lunedì 2 gennaio 2012

IL CAMPIONE E IL SUO SOGNO


di Marco Tarozzi

Si chiama “Diario di un sogno”, ed è la cronaca di un ritorno. O se preferite la storia di un campione, vero e assoluto, che si rimette in gioco. Senza più pressioni, probabilmente anche senza più la reattività di un tempo, perché gli anni sono passati anche per lui, e gli ultimi tre li ha passati lontano dall’attività sportiva. Ma con la stessa grinta, la stessa voglia di provarci, il piacere di raccontarsi partendo dal passato e scommettendo sul futuro.
Pier Davide Romani è di nuovo sui pattini. Quelli che lo hanno consacrato ai vertici internazionali: campione del mondo a squadre nel 2001, individuale nel 2003 e 2004, 22 titoli europei, una dozzina di tricolori. Era la stella della Bononia Fini Sport fino al 2008, un vanto per lo sport bolognese. Era un semiprofessionista, nel senso che di pattinaggio poteva anche vivere, come pochi altri al mondo. Poi, di colpo, disse stop.
«Quando ho smesso, ero sui pattini da più di vent’anni. Ho iniziato che ne avevo cinque, ho fatto la gavetta perché non sono stato un “vincente” da subito. All’inizio mettevo la mia generosità agonistica a disposizione della squadra, visto che fisicamente perdevo il confronto con tanti avevo studiato una tattica da “front man”, sempre all’attacco, sempre a tirare. Pian piano, con la forza di volontà, ho affinato la tenuta, la capacità di chiudere le gare davanti. Ho iniziato a vincere, ad essere rispettato da compagni e avversari. Sono diventato un leader. Ma ci ho messo anni, e non ho mai dimenticato da dove sono venuto».
Le origini, appunto. Sono importanti per spiegare la nascita di un campione.
«Sono nato ad Addis Abeba, figlio di profughi di guerra etiopi, sono arrivato a Bologna da piccolo e mi sono integrato in fretta. Ma le possibilità economiche erano meno di zero. E forse questa è stata la mia fortuna. I miei non potevano comprarmi i giochi? Me li costruivo. Non avevo libri di favole da leggere? Me le inventavo. Quello che i miei genitori mi hanno sempre dato, nonostante fossero impegnatissimi col lavoro, sono stati i valori giusti. E ho continuato a coltivarli in Bononia, che è stata una seconda famiglia per ventitré lunghi anni».
Non è mai stato un campione lontano dalla “base”. Ha sempre fatto di tutto per trasmettere la sua passione.
«Sentirmi chiamare “campione” mi faceva sorridere. Ci ho messo quattordici anni per arrivare ai vertici, ma ho sempre tenuto duro, fin da piccolo, perché sapevo di avere davanti un obiettivo. Ho organizzato “clinic” nelle scuole, da campione del mondo ho anche accettato una chiamata della federazione sudafricana, per insegnare e dare consigli a giovani pattinatori di colore che non avevano opportunità tecniche o economiche. Mi ricordo quei giorni laggiù, e credo che sia stata l’unica volta in cui tornando in Italia in aereo mi sono sorpreso a piangere...».
Ha chiuso nel 2008. Quanto sport c’è stato nella sua vita, in questi tre anni?
«Zero assoluto. Mi sono buttato sul lavoro, ho fatto l’agente pubblicitario e oggi ho una mia agenzia come consulente di strategie commerciali. Tra le altre cose, sono stato tra i primi a portare Groupon in Italia, lanciandola a Bologna».
Che si aspetta, allora, da questo ritorno?
«Lo faccio per puro piacere personale. Perché ho voglia di fare sport e di tornare a respirare quell’ambiente. E lo faccio in una situazione di grande crisi per il movimento in Italia. Sono finiti gli anni d’oro, quando si poteva anche vivere di pattinaggio, da noi. Oggi non c’è cambio generazionale, mancano stimoli ed esempi. In più, nel mondo sono uscite realtà importanti come Corea, Belgio, Cina. Sono passati i tempi in cui, almeno a livello europeo, noi italiani decidevamo in spogliatoio quale azzurro avrebbe vinto la gara, tanto eravamo imbattibili».
E allora perché proprio adesso?
«Perché lo spirito è diverso. Dopo essere diventato un atleta di vertice mi sono tolto soddisfazioni a 360 gradi. Oggi non devo dimostrare più niente, non ho pressioni. Non ho la freschezza di un tempo, ma è una bella sfida, soprattutto nell’anno in cui il Mondiale tornerà a essere disputato in Italia».
L’obiettivo è quello?
«E come si fa a dirlo? Posso fare dei bellissimi ragionamenti, e in effetti li sto facendo. Sì, mi piacerebbe arrivare a quell’appuntamento, esserci, magari giocarmi qualcosa di importante. Vedremo. Il gioco, in realtà, è semplice: non fasciarsi la testa, credere in quello che si fa, possibilmente dare un esempio ai ragazzi».
Per questo sta già tenendo un diario dell’avventura su Facebook.
«Mi metto in gioco e ho voglia di raccontare. Anche per far capire che non c’è niente di straordinario. È solo un percorso: torno a pattinare e magari arrivo ai Mondiali, ma in ogni caso potrò dire che ci ho provato. Se uno non prova, non sa. La cosa che mi fa piacere è che questa storia ha colpito non solo la gente dell’ambiente, ma anche chi di pattinaggio non sa nulla».
Chi l’aiuterà nel viaggio?
«La Bononia, naturalmente. È una famiglia, nella mia carriera non ho mai neppure valutato l’idea di abbandonarla, neanche quando mi cercavano in tanti. Poi, per ora, un paio di sponsor tecnici, Vitamine&co. e Powerslide. Lungo il cammino, spero di trovare tanti amici. Anche solo per un consiglio, un augurio. Spero che apprezzino questo mio rimettermi in gioco».

L'Informazione di Bologna, 2 gennaio 2012

giovedì 22 dicembre 2011

TUTTO IL BE.NE. DEL MEDICO CENTAURO


di Marco Tarozzi

Alla base di tutto c’è “Il BeNe”. Acronimo di Bellaria Neuroscienze, il centro di diagnosi e cura delle malattie neurologiche rare e neuorimmuni attivo presso la struttura ospedaliera bolognese. Si occupa di malattie rare come sclerosi multipla e talassemia. O come la Sla, entrata nell’immaginario collettivo anche per il fatto di aver colpito diversi atleti, pur rimanendo avvolta da un alone di mistero che la ricerca sta cercando di eliminare. “Il BeNe” è una creatura del dottor Fabrizio Salvi, genio senza spocchia che fa ricerca seguendo percorsi innovativi. Sul tema della Sla il suo centro ne ha avviato uno di cura e assistenza ai malati che in Italia non ha eguali, dotandosi di un team multidiciplinare e specializzato che prende in carico il malato dal momento del ricovero, lo segue, attua un piano personalizzato sul territorio per facilitare l’approccio alla malattia del paziente e della sua famiglia.
IL CUORE DEI PILOTI Un progetto del genere, ovviamente, ha bisogno di essere sposato da tanti, e supportato. E Fabrizio Salvi, uomo concreto, determinato e soprattutto grande comunicatore, ha coinvolto tanta gente intorno ai suoi progetti. Appassionato motociclista, è riuscito nella passata stagione a conquistare un mondo come la Superbike, e i migliori piloti del Mondiale sono dalla sua parte. Da Carlos Checa, neoiridato a trentanove anni, a Michel Fabrizio, da Leon Haslam a Marco Melandri, che ha dato la sua adesione: “Per un’inizativa così nobile”, ha detto il pilota romagnolo, “potete usare il mio nome come e quando volete. Chiamatemi e io ci sarò”.
LA FONDAZIONE Ma ora “Il BeNe” ha fatto un altro passo concreto. Il 20 settembre si è costituito in Fondazione, e nei giorni scorsi l’iniziativa è stata presentata proprio al Bellaria, con la giornalista Ilaria D’Amico a fare da testimonial. E soprattutto con l’appoggio di alcuni tra i principali imprenditori locali, da Guidalberto Guidi di Ducati Energia a Marchesini Group, da GVS a Fava e Geox. A sostenerla ci sono associazioni di pazienti come, tra le altre, Isola Attiva onlus, AssiSLA in memoria di Raffaella Alberici, Smuovi la Vita onlus, L’Abbraccio. E’ una fondazione “a beneficio di persone affette da malattie neurologiche rare e neuroimmuni”, quelle su cui più spesso si abbattono i tagli di un’economia in difficoltà, e che non rientrano tra le priorità delle grandi case farmaceutiche. “I tagli alla ricerca si scaricano sempre sulle malattie rare e neuroimmuni”, spiega Salvi. “Con questa fondazione potremo organizzare un pool di ricercatori appartenenti a varie discipline, che lavoreranno insieme. Ogni associazione dei malati si relazionerà alla Fondazione attraverso un responsabile scientifico”.
Lo stesso dottor Salvi è il responsabile scientifico della Fondazione, la garanzia di trasparenza nella gestione dei fondi è data dalla scelta di Francesco Rosetti, magistrato, come presidente. Si parte con un fondo di 200mila euro, ma l’obiettivo dichiarato è quello di raccogliere almeno un milione. “Pensare che anni fa il Bellaria stava abbandonando il campo delle malattie rare”, ricorda Salvi. “Poi non solo questo non è accaduto, ma abbiamo avuto anche la possibilità di costituire il Il BeNe. Ora, per tutti quei malati che faticano a trovare risposte ai loro problemi, potremo contare anche sulla Fondazione”.
Senza dimenticare il mondo dei circuiti. Salvi, che viaggia in Ducati Monster e in garage si coccola anche una Guzzi Le Mans, si ripresenterà a Misano e a Imola anche nel 2012. Nel none del BeNe.

L'Informazione di Bologna, 20 dicembre 2011

domenica 4 dicembre 2011

ALINO, UN TACCO PER SOCRATES


di Marco Tarozzi

Quasi un omaggio al Dottore del calcio. Nel giorno in cui gli dei del pallone si sono ripresi indietro quel genio di Socrates, Alino Diamanti ha in qualche modo onorato la memoria del campione brasiliano inventandosi quel colpo di tacco, spalle alla porta, che ha lanciato Marco Di Vaio verso il gol. Se siete realisti, parlate pure di coincidenza. Ma se vi piace ancora sognare, soprattutto su una piazza che ultimamente i sogni li regala col contagocce, cullatevi nell’idea che ci sia un disegno, un filo impercettibile che lega quelli coi piedi così, inventori di un calcio che sarà anche passato di moda, ma continua a incantare.
Il ritorno di Alino da titolare ha acceso il Bologna. Lui sapeva che questa era la sfida da non sbagliare, dopo le ultime vicissitudini: la certezza del posto d’estate, i malanni fisici e l’esplosione di Ramirez a cambiare lo scenario. Ecco, Diamanti ha interpretato la partita perfetta proprio mentre Gastoncito si perdeva nel labirinto dei suoi pensieri. Qualcuno dirà: segno che non possono convivere. Sarà, ma fossimo in Pioli insisteremmo. Diamanti e Ramirez a supportare l’unica punta, coperti da un Mudi migliore di quello visto ieri e da un Perez ancora non visto quest’anno, ma che esiste e lo sappiamo: sulla carta il cerchio può quadrare, sul campo serve lavorarci ed è normale.
Cose da annotare in una domenica finalmente serena al Dall’Ara: lo show di Alino, appunto, ma anche la verve del capitano, ritrovata non a caso quando può spaziare solitario dentro l’area. E la buona guardia di Gillet, che ha salvato tre punti preziosi che rilanciano il Bologna prima di due sfide da brividi, Juve in Coppa e Milan domenica al Dall’Ara. Bisognava vincerla, missione compiuta. Potremmo aggiungere che abbiamo agguantato l’Inter. Ma lasciamo stare, non è questa la nostra corsa.

L'Informazione di Bologna, 5 dicembre 2011

(foto di Roberto Villani)

giovedì 17 novembre 2011

IL CUORE GRANDE DI GIL


di Marco Tarozzi

Arrivò a Bologna proprio da Cesena. Stagione 1977-78, calcio in bianco e nero. In Romagna aveva conosciuto la Serie A, qui avrebbe lasciato il cuore. Perché sono passati gli anni ma niente è cambiato, per Gianluca De Ponti detto Gil. Gli parli di Bologna e lui sente qualcosa lì, a livello del cuore.
«È il mio sangue. Venni e sposai una ragazza bolognese, mio figlio Diego è nato lì. Di più: è un tifoso sfegatato del Bologna, uno di quelli che vanno sempre allo stadio, segue la squadra spesso anche in trasferta. Ogni tanto gli chiedo se deve proprio buttare soldi in maglie nuove, gadget e tutto quello che è rossoblù. Ma alla fine, quando posso, al Dall’Ara con lui ci vado anch’io. Torno spesso, lì ci sono tanti amici».
Già, perché era un calcio fatto anche di amicizie profonde, quello di Gil.«Mi sento spessissimo con Renato Villa, Trevisanello mi vorrebbe sempre a casa sua. E poi c’è la moglie di Fiorini, Annalisa. Già, Fiore. Uno di quelli che mi mancano, e tanto. Noi poi ci conoscevamo da prima: io giocavo nel Cesena, lui nel Rimini, avevamo legato».
Magari anche fuori dai campi di calcio. Eravate due belle “teste matte”.
«Ah, roba di gioventù. La storia della papera al guinzaglio, altre leggende. Ero un ragazzo, mi sentivo libero. Ma quando arrivai a Bologna ero già molto più maturo. E poi misi su famiglia».
Se ne sono andati parecchi, di amici di quegli anni. E lei ha combattuto una battaglia pesante contro un male subdolo. Giocoforza, si è fatto delle idee su quel calcio.
«Se ne sono andati Fiorini, Chiodi, Roversi, Zuccheri. Persone a cui volevo bene, persone giovani. Quello che mi è passato per la testa l’ho detto, a volte ci penso ancora ma cerco di cambiare foglio. Certe cose non sono venute fuori e forse non succederà mai. Meglio pensare a un mondo a colori...»
Cesena, la sua prima Serie A.«Un’esperienza che non si può scordare. Ed era una gran bella squadra. Frustalupi, Rognoni, Cera, in squadra c’erano giocatori così. Il primo anno finimmo sesti in Serie A e guadagnammo il posto in Uefa. E arrivare in Europa, per una squadra di provincia, è qualcosa di grande. Vale uno scudetto. Il secondo anno andò peggio, purtroppo. Nella mia carriera gli alti e i bassi si sono susseguiti con frequenza».
Nel ‘77 arrivò a Bologna. Anno epocale, sotto le due torri. Si pensava ad altro, il calcio era finito ai margini. E il presidente Conti ne aveva sempre meno voglia.«Infatti ci salvammo all’ultima giornata, con Pesaola. Però per me è un gran bel ricordo, quella salvezza. Ci avevo messo il cuore, a Bologna, avevo trovato gli affetti. Speravo di restare a lungo. E invece a fine stagione mi cedettero all’Avellino. Ci rimasi male».
Il ricordo più bello di quella stagione?
«Tanti. Ma forse il gol a San Siro alla prima giornata, contro l’Inter. Passaggio di Chiodi, gol di Gil: 1-0 per noi. E con l’Inter vincemmo anche al ritorno: 2-1, segnammo io e Stefano».
La seconda volta in rossoblù fu bella a metà.
«Il primo anno fu un disastro. I problemi societari, Fabbretti nei guai e noi volammo giù, dalla B alla C. Fu un bel casino. Ma l’anno dopo la squadra valeva ancora la cadetteria, e infatti risalimmo subito».
Domenica sarà allo stadio con Diego?
«Questa volta no. Ora sto bene, ma per muovermi devo trovare lo scambio giusto. A volte è faticoso anche prendere un treno, per me. Ma sarò davanti alla televisione, non me la perderò».
E per chi farà il tifo?«Per il Bologna, è chiaro. Al Cesena devo tanto, ancora ringrazio per l’occasione che mi hanno dato, aprendomi i cancelli della Serie A. Ma l’ho detto, Bologna ce l’ho nel sangue. È diverso».
Se l’aspettava il Cesena così in basso?
«Hanno preso giocatori importanti, ma a certi livelli serve gente che corre, che sa come salvarsi. Io ne ho un’idea, ho sempre giocato per non retrocedere. Sono due società che hanno fatto cose belle, in questi anni: il Bologna è riuscito a rimettersi in equilibrio dopo un periodo di sofferenza societaria. Non dev’essere stato facile. A Cesena aspettavano Mutu, a Bologna mancano i gol di Di Vaio, e io spero davvero che Marco si sblocchi. Ma quello di Mutu è un problema diverso: se se ne è andato da Firenze, forse qualcosa non funzionava».
Fuori dal campo? Attento, Gil: anche lei aveva una bella nomea, ai tempi...
«Da giovane, da scapolo. E poi, chiariamo: io uscivo alla domenica e al lunedì, mica al venerdì o al sabato. E fumavo qualche sigaretta in più. Avevo una fortuna: non ho mai bevuto, sono quasi astemio».
Rimpianti?
«Forse quello di non aver più ricevuto una telefonata dalle società a cui ho dato l’anima. E sono tante, ma tante. Però mi restano gli amici».
Se le chiediamo chi vince domenica fa il diplomatico?
«Ma nemmeno per sogno. Vi sembra che Gil De Ponti sia uno così? Amo il Bologna, per me è anche più forte. Spero proprio che vinca. Tre punti lo toglierebbero dalla mischia».

L'Informazione di Bologna, 17 novembre 2011

lunedì 14 novembre 2011

NICOLO' GUARDA VERSO LONDRA


di Marco Tarozzi

Il viaggio di Nicolò Bensi continua. Il traguardo è sempre quello: la Paralimpiade di Londra, nel 2012. Lui ci mette tutta la sua carica agonistica, anche in un momento come questo, in cui una maledetta colica alla cistifellea gli ha spazzato via in un attimo una condizione di forma eccelsa. Dettagli. Non sarà certo questo a fermarlo, e la ripresa è già iniziata.
IL TRAGUARDO DI NICK Primo obiettivo l’11 dicembre, quando il talento dell’Atletico H scenderà in vasca per un importante test paralimpico, alla presenza del commissario tecnico della Nazionale azzurra. Lì Nick cercherà di convincere chi deve fare la squadra per Londra. Perché bisogna sempre stare sul pezzo, anche se già il suo curriculum sarebbe una garanzia: in bacheca ci sono 21 titoli tricolori, sei finali e un bronzo europei, due finali mondiali. Ma Nicolò sa che il passato serve solo per trovare stimoli, e dunque costruisce il futuro. Lo fa da sette anni. Da quel giorno del 2004 in cui un banale incidente durante un allenamento su una pista da motocross lo ha costretto alla carozzina. Era un combattente prima, lo è a maggior ragione da allora. Due anni fa è stato il primo ragazzo con paraplegia in Italia a laurearsi in fisioterapia, col massimo dei voti. E oggi quello è il suo lavoro. A venticinque anni, si prepara a colorare il sogno più grande. Quello a cinque cerchi.
YURI, IL FUTURO Bensi è la certezza, ma l’Atletico H coltiva parecchi talenti. Grazie al lavoro di Daniele Naldi, da anni impegnato su questo fronte, oggi direttore tecnico della società di Roberto Cavedagna, oltre che commissario tecnico regionale del nuoto paralimpico. L’ultimo gioiello si chiama Yuri Prezzi. Classe ‘94, anni fa una rara patologia lo ha costretto all’amputazione di un arto. Ma Yuri è un altro di quelli che non si abbattono facilmente. Anche lui ha un record, come Nicolò: l’estate scorsa è stato il primo amputato italiano a conseguire il brevetto di assistente bagnante. Studia alla scuola aeronautica e vuol diventare pilota di aerei. Intanto, sta diventando una stella delle piscine: domenica scorsa, in un meeting proprio a Bologna, ha nuotato i 50 farfalla in 35”2 e i 100 stile in 1’09”4. Ha margini di miglioramento notevolissimi, assicura Naldi, e un carattere impossibile da sgretolare.
TALENTI IN VASCA E poi c’è Stefania Chiarioni, altra colonna del gruppo. Così come Francesco Rubino e Diego Gnesini, sempre più diviso tra piscina e poligono di tiro. E ancora Raffaele Di Luca, oltre all’ultima scoperta di Naldi, Georgiana Bazdoaca, romena, che nelle gare dell’ultimo weekend ha dato una bella spallata ai propri personali, fermando il cronometro a 1’33” nei 100 stile (migliorandosi di otto secondi in una volta sola) e 44” in vasca corta nei 50 farfalla («ma lavoriamo per scendere sotto i 40», assicura il tecnico). Sono quelli che crescono accanto a Nicolò. Anche loro con sogni belli e possibili. Mentre lui naviga deciso verso Londra.

17 ANNI E QUASI 100 TRICOLORI

Atletico H. E in quell’acca c’è tutta la filosofia della società, nata nel 1994 per volere di un gruppo di persone disabili che volevano lanciare attraverso lo sport la loro sacrosanta richiesta di essere considerati come persone, impegnandosi al contempo per vedere riconosciuto il loro diritto con l’impegno e il sacrificio quotidiano. Anche la scelta delle discipline da praticare fu precisa: dovevano essere le più adattabili ai vari livelli di disabilità. Diciassette anni dopo, sono ancora il fulcro dell’attività sportiva e motoria del sodalizio: nuoto, tiro a segno e tennis in carrozzina.
La scelta ha dato frutti significativi, sia in termini di partecipazione che di successi: la bacheca di Atletico H si è infatti arricchita di 97 titoli italiani, e i suoi colori sono tuttora indossati da autentiche leggende sportive. Come Fabian Mazzei, da anni numero uno del tennis in carrozzina, che ha collezionato una cinquantina di titoli tricolori e la partecipazione a ben tre Olimpiadi: Sidney 2000, Atene 2004 e Pechino 2008. Nel tiro a segno la punta di diamante è Diego Gnesini, con quattro titoli italiani (ma ne ha collezionati 14 anche nel nuoto), la partecipazione ai Mondiali in Croazia e a gare di Coppa del mondo in ogni parte d’Europa.
La filosofia della società è semplice: ognuno deve avere una chance nello sport, che è vita e come tale va vissuto intensamente e senza barriere. E per farlo nulla viene lasciato al caso. La programmazione è alla base di tutto, e i tecnici sono di valore assoluto. Il presidente Roberto Cavedagna ha affidato il settore nuoto a Daniele Naldi, che è anche direttore sportivo della società, coadiuvato da Valerio Mantovani. Adamo Russo è l’allenatore del tiro a segno, e il direttore di tiro Vittorio Gnesini è anche vicepresidente del sodalizio. Il tennis è affidato alle cure del maestro Alberto Setti, a cui Mazzei ha affidato da tempo la sua preparazione.
m.tar.

L'Informazione di Bologna, 14 novembre 2011

domenica 23 ottobre 2011

VITA E MORTE VELOCE DI UN CAMPIONE


di Marco Tarozzi

Quanto stride, oggi, quella filosofia che vuole gli eroi eternamente giovani e belli, fissati come leggende in quella “voglia di essere” che li ha accompagnati tutta la vita per abbandonarli all’improvviso, al primo vero schiaffo del destino. Quanto ci sembrava retorica, tra i banchi del liceo, la teoria della “morte felice dell’atleta” di Erodoto. Balle. Eravamo giovani, avevamo sete di vivere e la morte era un’idea lontana, indistinta, nemmeno immaginabile.
Supersic aveva ventiquattro anni. Era un talento e aveva la vita davanti a sé. Di più: aveva addosso quella “sete di vivere” che oggi, nella tragedia, lo accomuna ad altri campioni rimasti giovani in eterno nella nostra memoria. Come loro, Marco Simoncelli aveva un talento infinito e avrebbe voluto urlarlo al mondo. Certo, era già stato campione ragazzino, salito sul trono iridato in una classe difficile e affollata come la 250. Ma il mondo della MotoGp è un’altra cosa. Lui sapeva di poterci vivere alla grande, ma ancora non era riuscito a dimostrarlo pienamente. Anzi, la sua frenesia, il suo modo di concepire le corse “all’antica”, tutta fisicità, duelli e contatti, e non come un passatempo anestetizzato dalle regole e dalle penalità, gli avevano procurato non poche critiche, anche recentemente. E non tutte erano scivolate via: subdolamente strisciavano ancora tra i sussurri ad ogni problema, ad ogni incertezza.
Ma Supersic tirava dritto per la sua strada. Convinto dei propri mezzi, generoso, guascone, intelligentemente e genialmente “ignorante”, come quando coniò la splendida immagine su “velocità e ignoranza: bisogna prendere la bandiera a schiaffi”. Già, altro che a scacchi.
Quel soprannome, poi. Supersic. Qualcosa che fa pensare ai supereroi dei fumetti, quelli che si alzano in volo, sbattono, cadono e si rialzano come se fosse un film. Qualcosa che ti fa immaginare che non ci sia fine, per uno così, mai e poi mai. E invece non c’erano superpoteri. Solo passione, e il vento del destino che soffia contro. Quanti ne abbiamo visti, di talenti cristallini finiti così. Angelo Bergamonti, nel ricordo personale, fu il primo. A Riccione, in un pomeriggio di pioggia maledetto, di quelli che ti tornano alla memoria con quelle due semplici parole, “io c’ero”. C’ero, tenendo la mano di mio padre, e non avrei voluto esserci. Giorni che ti segnano, anche se allora, anno 1971, della tragedia arrivavano le voci, le frasi lasciate a mezz’aria, non il bombardamento di immagini che ha accompagnato questa morte in diretta, che ogni volta pugnala il cuore e lo fa sanguinare. Otello Buscherini, forlivese caduto mentre inseguiva il suo sogno mondiale, un sogno possibile. Jarno Saarinen e Renzo Pasolini, a Monza nel ’73: uno sembrava il campione fortunato, l’altro quello con la sorte contro, e invece entrambi avevano semplicemente una passione che li bruciava e la voglia di mettere le mani nel motore come oggi non si fa più. Quando morì Bergamonti, quando morirono Saarinen e Pasolini, si disse “mai più”. Si disse che il motociclismo non sarebbe stato più lo stesso, e fu così. Il motociclismo di oggi è un’altra storia, probabilmente. A colori, e non in bianco e nero. Ma Marco Simoncelli assomigliava tanto a loro. Al Berga, al Paso, a Jarno, a quelli lì, quelli che hanno un’idea eroica dello sport. E, maledizione, la pagano restando eternamente giovani nel ricordo.

L'Informazione di Bologna, 24 ottobre 2011

lunedì 17 ottobre 2011

LA FIRMA DI GASTON PER SVOLTARE


di Marco Tarozzi

Il fatto più clamoroso è che se qualcuno andrà a rivedersi i gol di questo pomeriggio domenicale dovrà accontentarsi di quelli del Bologna. Proprio così: la squadra che fino a ieri ne aveva segnati due in cinque partite, in questa giornata fuori del normale è stata l’unica a trovare la via del gol, e a vivacizzare una colonna di mortificanti “zeroazero”. Un segno, probabilmente: niente di meglio che ripartire in una giornata in cui tutti se ne dovranno accorgere, in un modo o nell’altro.
Due gol a Novara in quella che potrebbe essere ricordata, più avanti, come la partita della svolta. Quella che ha sbloccato un gruppo che si stava accartocciando nei suoi pensieri negativi, e che in fondo ha continuato a pensar male fino a quando Ramirez ha illuminato il cielo di Novara con quel colpo preciso, della serie “tiro e non ci penso su”, roba che riesce ai talenti e non riuscirebbe cento volte a noi comuni mortali. Lì, fateci caso, il Bologna ha iniziato a metterci anche il carattere, la personalità. E dopo il raddoppio di Acquafresca ha addirittura fatto la voce grossa, rischiando di dilagare contro un Novara che, va detto, era sulle ginocchia e aveva smarrito la via anche per malasorte, inesperienza e nervosismo. Tant’é: la squadra di Tesser è una di quelle su cui il Bologna deve tarare la sua corsa, quelle contro cui perdere colpi sarebbe reato. E stavolta il Bologna non ha sbagliato.
Gaston Ramirez “hombre del partido”, altro da aggiungere? Della necessità di avere il Nino dalla propria parte abbiamo detto tutti. E averlo significa anche farlo partecipe di un progetto, per piccino che esso sia: questo si chiama “salvezza”, non sarà sfavillante ma può servire anche a lui. Giocare, brillare, farsi vedere: se vuoi spiccare il grande salto, devi partire dalle basi. Il recupero, soprattutto mentale, tocca a Pioli: l’inizio è incoraggiante. Ben più della sorte nera di Marco Di Vaio, stoico nell’inseguire gol che una volta erano banalità. Solita storia: più resti a secco e più ti fai domande, è il dannato mestiere del bomber. E hai un bel dire che l’importante è aver preso questi tre punti. Uno come Di Vaio ha dormito male, stanotte. E quelli che non dimenticano sperano sempre che il vento cambi.

L'Informazione di Bologna, 17 ottobre 2011

(foto di Roberto Villani)