lunedì 21 dicembre 2015

LA SFIDA DI VALENTINA








di Marco Tarozzi


Questione di carattere. Perché c’è sempre una prima volta, e quella di Valentina Alberti con il pugilato è stata da dentro o fuori. Girare i tacchi e andarsene o farsi coinvolgere per sempre. Non è un ricordo sbiadito, basta andare indietro di appena cinque anni.
“Era il 2010, non facevo sport da un po’ e avevo preso qualche chilo. Ero arrivata a pesarne ottanta. In Bolognina, il mio quartiere, c’è la palestra Tranvieri che è un pezzo di storia dello sport cittadino. Sapevo che lì dentro si tirava di boxe, una disciplina che in qualche modo mi affascinava. Beh, per farla breve: entro e in questo ambiente non certo enorme e quindici ragazzi si voltano a fissarmi. Ho detto: bene, vado avanti. Chissà: ci fossero state una decina di ragazze pronte ad accogliermi con un sorriso, magari avrei salutato e sarei tornata a casa”.
E’ fatta così, Valentina. Ama le sfide. Altrimenti non si spiegherebbe la scelta di salire su un ring a sedici anni, una decisione talmente sua che per qualche tempo non ne ha messo al corrente nemmeno la famiglia.
“Mamma mi vedeva tornare con la borsa e pensava andassi a fare ginnastica. Prima di tutto l’ho detto a lei, quando sono stata certa di aver trovato la mia strada. Poi a papà, la cui idea di pugilato erano i film di Rocky, quelli dove ci si picchia “senza futuro” per quindici riprese, e dunque era spaventatissimo. Un po’ alla volta gli ho fatto capire che le cose stavano molto diversamente”.
Resta il fatto che passare da uno sport di squadra a una disciplina in cui sei davvero solo con i tuoi pensieri e le tue strategie, in mezzo al quadrato, è un bel cambio di visuale.
“Ho giocato a basket per dieci anni, prima in Fortitudo poi a Castel San Pietro. Bello, ma nel pugilato ho imparato a fare squadra molto più che tra i canestri. Sono fatta così. Non mi sento mai sola, in palestra. Lì quelli che hai intorno sono sempre dalla tua parte, e  tu ti batti anche per loro. Ogni vittoria è una vittoria di tutti”.
Soprattutto di quelli che hanno visto Valentina arrivare in palestra, e poi l’hanno aiutata a crescere e a diventare una delle migliori in Italia. Là, dentro alla mitica “Tranvieri”, qualcuno ha avuto la vista lunga.
“Devo dire grazie al maestro Sergio Rosa, che è un’istituzione per la boxe bolognese. E poi a Sergio Di Tullio, che mi ha allenata e un giorno, dopo il mio primo combattimento, mi ha detto “devi continuare, tu farai strada”. Aveva ragione”.
Poi Valentina ci ha messo del suo. Perché questo sport non fa regali, non offre scorciatoie. Devi allenarti, per arrivare. E sodo.
“Ho avuto fortuna. Oggi faccio parte dell’Esercito, e questo mi dà sicurezze in più per il futuro. Perché non è facile, con questi ritmi, andare avanti come uno vorrebbe fuori dal ring. La scuola, ad esempio: mi ero iscritta a Scienze Internazionali e diplomatiche, a Forlì, ma ora sono al Centro Nazionale Federale di Assisi quasi tutto il tempo, torno a Bologna due giorni al mese. E qui faccio anche tre sedute al giorno. Non è facile tenere tutto in equilibrio. Ma questa è la mia scelta, e il pugilato è uno sport che non ti regala niente, non prevede scorciatoie. se vuoi ottenere qualcosa, devi sacrificarti”.
Anche mentalmente. Perché la boxe è tattica, studio dell’avversario, concentrazione, capacità di interpretare il match e di trovarne la soluzione.
“E’ uno sport di situazione. C’è un momento in cui capisci come può finire, in cui devi essere capace di prendere in mano la situazione. Trovare il ritmo giusto, il colpo che lascia il segno anche su chi deve giudicarti a bordoring… Se non cogli l’attimo, è finita”.
Ancora otto, nove anni, assicura. C’è tempo per pensare anche alle Olimpiadi. Un sogno che neppure accarezzava, quel giorno in cui si affacciò alla Tranvieri. Cresciuto nel tempo, e oggi diventato forse qualcosa di più. Perché questa ragazza  ha la faccia decisa di chi vuole ancora progredire. E migliorare, a questo punto, significa assicurarsi un posto ai vertici.
“Sì, credo che se continuo a lavorare così un’Olimpiade potrebbe essere alla mia portata, in futuro. Teniamo conto che non sto parlando di Rio, dove la mia categoria, i superleggeri, non è prevista. Bisogna puntare a Tokio 2020, e a quel punto avrò ventisei anni, sarò nel pieno della maturità atletica. Devo, voglio provarci. Poi, se davvero Roma portasse a casa l’edizione del 2024, beh, allora dovrei combattere di sicuro fino a trent’anni…”
Va avanti così, Valentina Alberti. Un po’ di nostalgia per la sua città, che è stata una culla della “noble art”, così appassionata da costruire un palasport intorno alle imprese di Checco Cavicchi che trascinava le folle. Per la sua famiglia, che adesso ha capito che il pugilato non è la faccia sanguinante di Rocky Balboa. Pochi esempi da seguire, “perché a questa disciplina non sono arrivata vedendo incontri in tv, così mi ispiro semplicemente alle mie compagne di Nazionale, che hanno fatto la storia della boxe femminile in Italia”. E la voglia di non mollare, di non arretrare mai di un passo. La “cazzimma”, come si dice. Roba per pochi.
“Bisogna crederci, in questo sport. Se mi chiedi di descriverlo, mi basta usare tre parole. Testa, gambe, cuore. Con le prime due cresci tecnicamente, ma senza il cuore non diventerai mai vincente”.
("Ambiente", ottobre 2015)

martedì 3 novembre 2015

LE STORIE DEL TOURIST TROPHY, TRA RISCHIO E UMANITA’



“Vive chi rischia”, spiega il nuovo libro dello scrittore Mario Donnini
Intorno alle moto, un mondo di persone vere e di legami profondi

di Marco Tarozzi

C’è molta filosofia, e tutt’altro che spicciola, nel libro “Tourist Trophy, vive chi rischia”, ultima puntata di una saga che ormai conta quattro pubblicazioni e soprattutto vent’anni di frequentazione continua che Mario Donnini, giornalista e scrittore che lavora a Bologna nella redazione di AutoSprint senza dimenticare le sue radici umbre, ha dedicato, sta dedicando e dedicherà al circuito stradale più affascinante e più pericoloso che la storia del motociclismo mondiale conosca. Un circuito ultracentenario che nasce improvviso nei giorni delle gare, e per il resto dell’anno è fatto di comunissime strade, stradine, piccoli centri abitati di una piccola isola che ha un’anima irlandese e un carattere tutto suo, fatto di gente bonariamente gelosa della sua unicità. Isolani, appunto: diversi, e mai uguali l’uno all’altro.

Tutto si è detto, del Tourist Trophy. Del pericolo che incombe su quei sessanta chilometri di percorso tra muretti, pali della luce, boschi, marciapiedi vigliacchi, curve cieche, dossi improvvisi. Dai tempi in cui ci correva Giacomo Agostini, che su quelle strade vinse dieci volte salvo poi ispirare la campagna che portò il TT fuori dal calendario del campionato mondiale. Fu nel 1972, quando l’amico Gilberto Parlotti, lanciatissimo verso il titolo iridato della 125 venne a morirci, che Ago finì la sua corsa e disse basta. “Il TT, se voleva sopravvivere, doveva cambiare, diventare un evento a sé stante, una sfida alla quale si è liberi di partecipare o meno. E così andò”. Parola del più grande di tutti i tempi, semplicemente.

Così è andata. Il Mountain ha accusato il colpo, ha rischiato di scomparire, è rinato nel nuovo millennio con la forza delle persone che lo animano, uomini veri prima ancora che centauri. E ha continuato a pagare il suo tributo al destino, cosa che chi ben pensa ancora fatica ad accettare. Ma la chiave è questa: chi va, esercita il suo diritto ad essere libero. A sentirsi vivo. Come Robin Daykin, che nel 2011 a settantaquattro anni ha scelto di diventare il “debuttante” più anziano nella storia della corsa, portando con sé nell’avventura la moglie Annette. Uno schiaffo in faccia al cancro alla prostata che se lo sarebbe portato via qualche anno più tardi, un’impresa dai contorni di favola. Perché quell’anno Robin si qualificò per la gara, corse e fu meravigliosamente ultimo, con tutto il popolo del Mountain a fare il tifo per lui.

Sono queste le storie che Donnini predilige, e racconta nella sua meravigliosa saga sul TT. Raccontate la sera al pub da gente che ama i motori e la natura, la compagnia del prossimo e una buona pinta di birra. Piloti, commissari di percorso (i leggendari “marshall”), addetti ai lavori, proprietari di pub, cameriere. Tutti uniti, testimoni di una storia infinita che improvvisamente è diventata “trendy”, è tornata di moda, cosa che non cambia di una virgola l’atteggiamento dell’autore, che ha iniziato a collezionarle molto prima che il vento cambiasse.

“A stupirmi”, spiega Donnini, “è la produzione infinita e cangiante di storie, di vicende umane che si mescolano e trascendono quelle sportive, rendendo affascinante il trionfo del campione quanto l’anonima prestazione della comparsa, in un luogo e in un cimento che incoronano ognuno eroe e ciascuno personaggio”.

Così, in mezzo a questa “small town people”, a questa gente di villaggio amichevole ed ospitale, sfilano le vite di Guy Martin, magnifico perdente che senza nemmeno un successo alle spalle è diventato l’icona del Mountain, di Bruce Anstey che arrivò convinto che correre il TT fosse l’ultima gioia della vita e ancora si sta divertendo come a una festa di amici. Quella di Gary “Driver” Johnson, che non è mai stato a Londra perché “io corro in moto sull’isola di Man e non me ne fotte un cazzo di andare a Londra”. Quella di David Cretney, che in una terra così speciale da infilare tre gambe nella propria bandiera non poteva che diventare Minister of Fun, Ministro del Divertimento, e non per scherzo.

Alla fine, una tradizione lunga più di un secolo, le moto, l’odore di olio e carburante e il rumore dei motori diventano un pretesto per raccontare un mondo. Un piccolo mondo che diventa colorato, vivo, umanissimo quando le moto sbarcano sull’isola. E che ti resta appiccicato addosso, al punto da farti provare rispetto per qualunque scelta, anche le più buie e dolorose, perché sono un segnale di libertà. Che ci piaccia o no, che lo si capisca o no, il succo è semplicemente questo: vive chi rischia.

TOURIST TROPHY, VIVE CHI RISCHIA – Mario Donnini – Giorgio Nada Editori -240 pagine, 25 euro


martedì 15 settembre 2015

ADDIO A "POLDINO" TARTARINI, CHE ATTRAVERSO' IL MONDO IN DUCATI




Se ne è andato, all’età di ottantatrè anni, Leopoldo Tartarini. Un genio, un pioniere, uno che guardava sempre avanti. Poldino, per tutti quelli che come lui hanno addosso una passione unica per le moto, è stato uno dei migliori piloti italiani negli anni Cinquanta, quando le gare di lunga durata su strada come il Motogiro d’Italia esercitavano un fascino inimmaginabile sugli appassionati, quindi si era inventato un’avventura da “guinness dei primati”, viaggiando per un anno intorno al mondo insieme all’amico Giorgio Monetti, con un paio di Ducati 175, infine aveva dirottato la sua creatività nell’Italjet, l’azienda motociclistica fondata nel 1960 a Castel San Pietro, da cui sono usciti circa centocinquanta modelli, gran parte dei quali ispirati dal suo estro.

Poldino, nato nel 1932, aveva respirato motociclismo fin da ragazzo, osservando e poi contribuendo al lavoro di papà Egisto, meccanico, rivenditore e discreto pilota. Lui aveva iniziato con le serie minori, ma aveva il manico e ben presto era finito a libro paga delle principali scuderie italiane. Le gare di durata erano il suo pane: dopo il successo alla Milano-Taranto del 1952, con un telaio di sua progettazione, arrivarono quelli del 1953 e 1954 al Motogiro, in sella alla Benelli ufficiale. Diventato prima guida della Ducati nel 1955, al Motogiro dello stesso anno fu costretto a interrompere una carriera brillante a causa di un brutto incidente, mentre guidava la classifica di categoria in sella alla sua Marianna 100. Degenza lunga, e soprattutto la certezza di non poter più dare alla casa di Borgo Panigale l’apporto che avrebbe voluto.

Leopoldo Tartarini non era certo il tipo da vivacchiare sfruttando i vantaggi di un ottimo contratto (circa un milione e mezzo all’anno, dell’epoca). Non poteva stare con le mani in mano, e si inventò un’idea di marketing rivoluzionaria. Coinvolse l’amico Giorgio Monetti in quello che inizialmente avrebbe dovuto essere un viaggio da Bologna alla Turchia, per reclamizzare il marchio Ducati ad Oriente, e si trasformò invece in un’odissea lunga un anno intero, dal 25 settembre 1957 al 5 settembre 1958, attraverso cinque continenti e trentacinque nazioni. 60mila chilometri previsti, che poi diventarono sul percorso quasi 100mila, sulle strade di quasi sessant’anni fa, con due motori 175 che si rivelarono resistentissimi. Attraversando climi agli antipodi, guerre civili e un paio di rivoluzioni. Europa, Asia, Australia, Nuova Zelanda, il Sud America con la leggendaria Cordillera delle Ande, l’Africa da Dakar a Gibilterra. E una volta tornati in Italia, un ultimo sforzo viaggiando per la penisola, a ricevere l’applauso e l’ammirazione dei concessionari Ducati e della gente.

Tre anni dopo Tartarini, che gestiva col padre una concessionaria Ducati, decise di mettersi in proprio fondando l’Italemmezeta, che a partire dal 1967 sarebbe diventata l’Italjet, dal nome del suo primo ciclomotore di grande successo. Anticipando modelli e tempi, “Poldino” regalò alla sua azienda un lungo periodo di successi, spaziando dai ciclomotori alle maximoto. In tempi di globalizzazione, la creatura ha vissuto anni più recenti di sofferenza e il figlio di Leopoldo, Massimo, si è preso l’impegno di tenerla viva (“ultima piccola tra le grandi, ultima grande tra le piccole”, la definiva Poldino), mentre lui, l’imprenditore dalle idee geniali e dallo spirito d’avventura, si dedicava al suo studio di progettazione di prototipi, Tartajet. Ogni tanto, insieme all’amico Monetti, rinverdiva i fasti della grande impresa, soprattutto dopo che nel 2006 il giornalista e scrittore Giuliano Musi l’aveva riesumata e raccontata in un bel libro, “Il giro del mondo di Tartarini e Monetti su Ducati 175”, edito da Minerva Edizioni.

Se ne è andato un pezzo di storia del motociclismo italiano. Ma prima di andarsene ha lasciato un segno indelebile sul mondo che ha amato e vissuto.

RenoNews, 11 settembre 2015
 
 

giovedì 13 agosto 2015

LO CHIAMAVAN DONDOLO




 
Quattro stelle sono già salite in cielo. Consegnate alla leggenda, come quella stagione memorabile che regalò al Bologna il suo settimo e ultimo scudetto.
Harald Nielsen si ritroverà, lassù, con Giacomino Bulgarelli, il ragazzo che mai tradì la sua terra, a Helmut Haller, così diverso e così pieno di talento, di cui riuscì a diventare davvero amico soltanto dopo gli anni giocati, e proprio grazie a quel ricordo intenso che li univa. E a Carlo Furlanis, che se ne è andato due estati fa. Questi sono i pezzi pregiati che oggi ci mancano, ma che ci restano perché insieme agli altri ragazzi in rossoblù realizzarono un sogno mai più rivissuto. Sono lì, accanto a Fulvio Bernardini, il Dottore, che li guidò, e a Renato Dall’Ara che non potè neppure godersi quella gioia, e la cui scomparsa segnò l’inizio della fine di un ciclo.

Era stato lui, il presidentissimo, a volere con tutte le forze il “giovane Aroldo”. Così come aveva rincorso e conquistato il talento di Haller. Una storia da ricordare.

In Danimarca, Dall’Ara aveva consiglieri d’eccezione in Jensen e Pilmark, mai dimentichi dei loro anni in rossoblù. Furono loro a segnalargli un centravanti di nome Harald Nielsen. Giocatore molto ben messo fisicamente, con una tecnica calcistica decisamente migliorabile, ma dotato di una predisposizione unica per il gol. Se occorre uno che sappia trovare la via della rete, gli assicurarono, quello è l’uomo giusto.

Dall’Ara non perse tempo e acquistò subito il cartellino prima che la fama del giocatore raggiungesse i grandi club fuori dalla Danimarca.

Così quando Nielsen, centravanti della Nazionale danese che alle Olimpiadi di Roma conquistò la medaglia d’argento, si rivelò sulla platea internazionale, i giochi erano ormai fatti.
Nielsen era già un idolo in Danimarca, un campione affermato: aveva debuttato in Nazionale a diciotto anni, era stato più volte capocannoniere in B e in A. Ed era anche un sex symbol, tanto da aver recitato parti importanti in pellicole in cui ruoli basilari erano affidati alla sua futura moglie. Proveniva da una famiglia benestante, con interessi commerciali a livello non solo nazionale, e vantava una cultura universitaria. Era un ottimo promotore di sé stesso.

Con lui Dall’Ara impostò la trattativa su un piano prettamente commerciale. Capì al volo che Nielsen cullava il sogno di  affermarsi come calciatore a livello europeo e che l’aspetto economico non era la discriminante assoluta. Puntò sulla ribalta che il Bologna poteva assicurargli. Nielsen aveva le idee chiare, e non tirò la corda. In seguito, si sarebbe rivelato uno degli ossi più duri nelle famose trattative del presidente con i suoi giocatori.
Per i bolognesi, dopo i nickname provvisori (“al danàis”, Haroldo), Nielsen diventò presto “Dondolo”, per quel modo di caracollare nell’aria avversaria e di  lavorare palloni molto  tagliati.

Haller, il regista, una specie di brasiliano di Germania. Nielsen, opportunista, gran segugio del gol. Troppo diversi per legare tra loro, fuori dal campo. Lo stesso Helmut avrebbe ricordato così quel rapporto delicato. “Io e Harald avevamo caratteri diversi. Questo l'hanno capito tutti, direi. Ma in campo ci rispettavamo e ci capivamo al volo, questo è certo… Giocavamo un football formidabile, tecnicamente eccezionale. Ma non ricominciate con quella storia. Io Nielsen non l'ho mai odiato”.

Certo, Helmut parlava parecchio, era un tedesco dall’animo latino, e a volte si lasciava scappare con la stampa qualche commento che il compagno non gradiva. L’altro, si sa, leggeva libri in ritiro invece di giocare a carte. All’epoca, i calciatori che si estraniavano nelle letture erano roba “pericolosa”. Chi sta in disparte non fa gruppo, era il concetto di fondo. “Dondolo” ci ragionava sopra, serafico. “Dite che non parlo tanto? Quante volte ho detto no a un’intervista, a una chiacchierata? Certo, ho le mie abitudini e non ho un carattere latino, ma chi pensa che sia un solitario ha sbagliato di grosso”.

La situazione si sarebbe poi acutizzata dopo lo scudetto, e non a caso dopo la morte di Dall’Ara, che teneva unito quel gruppo e sapeva far convivere personalità diverse. Quel Bologna fu il suo ultimo capolavoro, Haller e Nielsen erano pietre preziose per renderlo unico.

A suo modo, caracollando fino a diventare appunto “Dondolo”, talvolta estraniandosi per lunghi tratti di partita, Nielsen seppe entrare nel cuore dei bolognesi. A suon di gol. Dopo gli otto della prima stagione rossoblù, 1961-62, in sole sedici partite, costretto da una lunga quarantena per lasciare spazio a Vinicio, arrivarono due annate da capocannoniere del torneo: 19 reti nel 1962-63, 21 in quel ’63-64 che riportò lo scudetto a Bologna. Con l’aggiunta di quella che chiuse definitivamente il discorso nello spareggio contro l’Inter, all’Olimpico di Roma. 2-0 a sei minuti dalla fine, firmato da “Dondolo”. Bologna campione d’Italia. Per Dall’Ara, per la gloria. Nella storia.

Dopo, appunto, il giocattolo si ruppe. E anche la schiena di Nielsen iniziò a cigolare, mentre con l’addio di Bernardini e l’arrivo di Carniglia, dopo la breve parentesi di Scopigno, la sua posizione in squadra diventò scomoda. Seguì un breve tramonto con le maglie di Inter, Napoli e Sampdoria, e un ritiro precoce, a ventotto anni, che gli avrebbe aperto la strada lontano dai campi di calcio, da imprenditore intelligente e di successo. Con’era prevedibile.

Ma “Dondolo” non avrebbe mai più scordato quelle sei stagioni rossoblù. Lo scudetto, gli 82 gol in 152 presenze in campionato, i 19 segnati sulle strade d’Europa che allora il Bologna percorreva. Non aveva mai dimenticato la storia, perché lui, Harald Nielsen, era un pezzo di quella storia.
 
(RenoNews, 12 agosto 2015)

venerdì 12 dicembre 2014

FULTZ, "VARESE LA MIA PRIMA ITALIA, BOLOGNA L'AMORE PER SEMPRE"



Gli anni di Kociss: “Quando Nikolic venne a prendermi in America
E Porelli mi disse: “Esci con me, così so dove sei di sera”

di Marco Tarozzi


La sua prima volta in Italia lo portò dritto a Varese. E fu subito grande basket, per John Fultz, in quella Ignis che aveva appena vinto il campionato italiano, la Coppa Italia e soprattutto la sua prima Coppa dei Campioni. Era l’estate del 1970. Lui usciva da anni felici alla Rhode Island University, dalle tre grandi sfide, veri e propri derby d’oltreoceano, con UMass di Julius Erving, da una preseason giocata con la canotta dei Lakers insieme a Jim Mc Millian e Jim Cleamons, dalle sfide con Calvin Murphy sfociate in una profonda amicizia. Era un’America da leggenda, ma John ne uscì per venire in Italia.

“Da Rhode Island ero uscito come quinto realizzatore all-time della franchigia, con una fama di buon rimbalzista e una media di oltre venti punti a partita, ma all’università avevo giocato soprattutto nel ruolo di centro, nonostante l’altezza, e l’idea che potessi sfondare nella Nba come ala piccola era lontana dalla mente di chi doveva farmi un contratto. Alla fine di quella rassegna estiva mi convocò Fred Shaus, general manager dei Lakers, insieme a coach Mullaney. Mi offrirono un contratto minimo, non garantito. Avrei dovuto essere felice di giocare in una squadra così blasonata, ma la cosa non mi andò giù. In quello stato d’animo, andai a giocare il North South All Star Game di New York, una vetrina per i migliori prospetti usciti dall’università. Quella sera giocai in squadra con Mel Davis, Calvin Murphy, Claude English, segnai 34 punti e fui eletto “mvp” dell’incontro. Dopo la gara, negli spogliatoi trovai ad attendermi un certo Asa Nikolic”.

Che all’epoca era il coach della mitica Ignis Varese, e le propose di trasferirsi in Italia.

“Mentii dicendo che non sapevo che in Italia si giocasse a basket. In realtà sapevo che gente come Bradley e Chubin, che erano stati miei idoli, avevano giocato a Milano. Ed in effetti quella di Milano fu la mia prima pista d’atterraggio. Finii poco lontano. Ma in un ruolo insolito, quello di straniero di coppa. Si trattava di veder giocare i compagni in campionato e farmi trovare pronto per le partite europee. Non semplice, per uno come me. Ma trovai una squadra fortissima. Con Manuel Raga legai subito, eravamo anche compagni di stanza. E poi c’erano Dino Meneghin, che subito iniziò a chiamarmi “Gianni”, “Capitan Uncino” Flaborea, Ossola, Rusconi, Bulgheroni. Fu una bella annata, arrivammo ancora una volta alla finale di Coppa Campioni e la perdemmo contro l’Armata Rossa di Belov. I miei compagni pagarono con la stanchezza la partita che avevano appena disputato con la Simmenthal, un vero e proprio “spareggio” di campionato. Finì 67-53 per loro, ne misi 22 con 11 rimbalzi, ma non bastò”.

Da lì in avanti, la sua storia italiana si chiama Virtus.

“Il primo incontro fu con Achille Canna, al Jolly Hotel. Fu lui a portarmi dritto dall’avvocato Porelli. Ci mettemmo un attimo a trovare l’accordo. Io volevo giocare con continuità, lui mi propose un ottimo contratto e non ci pensai due volte. Porelli era unico. Mi ricordo che ci fu un periodo, quando gli dissero che facevo un po’ tardi la notte, che per “controllarmi” meglio mi portava fuori lui stesso. “Così ti tengo d’occhio”, mi diceva. Insomma, di lì a poco nacque qualcosa che andava oltre il rapporto di lavoro. Nacque il mio amore per Bologna”.



Molti sono ancora convinti che la rinascita della pallacanestro in città, e le origini di Basket City, siano passate dalle mani e dai punti di due campioni d’oltreoceano: lei e il “Barone”, Gary Schull.

“In qualche modo è la verità. Quando arrivai a Bologna, nel 1971, la Virtus aveva perso un po’ del suo smalto. A palazzo c’era una media di duemila persone. Poi arrivarono quei derby, quelle sfide tra me e Gary che esaltavano i tifosi. E già alla fine della prima stagione si faceva il tutto esaurito. Gary era speciale, un altro che come me amava il basket passionalmente. In campo, non ce n’era per nessuno. Ci siamo divertiti, sono stati anni magici, certamente i migliori della mia carriera di giocatore, In Virtus trovai quell’America che non avevo potuto raggiungere a casa mia, anche se fu soprattutto colpa mia”.

In particolare quando i Lakers le offrirono la seconda opportunità, richiamandola negli States per un provino. Che fallì per motivi extracestistici…

“Fu proprio dopo la prima stagione a Bologna. In campo feci molto bene, ma la sciocchezza la commisi fuori. Comportamenti non ortodossi, diciamo così. Mi controllavano, si accorsero di tutto e mi fecero capire che non era il caso. Tornai in Virtus. Ma fu una specie di liberazione. A distanza di tanti anni, posso dire che forse inconsciamente non vedevo l’ora di mollare tutto e tornare a Bologna”.

Qui lei era un idolo, dentro e fuori dal campo.

“La mia casa era un porto di mare. Se qualcuno aveva bisogno, io c’ero. Iniziai a credere nei valori di pace e condivisione, facevo esperienze alternative. Ancora oggi mi considero un uomo non violento e propositivo, e non rinnego quei tempi, anche se so bene che avrei potuto vivere diversamente il mio percorso di atleta, sfruttare meglio il talento che mi era stato donato. Ci ho scritto un libro, su questa esperienza, ho raccontato tutto con sincerità perché penso che nascondere gli errori non sia il modo giusto per educare. I ragazzi sentono quando menti, con loro bisogna essere chiari, sinceri fino in fondo”.

Tre anni in bianconero e il primo trofeo da alzare al cielo dopo anni di astinenza.

“Vincemmo la Coppa Italia nel ’73-74, battendo in finale la Snaidero. Fu la mia stagione migliore alla Virtus, e mi convinsi che sarei rimasto a Bologna ancora a lungo. Ormai la consideravo la mia città. E la squadra era in crescita. Avevo iniziato con ragazzi che si chiamavano Bertolotti, Ferracini, Serafini, Antonelli, e io stesso avevo ventitré anni quando ero sbarcato in Italia. Sono certo che avremmo raggiunto insieme altri traguardi importanti. Ma un giorno coach Dan Peterson, a cui devo tanto per la mia crescita di giocatore e con cui c’è sempre stato un rapporto chiaro e diretto, mi spiegò bene la situazione. Disse che avrebbe voluto assolutamente confermarmi, ma anche che si era aperta questa incredibile possibilità di arrivare a Tom McMillen. Se non arriva, mi disse con sincerità, resti tu al cento per cento. Ma Tom arrivò, e la mia esperienza a Bologna si chiuse lì”.

Si è mai chiesto perché tanti tifosi, qui a Bologna, non hanno mai più dimenticato “Kociss”?

“Perché credo di aver fatto qualcosa di buono, e di averli fatti divertire e sognare, a modo mio.  Giocando un basket brillante. Qui sono rimasti tanti legami e amicizie, e sono i valori più importanti, per come la vedo io”.

Ha visto la nuova Virtus in azione? Le piace?

“La seguo, certo, e ho visto diverse cose in video. E’ una squadra giovane, con una gran voglia di fare bene. Credo possa crescere tantissimo. E coach Valli ha potuto forgiarla dall’inizio, questo non è un particolare secondario. Mettere la propria impronta su quello che si fa, per un tecnico, è determinante. Mi piace da impazzire Simone Fontecchio. Sono certo che diventerà un grande, perché fare quello che ha fatto a Pistoia e soprattutto contro Avellino, dove usciva da una partita complicata, ad appena diciannove anni è segno di grande temperamento e sicurezza”.

Gianmarco Pozzecco allenatore, sull’altra sponda. Che effetto le fa?

“Non lo scopro io, ha già dimostrato, soprattutto in Sicilia, di poter fare quel mestiere. Lui è genuino, immediato, e credo che ai giocatori possa trasmettere passioni ed emozioni, che servono tanto a consolidare un gruppo e a raggiungere gli obiettivi. Poi mi è simpatico, è istrionico e spettacolare, e la pallacanestro per me ha bisogno anche di questo per farsi amare da sempre più persone”.



(www.virtus.it)
(foto tratte da “Mi chiamavano Kociss”, John Fultz, Minerva Edizioni)

 

venerdì 7 novembre 2014

QUANDO GIGI RIVA TORNERA'.....



«Quando si andava in trasferta a Milano, a Torino, ci chiamavano pecorai. Oppure banditi. Avevamo dalla nostra migliaia di sardi all’estero, in quell’Italia del nord. Non esisteva la Costa Smeralda, non c’era mica l’Aga Khan, questa bellissima terra non l’avevano ancora massacrata. Noi, che pure eravamo solo dei calciatori, le demmo un nome. Eravamo una questione d’orgoglio, di rivincita per tanta gente. Ed eravamo una squadra completa, giusta sul campo in ogni ruolo… Io rispondevo alle ingiustizie a muso duro, e spesso mi perdonavano perché ero importante per la Nazionale e non potevano squalificarmi: allora, gli squalificati non venivano convocati».
(Gigi Riva)


Grazie per i sogni di bambino.
Per i gol in bianco e nero.
Per la rabbia e il silenzio.
Vorrei che quel tempo tornasse, ma va così.

Felici settanta, Campione.
 


sabato 26 luglio 2014

POMPILI, QUEL BOLOGNESE SUL K2



 “Oggi alle 15 ore loc. Tam, io e Amin eravamo in vetta al K2, senza ossigeno. Solo il cielo sopra di noi ma coperto… 17 da c4. Bello!”.

Un tweet. E non si può chiedere di più, sinceramente, a uno che ha viaggiato per quasi diciassette ore, senza ossigeno, a quota 8000, guardando sempre verso l’alto. Diciassette ore, dal campo 4 alla vetta, per regalarsi un sogno. Ce la racconterà meglio domani la sua impresa, Giuseppe Pompili, il bolognese che non smette neppure un attimo di pensare all’Himalaya, dall’ultimo piano del palazzo di via Bellaria in cui vive. Un alpinista di pianura che ha già lasciato più volte il segno del suo passaggio, e del suo modo di intendere le salite, sulle grandi cime del mondo.

Lo aveva fatto, prima di oggi, sull’Everest, la montagna più alta della Terra, salendo dalla cresta nord-est in solitudine, e prima ancora sul Cho Oyu. Lo aveva fatto ultimando la salita delle “Seven Summits”, le più alte vette di ciascuno dei sette continenti, terzo italiano assoluto e secondo nella combinata (Carstensz e Kosciuszko), dopo Reinhold Messner. Ma il K2 ha un fascino e un’attrazione che forse nessun’altra cima emana. Giuseppe l’aveva già tentata due volte, sempre con lo stesso approccio: spedizione limitata, due o tre persone al massimo, niente ossigeno, niente sherpa a fare il lavoro sporco. Alla cima era arrivato vicino, così come a quella del Nanga Parbat, e non si è trattato di insuccessi: semplicemente, Pompili può mettersi in azione sfruttando “finestre” di bel tempo limitate, non avendo la forza, né le risorse economiche, delle grandi spedizioni.

Per questo il successo di questa salita vale doppio. Perché è stato inseguito, voluto, conquistato rispettando la montagna. E anche perché era deciso che sarebbe stata l’ultima volta. Lo aveva spiegato lui stesso, in procinto di partire. Così. “C’è un demone che ciascuno di noi deve seguire. Il mio si chiama K2. Mi voglio regalare un ultimo tentativo nel 60esimo anniversario della salita prima di chiudere una volta per tutte con gli 8000, cogliendo questa occasione unica e irripetibile. C’è un tempo per ogni cosa, e non occorre scomodare l’Ecclesiaste per saperlo. Il mio tempo alle alte quote sta finendo e non solo per questioni anagrafiche. Ultimamente mi sento un po’ come un dinosauro, un appartenente a un tipo di alpinismo in via d’estinzione. I grandi mutamenti di questi ultimi anni stanno cancellando la figura dell’alpinista medio, non turista d’alta quota ma neppure professionista sponsorizzato. E’ perciò che – con intima soddisfazione personale – mi accingo a compiere il mio ultimo tentativo in completa autonomia, anche economica. La libertà ha un prezzo, che in questo caso pago volentieri”. Sì, Giuseppe Pompili è un uomo libero. E per una buona mezz’ora, questo pomeriggio, ci ha guardati tutti dall’alto, rigirando tra le mani il suo sogno diventato finalmente realtà. Un sogno chiamato ChogoRi, in lingua Balti. Significa, semplicemente, “Grande Montagna”. Confidenzialmente, K2.