venerdì 10 agosto 2012

PADRE COLM, IL MAESTRO DI RUDISHA



“Il segreto? Sta nel fatto che tu pensi ci sia un segreto”. No padre Colm, così è troppo facile. Non può essere così che si diventa leggenda, che si coltivano leggende.
Niente da fare. Non lo smuovi, quel missionario irlandese che ha vissuto in Kenia trentasei dei suoi sessantatrè anni, aiutando i ragazzi ad esprimere il loro talento attraverso la corsa.
Pensare che Colm O’Connell era arrivato alla scuola di St. Patrick, a 2400 metri d’altezza, per insegnare geografia. E’ finita che ha insegnato atletica a Peter Rono, il suo primo gioiello, oro a Seul negli 800 metri, e poi a Wilson Kipketer, Matthew Birir, Reuben Kosgei, Ibrahim Hussein, via via fino a questo fenomeno chiamato David Rudisha.
“Avevo ventisei anni, mi appassionava il calcio e dell’atletica avevo una conoscenza da bar”. Ma una cosa, dell’atletica, la capì al volo. La sua forza aggregatrice, la capacità di portare sorrisi a bambini in cerca di serenità. Così, quando Peter Foster, il fratello del grande Brendan, gli chiese di portare avanti un progetto che lui aveva lanciato, non ci pensò due volte. “Non sapevo niente, ho imparato guardando il talento di questi ragazzi”.
E studiando, naturalmente. Perfezionandosi. Diventando coach a tempo pieno e a tutti gli effetti. La prima gioia gliela portò Peter Chumba, oro ai Mondiali juniores dell’86 nei 10mila metri. Ne sono arrivate a decine, dopo. Tutte emozioni forti, tutte indimenticabili.
La missione non è solo quella di insegnare tecnica e tattica di corsa. E’ dare a questi ragazzi una possibilità di riscatto, è costrure campioni senza abbandonare per strada quelli che non arrivano in alto. E’ anche organizzare il dopo, ovvero la gestione del successo e soprattutto dell’inatteso benessere, qualcosa di unico in un paese in cui il reddito medio è di 100 dollari al mese.
Padre O’Connell non si sente un guru: “Ho studiato libri che mi facevo spedire dall’Europa, e ho avuto la fortuna di veder correre questi ragazzi che hanno un dono…”
L’ultimo si chiama David Rudisha, e quel dono lo ha srotolato sulla pista olimpica di Londra. Due anni fa, a Rieti, padre Colm diceva “questo ragazzo è maturo per correre gli 800 metri in cento secondi. Sarà il primo a riuscirci”.
Adesso sappiamo tutti che è la pura verità.





Marco Tarozzi


lunedì 16 luglio 2012

BENSI, IL RAGAZZO CHE ODIAVA IL NUOTO



di Marco Tarozzi

Non gli piaceva, il nuoto. Proprio non lo digeriva. In vita sua, Nicolò Bensi di sport ne aveva masticato parecchio. Undici anni di basket giocato a buoni livelli, tanto motocross con gli amici, una passione per il calcio. Ma il nuoto, lasciamo stare. Meglio non parlarne.

«Stavo a galla, ecco tutto. Ma non mi prendeva. Per me nuotare significava andare a mollo quando il caldo si faceva insopportabile, d’estate».

Questa, però, era l’altra vita. Prima dell’incidente. Quel sabato di settembre del 2004 Nicolò era un ragazzo felice. Aveva 19 anni e due giorni prima aveva superato il test di ammissione alla scuola di fisioterapista. Mentre sognava il futuro, si trovò a fare i conti col presente. Una caduta, proprio su una pista di motocross, gli cambiò di colpo la vita. All’ospedale gli fecero capire che avrebbe dovuto passare tutta la vita su una carrozzina.

«Buio, naturalmente. I primi giorni avevo un senso di spaesamento, più che di rabbia. Il primo passo in avanti lo feci quando mi dissero che per diventare fisioterapista non tutto era perduto. Ne parlai col professor Gasbarrini, lo specialista che mi aveva operato dopo l'incidente. Mi disse: si può fare. E non lo faceva per tenermi su di morale. Ci credeva davvero, cominciò subito a organizzare le cose perché questa strada restasse aperta. Mi riaccese l'entusiasmo».

Nove mesi a Montecatone, per la riabilitazione e per imparare a usare la carrozzina, poi altri cinque persi per un’operazione all’anca. E finalmente la rinascita. La scuola, che lo aveva aspettato, gli riaprì le porte. “Un'emozione, all'inizio. Ma tutti mi hanno aiutato a sentirmi a mio agio. I professori, I compagni. Rotto il ghiaccio, è stato facile”.

Nell’estate del 2009 la storia di Nicolò è diventata di dominio pubblico. In tanti si sono interessati a questo ragazzo, quando è diventato il primo disabile laureato in Fisioterapia in Italia. «Oggi lavoro al centro regionale di Corte Roncati. Mi accorgo di entrare in fretta in empatia coi pazienti. Forse li aiuta sapere che il loro dolore lo conosco, che ci sono passato anch’io. C'è quasi sempre un senso di rabbia, di impotenza quando la vita cambia all'improvviso. Impari che non potrai muoverti con le tue gambe e ti crolla il mondo intorno. A un mio collega che cercava di spronarlo, un ragazzo ha detto: non sai cosa si prova. Poi  mi ha guardato, forse è stato lì lì per dirlo anche a me. Ma non lo ha fatto. Perché si è reso conto che io so benissimo cosa si prova».

Il nuoto è tornato in scena proprio nei giorni della riabilitazione. «Ho visto che in acqua tutto andava meglio, senza la gravità sono come gli altri. Recuperavo fisicamente, la schiena non mi faceva più male. L'ho affrontato sotto un'ottica diversa. E poi, all’improvviso, è scoccata la scintilla».

Passione pura. Cresciuta dentro una società, l’Atletico H, che a Bologna si prodiga per dare opportunità ai suoi atleti. Alimentata da un tecnico preparato come Daniele Naldi. «Un appassionato vero, che sa trasmetterti quello che prova per questa disciplina. Non puoi non sentire quelle vibrazioni. Ora ci sono dentro, coinvolto completamente, e ho raggiunto traguardi che un paio di anni fa nemmeno avrei immaginato».

La finale mondiale dei 50 rana a Eindhoven 2010 , per esempio. Lì, per la prima volta, Nicolò, che a livello nazionale ha già messo in bacheca parecchi titoli, si è trovato faccia a faccia con i migliori della specialità. «Sono arrivato ottavo, e magari pensavo a qualcosa di meglio. Ma è stata una grande esperienza, che mi servirà. In quella piscina ogni volta che mi guardavo intorno mi veniva la pelle d’oca. Intorno c’erano tremila persone, c’era la tv a riprenderci. Una cosa nuova e enorme, per me».

Eppure, questa rassegna iridata è stata solo una tappa. Ormai Nicolò ha alzato il tiro, e l’obiettivo è più lontano nel tempo. «Dovrei nascondermi, fare finta di non pensare alla Paralimpiade di Londra? Sarei bugiardo. Certo che punto a quel traguardo, e non voglio arrivare là solo per partecipare. Ho imparato ad allenarmi duramente: otto allenamenti a settimana d'inverno, fino a tredici d'estate. Non mi pesa, perché ho un obiettivo davanti. E i miglioramenti sono continui. Per uno che odiava il nuoto, non mi sembra poco...»



Da “Liberi di Sognare”
Marco Tarozzi, Paolo Genovesi
Minerva Edizioni

* foto di Paolo Genovesi

mercoledì 27 giugno 2012

BILLY MILLS, UN CUORE DIVISO A META'



di Marco Tarozzi


“Look at Mills! Look at Mills”. Quell’urlo improvviso, incredulo, ripetuto più volte da Dick Bank, commentatore della tv statunitense NBC alle Olimpiadi di Tokio del 1964, resterà nella storia delle telecronache sportive, e dell’atletica. Esattamente come quella finale dei 10mila metri affascinante e pazza, quella volata nell’ultimo rettilineo impossibile da descrivere a parole che premiò un ragazzo cresciuto nella riserva indiana di Pine Ridge, nel Dakota del Sud. “Guardate Mills”, urla Bank dentro al suo microfono (senza sapere che quella reazione gli costerà il posto al ritorno in patria – altri tempi… -) mentre Billy semplicemente prende il volo quando ormai tutti lo davano per spacciato. Andando a riprendere l’australiano Ron Clarke, favorito della vigilia ed eterno sconfitto nelle occasioni importanti, e il tunisino Mohammed Gammoudi, ultimo ostacolo da superare prima di conquistare un oro unico, indimenticabile, inimmaginabile.

Billy Mills, il mezzosangue, correva contro tutto e tutti. E correva molto al di là del proprio limite: quando piombò sul traguardo, primo tra l’incredulità generale, aveva migliorato di qualcosa come quarantasei secondi il proprio personale. A quei livelli, in una finale olimpica, un salto di qualità impensabile. La gara della vita. La gara irripetibile.

“E’ come se ai miei piedi fossero spuntate le ali”, confessò raggiante il nuovo campione olimpico, a caldo. Lo avrebbe ripetuto da allora ai giorni nostri, tutte le volte (e sono tante) che lo hanno chiamato a parlare, a ricordare. Non lo fa per il puro gusto di ammirare il proprio passato, Mills. La sua è una missione. “Dopo l’oro di Tokio, e già mentre ascoltavo l’inno americano sul podio, mi ricordai gli insegnamenti di mio padre: era come se lo sentissi, da lassù, mentre diceva “ora sei uscito dal circolo, figlio mio. Ora puoi iniziare il tuo viaggio per aiutare e dare forza al prossimo”. A cominciare dai nativi americani, il popolo delle radici, a cui il campione ha dedicato per quasi mezzo secolo le sue attenzioni con tante iniziative concrete e importanti. Non ha mai dimenticato i deboli, gli oppressi, quelli che vivono ai margini e non hanno saputo o potuto sfruttare un’opportunità.

LE ALI AI PIEDI

Perché Billy Mills è stato uno di loro. Ha sofferto, si è battuto, è caduto e si è rialzato. Da solo. E sempre con quel peso sulle spalle, quell’incapacità di sentirsi completamente parte di un popolo. Bianco e indiano insieme, due anime in cerca di tregua dentro lo stesso cuore. Spesso messo in disparte nel mondo dei bianchi, al contempo non di rado accettato a fatica dalla gente della riserva. Non è facile essere un ragazzo, e poi un uomo, che cresce senza capirsi dentro fino in fondo. Si rischia di sbandare, e Billy arrivò anche sull’orlo del baratro. Non solo metaforicamente. Una finestra aperta, una sedia pericolosamente traballante, mille pensieri in testa. Chissà quante volte, oltre a quella, lo salvò la sua forza interiore. Come quando partiva dalla sua casa di Pine Ridge e iniziava a correre, come per allontanarsi. Con un obiettivo in testa: l’Olimpiade, e una medaglia d’oro immaginata da bambino.

“La prima volta che ho sognato quel traguardo che poi si è avverato avevo nove anni. Mi avevano regalato il mio primo libro sule Olimpiadi, e l’avevo divorato. Mi piaceva l’idea che esprimeva: che i campioni olimpici fossero uomini scelti dagli dei. Pensai che se un giorno fossi diventato uno di loro, avrei potuto anche salire in cielo a vedere la mia amata mamma, che era volata via un anno prima…”

Poi, quel giorno a Tokio gli spuntarono magicamente quelle ali ai piedi. 28.24.4, nuovo primato olimpico dei 10mila metri. Lasciando impietriti Clarke e Gammoudi, che si sapevano migliori, che ai trecento metri finali si erano sentiti infastiditi da quell’outsider sempre in mezzo ai piedi e lo avevano spintonato per fargli capire che non era aria. La legge del più forte, pensavano. E invece il più forte era lui. Lui che da quel giorno saltò il cerchio, iniziando a prendere coscienza, fino a urlare al mondo la sua sicurezza. Lui che quel giorno a Tokio trovò il senso del proprio cammino.



UN CUORE DIVISO A META’

Dentro quel circolo, William Mervin Mills era entrato il 30 giugno 1938. Figlio di un indiano Sioux degli Oglala, uno dei sette sottogruppi (i Sette Fuochi del Consiglio) dei Lakota. Oglala, nella lingua madre, significa “coloro che si disperdono”. Mentre Billy era Makoce Te’Hila, “colui che rispetta la Terra”. Crebbe nella riserva di Pine Ridge, in South Dakota, ma ben presto si trovò a camminare da solo sui sentieri della vita. Mamma Grace, bianca, se ne andò quando era ancora un bambino di otto anni, il padre Sidney appena quattro anni dopo.

“Li amavo in modo assoluto. Papà mi veniva a prendere a scuola e mi portava a pescare. Per lui era necessario andarci con qualcuno. Aveva già avuto un infarto, non poteva avventurarsi nei boschi o lungo il fiume da solo”. Fu proprio per aiutare il padre in difficoltà che Billy toccò con mano per la prima volta la fatica di convivere con chi non aveva considerazione per il suo popolo. “Dovevo fare la Comunione, mi ero preparato al meglio. Più di chiunque altro. Speravo di essere in prima fila, quel giorno. Occorreva un vestito bianco e pulito, e papà mi portò in città per comprarmene uno. Ma quella mattina ebbe un malore e dovetti portarlo, a piedi per un miglio, fino all’ospedale più vicino. Quando si riprese, pensò al vestito che non avevamo potuto comprare. Mi disse: Gesù non si preoccupa se fai la Prima Comunione con un abito semplice, metterai la casacca di tua sorella. Così feci, ma quando arrivai in chiesa una suora si lamentò col prete per il mio abito. Le spiegai la situazione, ripetendo le parole di papà. Mi misero in fondo, per ultimo”.

Dopo la morte dei genitori, Billy crebbe a Pine Ridge accudito da fratelli e sorelle maggiori. Senza mai dimenticare l’insegnamento di Sidney: “Inseguire i tuoi sogni ti aiuterà a rimarginare le ferite”. La vita in riserva cominciò a diventare un peso, prendere coscienza del suo essere metà indiano e metà bianco lo dilaniava. Sentiva forte l’appartenenza a un popolo che aveva fatto del movimento, del rispetto per la natura, della mentalità guerriera la sua ragion d’essere. Ed ecco cosa era diventato il mondo degli Oglala: senza più cavalli, senza più bufali da cacciare, bloccati in uno spazio delimitato e dipendenti dal Governo. Farina, zucchero e lardo elargiti in cambio della rassegnazione. La famiglia Mills non se la passava male a Pine Ridge, ma tante altre famiglie non avevano la stessa fortuna. In riserva l’ottanta per cento dei giovani era senza lavoro. Fosse stato indiano al cento per cento, probabilmente Billy non avrebbe trovato la forza di andarsene. Ma la sua metà bianca lo portò a “strappare” con quel mondo. Era deciso a uscirne, ma non sapeva esattamente come. A metà tra due mondi, due culture, due modi di vita, non sapeva nemmeno chi fosse veramente Billy Mills.

IL SANTONE SBAGLIATO

La corsa lo aiutò a capire e a scegliere. Correva, Billy: intorno a Pine Ridge, tra i canyons e le praterie più spoglie. Correva senza sentire la fatica. “Mi sentivo vicino alla Terra e al Cielo, in quei momenti”. Era bravo anche negli studi, e a quindici anni finì all’Haskell Institute, una scuola esclusiva per nativi americani, in Kansas. Lì si mise in luce anche nell’atletica, correndo una campestre sulle due miglia in 9:08 e fissando il personale indoor sul miglio a 4:23 nel primo anno da senior. Lo chiamarono due università, Oklahoma e Kansas. Scelse la seconda, rinomata anche per la sua tradizione sportiva (lì erano cresciuti i “milers” Glenn Cunningham e Wes Santee), e ben presto si trovò a fare i conti, una volta di più, con il muro dell’incomunicabilità.

Il muro si chiamava Bill Easton. Il coach della squadra di atletica dell’istituto, famoso per aver vinto tre titoli NCAA di cross-country di fila con Drake University. Modi da duro, certezze granitiche, perfezionismo portato all’eccesso. Non il massimo, per un ragazzo arrivato per capire e farsi capire. Billy gli parlò del suo sogno di bambino, ed Easton lo smontò senza riguardi. E quando il ragazzo disse che gli sarebbe piaciuto sviluppare i lavori di velocità, il coach fu ancora più sferzante: “Lascia che a fare i velocisti ci pensino i neri. Tu sei un indiano, e gli indiani devono sempre e solo correre”.

Nonostante tutto, Billy migliorava. Si faceva notare. Nel 1960 finì quinto nelle tre miglia ai campionati NCAA. Ma spesso era costretto a masticare fiele.

“Nel 1961, il mio anno da senior, alla vigilia dei campionati NCAA di cross, chiesi a Easton se poteva dispensarmi dall’alzataccia delle sei del mattino, una sua regola, perché la notte prima avevo dormito male e volevo arrivare riposato alla gara. Mi rispose: fatti guidare dalla tua coscienza. Decisi di dormire un po’ di più, ma quando mi presentai mi mise fuori squadra. Salvo cambiare idea poche ore prima della corsa, quando mi disse: abbiamo buttato soldi per portarti fin qui, puoi correre… Poi, durante la gara, continuò a urlare “stai in testa, oppure ritirati!”. Una, due, tre volte. Finché non mi fermai davvero. Ricordo che Pat Clohessy, che correva per Houston, mi disse: “come hai fatto a sopportare quel tizio per tre anni?”

SENZA CERTEZZE

Billy era senza appoggi. Sradicato dal passato, immerso in un presente fatto di incomunicabilità. Non voleva tornare in riserva, dove non avrebbe avuto prospettive, ma nemmeno sapeva dove andare. Pensò anche al suicidio, in un momento in cui si sentiva più debole e solo del solito. Un giorno, nella sua stanza, si ritrovò in piedi su una sedia, davanti alla finestra aperta.

“Pensavo: su, andiamo e sarà tutto finito. Ma poi sentii la voce di mio padre, come sottopelle. Mi diceva “Non farlo. Stai inseguendo un sogno, figliolo. E raggiungerlo ti guarirà”. Capii che non potevo arrendermi senza combattere. Morire sarebbe stato troppo facile. Scesi da quella sedia e scrissi sul mio diario: “Medaglia d’oro alle Olimpiadi. Credici, credici, credici!”. Dovevo guarire il mio spirito spezzato a metà”.

Ad aiutarlo, una persona e un cambiamento. La prima: Patsy Harris. “Easton mi chiese di portare in giro un mezzofondista che dovevamo reclutare, e pensai di chiamare qualche ragazza che conoscevo. Feci diverse telefonate, ma erano tutte fuori. Alla sesta chiamata, la ragazza del centralino mi chiese se intendessi andare avanti a lungo. Finì che ci conoscemmo, e me ne innamorai al punto che insieme ci dimenticammo del mezzofondista”.

Billy aveva bisogno di essere capito, accettato. Pat era la persona giusta. “Quando mi aprii con lei, mi resi conto che credeva in me. Non aveva dubbi che io potessi conquistare il mondo. Era la prima persona di cui potevo fidarmi…”

Pat e Billy si sposarono nel gennaio del 1962. Ovviamente, col parere negativo di Easton. Ma quello era il meno: entrambi sapevano di fare un passo che sarebbe stato difficilmente compreso, sia nella comunità bianca che in quella indiana. Ma andarono avanti, completandosi a vicenda. Pat era, e ancora oggi è, uno spirito libero. Un’artista, da tempo tornata alla sua grande passione, la pittura, nella grande casa in cui vivono a Fair Oaks, a poche miglia da Sacramento. In quei mesi di avvicinamento al grande sogno olimpico, per Billy fu tutto: moglie, fisioterapista, segretaria, confidente, persino la madre che Billy non aveva potuto tenere vicino a sé.

L’altra svolta arrivò con l’uscita dall’Università. “Pat aspettava Christy, la nostra prima figlia. Dovevo lavorare e avevo davanti tre strade: aprire un negozio di abbigliamento, diventare agente dell’Fbi o entrare nei Marines, che avevano una squadra di atletica che mi avrebbe permesso di inseguire il mio sogno. Scelsi l’ultima via”.

E trovò ad attenderlo Tommy Thompson. Un allenatore con un approccio ben diverso da quello di Easton. “Mi chiese quali fossero i miei obiettivi e gli risposi: vincere una medaglia a Tokio e fare 28:50 sui 10000. Mi rispose: con 28:50 l’oro te lo scordi, devi correre in 28:25. E aggiunse: perché vuoi vincere una medaglia? Se corri per una medaglia, puoi finire quinto. Devi correre per l’oro. Dai tempi della high school, era il primo coach che non mi diceva di volare basso Era il primo bianco di cui mi fidassi davvero...”

CORSA ALL’ORO

Il resto è storia. Billy Mills cresce a dismisura, nell’anno e mezzo che lo separa dalle Olimpiadi. Non al punto da diventare un favorito, ma abbastanza per far lievitare autostima e coscienza di sé. Ai trials Usa è secondo nei 10.000 dietro Gerry Lindgren e si guadagna la convocazione. Per portare con sé Pat, presenza indispensabile, chiede un prestito a una banca. “Restai sveglio notti intere a pensare a come avrei saldato il debito al ritorno. Alla fine ci ragionai durante una lunga corsa. Avevo bisogno di lei? Sì. Dunque, lei doveva esserci. Punto e basta”.

La gara, e quel “Look at Mills!” che lo ha consegnato alla storia mentre andava incontro a un destino sognato da bimbo. “Quando Clarke per farsi strada mi spostò all’esterno, a trecento metri dall’arrivo, e pochi metri dopo anche Gammoudi mi spintonò, realizzai che su quella pista di cenere, l’ultima rimasta ad alti livelli in tutto il mondo, la corsia esterna dava più stabilità rispetto a quella interna, consumata e polverizzata. Me ne ricordai sul rettilineo d’arrivo”.

La vittoria gli cambia la vita. Lo consacra campione. Persino Easton, coach pervaso da un amore-odio nei confronti del campione, lo onora: “Ho visto la più grande corsa della mia vita. Sei il migliore. E’ stato un onore allenarti”. “Piansi dopo quelle parole”, ricorda Billy. “Lui si era ammorbidito, io ero maturato. E finalmente ci rispettavamo reciprocamente”.



IL DONO DA RESTITUIRE

Una medaglia d’oro olimpica è qualcosa di infinitamente grande. Ma per qualcuno può essere addirittura qualcosa di più. Il segno tangibile di un’armonia ritrovata, di un equilibrio raggiunto. Per Billy Mills non è stata un punto d’arrivo, ma un’occasione per ripartire con una mentalità nuova. Rimarginando la frattura tra le sue due anime, da allora il campione si è dedicato a una nuova missione. “Una delle cose che mi ha reso orgoglioso è che i Lakota mi hanno dichiarato guerriero della nostra nazione. Ma io ero in debito verso il mio popolo. Nella nostra tradizione è buon uso omaggiare le persone che ti hanno aiutato a diventare forte”.

Billy non ha mai dimenticato il messaggio. Pochi mesi dopo aver mancato la convocazione alle Olimpiadi di Città del Messico, nel 1968, si è ritirato dalle competizioni. Ha lavorato per crescere una famiglia numerosa, ma quando ha potuto dedicare tempo alla sua missione non si è tirato indietro. Da oltre un quarto di secolo spende il suo nome, la sua forza interiore, la sua passione per la causa dei nativi americani. Nel 1986 ha fondato Running Strong for American Indian Youth, riempiendo la sua vita di progetti per le nuove generazioni del suo popolo. Dal primo pozzo d’acqua potabile inaugurato a Pine Ridge nel 1987 alla costruzione di alloggi per anziani nella riserva, fino alla nascita del primo centro per dializzati (una struttura che Mills, a cui furono diagnosticati prediabete e ipoglicemia già prima dell’appuntamento di Tokio, ha voluto fortemente) di proprietà dei nativi. Da allora, grazie ai contributi della fondazione ne sono nati altri due.

Insieme ai suoi collaboratori, Billy si è occupato del tragico problema dell’alta percentuale di suicidi tra i giovani del suo popolo. E in diverse occasioni ha raccontato la sua esperienza di giovane atleta sradicato dalla propria cultura che ha trovato la forza di reagire. Sull’argomento ha scritto un libro, “Lessons of a Lakota”, insieme all’amico scrittore Nicholas Sparks. Quello precedente, “Run for the Red Willow”, ha ispirato nel 1983 il film “Running Brave”. Ancora oggi Mills viaggia trecento giorni all’anno, tenendo conferenze, raccontando la sua vita, portando ad esempio quella frattura risanata di cui ora può parlare con serenità. “Quella vittoria mi ha permesso di realizzare qualcosa di importante negli anni seguenti. E di passare attraverso i valori e le virtù della cultura Lakota anche dentro il mondo dei bianchi”. Parola di Billy Mills. Che seguendo il suo sogno è guarito. Come aveva previsto suo padre.


William Mervin Mills, detto Billy,  è nato nella riserva indiana di Pine Ridge, South Dakota, il 30 giugno 1938, da padre indiano (un Oglala Sioux) e madre bianca. Ancora oggi è l’unico atleta degli Stati Uniti ad aver conquistato l’oro nella gara dei 10000 metri alle Olimpiadi. Accadde a Tokio, nel 1964, quando con una volata mozzafiato sorprese Mohammed Gammoudi e il favorito Ron Clarke, migliorando di ben 46 secondi il proprio personale e tagliando il traguardo in 28:24:4, nuovo primato olimpico. In Giappone fu anche 14° nella maratona, in 2:22:55. Mills aveva frequentato la University of Kansas: nominato per tre volte NCAA All-America cross-country runner, contribuì ai successi del team ai campionati nazionali su pista del 1959 e 1960 prima di entrare nel Corpo dei Marines. Dopo il trionfo di Tokio, stabilì il record statunitense dei 10000 metri (28:17:6) e nel 1965 finì spalla a spalla con Gerry Lindgren ai Campionati AAU sulle sei miglia, con la miglior prestazione mondiale (27:11:6). Ai trials per le Olimpiadi messicane del 1968 non si qualificò, e di lì a poco si ritirò dall’agonismo.  Nel 1976 è entrato nella National Track and Field Hall of Fame statunitense, otto anni dopo nella US Olympic Hall of Fame. E’ l’anima di Running Strong for American Indian Youth, organizzazione che sostiene il popolo degli Indiani d’America, con una particolare attenzione nei confronti delle problematiche giovanili.

Runner's World, maggio 2012

domenica 4 marzo 2012

SHORTER, IL SEGRETO DEL MARATONETA




Solo un anno fa Frank Shorter, campione olimpico di maratona a Monaco 1972 e padre del running moderno, è riuscito a raccontare una verità che nascondeva dai tempi dell'infanzia: la violenza subìta da un padre che tutta la comunità esaltava come un uomo onesto e generoso, e quel rifugiarsi nella corsa per scappare dalla realtà e rimuoverla...

di Marco Tarozzi

Vie di fuga. Ecco quello che sono state l’atletica, la corsa, la maratona. Un modo per uscire da una quotidianità fatta di gesti e parole pesanti e opprimenti, da una verità nascosta impossibile da accettare e tanto più da raccontare. Per fuggire da quella grande casa in stile vittoriano conosciuta e amata da tutta la comunità, simbolo di una famiglia felice e di un mondo perfetto agli occhi della gente, custode ammaliante di una realtà inimmaginabile e dannata.
Ecco, c’è un ragazzo che questa dannazione se l’è portata dietro fin dall’infanzia, insieme a sua madre e ai suoi fratelli. Anche quando ha conquistato il mondo, anche quando è diventato famoso. Un’icona della corsa. Ha vinto un’Olimpiade, ne ha sfiorata una seconda, si è fatto uomo correndo, è diventato un grande saggio del running, ha combattuto e ancora combatte una lunga battaglia contro la piaga del doping nello sport. Ma solo poco più di un anno fa quell’uomo è riuscito a liberarsi del macigno che fin da quando era bambino gli pesava sulle spalle e sul cuore. O almeno a provarci, pur sapendo che questo avrebbe aperto ferite e causato nuovo dolore.
Quell’uomo si chiama Frank Shorter. Un mito dello sport e dell’atletica, negli Stati Uniti e nel mondo. Oro nella maratona olimpica di Monaco nel 1972, argento in quella di Montreal nel 1976. Da quei giorni un simbolo del running in tutto il mondo, e semplicemente il personaggio più famoso e rappresentativo per la gente di Middletown, la sua città natale nella valle dell’Hudson, circa 60 miglia a nordovest di New York City. Una comunità di 22mila anime che già aveva imparato ad amare suo padre, il dottor Samuel Shorter, medico generico che faceva della professione una vocazione, sempre sensibile alle problematiche dei suoi concittadini, sempre pronto a “dimenticare” di presentare il conto dopo aver curato i malati meno abbienti. Un uomo eccezionale che ancora oggi i più vecchi abitanti di Middletown ricordano con affetto.
Ecco, immaginate cosa deve essere stato per Frank Shorter, il campione riconosciuto, rendersi conto che oltrepassato il muro dei sessant’anni era arrivato il momento di abbattere quella specie di monumento alla menzogna e alla vergogna. Di uscire allo scoperto per ammettere, a sé stesso prima ancora che a chi lo stava ad ascoltare, che quel padre così benemerito per la sua gente si trasformava tra le mura di casa. Che diventava un uomo rigido, violento, abbietto, assetato dalla voglia di punire e di imporre la sua supremazia, più ancora che la sua autorità. A Frank come ai suoi dieci fratelli, altri quattro maschi e sei femmine, così come alla loro madre. Tutti incapaci di rivelare una verità nascosta dalle mura di quella casa vittoriana su Highland Avenue. Tutti impauriti da quell’uomo esteriormente così buono e gentile con tutti. Molto più di un segreto: qualcosa che loro stessi cercavano di rimuovere inconsciamente, inventando una sorta di realtà parallela più colorata e felice. Nel caso di Frank, anche semplicemente correndo. E quella verità da cancellare era crudelmente semplice. Quel padre era un tiranno, un sadico, in qualche modo un malato. La storia del dottor Jeckyll e di mister Hyde vissuta giorno dopo giorno tra le mura di casa.

LA FORZA DELLA VERITA’

La maratona come via di fuga è un concetto spesso affascinante. Correre via dalla quotidianità, dalla routine, dallo stress. Liberarsi, in fondo. Per Frank Shorter era ben altro. Era scappare, in tutti i sensi. Una liberazione, certo, ma soprattutto una questione di sopravvivenza. Era imparare a convivere con la solitudine, piuttosto che affrontare i problemi familiari. Ci ha messo tanto, a raccontare. A dirla tutta ci aveva quasi provato vent’anni fa, intervenendo con la consueta padronanza di linguaggio e di contenuti a una corsa benefica in Florida, il cui ricavato sarebbe stato devoluto a un centro per minori vittime di violenza. “Una causa che sento molto vicina”, confessò Shorter a un giornalista del Fort Lauderdale Sun Sentinel, “perché ho subito io stesso atti di violenza da mio padre”. Il campione non entrò nei dettagli della questione, e l’articolo fu ripreso dopo qualche tempo anche dal New York Times, ma senza un’enfasi particolare. D’altra parte, Shorter senior era ancora vivo e si affrettò a smentire quelle dichiarazioni. Nessuno ebbe la forza (o la voglia) di andare a scavare nel passato.
Quella forza Frank l’ha trovata poco più di un anno fa, nel novembre 2010. Era stato invitato a una corsa su strada a Springfield, Missouri, insieme ad altre due leggende americane di maratona, Bill Rodgers e Dick Beardsley. L’evento era benefico, in favore di una scuola locale che si occupava di reindirizzare giovani che avevano avuto problemi con la giustizia. “Ci chiesero di parlare con qualcuno di quei ragazzi”, ricorda Shorter, “per dar loro motivazioni per il futuro. Guardai la platea, tutti quei giovani venuti su con problemi esistenziali, e realizzai che anch’io ero uno di loro”. Così, invece di impostare un discorso “prefabbricato” sulla volontà, la forza interiore che aiuta a superare gli ostacoli, Shorter si mise a scavare nella memoria.

CORRERE PER SCAPPARE



“Cominciai a raccontare di quando ero un bambino e me ne stavo a letto in camera mia, e tremavo sentendo i passi di mio padre mentre saliva le scale. Spiegai come cercavo di giocare d’anticipo sugli umori e sui movimenti di papà, e di come trovarlo sulla mia strada alimentasse ogni giorno il mio timore e quello dei miei fratelli. E parlai di come avessi cercato fuori da quelle mura una salvezza, e alla fine l’avessi trovata nella corsa. Sì, quella sera ammisi che io ho corso per scappare. E che mi sentivo in colpa per il mio egoismo, per non aver potuto in qualche modo salvare il resto della mia famiglia”.
Fu, ovviamente, un incontro memorabile. Intorno a quelle parole scese una cappa di silenzio, e chi ne è stato testimone non riuscirà facilmente a dimenticare quegli attimi. “Ero choccato”, ricorda Beardsley. “Conoscevo Frank da una vita, e non gli avevo mai sentito rivelare nulla di quel passato. E improvvisamente misi a fuoco cose che mi avevano sempre incuriosito sulla sua personalità. Lo avevo sempre sentito piuttosto distaccato, a volte sembrava mi guardasse senza riconoscermi; me la spiegavo col fatto che io ero un tipo nella media, mentre lui era un ragazzo brillante, diverso da me. Gli amici mi dicevano: non prendertela, Frank è fatto così. Quella sera, mentre raccontava di suo padre che saliva le scale pensando a quale dei suoi figli avrebbe preso a botte, beh, capii da dove veniva quell’apparente distacco”.
Non è stato facile, per Shorter, aprire quel baule di ricordi terribili. Ha dovuto attendere, farsi forte, superare quel senso di colpa che lo immobilizzava. Portare alla luce quella vecchia e bruttissima storia lo esponeva a rischi. Qualcuno avrebbe potuto pensare a un modo per mettersi al centro dell’attenzione, per alimentare il proprio ego. “Qualcosa in me, quella sera, mi diceva di andare avanti fino in fondo. Alla fine venne da me una ragazza e mi disse: La storia che hai raccontato è la mia storia. Tutte quelle cose sono successe a me. Il modo in cui cercavi di anticipare le mosse di tuo padre, di proteggere le tue sorelle e i tuoi fratelli, la rabbia per non esserne capace; stasera hai parlato di me. Allora ho capito che raccontare la mia storia può essere utile a quella ragazza, e a chi è nelle sue condizioni”.

UN UOMO DAI DUE VOLTI

Alla base di questa confessione ci sono anche due lutti familiari. Samuel Shorter, il padre-padrone di Frank, se ne è andato da questo mondo nel giugno del 2008. Proprio nel giorno in cui a Middletown si tiene l’annuale gara su strada di dieci chilometri a cui Frank raramente è mancato. L’ultimo incontro avvenne in una camera d’ospedale, la sera prima dell’evento. Shorter senior aveva già 86 anni ed era in fondo alla sua corsa terrena, afflitto da una grave insufficienza renale. “Quello che sentii, guardandolo negli occhi, fu come un senso di liberazione. Non poteva più colpirmi, ora. Non poteva picchiare mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Non poteva più far male a nessuno. Non avrei mai più dovuto pensare a lui”.
Parole che danno i brividi. E il senso di quello che un ragazzino deve aver passato in quell’infanzia rubata, trovandosi a crescere prima del tempo e a desiderare di essere in qualunque altro posto. L’altra morte, più recente, è quella di mamma Katherine, a cui Frank era profondamente legato. Con lei in vita sarebbe stato impossibile pronunciare quella verità. Lui sapeva che le avrebbe riaperto una ferita mai completamente rimarginata.
Ma chi era Samuel Shorter, il dottore che una comunità di ventiduemila anime ha amato per la sua dedizione, senza conoscere l’altra faccia della sua personalità?
Nato e cresciuto a Middletown in una famiglia benestante, figlio di un oculista noto per il motto nel quale pubblicizzava il suo mestiere attraverso il cognome (“See Longer, See Shorter”), Samuel sposò molto giovane la classica ragazza “della porta accanto”, Katherine Chappel. Laureatosi alla Temple University School di Philadelphia, finì durante la seconda guerra mondiale a prestare servizio come medico in un ospedale militare in Germania. E infatti Frank, suo primogenito, nacque a Monaco, proprio dove venticinque anni dopo avrebbe vinto l’oro olimpico. Lasciato l’esercito nel 1948, il dottore tornò negli States, prima lavorando nel villaggio minerario di Cow Hollow, in West Virginia. Fu in quegli anni, durante un viaggio in Florida, che Samuel Shorter mise per la prima volta le mani addosso a suo figlio. “Avevo sporcato il pannolino, e mio padre mi prese a cinghiate. Ricordo che correvo via urlando sull’asfalto bollente…”. Quel momento è cristalizzato nella memoria, molto più di tanti che vennero dopo, e che Frank ha cercato di rimuovere. “Ma succedeva spesso, a me e ai miei fratelli”.
Poi ci fu il ritorno a Middletown, nel 1950. E il dottore iniziò la sua vita da buon samaritano della comunità. Le chiamate a casa a qualunque ora del giorno o della notte, anche al posto degli altri medici se dovevano andare in vacanza o via per il weekend. Quando se ne andò in pensione, nel 1996, gli organizzarono il “Dr. Samuel Shorter Day”. Ormai Frank se ne era andato da tempo a vivere a Boluder, tagliando i ponti con quel padre che gli aveva segnato l’esistenza. Il distacco vero e proprio era avvenuto nel 1967, quando Frank studiava all’Università di Yale e il padre si trasferì a Taos, in New Mexico, per lavoro. Fu lì che Katherine ebbe finalmente la forza di ribellarsi a quel marito che ora se la prendeva anche col figlio più piccolo, affetto da una disabilità progressiva. La coppia divorziò nel 1978, un anno dopo il dottore tornò nella sua città natale.

QUELLE NOTTI D’INFERNO

Frank non ha dimenticato tutte le volte che Samuel lo portava con sé sulla sua Buick per le visite in giro per la città. In quei momenti il dottore non alzava le mani sul figlio. Non voleva rischiare di essere visto. Ma erano monologhi sull’incapacità e sulla negligenza dei figli, che preludevano a serate da incubo. E in quei momenti Frank doveva semplicemente cercare di non fare nulla per contraddirlo.
Frank non ha dimenticato neppure le volte in cui suo padre, rientrato tardi dal lavoro, discuteva al piano di sotto con la madre, la interrogava sul comportamento dei figli, alzava la voce mentre lei cercava di arginarne la violenza. Poi Samuel saliva di sopra e decideva quale fosse il figlio da punire. “E la cosa più straziante era essere costretto a giacere nel letto sentendo piangere uno dei miei fratelli. Era anche peggio di quando toccava a me”. Sono ricordi atroci, drammatici. “A volte puzzava di alcool ed era ancora più violento, ma almeno in quei casi capitava che si confondesse e usasse la cinghia dalla parte dove non c’era la fibbia… A volte mi colpiva così forte da sbuffare come un sollevatore di pesi. Sento ancora i lamenti della sua voce mentre prendeva fiato dopo ogni colpo…”
Le rivelazioni di Frank hanno dato coraggio anche ai suoi fratelli. Non tutti. Qualcuno ha preferito non tornare sull’argomento. Ma le testimonianze sono inequivocabili. “Era un film dell’orrore”, conferma Barbara du Plessis, sorella cinquantaduenne del campione. “Ricordo mia madre mentre mi disinfettava una ferita all’inguine provocata dalla cinghia di mio padre. Avevo sei anni”. “La prima volta che mi prese a cinghiate”, racconta un’altra sorella che ha chiesto di restare anonima, “avevo quattro anni. Avevo rovesciato dell’acqua dalla vasca mentre facevo il bagno…” “Era un maestro nel far venire a galla la nostra insicurezza”, continua Barbara, “evidenziando i nostri difetti fino a farci perdere qualsiasi forma di autostima. Da bambina avevo un lieve strabismo, e lui mi ridicolizzava per questo”.
E sono proprio le sorelle di Frank ad alzare il tono delle accuse. Due di loro giurano che il padre sia andato ben oltre le punizioni corporali. Affermano di aver subito violenza da lui.
“Mi ha cambiata per sempre”, racconta Nanette, sessanta anni. “Mi disse che mi avrebbe ammazzata se l’avessi mai detto a qualcuno, e io ero certa che l’avrebbe fatto”. “Avevo sei anni quando mi usò violenza”, afferma Mary Shorter-King, oggi cinquantacinquenne. “Credo che l’abuso sessuale facesse parte del suo desiderio di dominare. Faceva parte di un suo personale programma di controllo su di noi. Mi sembrava di vivere sotto il controllo di un orco”.

RABBIA E INCREDULITA’

“Sono convinta che mio padre avesse un disordine della personalità con una base di narcisismo” continua Barbara. “Era anche una persona carismatica, brillante. Credo fosse duro anche per lui tenere in piedi questa doppia vita, ma era un maestro nel farlo. Se i suoi comportamenti sono da considerare abusi? Di sicuro. Oggi verrebbe arrestato in un minuto. Vorrei che chi dubita dei crimini di mio padre avesse vissuto un giorno nelle mie condizioni. Una bambina di sei anni con segni di cinghiate sul corpo non è un esempio di “disciplina”, non lo sarebbe nemmeno tornando indietro agli anni Sessanta”.
Ecco, quelli che dubitano si appoggiano anche sul passato. E sono soprattutto i cittadini di Middletown che hanno mitizzato il dottor Samuel Shorter. Che ne hanno conosciuto il lato nobile e non quello nascosto. "Il dottor Shorter era un uomo meraviglioso”, dice Bill Bright, 59 anni, ancora oggi residente a Middletown. “Ha fatto nascere e tirato su me e i miei gemelli. Lo andai a trovare quando era in punto di morte, aveva gli occhi chiusi, lo salutai e credevo non mi avesse nemmeno sentito. Stavo per andarmene quando li aprì e disse: Bill, la tua visita significa tanto per me. Non lo dimentico. Era un grande uomo”.

SOPPORTARE IL DOLORE



Ma Frank ha deciso di raccontare tutta la sua storia. Non si fermerà, ora. “So che questo può essere spiacevole per molti. Soprattutto a Middletown. Ma non è la “loro” storia, è la storia di mio padre. Io voglio bene a quella gente, non sarei sopravvissuto in quel posto senza gli amici che avevo là. Non voglio far del male a nessuno, ma la verità può aiutare”.
E’ una storia dannata e faticosa anche da ascoltare, che racconta molto anche del campione che ne è uscito fuori. “Dalla mia infanzia ho imparato a essere costantemente vigile, e questa attenzione estremizzata si è evoluta in coerenza. Ho imparato il conforto della programmazione. Ho sviluppato un modo per sfuggire alle mie pene”. Improvvisamente, un sorriso malinconico gli illumina il viso. “Lo so quello che pensate: è il contesto perfetto per un maratoneta… Anche nella vittoria olimpica di Monaco, quando me ne andai tra il nono e il decimo miglio, restando solo al comando fino al traguardo, c’è un po’ di quel passato. Avevo la capacità di uscire dal gruppo, restarmene da solo in un frangente simile e sopportare il dolore. Lo capii guardando in faccia Derek Clayton e Ron Clarke, ma era anche qualcosa che mi portavo dietro dall’infanzia”.
Samuel, il padre che per anni Frank ha volutamente rimosso, è una storia finita. Lontana. Ma non per questo il vecchio campione rinuncia alla riflessione. Anzi: togliersi dalle spalle quel segreto ingombrante gli è servito anche in questo senso. “Ripenso a quel giorno del 2008, quello della corsa su strada a Middletown, in cui vidi per l’ulitma volta mio padre vivo. Il giorno dopo tornai in aereo a Boulder, e quando atterrai seppi che era morto proprio mentre ero in volo. Non tornai per il funerale. Non ne sentivo il bisogno. Vorrei soltanto che mio padre avesse chiesto aiuto".

Runner's Wolrd Italia, febbraio 2012

mercoledì 25 gennaio 2012

ENZO MAIORCA: PROFONDAMENTE UOMO


di Marco Tarozzi

“Nello zaino di un uomo normale ci sono coraggio e paura. Chi non ha coraggio è vigliacco, chi non ha paura è un pazzo. La paura è un campanello d’allarme che in me è scattato tante volte, dandomi la forza di tornare su, verso il sole”.
Enzo Maiorca veste con leggerezza le sue ottanta primavere. Le ha vissute in mare, diventando leggenda. Il signore degli abissi che non ha mai dimenticato gli inizi della sua avventura affascinante. “Abitavo a dieci metri dalla riva, sotto casa c’era una vaschetta naturale tra gli scogli. Era bellissima, mi sembrava scavata dal sole. E’ lì che ho imparato a fare amicizia con l’acqua, ad averne rispetto. E a capire che il mare è rimasto l’ultima barriera del sentimento, della poesia. Nessuno può dire di conoscerlo davvero. Un fondale cambia anche con le condizioni del cielo: basta una nuvola per rivoluzionare le cose là sotto, per farti perdere i riferimenti. Diffido di chi si sente troppo sicuro di sé, sott’acqua. Un vecchio detto marinaio dice: il mare spacca le teste più dure. E’ vero: lui è sempre diverso, e questa è la sua forza, la sua bellezza”.
L’epopea del re degli abissi cominciò per spirito d’emulazione. Leggendo sul giornale le gesta di Falco e Novelli, due napoletani che nel ’56 avevano stabilito il primato d’immersione in apnea. “Erano scesi a 41 metri. Pensai che avrei potuto provarci anch’io e lo feci. All’inizio fu puro spirito agonistico”.
Poi vennero i grandi avversari. Il brasiliano Santarelli, il francese Mayol. “Jacques è stato il più tenace. Abbiamo avuto anche contrasti, perché il nostro approccio era diverso. Lui sceglieva meditazione e yoga per liberarsi dai timori, io ero convinto che un uomo deve andare a mare con tutte le sue paure. Se ne è andato troppo presto, tragicamente. Gli è mancato qualcuno che lo aiutasse nel momento della solitudine più profonda”.
Quasi vent’anni di primati, alla ricerca del limite. Poi l’addio, improvviso e inatteso. E un ritorno altrettanto clamoroso alla fine degli anni Ottanta. Col record a -101 metri stabilito a 57 anni. “Smisi nel ’74, a Sorrento, il giorno in cui il povero Enzo Bottesini mi intralciò durante un tentativo di record a 90 metri. Mi arrabbiai con lui, che era un amico e lo rimase anche dopo. Tra di noi il problema finì lì, ma quella storia ebbe un’immensa cassa di risonanza, creò problemi a entrambi. Vidi il carrozzone che si stava formando intorno a quei tentativi e mi resi conto che non era più la mia vita. A metà degli anni Ottanta, Patrizia e Rossana, le mie figlie, mi dissero: papà, tu ti sei stufato di andare in profondità, ma a noi piace. O vieni con noi o andiamo da sole. Le seguii, e di lì a poco mi ritrovai a inseguire un nuovo primato”. Fu l’ultima grande prova d’autore. Poi re Enzo decise che era davvero arrivato il momento di ritrovare il contatto col suo mare senza filtri, né troppi testimoni intorno. Non ha lasciato eredi perché “una scuola subacquea ad alta profondità devi seguirla in prima persona. Avrei dovuto sottrarre tempo al “mio” mare, quello a cui mi accosto intimamente”.Le sue battaglie, da tempo, sono altre. Quelle per l’ambiente. Per salvaguardare quel mare che lo ha ispirato, e che oggi vede sempre più soffocato dalla miopia di chi lo sfrutta per interesse. “Anni fa provai a portare la mia voce anche in Parlamento, ma è stata un’esperienza fallimentare perché mi sembrava di parlare ai sordi. Però mi batto ancora. Sono vicepresidente della commissione extraparlamentare per l’ambiente. Credo ancora nella necessità sentimentale del mare, che deve essere accettato e difeso per quello che è, non perché ci garantisca sopravvivenza. Ho i miei “pallini”, diciamo così. Per esempio, non credo nella necessità del ponte sullo stretto di Messina. Un’opera che avrebbe grande rilievo mondiale, porterebbe luce al “treno Italia”, ma in quella zona bisogna concentrarsi sul fatto che solo il 20% delle case, su una costa e sull’altra, sono costruite con criteri antisismici. E guardo con orrore alla cementificazione della costa intorno alla mia Siracusa. Le ciminiere e le fabbriche hanno distrutto da anni la zona a Nord della città, una costruzione selvaggia senza sovrastrutture come reti fognarie e depuratori. Ora è partito l’attacco alla costa Sud, un gioiello, dove c’è l’area marina protetta del Plemmirio. Un’assurdità”.
Quasi ottant’anni in acqua, ma in mezzo a tutti quei record il ricordo più nitido è puro romanticismo. “La sera di luna piena in cui portai mia moglie Maria a 25 metri di profondità. Risalendo verso la superficie, abbiamo visto quella luna rifrangersi nell’acqua in decine di lune. Un momento indimenticabile”.

ENZO MAIORCA
è nato a Siracusa il 2 giugno 1931, e ha imparato a nuotare a quattro anni. Nel 1960 ha conquistato il primo primato di profondità in apnea, a quota -45 in assetto variabile. L’inizio di una grande epopea che lo ha visto in scena per sedici anni, fino al -87 in variabile ottenuto nel ’74 e al -60 in assetto costante del ’76. Poi il grande ritorno negli anni 80, toccando quota -101 in variabile nel 1988. Nel giugno del ’93 è stato protagonista del ritrovamento del sommergibile “Sebastiano Veniero”, scomparso quasi settant’anni prima al largo di Capo Passero. Da anni conduce grandi battaglie ambientalistiche che gli sono valse la medaglia d’oro al merito della Marina. Ha ricevuto anche la Stella d’Oro al merito sportivo del Coni e ha vinto il premio letterario Coni col libro “A capofitto nel turchino”. Anche le sue figlie, Patrizia e Rossana (scomparsa nel 2005 a soli 44 anni) sono state campionesse di apnea. E’ sposato con Maria Gibino. Per i suoi ottant’anni si è “regalato” la riedizione di un affascinante romanzo autobiografico, “Sotto il segno di Tanit”, edito da Mursia.

Ambiente, n. 3/2011

venerdì 20 gennaio 2012

BERNABEI, TORNA IL RE DEL DESERTO


di Marco Tarozzi

È tornato Fabrizio Bernabei. Ed è un bene, perché in un periodo in cui si parla tanto di “ecomaratone” e di “trail running”, la presenza e la classe di un pioniere della specialità non possono che far progredire la disciplina. È tornato nonostante tutto: il lavoro di responsabilità che gli porta via tempo, gli infortunii che gli hanno riempito d’ostacoli una carriera baciata dal talento, le difficoltà a seguire un programma preciso.
«Ma del resto mi sta bene così. Oggi esco a correre, anche per ore, senza “tabelle” nella testa, nè cronometro in mano. Seguo l’istinto. Un po’ come facevo all’inizio della mia carriera da atleta “tradizionale”. Andavo a fare le gare in pista, ma mi piacevano il giusto. Preferivo perdermi tra i boschi intorno a Montese, dove sono nato, immerso in un mondo che mi ha affascinato da subito, coi suoi silenzi e i suoi scenari».
A quindici anni da quel mondo scese verso Bologna, per iniziare una carriera che gli ha dato parecchio, anche se meno di quello che meritava: negli anni Ottanta fu uno dei migliori giovani dell’atletica azzurra, e da junior portò a casa anche un argento ai Mondiali di corsa in montagna. Da maratoneta fu sesto ai tricolori di Carpi, in 2:19. Tutto bello. Finché non scoprì che si può correre anche lontano dalla strada.
«L’illuminazione fu l‘Ecomaratona dei Marsi a Collelongo. Era il 1996, avevo già subìto due interventi ai tendini, e un terzo sarebbe arrivato nel 2000. Andai a correre quel primo esperimento di trail italiano, e vinsi. Capii che quella era la corsa come la intendo io».
Un anno dopo, Bernabei entrava nel Guinness dei Primati vincendo la prima e unica edizione della maratona all’interno delle grotte di Frasassi. «Indimenticabile: 1834 metri da ripetere 23 volte, ogni giro 682 gradini. Fa un totale di 15686, ce l’ho ancora in testa quel numero. Chiusi in 3:33:50».
Poi, l’epopea della Marathon des Sables, la leggendaria corsa a tappe di 240 chilometri nel deserto, dove Fabrizio è arrivato terzo nel ‘98, davanti a Marco Olmo e Marco Gozzano, quarto e sesto. Facendo anche meglio l’anno dopo: secondo assoluto. «Mi è rimasta nel cuore, quella corsa. Come quei giorni nel deserto e quel senso di comunione che si instaurava tra i partecipanti».
Dopo anni («in cui non ho mai smesso di correre»), Bernabei è ripartito: terzo nel 2011 alla Formentera to Run (60 km. in cinque tappe) vinta da Alessandro Lambruschini, ora si prepara per la gara che lo ha più ispirato: tornerà ai Marsi, e poi correrà all’Ecomaratona del Ventasso. Per tornare protagonista.

L'Informazione di Bologna, 16 gennaio 2012

lunedì 2 gennaio 2012

IL CAMPIONE E IL SUO SOGNO


di Marco Tarozzi

Si chiama “Diario di un sogno”, ed è la cronaca di un ritorno. O se preferite la storia di un campione, vero e assoluto, che si rimette in gioco. Senza più pressioni, probabilmente anche senza più la reattività di un tempo, perché gli anni sono passati anche per lui, e gli ultimi tre li ha passati lontano dall’attività sportiva. Ma con la stessa grinta, la stessa voglia di provarci, il piacere di raccontarsi partendo dal passato e scommettendo sul futuro.
Pier Davide Romani è di nuovo sui pattini. Quelli che lo hanno consacrato ai vertici internazionali: campione del mondo a squadre nel 2001, individuale nel 2003 e 2004, 22 titoli europei, una dozzina di tricolori. Era la stella della Bononia Fini Sport fino al 2008, un vanto per lo sport bolognese. Era un semiprofessionista, nel senso che di pattinaggio poteva anche vivere, come pochi altri al mondo. Poi, di colpo, disse stop.
«Quando ho smesso, ero sui pattini da più di vent’anni. Ho iniziato che ne avevo cinque, ho fatto la gavetta perché non sono stato un “vincente” da subito. All’inizio mettevo la mia generosità agonistica a disposizione della squadra, visto che fisicamente perdevo il confronto con tanti avevo studiato una tattica da “front man”, sempre all’attacco, sempre a tirare. Pian piano, con la forza di volontà, ho affinato la tenuta, la capacità di chiudere le gare davanti. Ho iniziato a vincere, ad essere rispettato da compagni e avversari. Sono diventato un leader. Ma ci ho messo anni, e non ho mai dimenticato da dove sono venuto».
Le origini, appunto. Sono importanti per spiegare la nascita di un campione.
«Sono nato ad Addis Abeba, figlio di profughi di guerra etiopi, sono arrivato a Bologna da piccolo e mi sono integrato in fretta. Ma le possibilità economiche erano meno di zero. E forse questa è stata la mia fortuna. I miei non potevano comprarmi i giochi? Me li costruivo. Non avevo libri di favole da leggere? Me le inventavo. Quello che i miei genitori mi hanno sempre dato, nonostante fossero impegnatissimi col lavoro, sono stati i valori giusti. E ho continuato a coltivarli in Bononia, che è stata una seconda famiglia per ventitré lunghi anni».
Non è mai stato un campione lontano dalla “base”. Ha sempre fatto di tutto per trasmettere la sua passione.
«Sentirmi chiamare “campione” mi faceva sorridere. Ci ho messo quattordici anni per arrivare ai vertici, ma ho sempre tenuto duro, fin da piccolo, perché sapevo di avere davanti un obiettivo. Ho organizzato “clinic” nelle scuole, da campione del mondo ho anche accettato una chiamata della federazione sudafricana, per insegnare e dare consigli a giovani pattinatori di colore che non avevano opportunità tecniche o economiche. Mi ricordo quei giorni laggiù, e credo che sia stata l’unica volta in cui tornando in Italia in aereo mi sono sorpreso a piangere...».
Ha chiuso nel 2008. Quanto sport c’è stato nella sua vita, in questi tre anni?
«Zero assoluto. Mi sono buttato sul lavoro, ho fatto l’agente pubblicitario e oggi ho una mia agenzia come consulente di strategie commerciali. Tra le altre cose, sono stato tra i primi a portare Groupon in Italia, lanciandola a Bologna».
Che si aspetta, allora, da questo ritorno?
«Lo faccio per puro piacere personale. Perché ho voglia di fare sport e di tornare a respirare quell’ambiente. E lo faccio in una situazione di grande crisi per il movimento in Italia. Sono finiti gli anni d’oro, quando si poteva anche vivere di pattinaggio, da noi. Oggi non c’è cambio generazionale, mancano stimoli ed esempi. In più, nel mondo sono uscite realtà importanti come Corea, Belgio, Cina. Sono passati i tempi in cui, almeno a livello europeo, noi italiani decidevamo in spogliatoio quale azzurro avrebbe vinto la gara, tanto eravamo imbattibili».
E allora perché proprio adesso?
«Perché lo spirito è diverso. Dopo essere diventato un atleta di vertice mi sono tolto soddisfazioni a 360 gradi. Oggi non devo dimostrare più niente, non ho pressioni. Non ho la freschezza di un tempo, ma è una bella sfida, soprattutto nell’anno in cui il Mondiale tornerà a essere disputato in Italia».
L’obiettivo è quello?
«E come si fa a dirlo? Posso fare dei bellissimi ragionamenti, e in effetti li sto facendo. Sì, mi piacerebbe arrivare a quell’appuntamento, esserci, magari giocarmi qualcosa di importante. Vedremo. Il gioco, in realtà, è semplice: non fasciarsi la testa, credere in quello che si fa, possibilmente dare un esempio ai ragazzi».
Per questo sta già tenendo un diario dell’avventura su Facebook.
«Mi metto in gioco e ho voglia di raccontare. Anche per far capire che non c’è niente di straordinario. È solo un percorso: torno a pattinare e magari arrivo ai Mondiali, ma in ogni caso potrò dire che ci ho provato. Se uno non prova, non sa. La cosa che mi fa piacere è che questa storia ha colpito non solo la gente dell’ambiente, ma anche chi di pattinaggio non sa nulla».
Chi l’aiuterà nel viaggio?
«La Bononia, naturalmente. È una famiglia, nella mia carriera non ho mai neppure valutato l’idea di abbandonarla, neanche quando mi cercavano in tanti. Poi, per ora, un paio di sponsor tecnici, Vitamine&co. e Powerslide. Lungo il cammino, spero di trovare tanti amici. Anche solo per un consiglio, un augurio. Spero che apprezzino questo mio rimettermi in gioco».

L'Informazione di Bologna, 2 gennaio 2012