giovedì 17 novembre 2011

IL CUORE GRANDE DI GIL


di Marco Tarozzi

Arrivò a Bologna proprio da Cesena. Stagione 1977-78, calcio in bianco e nero. In Romagna aveva conosciuto la Serie A, qui avrebbe lasciato il cuore. Perché sono passati gli anni ma niente è cambiato, per Gianluca De Ponti detto Gil. Gli parli di Bologna e lui sente qualcosa lì, a livello del cuore.
«È il mio sangue. Venni e sposai una ragazza bolognese, mio figlio Diego è nato lì. Di più: è un tifoso sfegatato del Bologna, uno di quelli che vanno sempre allo stadio, segue la squadra spesso anche in trasferta. Ogni tanto gli chiedo se deve proprio buttare soldi in maglie nuove, gadget e tutto quello che è rossoblù. Ma alla fine, quando posso, al Dall’Ara con lui ci vado anch’io. Torno spesso, lì ci sono tanti amici».
Già, perché era un calcio fatto anche di amicizie profonde, quello di Gil.«Mi sento spessissimo con Renato Villa, Trevisanello mi vorrebbe sempre a casa sua. E poi c’è la moglie di Fiorini, Annalisa. Già, Fiore. Uno di quelli che mi mancano, e tanto. Noi poi ci conoscevamo da prima: io giocavo nel Cesena, lui nel Rimini, avevamo legato».
Magari anche fuori dai campi di calcio. Eravate due belle “teste matte”.
«Ah, roba di gioventù. La storia della papera al guinzaglio, altre leggende. Ero un ragazzo, mi sentivo libero. Ma quando arrivai a Bologna ero già molto più maturo. E poi misi su famiglia».
Se ne sono andati parecchi, di amici di quegli anni. E lei ha combattuto una battaglia pesante contro un male subdolo. Giocoforza, si è fatto delle idee su quel calcio.
«Se ne sono andati Fiorini, Chiodi, Roversi, Zuccheri. Persone a cui volevo bene, persone giovani. Quello che mi è passato per la testa l’ho detto, a volte ci penso ancora ma cerco di cambiare foglio. Certe cose non sono venute fuori e forse non succederà mai. Meglio pensare a un mondo a colori...»
Cesena, la sua prima Serie A.«Un’esperienza che non si può scordare. Ed era una gran bella squadra. Frustalupi, Rognoni, Cera, in squadra c’erano giocatori così. Il primo anno finimmo sesti in Serie A e guadagnammo il posto in Uefa. E arrivare in Europa, per una squadra di provincia, è qualcosa di grande. Vale uno scudetto. Il secondo anno andò peggio, purtroppo. Nella mia carriera gli alti e i bassi si sono susseguiti con frequenza».
Nel ‘77 arrivò a Bologna. Anno epocale, sotto le due torri. Si pensava ad altro, il calcio era finito ai margini. E il presidente Conti ne aveva sempre meno voglia.«Infatti ci salvammo all’ultima giornata, con Pesaola. Però per me è un gran bel ricordo, quella salvezza. Ci avevo messo il cuore, a Bologna, avevo trovato gli affetti. Speravo di restare a lungo. E invece a fine stagione mi cedettero all’Avellino. Ci rimasi male».
Il ricordo più bello di quella stagione?
«Tanti. Ma forse il gol a San Siro alla prima giornata, contro l’Inter. Passaggio di Chiodi, gol di Gil: 1-0 per noi. E con l’Inter vincemmo anche al ritorno: 2-1, segnammo io e Stefano».
La seconda volta in rossoblù fu bella a metà.
«Il primo anno fu un disastro. I problemi societari, Fabbretti nei guai e noi volammo giù, dalla B alla C. Fu un bel casino. Ma l’anno dopo la squadra valeva ancora la cadetteria, e infatti risalimmo subito».
Domenica sarà allo stadio con Diego?
«Questa volta no. Ora sto bene, ma per muovermi devo trovare lo scambio giusto. A volte è faticoso anche prendere un treno, per me. Ma sarò davanti alla televisione, non me la perderò».
E per chi farà il tifo?«Per il Bologna, è chiaro. Al Cesena devo tanto, ancora ringrazio per l’occasione che mi hanno dato, aprendomi i cancelli della Serie A. Ma l’ho detto, Bologna ce l’ho nel sangue. È diverso».
Se l’aspettava il Cesena così in basso?
«Hanno preso giocatori importanti, ma a certi livelli serve gente che corre, che sa come salvarsi. Io ne ho un’idea, ho sempre giocato per non retrocedere. Sono due società che hanno fatto cose belle, in questi anni: il Bologna è riuscito a rimettersi in equilibrio dopo un periodo di sofferenza societaria. Non dev’essere stato facile. A Cesena aspettavano Mutu, a Bologna mancano i gol di Di Vaio, e io spero davvero che Marco si sblocchi. Ma quello di Mutu è un problema diverso: se se ne è andato da Firenze, forse qualcosa non funzionava».
Fuori dal campo? Attento, Gil: anche lei aveva una bella nomea, ai tempi...
«Da giovane, da scapolo. E poi, chiariamo: io uscivo alla domenica e al lunedì, mica al venerdì o al sabato. E fumavo qualche sigaretta in più. Avevo una fortuna: non ho mai bevuto, sono quasi astemio».
Rimpianti?
«Forse quello di non aver più ricevuto una telefonata dalle società a cui ho dato l’anima. E sono tante, ma tante. Però mi restano gli amici».
Se le chiediamo chi vince domenica fa il diplomatico?
«Ma nemmeno per sogno. Vi sembra che Gil De Ponti sia uno così? Amo il Bologna, per me è anche più forte. Spero proprio che vinca. Tre punti lo toglierebbero dalla mischia».

L'Informazione di Bologna, 17 novembre 2011

lunedì 14 novembre 2011

NICOLO' GUARDA VERSO LONDRA


di Marco Tarozzi

Il viaggio di Nicolò Bensi continua. Il traguardo è sempre quello: la Paralimpiade di Londra, nel 2012. Lui ci mette tutta la sua carica agonistica, anche in un momento come questo, in cui una maledetta colica alla cistifellea gli ha spazzato via in un attimo una condizione di forma eccelsa. Dettagli. Non sarà certo questo a fermarlo, e la ripresa è già iniziata.
IL TRAGUARDO DI NICK Primo obiettivo l’11 dicembre, quando il talento dell’Atletico H scenderà in vasca per un importante test paralimpico, alla presenza del commissario tecnico della Nazionale azzurra. Lì Nick cercherà di convincere chi deve fare la squadra per Londra. Perché bisogna sempre stare sul pezzo, anche se già il suo curriculum sarebbe una garanzia: in bacheca ci sono 21 titoli tricolori, sei finali e un bronzo europei, due finali mondiali. Ma Nicolò sa che il passato serve solo per trovare stimoli, e dunque costruisce il futuro. Lo fa da sette anni. Da quel giorno del 2004 in cui un banale incidente durante un allenamento su una pista da motocross lo ha costretto alla carozzina. Era un combattente prima, lo è a maggior ragione da allora. Due anni fa è stato il primo ragazzo con paraplegia in Italia a laurearsi in fisioterapia, col massimo dei voti. E oggi quello è il suo lavoro. A venticinque anni, si prepara a colorare il sogno più grande. Quello a cinque cerchi.
YURI, IL FUTURO Bensi è la certezza, ma l’Atletico H coltiva parecchi talenti. Grazie al lavoro di Daniele Naldi, da anni impegnato su questo fronte, oggi direttore tecnico della società di Roberto Cavedagna, oltre che commissario tecnico regionale del nuoto paralimpico. L’ultimo gioiello si chiama Yuri Prezzi. Classe ‘94, anni fa una rara patologia lo ha costretto all’amputazione di un arto. Ma Yuri è un altro di quelli che non si abbattono facilmente. Anche lui ha un record, come Nicolò: l’estate scorsa è stato il primo amputato italiano a conseguire il brevetto di assistente bagnante. Studia alla scuola aeronautica e vuol diventare pilota di aerei. Intanto, sta diventando una stella delle piscine: domenica scorsa, in un meeting proprio a Bologna, ha nuotato i 50 farfalla in 35”2 e i 100 stile in 1’09”4. Ha margini di miglioramento notevolissimi, assicura Naldi, e un carattere impossibile da sgretolare.
TALENTI IN VASCA E poi c’è Stefania Chiarioni, altra colonna del gruppo. Così come Francesco Rubino e Diego Gnesini, sempre più diviso tra piscina e poligono di tiro. E ancora Raffaele Di Luca, oltre all’ultima scoperta di Naldi, Georgiana Bazdoaca, romena, che nelle gare dell’ultimo weekend ha dato una bella spallata ai propri personali, fermando il cronometro a 1’33” nei 100 stile (migliorandosi di otto secondi in una volta sola) e 44” in vasca corta nei 50 farfalla («ma lavoriamo per scendere sotto i 40», assicura il tecnico). Sono quelli che crescono accanto a Nicolò. Anche loro con sogni belli e possibili. Mentre lui naviga deciso verso Londra.

17 ANNI E QUASI 100 TRICOLORI

Atletico H. E in quell’acca c’è tutta la filosofia della società, nata nel 1994 per volere di un gruppo di persone disabili che volevano lanciare attraverso lo sport la loro sacrosanta richiesta di essere considerati come persone, impegnandosi al contempo per vedere riconosciuto il loro diritto con l’impegno e il sacrificio quotidiano. Anche la scelta delle discipline da praticare fu precisa: dovevano essere le più adattabili ai vari livelli di disabilità. Diciassette anni dopo, sono ancora il fulcro dell’attività sportiva e motoria del sodalizio: nuoto, tiro a segno e tennis in carrozzina.
La scelta ha dato frutti significativi, sia in termini di partecipazione che di successi: la bacheca di Atletico H si è infatti arricchita di 97 titoli italiani, e i suoi colori sono tuttora indossati da autentiche leggende sportive. Come Fabian Mazzei, da anni numero uno del tennis in carrozzina, che ha collezionato una cinquantina di titoli tricolori e la partecipazione a ben tre Olimpiadi: Sidney 2000, Atene 2004 e Pechino 2008. Nel tiro a segno la punta di diamante è Diego Gnesini, con quattro titoli italiani (ma ne ha collezionati 14 anche nel nuoto), la partecipazione ai Mondiali in Croazia e a gare di Coppa del mondo in ogni parte d’Europa.
La filosofia della società è semplice: ognuno deve avere una chance nello sport, che è vita e come tale va vissuto intensamente e senza barriere. E per farlo nulla viene lasciato al caso. La programmazione è alla base di tutto, e i tecnici sono di valore assoluto. Il presidente Roberto Cavedagna ha affidato il settore nuoto a Daniele Naldi, che è anche direttore sportivo della società, coadiuvato da Valerio Mantovani. Adamo Russo è l’allenatore del tiro a segno, e il direttore di tiro Vittorio Gnesini è anche vicepresidente del sodalizio. Il tennis è affidato alle cure del maestro Alberto Setti, a cui Mazzei ha affidato da tempo la sua preparazione.
m.tar.

L'Informazione di Bologna, 14 novembre 2011

domenica 23 ottobre 2011

VITA E MORTE VELOCE DI UN CAMPIONE


di Marco Tarozzi

Quanto stride, oggi, quella filosofia che vuole gli eroi eternamente giovani e belli, fissati come leggende in quella “voglia di essere” che li ha accompagnati tutta la vita per abbandonarli all’improvviso, al primo vero schiaffo del destino. Quanto ci sembrava retorica, tra i banchi del liceo, la teoria della “morte felice dell’atleta” di Erodoto. Balle. Eravamo giovani, avevamo sete di vivere e la morte era un’idea lontana, indistinta, nemmeno immaginabile.
Supersic aveva ventiquattro anni. Era un talento e aveva la vita davanti a sé. Di più: aveva addosso quella “sete di vivere” che oggi, nella tragedia, lo accomuna ad altri campioni rimasti giovani in eterno nella nostra memoria. Come loro, Marco Simoncelli aveva un talento infinito e avrebbe voluto urlarlo al mondo. Certo, era già stato campione ragazzino, salito sul trono iridato in una classe difficile e affollata come la 250. Ma il mondo della MotoGp è un’altra cosa. Lui sapeva di poterci vivere alla grande, ma ancora non era riuscito a dimostrarlo pienamente. Anzi, la sua frenesia, il suo modo di concepire le corse “all’antica”, tutta fisicità, duelli e contatti, e non come un passatempo anestetizzato dalle regole e dalle penalità, gli avevano procurato non poche critiche, anche recentemente. E non tutte erano scivolate via: subdolamente strisciavano ancora tra i sussurri ad ogni problema, ad ogni incertezza.
Ma Supersic tirava dritto per la sua strada. Convinto dei propri mezzi, generoso, guascone, intelligentemente e genialmente “ignorante”, come quando coniò la splendida immagine su “velocità e ignoranza: bisogna prendere la bandiera a schiaffi”. Già, altro che a scacchi.
Quel soprannome, poi. Supersic. Qualcosa che fa pensare ai supereroi dei fumetti, quelli che si alzano in volo, sbattono, cadono e si rialzano come se fosse un film. Qualcosa che ti fa immaginare che non ci sia fine, per uno così, mai e poi mai. E invece non c’erano superpoteri. Solo passione, e il vento del destino che soffia contro. Quanti ne abbiamo visti, di talenti cristallini finiti così. Angelo Bergamonti, nel ricordo personale, fu il primo. A Riccione, in un pomeriggio di pioggia maledetto, di quelli che ti tornano alla memoria con quelle due semplici parole, “io c’ero”. C’ero, tenendo la mano di mio padre, e non avrei voluto esserci. Giorni che ti segnano, anche se allora, anno 1971, della tragedia arrivavano le voci, le frasi lasciate a mezz’aria, non il bombardamento di immagini che ha accompagnato questa morte in diretta, che ogni volta pugnala il cuore e lo fa sanguinare. Otello Buscherini, forlivese caduto mentre inseguiva il suo sogno mondiale, un sogno possibile. Jarno Saarinen e Renzo Pasolini, a Monza nel ’73: uno sembrava il campione fortunato, l’altro quello con la sorte contro, e invece entrambi avevano semplicemente una passione che li bruciava e la voglia di mettere le mani nel motore come oggi non si fa più. Quando morì Bergamonti, quando morirono Saarinen e Pasolini, si disse “mai più”. Si disse che il motociclismo non sarebbe stato più lo stesso, e fu così. Il motociclismo di oggi è un’altra storia, probabilmente. A colori, e non in bianco e nero. Ma Marco Simoncelli assomigliava tanto a loro. Al Berga, al Paso, a Jarno, a quelli lì, quelli che hanno un’idea eroica dello sport. E, maledizione, la pagano restando eternamente giovani nel ricordo.

L'Informazione di Bologna, 24 ottobre 2011

lunedì 17 ottobre 2011

LA FIRMA DI GASTON PER SVOLTARE


di Marco Tarozzi

Il fatto più clamoroso è che se qualcuno andrà a rivedersi i gol di questo pomeriggio domenicale dovrà accontentarsi di quelli del Bologna. Proprio così: la squadra che fino a ieri ne aveva segnati due in cinque partite, in questa giornata fuori del normale è stata l’unica a trovare la via del gol, e a vivacizzare una colonna di mortificanti “zeroazero”. Un segno, probabilmente: niente di meglio che ripartire in una giornata in cui tutti se ne dovranno accorgere, in un modo o nell’altro.
Due gol a Novara in quella che potrebbe essere ricordata, più avanti, come la partita della svolta. Quella che ha sbloccato un gruppo che si stava accartocciando nei suoi pensieri negativi, e che in fondo ha continuato a pensar male fino a quando Ramirez ha illuminato il cielo di Novara con quel colpo preciso, della serie “tiro e non ci penso su”, roba che riesce ai talenti e non riuscirebbe cento volte a noi comuni mortali. Lì, fateci caso, il Bologna ha iniziato a metterci anche il carattere, la personalità. E dopo il raddoppio di Acquafresca ha addirittura fatto la voce grossa, rischiando di dilagare contro un Novara che, va detto, era sulle ginocchia e aveva smarrito la via anche per malasorte, inesperienza e nervosismo. Tant’é: la squadra di Tesser è una di quelle su cui il Bologna deve tarare la sua corsa, quelle contro cui perdere colpi sarebbe reato. E stavolta il Bologna non ha sbagliato.
Gaston Ramirez “hombre del partido”, altro da aggiungere? Della necessità di avere il Nino dalla propria parte abbiamo detto tutti. E averlo significa anche farlo partecipe di un progetto, per piccino che esso sia: questo si chiama “salvezza”, non sarà sfavillante ma può servire anche a lui. Giocare, brillare, farsi vedere: se vuoi spiccare il grande salto, devi partire dalle basi. Il recupero, soprattutto mentale, tocca a Pioli: l’inizio è incoraggiante. Ben più della sorte nera di Marco Di Vaio, stoico nell’inseguire gol che una volta erano banalità. Solita storia: più resti a secco e più ti fai domande, è il dannato mestiere del bomber. E hai un bel dire che l’importante è aver preso questi tre punti. Uno come Di Vaio ha dormito male, stanotte. E quelli che non dimenticano sperano sempre che il vento cambi.

L'Informazione di Bologna, 17 ottobre 2011

(foto di Roberto Villani)

domenica 9 ottobre 2011

IL GIRO DELL'EMILIA HA UN RE RAGAZZINO


di Marco Tarozzi

Il bello del Giro dell’Emilia è che sa sempre regalarti una storia importante. Può essere quella di un campione affermato, e sono tanti quelli che hanno lasciato il segno su questa grande classica in più di cent’anni di storia e novantaquattro edizioni. Oppure può proporti un nome nuovo di zecca, ma certamente non banale. Tutto da studiare, da memorizzare, perché una cosa è certa: se un corridore poco conosciuto ai più vince su queste strade, farà di sicuro parlare di sè.
Così sarà per Carlos Alberto Betancur, il talento di Colombia che si è fatto un sontuoso regalo per il ventiduesimo compleanno. Lo festeggerà tra cinque giorni, aggiungendo alla lista della felicità questa vittoria sul colle della Guardia, davanti al santuario di San Luca, luogo-simbolo per i bolognesi e da oggi anche per lui, ragazzo di Ciudad Bolivar abituato a ben altre altitudini, essendo nato e cresciuto a quota 1800 sopra il livello del mare.
Intendiamoci: per gli addetti ai lavori (e per chi conosce bene l’argomento ciclismo) Betancur è tutt’altro che uno sconosciuto. Vicecampione del mondo al Mondiale di Mendrisio 2009, un anno fa sempre da dilettante ha messo in carniere il Giro Bio, e quest’anno si è piazzato al quarto posto nella tappa del Sestriere del Giro d’Italia vinta dopo una fuga epica dal bielorusso Vasili Kiryienka. Ma qui, sulle rampe di San Luca, ci si aspettava il guizzo di un solito noto. Ivan Basso, soprattutto, che due settimane fa era addirittura venuto a ripassare il percorso, per tentare il bis della vittoria del 2004. O Juan Josè Cobo, trionfatore della Vuelta. O ancora Scarponi, Nibali, Rodriguez, il vecchio Rebellin. Tutti fuori dai giochi: Cobo si è fermato dopo la prima delle cinque salite al colle, Basso al terzo passaggio del circuito finale già mostrava la corda. L’unico a tentare qualcosa è stato Davide Rebellin, quarto e primo degli italiani sul traguardo, ma si è mosso troppo tardi.
A vivacizzare la corsa ci aveva pensato un gruppo di cinque uomini, in fuga dal chilometro 18 fino al primo passaggio a San Luca. Più di 140 chilometri da soli, con un vantaggio massimo di 8’26 prima del cinquantesimo. Dentro c’era anche Davide Ricci Bitti da Villafontana di Medicina, cresciuto a pane e ciclismo, da ragazzo, proprio nella società del paese natale, oltre che nella Dalfiume di Ozzano. Gli altri: Denifl, Laganà, Solari, Zdanov. L’austriaco Denifl è stato l’ultimo a mollare, a meno di trenta chilometri dalla fine, dopo il primo giro del circuito finale. Lì ci ha provato un altro giovane, Gianluca Brambilla della Colnago, anni ventiquattro, una vittoria da professionista nel 2010. La Liquigas, fin lì attivissima per preparare la strada a Basso, a un certo punto ha smesso di spingere, togliendo riferimenti agli altri protagonisti annunciati. E Betancur ne ha approfittato, come un veterano delle corse: prima ha riagganciato Brambilla insieme a Kiserlovsky e Zaugg, poi è rimasto a giocarsela con lo svizzero negli ulitmi chilometri. Sull’ultima salita è andato via tutto solo verso la sua prima, grande vittoria da professionista. Ha resistito ai tentativi di ritorno del gruppo, ormai sfilacciato, e forse sulle strade del Giro dell’Emilia ha iniziato a scrivere la sua favola.

DA CIUDAD BOLIVAR PER DIVENTARE CAMPIONE

di Andrea Bartoli

Ha una di quelle facce che sprigionano simpatia, il colombiano Carlos Alberto Betancur. A dirla tutta non pare neppure abbia da poco conquistato, dominandola, una delle classiche del ciclismo professionistico più antiche, quel Giro dell’Emilia arrivato quest’anno alla sua 94a edizione. Cosi apparentemente rilassato da dire: «Una corsa abbastanza dura, ma non troppo».
Ma non é sfrontatezza, la sua, quella che potrebbe avere un quasi ventiduenne (li compirà il 13 ottobre), ma consapevolezza dei propri mezzi: «È da un mese che mi sento molto bene ed all’inizio di settembre, assieme al mio team Acqua & Sapone, si é deciso di puntare sul sottoscritto per il finale di stagione, Giro di Lombardia compreso». E sulle durissime rampe che portano a San Luca, i frutti di quella scelta si sono visti tutti: «Quando a undici chilometri dall’arrivo é scattato lo svizzero Zaugg della Leopard, l’ho seguito senza indugi. Ho capito che poteva essere l’azione giusta e soprattutto le gambe rispondevano. Poi, lui ha iniziato l’ultima ascesa molto forte, ho aspettato che calasse un po’ il ritmo e quando, affiancandolo, ho colto dal suo sguardo la stanchezza, ho attaccato deciso».
Bel tipo Betancur, alla prima vittoria da professionista ha messo in cascina una delle corse più belle del calendario italiano. Non una meteora, si capisce, perchè nel 2010, da dilettante, ha vinto il Giro d’Italia Bio e il Giro di Colombia Under 23, dopo l’argento nel mondiale 2009 a Mendrisio. Un ragazzo molto attaccato alla famiglia, con papà Ignacio contadino nelle piantagioni di caffè, mamma Piedad casalinga ed i fratelli Andres, Paola, Cristina e Javier. Devoto, pure, tanto da sfoggiare sotto la maglietta un crocefisso e ringraziare più volte il Signore sotto la fettuccia d’arrivo. Un salto dai 1800 metri di Ciudad Bolivar fino a Santa Maria Monte, nel pisano, coccolato dal suo direttore sportivo sia di club sia nella Nazionale colombiana Franco Gini. Un amore, quello per la bicicletta, sbocciato a quattordici anni quando una professoressa della scuola, a furia di vederlo arrivare in sella alla due ruote, lo portò direttamente preso il team più forte della città. E adesso il colombiano dell’Acqua & Sapone pensa a chiudere bene il 2011, magari con un bel colpo al Lombardia, e guarda già con interesse il Giro d’Italia 2012: «Quest’anno ho preso le misure alla corsa rosa con il quarto posto nella tappa del Sestriere, ma per la prossima stagione mi piacerebbe curare una buona classifica». Sempre con il sorriso sulle labbra e con una simpatia innata: se al Giro dell’Emilia è nata una stella è presto per dirlo, ma Carlos Alberto Betancourt sulle rampe di San Luca ha recitato da grande campione.

L'Informazione di Bologna, 9 ottobre 2011

domenica 25 settembre 2011

SERGIO, PORTACI CON TE


Sergio Frattaruolo è partito per la Minitransat. Alle 17.17 di domenica 25 settembre. Attraverserà l'Atlantico con una barca di sei metri e mezzo. Un guscio in mezzo all'oceano

di Marco Tarozzi

Sergio Frattaruolo è l’uomo in mezzo al mare che trasforma i nostri sogni in realtà. La libertà, il viaggio, la voglia di prendere il vento e andare sono dentro di noi: le coltiviamo per una vita e quasi sempre le teniamo dentro, represse, mai esternate. Questione di coraggio: quello che manca, o magari quello che occorre per affrontare i muri della quotidianità. A noi che ogni giorno vorremmo partire e non riusciamo a staccarci dal posto restano i miti, quelli che hanno fatto scelte semplicissime, viste dalla loro ottica (agire, partire) e incredibilmente romantiche viste dalla nostra. Ed è bello pensare che da oggi si possa fantasticare di piccole barche nell’oceano, di messaggi in bottiglia da recapitare a chi ci si imbatterà, di roba comunque d’altri tempi, immaginando la faccia (tosta e amabile al tempo stesso) di questo Peter Pan sopra i quaranta, cresciuto in una città della Bassa e così innamorato del mare, del vento, dell’avventura da farne una ragione di vita. Sergio, il tuo sogno è il nostro sogno. Solo che tu sai viverlo. Portaci dall'altra parte dell'oceano con te.

L'Informazione di Bologna, 25 settembre 2011

venerdì 23 settembre 2011

VUOI KOBE? SCRIVIGLI UNA MAIL


di Marco Tarozzi

Claudio Sabatini, avete presente? Come si muove, agita le acque. Adesso con l’idea più scoppiettante di tutte, ispirata dal lock-out Nba. Prima gli è venuto in mente il ritorno di Ginobili, poi addirittura l’”emilianità” di Kobe Briant, che ha molta Italia nel proprio background. Da lì è iniziato il sogno: il primo timido contatto via facebook di Lauro Bon, ex bianconero che oggi lavora per Canadian Solar e che poi ci ha preso gusto a seguire la trattativa; la risposta di Kobe, che salvaguardando assicurazioni e “escape” esamina solo offerte annuali; la proposta di Sabatini, immediatamente recapitata all’agente del giocatore Rob Pelinka, fatta di quattro “opzioni” (cinque milioni lordi per un anno, ma anche altre possibilità di scelta: tre partite, due partite o il “Bryant Day” per la prima giornata di campionato); la volontà del giocatore di parlarne. L’ultimo atto è andato in scena nella notte: ennesima conference call tra il presidente bianconero e Pelinka, preceduta dall’appello dei tifosi della V nera. Quelli che credono, come Sabatini, al miracolo possibile.
Lui, per provare a colpire al cuore il campione, ha coinvolto tutti. Tifosi ma non solo. Anche quegli appassionati che all’idea di un Kobe Bryant “italiano” dimenticano bandiere e fossati. «Chiediamo di aiutarci a portare a Bologna un ambasciatore del basket nel mondo come Kobe Bryant, convincendolo direttamente con messaggi da inviare alla mail bolognaperbryant@virtus.it». Un paio d’ore dopo c’era già una decina di pagine di inviti. Accorati, appassionati, divertenti.
Da “Zorz”, che punta sul lato gastronomico («Ti porto a mangiare i tortellini», roba che Kobe dovrebbe conoscere visto che in queste terre è cresciuto), a “max” che va più per le spicce («Allora quando arrivi?»). Da Fusto che già sogna «la canotta Virtus numero 24 con scritto Bryant» a “materazz” che non ha dubbi: «Se si lascia LA si può andare solo a Bologna». La certezza di Sabatini è che per il Fenomeno si muoverebbero da tutta Italia, e indirettamente “ilpozz87” lo conferma: «Verrei da Caserta per vederti».
Sabatini, il creativo, sorride perché l’idea ha fatto centro. «Su un nome come questo, è bello sentirsi uniti. Ho voluto coinvolgere tutta la città, e anche chi semplicemente ama il basket e vuole vederne il rilancio». Anche sulla questione di Bryant ambasciatore del basket si può lavorare: è uno degli argomenti per i quali Kobe è più sensibile, non avendo mai dimenticato i valori instillatigli da papà Joe, nè le radici. «Però non vendo fumo», assicura Sabatini. «Faccio la mia parte e spero che tutti, anche a livello istituzionale, si sentano coinvolti dal progetto». Intanto ha acceso il canale dei sogni. Di questi tempi, un po’ di colore non guasta. Meglio se è gialloviola.
m.tarozzi@linformazione.com

di Antonio Manco

Un legame fortissimo quello tra Kobe e l’Italia. Degli anni tra il 1984 ed il 1991, vissuti nel Belpaese seguendo le orme del padre, “il giocatore più forte al mondo ” ricorda soprattutto «la passione per la vita, per la famiglia, per i figli». Valori che lo hanno spinto a dare nomi italiani alle figlie (Natalia Diamante e Gianna Maria Onore) e a promettere un’annata da queste parti per concludere la carriera non più tardi di 12 mesi fa. Poi sono arrivate le difficoltà delle franchigie e la minaccia del lock-out, che ora rischia di far diventare il futuro già presente, sulla scia dei sogni di Sabatini.
Chissà se al momento di ricevere la proposta della Virtus, Black Mamba ha pensato a quella semifinale scudetto persa con la maglia della Cantine Riunite Reggio proprio contro i bianconeri. O se gli sono tornati in mente quei minuti di gloria nell’intervallo delle partite casalinghe della Viola Reggio Calabria, in cui lo si poteva vedere tentare conclusioni da tre. A quel tempo, Kobe era un prospetto interessante, con il grande sogno Nba. Poco di più. Tanto che la stampa ha continuato per giorni a chiamarlo Colby e l’altro americano del gruppo, Christopher Ward era considerato il più futuribile. La stella di quella squadra era Marco Morani, allora principale terminale offensivo ed ora commerciante.
Sulle doti atletiche, almeno, nessuno aveva il coraggio di esprimere dei dubbi: «A 12 anni faceva numeri concessi solamente a pochi umani – ricorda uno dei suoi compagni d’allora – a volte lo lanciavamo in contropiede e ci emozionavamo al pensiero di cosa avrebbe potuto inventare. Con lui era davvero tutto facile, anche troppo: il rischio era di sentirsi inutili». Come quando realizzò 63 punti, a lungo record personale fino agli 81 punti realizzati il 22 gennaio 2006 contro Toronto. Al termine di quella stagione, il giovane prospetto spiccò il volo per la Nba, senza passare dal via, iniziando una carriera che lo avrebbe portato ad essere il successore di Michael Jordan nell’immaginario degli appassionati (tanto che una voce, poco credibile, dice che la scelta del 24 significhi proprio questo) e a vincere 5 anelli con i Lakers.

L'Informazione di Bologna, 23 settembre 2011