha vinto a soli sessantaquattro anni, ha fatto in tempo a vedere Carlos Checa raggiungere quell’incredibile record, e la Ducati entrare nella storia.
Castiglioni cedette una Ducati restaurata e rinata, decisamente solida, al Texas Pacific Group, un fondo d’investimento americano che a sua volta cinque anni fa ha venduto le quote a Investindustrial. Lui, intanto, non era rimasto con le mani in mano. Dal 1987 al 2007 aveva tenuto le redini di Husquarna, e appena un anno fa si era ricomprato Mv Agusta, altro pezzo di storia del motociclismo, al prezzo simbolico di tre euro ma investendo venti milioni di euro nell’affare.
Claudio Castiglioni aveva ancora progetti, passione ed entusiasmo, come quando aveva iniziato a inseguire i suoi sogni, appena trentenne. Era, come dice Nico Cereghini, «travolgente, esuberante, a volte anche sopra le righe ma sempre generoso, sincero, contagioso nel suo naturale ottimismo. Uno di quelli che “se una cosa la vuoi veramente, puoi ottenerla”». Lui lo ha fatto, per tutta la vita.

L'Informazione di Bologna

giovedì 11 agosto 2011

IL RAGAZZO PRODIGIO E I SUOI CONSIGLIERI


di Marco Tarozzi

Fa sorridere pensare a mister Betancourt, procuratore di Gaston Ramirez, “turbato” dalle parole del vicepresidente Setti. Perché chi fa il suo mestiere raramente si scompone di fronte a dichiarazioni che fanno parte di un gioco delle parti di cui tutti, dai giocatori ai loro agenti fino ai dirigenti delle società, conoscono bene il meccanismo. Fa sorridere tutto quello che si è sentito in questi giorni: di un Ramirez accolto con ostilità dall’ambiente rossoblù, emarginato, costretto a sentirsi straniero nel gruppo. La cronaca dei giorni d’Appennino racconta storie ben diverse. Di un ragazzo di vent’anni al quale il capitano del Bologna, uno che naviga i mari del grande calcio da quasi vent’anni, ha parlato come si parla a un fratello minore. Ascoltando le sue velleità di ventenne e dando consigli. “Fossi in lui, resterei un altro anno a Bologna. Ha talento e gli servirebbe per accumulare esperienza per un futuro brillante”. Questo ha detto, in sintesi, Marco Di Vaio. Se vi sembrano parole ostili, fateci sapere. Se il signor Betancourt le considera una forma di mobbing, le rilegga attentamente.
La realtà è che a gonfiare il caso-Ramirez c’è l’entourage del giocatore, che probabilmente già un anno fa aveva deciso che Bologna sarebbe stata una tappa di passaggio molto breve. Il tempo di mostrare il gioiello, far conoscere il talento e trovare altri lidi, più scintillanti e più remunerativi. Poi, ci sta che un ragazzo di vent’anni che fino all’estate scorsa non aveva mai nemmeno messo piede in Italia, si carichi a molla avendo alle spalle consiglieri che gli ricordano continuamente quanto il suo talento sia sprecato in una squadra che si batte per la salvezza, eccetera eccetera. Così, quel ragazzo prima dice che vorrebbe parlare e poi che non ha nulla da dire, prima si offende per le parole di Setti e poi si nega al telefono a Guaraldi. Di fatto, è lui che si allontana dal Bologna, non il Bologna da lui.
Il talento di Ramirez (quando il ragazzo è ispirato) è roba che illumina il Dall’Ara come non succedeva da tempo. Non immemorabile, però: gente come Baggio e Signori non ha giocato a Bologna ai tempi dei pionieri, e un campione come Marco Di Vaio ha segnato 55 reti in tre stagioni con la maglia rossoblù, soltanto in campionato, ed è ancora qui. Nessuno si priverebbe a cuor leggero di uno come Gastoncito, ma resistere anche solo una stagione, in queste condizioni, a chi gioverebbe? Se davvero se ne andrà, a questo punto, potremmo dire che la società ha fatto male a lasciarselo scappare? Bisoli, si sa, ha fede assoluta nella forza del gruppo. E un motore con un ingranaggio che non gira rischia il grippaggio in qualunque momento.
Per un momento, Gaston Ramirez potrebbe provare ad ascoltare sé stesso, e ad ascoltare meno le voci intorno. Magari, nella peggiore delle ipotesi, dire grazie e arrivederci. Senza fastidiose appendici: a Bologna ha dato, da Bologna ha avuto. Ma ha solo vent’anni, direte. Beh, a vent’anni riflettere e avere un’idea non è vietato. Purché sia personale.

L'Informazione di Bologna, 11 agosto 2011

(foto di Roberto Villani)

lunedì 8 agosto 2011

L'UOMO TRANQUILLO HA SCRITTO 300


di Marco Tarozzi

Diciamo la verità: ci fa piacere che a far raggiungere alla Ducati il record storico di trecento vittorie in Superbike sia stato un pilota come Carlos Checa. Perché lui non è un tipo comune. È diverso da qualunque clichè, è lontano da qualunque stereotipo, è semplicemente e genuinamente sè stesso. E se lo merita, dopo diciotto anni di carriera, 222 gran premi disputati nel Motomondiale e un centinaio in Superbike. Come merita di stare lassù, a giocarsi il grande sogno iridato, per ironia della sorte proprio nella prima stagione in cui la casa di Borgo Panigale non partecipa “ufficialmente” a un campionato di cui ha scritto la storia. Anche se da questo punto di vista stiamo raccontando tutto meno che una favola: è vero che la Ducati non si presenta al via con un proprio team come in passato, ma l’assistenza alle scuderie private resta di primissimo livello. Lo dimostrano i risultati di Checa, ma anche le buone prestazioni di Guintoli o l’inatteso exploit nelle prime prove ufficiali del francese Berger. Checa va fortissimo, tanto da insospettire Biagi, polemico dopo le due gare di Silverstone. Per Max «qualcosa non quadra, la Ducati viaggia sui binari...». Vero, in Inghilterra l’Althea, struttura superprivata, ha gestito magistralmente le gomme e ha bastonato ancora corazzate come Aprilia, Yamaha e Bmw. Ma i controlli ci sono stati, da parte della direzione corse: albero motore, alesaggio e corsa, tutto regolare.
L’UOMO TRANQUILLO Vive a Saint Fruitos de Bages, vicino a Manresa. A metà strada tra Barcellona e Saragozza. Torna spesso al suo paese, dove già gli hanno dedicato un monumento. È un uomo tranquillo, Carlos Checa, di quelli che non vanno in cerca di feste, donne di sogno, macchine superpotenti. Perché, dice, «i valori veri sono la libertà e il tempo. A me non piacciono i confini, le frontiere. In casa mia parlo catalano con mamma e spagnolo con papà, che è di Granada. So cosa sono le barriere dell’odio e le trovo stupide».
Ha visto la morte in faccia, tredici anni fa, quando gareggiava col team di Sito Pons nella 500, e proprio in una stagione iniziata alla grande, con la vittoria al Gp di Madrid e altri due podii. Ne è uscito rinforzato anche spiritualmente. Oggi non ha bisogno di conferme, di certezze. Corre in Superbike perché «mi piace di più, sinceramente, perché tutto è ancora a misura d’uomo. Dicono che è un paese per vecchi, ma io preferisco dire che ci corre gente esperta...». Magari ha qualche rimpianto, ma lo gestisce tranquillamente perché sa di avere la coscienza a posto. Per trovare l’equilibrio interiore pratica tanti sport, dal ciclismo allo sci, dall’arrampicata al paracadutismo. E legge Schopenhauer. È un antidivo e non si sente arrivato: «Ogni volta che imparo qualcosa mi sento più ignorante. La perfezione non esiste».
A trentotto anni sta vincendo un titolo iridato, e se lo merita. E a proposito, aggiorniamo i conti. La vittoria Ducati numero trecento è arrivata in gara1, a Silverstone. Ora sono già 301. Grazie a Carlos Checa.
m.tarozzi@linformazione.com

DA LUCCHINELLI A BAYLISS: CHE STORIA

La prima volta toccò a Marco Lucchinelli. Era il 1988, e il campione spezzino, già iridato della 500 sette anni prima, fece centro proprio al Gp d’Inghilterra, primo appuntamento di stagione: vinse gara2 e dette il via all’epopea della Rossa di Borgo Panigale in questo campionato. Un viaggio che ad oggi ha regalato alla Ducati 301 successi (gli ultimi due proprio domenica scorsa a Silverstone, “firmati” da Carlos Checa), ma anche 753 podi, 155 pole position, 13 titoli iridati piloti e ben 16 mondiali costruttori. Come dire che la storia del Mondiale Superbike si intreccia strettamente a quella della casa bolognese. Mai nessun’altra casa motociclistica aveva raggiunto questo traguardo, e difficilmente riuscirà ad eguagliarlo in futuro.
Dopo “Lucky”, altri venticinque piloti hanno seguito le sue orme. Il più vincente, da allora, è “King” Carl Fogarty, rimasto un’icona nell’immaginario collettivo dei Ducatisti. Tredici stagioni in Superbike e quattro Mondiali portati a casa, sempre sulla Rossa: 1994, 1995, 1998 e 1999. Uno che guidava le Ducati, dice Nico Cereghini, «come se volesse spezzarle in due», ma che le ha amate al punto da portarle 55 volte prime al traguardo. Poco meno ha fatto un’altra leggenda della Rossa, l’australiano Troy Bayliss: per lui 52 vittorie in Superbike e tre titoli iridati, quelli del 2001, 2006 e 2008. Gli altri hanno nomi non meno leggendari: Doug Polen, Raymond Roche, Troy Corser, Neil Hodgson, Ben Bostrom, James Toseland, Nori Haga e tanti, tanti altri ancora. A quota 13, appaiati in questa classifica piena di storia e gloria, due fratelli d’Italia che sono rimasti nel cuore dei “ducatisti” duri e puri: il grande Giancarlo Falappa e il bolognese (da Fiesso di Castenaso) Pierfrancesco “Frankie” Chili, gente di casa che ha scritto pagine d’oro della Superbike.