mercoledì 24 febbraio 2016

PRENDILA COME VIENE, PRENDILA COME VA



Galeotto fu quel negozio da rigattiere a Souderton, Pensylvania. Fu lì, in mezzo a quintali di roba usata, mentre scorreva distrattamente vecchi dischi a 45 giri, che Gary vide quel vestito. E… vide la Luce, naturalmente. “Sentivo come una voce che sussurrava… Elwood… Elwood”. Insomma, su quello scaffale c’era proprio tutto l’occorrente per diventare Elwood Blues, il personaggio interpretato da Dan Aykroyd nel film-cult “The Blues Brothers”. Niente di speciale, direte voi. Beh, allora provate a vestirvi in quel modo, cravatta, occhiali scuri e borsalino compresi, e andare a vincere una gara di 10 chilometri nel weekend successivo. E soprattutto misurate la temperatura a chi, rigorosamente vestito da runner, si vede costretto a guardarvi la schiena.
Era il 1981. Un anno esatto dopo l’uscita del film. Lui era semplicemente Gary Fanelli, uno dei migliori specialisti della corsa su strada in America. Non il numero uno, e nemmeno tra i primissimi, ma comunque uno specialista “on the road” in grado di battere in una gara su strada Sua Maestà Bill Rodgers, o di correre la sua miglior maratona in 2:14:17. Quel battesimo in costume, a Southampton, spaccò il popolo della corsa a metà. Chi apprezzava e chi gridava allo scempio, pensando al mondo del running come a una specie di luogo di culto. Lui aveva un’altra idea in testa. Correre per divertirsi e divertire. Spendere un po’ delle sue energie per strappare un sorriso, sempre e comunque. “Run for fun”, avete presente? Ecco, questo era Gary Fanelli, adorabile buffone del running. E in quanto alla corsa vista come religione, beh, anche su questo Elwood Blues avrebbe qualcosa da obiettare: “Quel giorno a Southampton ero in missione per conto di Dio”. Già, avremmo dovuto pensarci prima…


FUORI DAGLI SCHEMI

Fanelli, del resto, non ha mai vissuto in modo tradizionale. La sua vita è una raccolta di avventure che si incastrano l’una nell’altra. A ritmi frenetici. Tutte coloratissime.
Fin dai tempi della scuola. A diciannove anni abbandonò per un periodo il Montgomery County Community College per unirsi ai ragazzi di una comune a Maui, nelle Hawaii. “Era il 1969, non so se mi spiego. Negli anni Sessanta sono successe cose bellissime e altre cose aberranti. C’era la guerra nel Vietnam, io ho perso il mio primo allenatore laggiù. C’era il “sentire hippie”, tante cose stavano cambiando. Un periodo di rivoluzione pacifica, di mutamento della mentalità nei giovani. C’era il clima di Woodstock. Ma fu anche il periodo dei grandi assassinii dei grandi politici e uomini di pensiero americani. Il presidente John Kennedy, suo fratello Bob, Martin Luther King. Dopo la notizia del massacro di My Lai ero inorridito, volevo davvero cambiare aria, vita. Feci l’autostop in California, poi raggiunsi Maui dove erano stati alcuni miei amici. Finii in una Comune conosciuta come “La Patch Banana”, e giuro, è stato fantastico. A quei tempi ovviamente già correvo, e mi dava un senso di libertà. Ho imparato la meditazione, lo yoga che ho inserito anche nella mia preparazione al running. Maui a quei tempi era un luogo incantevole e incontaminato. Sì, sono stati anni creativi importanti. Da allora passo ogni anno lunghi periodi laggiù. Per me è un posto speciale”.

Del resto, l’esperienza nella comune durò un pugno di mesi. Gary racconta di aver sentito dentro di sé una voce che gli diceva “Tu sei un corridore, e puoi andare davvero forte. Quindi esci di qui”. Detto, fatto. Alla sua maniera.

ABBASSO I BUROCRATI

Ma il popolo della maratona aveva già avuto modo di conoscere Gary Fanelli prima che si mettesse a fare l’attore in corsa. Era successo soprattutto un anno prima, nel 1980. Ai trials olimpici di maratona a Niagara Falls. Già si sapeva come sarebbe andata a finire, e Gary inscenò la sua protesta nel modo più semplice che aveva a disposizione: correndo. Si presentò al via con una t-shirt su cui era scritto a caratteri enormi “La strada per Mosca finisce qui”. E partì a razzo, restando al comando per 15 miglia, un centinaio di metri davanti ai primi inseguitori, e mostrando a tutti il suo stato d’animo. Passò a metà gara in 1:04:39, e dopo essere stato riassorbito dal gruppo non si fece da parte. Finì ventiduesimo in 2:16:49.

“Volevo che quelli fossero i “nostri” Giochi olimpici. Sapevamo tutti che non avremmo corso a Mosca. Non avevo nulla da perdere e decisi che quella gara doveva diventare più veloce di quella che si sarebbe disputata a Mosca. Per diciassette miglia ho tenuto un ritmo forsennato, e la cosa ha funzionato. Sandoval, Durden e Hefner, i primi tre classificati, corsero tutti sotto le 2:11. Waldemar Cierpinski a Mosca vinse in 2:11:03. Missione compiuta, direi…”.

Già. Una lepre contro il boicottaggio. Con quello spirito di ironia che ha sempre annacquato anche i dispiaceri, nella vita di Fanelli. “Non ho mai saputo rinunciare all’umorismo. Questo a volte mi ha procurato problemi, già dai tempi della scuola. Ma che posso farci? C’è una radice irlandese, da parte di mia mamma, e devo averla ereditata. Mà ogni tanto mi diceva: “Gary, ma pensi davvero che tutto sia così divertente?”. Non ho una risposta neppure adesso. Ma sembrava divertente a me, ecco tutto”.

Ma lo spirito ribelle, pronto a battersi per principi giusti, non lo ha mai abbandonato. Fanelli era già un top runner quando gli atleti americani più importanti, dopo la morte di Prefontaine, avevano fatta loro la sua battaglia per i diritti di chi si allena ore e ore ogni giorno e non può vivere di miseri sussidi, da dilettante povero. Lo scandalo dello “shamateurism”, quando i grandi campioni Usa, probabili olimpici compresi, faticavano per vivere mentre i colleghi dell’Europa del Nord e dell’Est avevano tutti gli aiuti dallo stato, pur sbandierando lo status di dilettanti, fu sgretolato grazie a una lunga battaglia in cui Gary fu parte attiva.
“Abbiamo combattuto fino ai primi anni Ottanta. A muso duro contro la AAU. E alla fine abbiamo ottenuto i riconoscimenti che ritenevamo giusti. Venivamo pagati per il nostro lavoro durissimo, e finalmente non sottobanco. Mi ricordo di riunioni-fiume in camere d’albergo con Bill Rodgers, Don Kardong, Joan Benoit, Benji Durden e tanti altri. A me la vita cambiò in meglio, ed ero felice. Prima avevo un contratto per abbigliamento e scarpe, qualcosa racimolavo, ma dovevo darmi da fare. Ho fatto anche il venditore di prodotti alimentari naturali, a fine anni Settanta mi feci coinvolgere nel progetto Health Food, ho lavorato in un negozio di prodotti bio. E per anni ho distribuito polline d’api in compresse nella zona di Philadelphia, negli ambienti sportivi. Facevo anche vendite per corrispondenza. Insomma, mi sono sempre dato da fare”.

CARNEVALE DI CORSA

Due mesi dopo i Trials di Niagara Falls, Fanelli seminò nientemeno che Bill Rodgers e Rod Dixon in una corsa su strada di dieci chilometri, nella sua Philadelphia. Era il suo momento migliore: il 6 settembre di quell’anno, a Montreal, ottenne il personale in maratona 2:14:17. E nel 1981 tornò sotto i riflettori viaggiando al comando della Boston Marathon per sedici miglia. Opinione comune: uno così avrebbe potuto superare facilmente quei limiti, se avesse gestito meglio le proprie corse. “Ma io ho sempre fatto quello che ritenevo giusto fare. Spesso correvo da “lepre” designata, anche se all’epoca non si poteva uscire allo scoperto e dirlo ufficialmente. Sì, anch’io credo che se non avessi preso l’iniziativa certe maratone avrei potuto chiuderle con risultati cronometrici migliori. Ma per me è stato importante correre a quel modo, dare il massimo e non farmi troppe domande. E sono soddisfatto di aver tenuto i ritmi che ho tenuto per quarantadue chilometri…”

Poi, c’era sempre quella Luce che incombeva. Dopo il “battesimo” in Pensylvania dell’81, a fine anno Gary “Elwood” Fanelli portò il suo completo scuro sulle strade della New York City Marathon. Lì aveva già corso in 2:18:19, Fred Lebow lo conosceva bene e l’idea di avere un pazzo in corsa che gli movimentava e rallegrava l’evento lo solleticava. E poi, dove lo trovi uno che tagliato il traguardo poco oltre le due ore e quarata ha ancora la forza di sfilare un’armonica dal taschino e intonare “I can’t turn you loose”? “A New York è stato fantastico. La gente lungo le strade impazziva e io mi sentivo davvero un intrattenitore a tutti gli effetti”.

Soltanto l’inizio. Il passaggio di Elwood divenne un “must” sul ponte di Verrazzano come a Boston, e addirittura sul traguardo della maratona di Stoccolma, all’Olympic Stadium. Spesso le condizioni meteo non aiutavano, e il corpo del maratoneta raggiungeva temperature a rischio. Una volta a Pittsburgh, arrivò col suo completo impeccabile e le mani piene di cubetti di ghiaccio. “Lo show deve andare avanti”, commentò.

Dopo Elwood fu la volta dei personaggi costruiti a tavolino. Alla Wall Street Rat Race, per lui una gara “sprint” di soli tre chilometri si presentò nei panni di Gary Walstreet vestito di tutto punto con tanto di valigetta da uomo d’affari. In Giamaica corse nei panni di Billy Chester Polyester (cappello di paglia, bermuda taglia extralarge e camicia hawaiana) chiudendo la prova in 2:24:41, e avrebbe potuto fare molto meglio se non avesse corso le ultime cento yards all’indietro, danzando al ritmo di una musica reggae. E come dimenticare Clarence Nerdelbaum altro cavallo di battaglia, il fissato del computer che correva con in mano un calcolatore e una tasca colma di penne a sfera. Matite, chiavette usb? “Ne sono arrivati tanti, dopo. Ma ancora oggi a correre in queste condizioni un’intera maratona ci pensano in pochi. Dite che non ha senso? Per me ne ha: mi diverte veder sorridere il prossimo”.

IL SOGNO OLIMPICO

Resta il fatto che Gary Fanelli aveva iniziato a correre seriamente. E come tutti i ragazzi dotati di un certo talento, anche lui aveva fatto il suo bravo sogno olimpico. Quello che aveva sfiorato per quindici miglia nell’80, sapendo bene che sarebbe finita lì.
Ma uno così poteva non andarci, alle Olimpiadi? No di sicuro. E infatti Gary arrivò anche lì, con uno dei suoi stranissimi giri di amicizie fraterne e sincere che il suo carattere ispirava. Ovviamente, non si presentò a Seul, nel 1988 con la divisa degli Stati Uniti. Ma in questo caso, per fortuna nemmeno con uno dei suoi più riusciti travestimenti…

“Nel 1987 ero andato di nuovo a vivere alle Hawaii. Avevo diversi amici nella comunità dei runners di Honolulu, e in quel periodo ospitarono alcuni atleti delle Samoa Americane. Mi raccontarono che si stavano preparando per il loro debutto ai Giochi Olimpici, in programma a Seul, e che stavano cercando un tecnico per allenare la squadra di atletica. Incontrai quelli della federazione, consegnai un curriculum e mi presero. Mi sono trasferito là e ho iniziato ad allenare, ma un giorno mi dissero che c’era la possibilità di portare un maratoneta ai Giochi, e che avevano pensato a me. Con il benestare del Comitato Olimpico locale, la cosa andò in porto. Così, dopo aver disputato due Trials olimpici negli Usa e dopo il boicottaggio del 1980, finalmente coronavo il mio sogno… Ci sono voluti vent’anni, da quando iniziai a pensarci nel ’68. Ma l’importante è arrivare…”

A Seul Fanelli finì cinquantunesimo su duecento partenti, in 2:25:35, ovviamente record nazionale di Samoa. Gli mancavano venti giorni al trentottesimo compleanno.

“Sì, ero di gran lunga il più vecchio, ma riuscii comunque a commuovermi. Alla cerimonia inaugurale sfilammo in sei. Io, i pugili Maselino e Mika Masoe, i sollevatori di pesi Lopesi Faagu e Tauama Timoti, il lottatore Alesana Sione. Vestirmi eccentrico per la gara? Mai nemmeno pensato. Anche uno come me, che si diverte a ridere e sdrammatizzare conosce il significato di un’Olimpiade. Se rappresento il paese di Fanelli allora posso travestirmi e metterla sullo scherzo. Lì dovevo cercare di dare il massimo. Poi quando sono tornato, negli anni ho sentito tanta gente dire che quella partecipazione contava zero, perché avevo gareggiato per American Samoa. Sarà, ma io alle Olimpiadi ci sono stato”.

TAKE IT EASY

Vero, questa è una storia diversa. Un’altra dimensione. Quella di uno che vive nella filosofia del “prendila come viene, prendila come va”. Che però sa affascinarti quando te la spiega.

“Non so dire se tutti abbiano capito il mio approccio alla corsa e alla vita. So soltanto che negli anni Sessanta imparai quella massima: “Do your thing, and you’ll be king”. Ho anche faticato a superare l’idea che altri potessero pensare chissà cosa di quello che facevo, poi ho capito che dovevo seguire la mia strada, fare le mie scelte. Sentirmi libero. E questa liberazione mi ha permesso di fare cose davvero divertenti, creative, spesso innovative. Suonare, scrivere poesie, danzare. Magari correre vestito da Elwood Blues, perché no? Alla fine non mi importa molto di quello che sembro, mi basta non aver mai fatto del male a nessuno e avere una dignità. Quando mi chiedevano autografi firmavo “Laugh! Gary Fanelli”. Eh sì, bisogna saper sorridere nella vita. Se no come facciamo a sopportare tutto?”.

 

 

GARY FANELLI è nato a Philadelphia il 24 ottobre 1950. Noto per i suoi travestimenti in gara, ha gareggiato anche ad alti livelli. Ha un personale di 14:05 nei 5000 metri e uno di 2:14:17 in maratona, ottenuto nel 1980 a Montreal. Il fratello Michael è stato coach della Nazionale Usa di atletica. Ha partecipato alle Olimpiadi di Seul del 1988 correndo la maratona con i colori delle Samoa Americane e giungendo al 51mo posto.


sabato 20 febbraio 2016

CANNA, DAL TRIO GALLIERA ALLA HALL OF FAME



Entra nella Hall of Fame del basket italiano Achille Canna, grande cuore bianconero. Insieme a Ivan Bisson, Bianca Rossi, Bogdan Tanjevic e la Pallacanestro Varese, l’ex giocatore e dirigente virtussino riceve l’ambitissima onoreficenza “Una vita per il Basket” dell’Italia Basket Hall of Fame 2015.

Achille, arrivato a Bologna da Gradisca d’Isonzo, classe 1932, è rimasto in Virtus dal 1953 al 1962, ben nove stagioni nelle quali collezionò 188 presenze e 1873 punti, vincendo due scudetti, nel 1955 e 1956, in quell’originalissimo luogo adibito alla pallacanestro che era la Sala Borsa.
Dopo gli anni vissuti in campo, della Virtus è stato dirigente a partire dagli anni di Porelli, ricoprendo tra gli altri gli incarichi di presidente, direttore sportivo, direttore generale.

Colonna della Nazionale, nella quale ha collezionato 70 presenze, è stato tra i protagonisti azzurri all'Olimpiade di Roma nel 1960.

Di seguito, un ricordo di quegli anni e del leggendario Trio Galliera (Alesini, Calebotta, Canna), attraverso le parole dello stesso Achille, dal libro “La voce del campione” edito da Minerva.

 
 

QUELLI DEL TRIO GALLIERA

di Marco Tarozzi

Le storie d'amore, quelle vere, durano nel tempo. E allora come vogliamo definirla, quella tra Achille Canna e Bologna, nata in un giorno d'estate del '53 e viva e accesa oggi come allora?

“Te lo dico io, come. Bologna, e la Virtus naturalmente, mi hanno cambiato la vita. Qui mi sono formato, sono diventato adulto, ho trovato un lavoro e una famiglia. Da qui non mi sono più spostato. Ti basta?".

Amore, appunto. Nove stagioni alla corte della V nera. E due scudetti storici, nel '55 e nel '56. Ma ripartiamo da quella prima volta in città.

"A notarmi fu Marinelli, dirigente di quella Virtus dei primi anni Cinquanta. Io giocavo nell'Itala Gradisca, venni a sfidare la Virtus in Sala Borsa, posto da paura per un avversario, e lui si appuntò il mio nome. Allora l'ambizione di tutti era quella di trovare un posto di lavoro che permettesse di dedicarsi allo sport con tranquillità, più in là non si andava. E qui a Bologna mi misi a fare l'elettricista nei cantieri edili. Mi alzavo alle sette, smettevo di lavorare alle sette e mezza di sera e poi andavo ad allenarmi".

Anni duri, tutto un altro basket.

"Ma anni bellissimi, anche. Per uno come me venire a giocare alla Virtus era un sogno, perché allora le squadre di vertice erano a Bologna e a Milano. Qui il basket era ad altissimo livello, proprio come adesso. Solo che le situazioni economiche erano completamente diverse. Ma per l'epoca chi faceva basket a certi livelli era comunque un privilegiato: io prendevo due stipendi, ero spesato di tutto. Ma è chiaro che era tutta un'altra cosa, i guadagni ti aiutavano ma dovevi lavorare, puntare al posto sicuro. Quando a sponsorizzare la Virtus arrivò la Minganti trovai lavoro lì, e ci rimasi per circa cinque anni".

Il ragazzo di Gradisca si innamora della città, della sua gente. E in squadra trova subito amicizie vere, di quelle che vanno oltre il campo di gioco e riempiono la vita.

"Abitavo in un pensionato in via Galliera, insieme a quelli che venivano da fuori, come Alesini, Borghi, Calebotta. Io, Nino e Mario legammo subito, eravamo sempre insieme e i compagni ci affibbiarono il soprannome di Trio Galliera, che non ci levammo più di dosso. E' stata un'amicizia intensa, importante. Giocavamo insieme anche in Nazionale, in campo ci conoscevamo a memoria, al di là degli schemi. Voglio dire che sapevamo leggere l'uno dentro l'altro: se uno di noi era sottotono, gli altri lo capivano al volo e cercavano di dargli una mano. Stare insieme ci dava fiducia. Avevamo ruoli diversi, e tra di noi c'era grande rispetto. Così cementammo la nostra amicizia, che diventò qualcosa di unico anche nella vita di tutti i giorni".

Bandiere al vento, per la Virtus di quegli anni.

"Non so se si può dire così. Di sicuro io, come Alesini e Calebotta, qualcosa alla Virtus abbiamo dato. In campo scendevamo sempre per vincere, e spendevamo tutta l'energia che avevamo in corpo".

Così, arrivarono quei due titoli italiani, e poi sarebbero passati vent'anni per riprendere l'abitudine.

"Era bella l'atmosfera che si creò in città dopo quelle vittorie. La gente ti riconosceva, si fermava a parlarti. Erano chiacchierate tranquille, direi familiari. Quando perdevi, ti davano forza. Dài, che andrà meglio la prossima, e tu annuivi e sentivi che sarebbe stato così. Oggi i giocatori sentono sulle spalle pressioni molto maggiori, a volte cercano di sfuggire ad abbracci che rischiano di soffocarli. Arrivare secondi spesso sembra un insuccesso e invece richiede, adesso come allora, sforzi enormi, gli stessi che affronta chi ha vinto".

Arrivare secondi, ieri, in fondo non era un dramma.

"C'era rivalità in campo e poi si andava tutti a mangiare insieme, noi e gli avversari, e ci si sfotteva in allegria. C'era uno spirito goliardico, e in questo Bologna ti aiutava: il Pavaglione era il salotto dove discutevamo aspettando i giornali, Lamma era il nido caldo in cui intavolavamo discussioni interminabili, tra una portata e l'altra. C'era una frenesia del vivere contagiosa".

E c'era quell'icona del basket che oggi è rinata nel suo splendore, ma ha bisogno di uno come Achille Canna, uno che ci ha vissuto dentro, per raccontarla. C'era la Sala Borsa.

"Per chi veniva da fuori, da avversario, un autentico inferno. Lo so, questa sensazione l'ho vissuta giocando con l'Itala. Dalle tribune sopra le nostre teste arrivava un baccano infernale, la gente batteva ritmicamente i tabelloni pubblicitari in ferro. E poi c'era quel pavimento in mattonelle, guarda caso bianche e nere, che ti infastidiva, ti faceva perdere il senso della posizione se non restavi concentrato. Poi sono arrivato in Virtus e la storia è cambiata all'improvviso: quel baccano era diventato uno stimolo eccezionale, e quel pavimento, a forza di allenarcisi sopra, non aveva più segreti. Armi in più. Il bello, comunque, è che finita la partita finiva tutto: niente risse, niente problemi. C'erano le partite infuocate contro Pesaro, già allora cariche di significati, o i derby con Gira e Moto Morini. Grandi sfide, la Sala Borsa che sembrava esplodere, e alla fine solo discussioni, dibattiti animati ma pacifici".

Achille Canna ha chiuso con la Virtus nel '61. Da giocatore. Dal basket non si è mai allontanato.

"Il basket di oggi lo vivo bene. In mezzo ai giovani, ed è la cosa più importante. Certo, ci sono cose che fatico a capire, ma mi rendo conto che è un altro mondo, professionismo vero. Noi vecchi ci dobbiamo adattare, ci sono regole che puoi condividere o meno ma che devi accettare. Il passato non può essere un metro di paragone. E' bello da rivedere, magari da sfogliare come un album di ricordi buoni, ma senza troppa nostalgia. Io ricordo la mia epoca, sono felice di quello che ho fatto e guardo al futuro".

Il segreto di Achille, quello del Trio Galliera. Quello che ha scritto un bel capitolo della storia della Virtus, del basket italiano. Uno che del basket è ancora innamorato.
 
 


martedì 26 gennaio 2016

CHIAVI IN TASCA, CUSTODE DI UN MITO




di Marco Tarozzi

Nelle sue tasche c’erano le chiavi del palazzo. Del PalaDozza, quando ancora non si chiamava così e lo definivano, semplicemente e a ragione, il “piccolo Madison”. E le tasche erano quelle del grembiule nero, che gli davano quell’aspetto austero sotto cui batteva un cuore pieno di passione, generoso, unico. Per la pallacanestro, per il suo mestiere, per quel piccolo mondo antico che l’avvocato Porelli gli aveva affidato, e che lui custodiva con cura, e coltivava, e aiutava a crescere.

Amato era molto più che “il custode del palazzo”. Se quello era il piccolo, grande regno di una città avviata a diventare BasketCity, lui ne era il re silenzioso e pieno di premure. Li aveva visti passare tutti, campioni e non. Erano i suoi ragazzi. Aveva una passione per la Virtus, ma non la confessò se non nel momento del “buen retiro” a Mongardino, perché aveva saputo farsi voler bene, si era guadagnato rispetto e amicizia, anche sull’altra sponda, tra la gente dell’Aquila. Così deve essere, tra chi vive di sport. E l’amicizia e il rispetto, quelli veri, sono tesori preziosi. Amato lo sapeva, per tutta la vita se li era tenuti stretti.

Aveva inventato la serata magica, nel regno di piazza Azzarita. Illuminandolo a giorno in quella notte incantata, mentre la metà bianconera del tifo bolognese aspettava i reduci da Milano che stavano tornando a casa tenendo stretta in pugno la Stella, dopo aver conquistato in fondo a una serie imprevedibile ed irripetibile lo scudetto numero dieci nella storia virtussina. L’Avvocato era con la squadra, naturalmente, e la responsabilità di accendere tutte le luci del palazzo se la prese lui, Amato, piccolo sovrano taciturno che seppe fare la cosa giusta al momento giusto. Illuminò la storia, e nessuno, poi, se lo sarebbe mai più dimenticato.

Da piazza Azzarita emigrò anni dopo a Casalecchio, un mondo nuovo dove fece in tempo a testimoniare gli anni felici, l’età dell’oro di una Bologna che si era messa in testa di diventare regina d’Europa, ancora più che d’Italia. Sempre tenendo a mente quei tempi eroici da cui tutto era iniziato. Mai dimenticando la guida dell’Avvocato, che quando occorreva gli chiedeva un parere, perché Amato negli anni si era guadagnato questo lusso di pochi: poter dire la sua, quasi sempre con poche parole, perché gli bastavano a definire la situazione mettendola nero su bianco.

Ha visto il grande basket e la grande musica, in piazza Azzarita. Ci passarono i Rolling Stones, gli Who, Miles Davis, Jimi Hendrix, Elton John. Ha visto i campioni di tanti sport che quella bomboniera la sceglievano per le loro esibizioni speciali. E lui, Amato, teneva in tasca le chiavi. E quando le leggende se ne andavano, spegneva le luci e chiudeva le porte. Mito tra i miti, per sempre.


 

IL BOMBER ADESSO SOGNA RIO



Marco Orsi, campione d’Europa dei 100 stile, sogna la seconda Olimpiade. E uno sport più pulito
di Marco Tarozzi

Il Bomber non dimentica. Nemmeno da campione d’Europa. E’ un ragazzo legato alle radici e alle origini, Marco Orsi. Un gigante buono nato nella Bassa, cresciuto a pane, piscina e giusti valori, trasmessi con attenzione e affetto da mamma Mara e papà Rino a lui e alle amatissime gemelle Monia e Silvia. Il suo mondo, piccolo, colorato e infinitamente grande.
Così, raccontando dell’oro conquistato prima di Natale in Israele nei 100 stile libero, agli Europei di nuoto in vasca corta, primo titolo individuale di spessore in una carriera già costellata di successi di squadra e di medaglie “pesanti”, Marco non dimentica gli inizii, e quelle stagioni di crescita così vicine al nostro mondo...

“A sei anni iniziai a Budrio, dove abitavo, ma presto arrivai al Record Nuoto Club. Mi ci portò Andrea Luppi. Allora la società era gestita dal Circolo Dozza, ricordo bene quell’ambiente e le mie prime soddisfazioni, uno stimolo a crescere e a seguire la strada del nuoto. Sono stati anni belli e importanti, prima di approdare al CN Uisp, dove mi sono messo in luce a livello nazionale, e alle Fiamme Oro”.

Con questi colori, e sotto la guida di Roberto Odaldi, il campione bolognese ha raggiunto la maturità agonistica, e colto il successo individuale più brillante di una carriera da quasi veterano, nonostante i venticinque anni d’età.

“Devo dire che è stato un Europeo in crescendo, ma non esattamente come speravo. Puntavo molto sui 50 stile, e lì alla fine sono arrivato secondo. Ma in quella gara deve andarti bene tutto, dalla partenza alla virata, è una prova molto tecnica. Invece ho sbagliato parecchie cose, in finale io e il russo Sedov siamo arrivati praticamente insieme. E’ andata bene a lui, per cinque centesimi. Ai 48 metri mi sono detto “è fatta”, invece ho fatto male i conti. Ma è stata una sconfitta utile, mi è servita per affrontare i 100 stile nel modo giusto. E lì è arrivato il titolo europeo, la mia prima medaglia d’oro individuale a questo livello. Certo, mancava il francese Manadou, il campione olimpico. Ma come si dice: hanno torto gli assenti, giusto?

Nemmeno il tempo di festeggiare il successo, e le altre quattro medaglie continentali (oro anche nella 4x50 mista e nella 4x0 stile mista, argento nei 50 stile e nella 4x50 stile) e subito il campione ha volato verso Indianapolis, per partecipare ad un meeting dal nome ad effetto, “Duel in the Pool”.  Americanate, ma con molta sostanza dietro…

“Risultati decisamente meno validi. Eravamo tutti un po’ stanchi, non abbiamo recuperato bene il fuso orario. Era previsto: è stata soprattutto una prova per vedere come il mio fisico reagisce al jet-leg. Se dovessi conquistare un posto alle Olimpiadi di Rio, sarà stata un’esperienza utilissima”.

Già: il grande sogno ha cinque cerchi. Ad oggi, Marco è più che candidato al viaggio olimpico. Anche se preferisce il profilo basso, quello di chi è abituato a raggiungere gli obiettivi un passo alla volta.

“Ho questo titolo europeo da cui partire, mi serve come stimolo, ma è chiaro che di qui ad agosto ne vedremo delle belle, e conterà essere al meglio allora.  Per dire, c’è chi ha preferito non partecipare agli Europei. Purtroppo i francesi non sono nuovi a questo tipo di scelte, mentre i russi forse si sono un po’ intimoriti per tutto quello che si è detto e fatto in tema di doping nei confronti del loro mondo sportivo. Manadou ha snobbato la gara, ma lui fa così quando non è in forma e non si sente sicuro del risultato. Ha preferito gareggiare, nelle stesse giornate, ad Amsterdam, con risultati decisamente inferiori alle sue possibilità. Noi italiani abbiamo utilizzato questo appuntamento per  vivere cinque giorni di gare ad alto livello e vedere l’effetto che faceva sulle nostre prestazioni”.

Aspetta primavera, il Bomber. Allora tutti scopriranno le carte.

“Non so a che livello siano oggi gli avversari per Rio, ad aprile o maggio molti si riveleranno davvero in vasca lunga, per tanti di loro un ambiente più naturale. Ai trials americani ne vedremo delle belle, poi usciranno allo scoperto australiani e russi, che adesso un po’ si stanno nascondendo. Alla fine, comunque, le Olimpiadi sono una gara particolare, dove non sempre vince il favorito della vigilia. L’obiettivo per me è raggiungere la finale, e una volta lì provare a giocarmela fino in fondo”.

Ci sarebbe molto da dire sui picchi di forma, sulle prestazioni altalenanti di tanti atleti di vertice. Soprattutto, sul ritorno in gara di chi è rimasto fuori dopo essere caduto in storie di doping, in barba a un codice etico che dovrebbe avere un valore assoluto e spesso viene considerato un foglio di carta, una data senza effetti retroattivi.

“Io cerco sempre di non fare processi senza prove. E’ vero, ci sono atleti che arrivano al meglio solo agli appuntamenti che contano e durante l’anno spesso non si fanno vedere, ma è anche questione di programmi, di metodi di avvicinamento alle gare. Io, per esempio, ho bisogno di gareggiare molto, per altri non è così. Poi, certo, ci sono casi che ti fanno pensare. Ma io evito di farlo, mi concentro sulle mie cose. Però sono felice se vengono intensificati i controlli, credo sia ora.  Vedo tornare in corsia atleti che hanno scontato mesi, in certi casi anni di squalifica. E questo non è giusto. Credo che quelli che hanno scelto scorciatoie dovrebbero essere radiati dal mondo dello sport, non solo dalle piscine. Non dovrebbero esistere più, sportivamente parlando. E’ una questione etica: io mi sentirei male a guardare in faccia avversari e compagni, e soprattutto i miei genitori, se sapessi di non essere pulito. Con che forza potrei esultare? Cerco di arrivare il più lontano possibile con le mie forze. Se poi questo mi fa arrivare a una medaglia d’argento piuttosto che a un oro, va bene lo stesso. Perché me la sono guadagnata senza tagliare il percorso…”

Stare ai vertici significa pagare un prezzo. In fatto di stress, di lontananza dalle persone e dalle cose più amate. Marco ha spalle forti, anche in questo la sua genuinità lo aiuta.

“E’ dura stare sempre in giro, tra gare e raduni, ma è la mia scelta di vita. Per fortuna ho una famiglia che mi ha sempre sostenuto, e la sento vicina anche quando non c’è materialmente. Anche questo mi dà forza. Quanto allo stress, è logico che a certi livelli ci sia. Ho imparato a gestirlo anche con l’aiuto di uno psicologo dello sport, bravissimo. Si chiama Mirko Mazzoli, è faentino. I social ci aiutano a mantenere i rapporti quando sono in giro per il mondo. Ho capito che ne avevo bisogno prima di arrivare alla finale olimpica della staffetta a Londra, nel 2012. Era la prima gara davvero importante, ho scelto di farmi aiutare e ho fatto bene. Oggi affronto qualunque momento importante con una grandissima tranquillità interiore”.

Il cammino verso Rio è iniziato. Sarebbe la seconda Olimpiade dopo il debutto a soli ventun’anni, un sogno realizzato ma anche una delusione per certi rapporti mai decollati, a livello di team.

“Qualcosa non funzionò allora, ma dagli errori abbiamo imparato tanto, e si è visto dalla solidità del gruppo anche agli Europei in Israele. Sarà una Nazionale più forte, ne sono certo. Io dopo l’esperienza londinese ho scelto di affidarmi a Roberto Odaldi, un tecnico con cui oggi c’è un feeling perfetto. Lo seguirei in capo al mondo, ma oggi sogno che insieme si possa arrivare… in Brasile. Poi, non so cosa possa succedere dall’altra parte dell’Atlantico, se ci arriveremo. A Londra Manadou arrivò da oustider e poi vinse. Non arrivo a pensare che possa capitare la stessa cosa a me, ma certo mi piacerebbe conquistare almeno una finale. Sarebbe fantastico: la storia di un ragazzino nato a Castel San Pietro, che ha iniziato a nuotare a Budrio quasi per gioco e si ritrova di nuovo alle Olimpiadi. Si, essere dentro una finale, tra i migliori in quella occasione, sarebbe una favola che diventa realtà. Un grande sogno realizzato. E farò di tutto per riuscirci”.

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CHI E’ MARCO ORSI

MARCO ORSI è nato a Castel San Pietro l’11 dicembre 1990. Cresciuto a Budrio, ha iniziato a nuotare ancora bambino passando dal Record Nuoto Club e approdando al Circolo Nuoto Uisp, per il quale è ancora tesserato gareggiando anche per le Fiamme Oro. E’ allenato da Roberto Odaldi. Tra i suoi grandi successi i tre titoli europei 2015 in vasca corta (100 stile libero, 4x50 mista stile libero, 4x50 misti), oltre ai quattro precedenti nella 4x50 mista (2011 e 2013), e nella 4x50 stile libero (2010 e 2011). Agli Europei ha ottenuto l’argento nel 2012 e il bronzo nel 2014 nella 4x100 stile. Argento ai Mondiali in vasca corta nel 2012 (4x100 stile) e nel 2014 (50 stile individuale). Ha partecipato alle Olimpiadi di Londra, finendo settimo con la staffetta 4x100 stile azzurra. Vincitore di 15 titoli italiani individuali e 16 nelle staffette, detiene i record nazionali dei 50 stile (21.64) e dei 100 stile in vasca corta (46.04).
 
IL NUOVO INFORMATORE, gen/feb 2016

 

 

domenica 24 gennaio 2016

SESSANTACINQUE ANNI. OGGI



Pre, oggi, avrebbe sessantacinque anni.
Questa è una foto scattata il 19 aprile 1968, al Silke Field di Springfield, Oregon.
Steve Prefontaine aveva compiuto da poco diciassette anni.
Non c’erano ancora i baffi, ma lo sguardo sicuro che punta dritto l’obiettivo, quello sì.
Era un ragazzo della Marshfield High School pronto a prendere il volo.
Era un ragazzo di Coos Bay che amava “il lavoro ben fatto”, proprio come la gente di quella costa dell’Oregon dove lo sguardo si perde sull’oceano, e alle spalle hai i boschi che ti avvolgono.
Gente così. Pescatori, boscaioli. Tenaci, pratici, vite senza scorciatoie.
Lui correva. Ci metteva impegno, creatività, passione. Era avanti, era davanti a tutti.
Lui aveva il Dono e non voleva disperderlo.

E’ da qui, dai tempi di questa foto, che spiccò il suo volo.
Che fu breve, ma così intenso che la scia è ancora lì, si vede anche adesso.
Ti chiedi dove sarebbe potuto arrivare. Ma non ha senso.
Quella è stata la sua corsa.
E si è fatta leggenda.


sabato 9 gennaio 2016

OTTANTA VOLTE DAN: L'ALFABETO DI PETERSON



di Marco Tarozzi

Buon compleanno, Dan. Ed è un compleanno davvero speciale, quello di Daniel Lowell Peterson, per amici e gente di basket semplicemente Dan, americano d’Italia che festeggia oggi le ottanta primavere, e domani andrà a trasformarle in vivacità e passione su una delle due panchine dell’All Star Club Beko, affiancando Max Menetti. Il giovane coach e l’altro, quello ancora giovane dentro, che ha esercitato il mestiere che più amava in modo speciale, divulgando il verbo e facendo proseliti come pochi altri hanno saputo fare.

La Virtus si unisce al coro dei festeggiamenti, perché gli anni bolognesi di Dan sono stati per tanti versi importanti, e lui lo ha sempre ricordato. Sono stati il suo approdo, la sua conoscenza dell’Italia, di una terra che è diventata la sua terra. Sono stati, anche, la rinascita di una Virtus che da vent’anni faticava a tornare tra le grandi, progettata da quella coppia d’assi, da quelle due P così fondamentali nella storia bianconera, Porelli e Peterson.

Oggi che tutti raccontano il piccolo grande uomo dell’Illinois, che tutto di lui è stato e sarà raccontato, noi proviamo a festeggiarlo mettendo in fila in un grande alfabeto il suo passaggio nel basket italiano. Ne escono storie, uomini che hanno condiviso con lui una parte della strada, e le firme di quelli che lo hanno raccontato in questi quarantatré anni.

Buon compleanno, coach.


A come AVVERSARI
Il più agguerrito se lo ritroverà di fronte domani a Trento, in una edizione dell’All Star Game Beko che riaccenderà il canale dei ricordi. Valerio Bianchini, il Vate, è stato, parola di Peterson, l’avversario più ostico. Per come gli opponeva le sue squadre in campo, ma anche per quello che costruiva intorno. “Valerio ha sempre avuto una grande capacità: se una partita era importante, lui la faceva diventare epocale. Con le parole, la faceva diventare un evento, la partita del secolo”.

B come BASKET
Scelta non molto originale, d’accordo. Ma di questo ha vissuto Dan, da sempre e per sempre. Di questo vive ancora, con uno spirito che anche i giovani dovrebbero invidiargli. Dal basket ha avuto tanto, al basket tanto ha dato, da tecnico ma anche da commentatore, insegnante, in una parola divulgatore.

C come CILE
Dopo quattro anni da capoallenatore alla Università del Delaware, la prima esperienza all’estero con la Nazionale cilena. Una pallacanestro tutta da costruire. Parole datate 1973, poco dopo l’approdo a Bologna: “Mi arrivò un'offerta per andare là con il Corpo dei Pacifisti. Poche lire e pagate dagli Stati Uniti. Dal Cile nemmeno un escudo... Ho ricominciato da zero. Qualche risultato? Ai giochi Sudamericani di quest'anno abbiamo ottenuto il miglior piazzamento degli ultimi vent'anni… Insomma mi sono trovato benissimo, ho raccolto buoni successi, potrei tornare in Cile in qualunque momento e mi accoglierebbero a braccia aperte. Anzi, l'estate prossima, situazione politica permettendo, ci tornerò due mesi, a fare un po' di preparazione fisica a quella gente...”.
Già, la situazione politica. Peterson arriva a Bologna poco prima del golpe che metterà fine tragicamente alla guida di Salvador Allende. E questo fatto, all’epoca, fa sì che circolino voci su una sua… collaborazione diretta con la Cia. “Mi fa ancora ridere, quella storia. C’erano giornalisti che non si capacitavano che uno statunitense fosse andato in Cile soltanto per allenare…”. Nel 2008, finalmente, si è tolto lo sfizio: per un minuto lo ha fatto davvero, il truce agente della Cia, in un episodio della serie sull’ispettore Coliandro.

D come DRISCOLL
Nella sua Virtus, uno degli uomini che hanno lasciato il segno. Probabilmente il più significativo, se il coach lo ha inserito nel suo quintetto ideale insieme a quattro “milanesi”, Mike D’Antoni, Roberto Premier, Bob McAdoo e Dino Meneghin, e a un sesto uomo, Gallinari, che ha giocato in entrambe le “squadre della vita” di Peterson, prima all’Olimpia e poi alla Virtus. Con Driscoll scattò un feeling speciale, se è vero che Edward Cuthbert, detto Terry, fu il faro della Virtus di Dan per tre stagioni, e con lui vinse lo scudetto, aggiungendone poi due a sua volta da tecnico, proprio sedendosi sulla panchina bianconera quando Peterson prese la strada di Milano.

E come EVANSTON
Il posto delle fragole. La città natale, a cui Dan è sempre rimasto legato. “Sono nato a Evanston, Illinois, il 9 gennaio 1936”, raccontava in una delle prime interviste appena arrivato a Bologna, a Gianfranco Civolani. “Evanston confina con Chicago. Ma occhio alla differenza: Chicago è la citta più brutta del mondo, Evanston la più bella”.
 
 

F come FULTZ
A Linate, il nuovo coach della Virtus arriva dopo un viaggio estenuante dal Cile. “Prendo il volo della Varig che fa Santiago-Rio-Dakar-Parigi, per cambiare e arrivare a Linate. Essendo, come tanti uomini, un bambino dentro, quando siamo atterrati a Dakar, sono sceso per un minuto, ho messo i piedi sulla terra e ho detto: "Africa!". Ad attenderlo per la sua prima avventura italiana ci sono Dino Costa, Achille Canna e John Fultz, cliente dell’avvocato newyorkese Kaner, che ha fatto conoscere Peterson a Porelli. Partono da questa conoscenza comune, i due americani che faranno rinascere la V nera. “Kociss” il trascinatore, Dan che subito cambia metodi e regole. Eppure quel coach sconosciuto, pian piano, riesce a cambiare l’idolo delle folle, trasformandolo da primattore in vincente, da cannoniere a cui arrivano tutti i palloni roventi a uomo-squadra. La Coppa Italia del ’74, che riconsegna alla Virtus un posto in Europa, è un capolavoro di entrambi.
Proprio al termine di quella finale, Dan parlò chiaro a John “Gli dissi: John, certamente hai sentito voci che prenderemo Tom McMillen come straniero il prossimo anno. E’ vero, siamo in trattative. Ti dico solo questo: se viene lui, lo rpendo. Ma se lui dice no, voglio che tu rimanga. Hai fatto un progresso straordinario quest’anno, ora sei un campione… Poi, è venuto Tom McMillen. Ma non ho mai smesso di ringraziare John per ciò che ha fatto per la Virtus e per il sottoscritto”.

G come GIGI
Porelli, certo. Vedi alla voce. Ma anche l’altro Gigi, Serafini, il ragazzone di Casinalbo che con i compagni vide arrivare a palazzo questo piccolo uomo che davvero sembrava piombato sulla terra dopo un atterraggio di fortuna. E, parola di Gianfranco Civolani, sorrise soddisfatto quando gli dissero che era un convinto assertore del doppio allenamento. Poi, però, gli spiegarono che non si trattava di due volte a settimana, ma di due al giorno. E Gigi pensò che forse quel coach non sarbbe durato a lungo, a Bologna. Ma ci mise poco, a ricredersi. Certo, lo faceva faticare il doppio. “Però è bravo davvero”, assicurava confidenzialmente agli amici. E non solo a loro.

H come HALL OF FAME
In quella della Fip, la “Italia Basket Hall of Fame”, Daniel Lowell Peterson è entrato ufficialmente nel novembre del 2012. La Federazione ha messo nero su bianco tutta l’importanza che questo piccolo grande uomo d’America ha avuto per la pallacanestro del nostro Paese.

I come ITALIA
Perché gira e rigira, da quasi quarantatré anni questa è diventata la casa di Dan. Arrivò che di anni ne aveva trentasette, e ci è rimasto per la vita. Lui ci sta divinamente, mantenendo delle origini quella parlata “allargata” e confidenziale, e certe passioni, come gli onions ring sulla tavola. “Insieme al mio Paese, questo è il migliore in cui vivere. L’Italia ha tre fondamentali qualità: storia, cultura e una natura fantastica. Oltre alla buona tavola, naturalmente”.

L come LAURA
Questa volta l’ha fatta un po’ arrabbiare, la sua Laura, accettando di andare a festeggiare i suoi primi ottant’anni sulla panchina del Cavit All Star Team, all’All Star Game di Trento. Ma ha già trovato il modo di farsi perdonare. Risposandola. «Lo faremo il 7 dicembre del 2017, perché dobbiamo mettere un po’ di cose a posto. La prima volta fu nel ’97, il 7 dicembre a Miami, a casa di Bob McAdoo». Trent’anni di amore, quasi venti di matrimonio e… il secondo in vista. Bel programma, mister Peterson.

M come MC MILLEN
Un altro di quelli che rendono piacevole il mestiere di allenatore. Peterson riuscì a portarlo alla Virtus nella  stagione 1974-75. L’opera di convincimento la fece il suo assistente John McMillen, che di Tom era cugino. Il campione studiava a Oxford e andava e veniva ogni fine settimana, vero pendolare dei canestri. Si sono rivisti qualche mese fa, a una rimpatriata con quella Virtus, naturalmente da Cesari, il posto del cuore. “Mi ha detto” ha confessato il coach in una lunga intervista ad Alessandro Gallo, “ che se quell’anno non si fosse stancato per i continui viaggi tra Bologna e Oxford avrebbe fatto meglio di quei 31 punti e 17 rimbalzi a partita. Quando l’ha spiegato davanti a Serafini, Bonamico, Albonico e Tommasini, tutti suoi ex compagni, sono impazziti…”
 

N come NBA
L’America in salotto, la prima, quella che resta nella memoria di ognuno di noi, ce l’ha portata lui. Con quella capacità mediatica unica, che gli permise di passare dalla panchina, abbandonata a soli 51 anni (“Un grave errore”, ricorda oggi) agli studi televisivi, per iniziare un’opera di proselitismo che ha fatto bene al movimento. Le primissime telecronache di quel mondo ancora magico e lontano erano lunghe e affascinanti spiegazioni, prima ancora che pura cronaca. Con la chiusa finale, quando il campo aveva ormai decretato i vincitori di una sfida: “mamma, butta la pasta!”. Fine delle trasmissioni.

O come OLIMPIA
E poi arrivò Milano. Inutile essere gelosi, un legame anche più lungo di quello con Bologna, e certamente più ricco di successi anche internazionali. Se la Virtus è stata l’inizio della grande avventura, L’Olimpia è stata la consacrazione. “Milano è come New York: bisogna rispettare la chiamata della grande città”, spiegò il coach a Gigi Speroni, sul Radiocorriere Tv, un giorno di trentacinque anni fa, “ …perché poi, magari, non arriva più. Poi avevo voglia di prendere in mano una squadra nuova… Forse non riesco a spiegare bene il perché di questo… Vede: sono uno che non cambia mai giocatori e dopo cinque anni a Bologna li avevo ancora quasi tutti con me. Ogni tanto mi veniva la domanda: cosa posso dire ancora loro? Questi hanno già sentito tutto… Alla fine, parlavo sempre meno con la squadra…”

P come PORELLI
Storia di un rapporto che, visto nei primi giorni, non avrebbe dovuto nemmeno decollare. L’americano apparentemente così stravagante e curioso e l’Avvocato tutto d’un pezzo, poche parole e idee sempre precise. Che tra l’altro, all’inizio, aveva tra le mani Rollie Massimino, che invece andò a lavorare all’Università di Villanova. Dunque, un americano era arrivato. Ma sconosciuto. Fecero in fretta a capirsi. Dan dando una regolata a capelli e abbigliamento, ma srotolando la sua conoscenza di basket, Porelli spiegandogli la Virtus, Bologna, l’Italia e un po’ la vita da questa parte del mondo. Come ha ricordato, splendidamente, Oscar Eleni:
“Dan Peterson non è stato subito il figlio della città e di Torquemada: però il suo modo di aggredire, invadere, distruggere luoghi comuni, evitando patronati, chiassate, cene in osteria, affascinava la gente. Arrivò e vinse una Coppa Italia, poi si mise a studiare il fenomeno Virtus cercando di non isolarlo dalla terra dove nasceva. Gianluigi Porelli gli ha fatto lezioni privatissime, una burrasca al giorno, ma quel dare e prendere, quel riverniciare dopo aver demolito, l'ansia di scoprirsi e scoprire, cambiò presto il rapporto. Peterson si affidò al Pigmalione italiano per cambiare pelle e il costruttore si rese conto che le fantasie dell'uomo che arrivava da Evanston erano gli squilli di tromba di un mondo nuovo, nuovissimo, meglio affidarsi all'esploratore per andare a cercare altri territori e se il basket, in Italia, è cambiato davvero lo deve anche a questi due personaggi o forse lo deve soprattutto a loro”.

R come RITIRO
A cinquantun’anni, all’apice del successo come coach, Peterson disse basta. Diverso e unico anche in questo. Anche se oggi rivede quella decisione e forse è l’unica da catalogare alla voce “rimpianti”. “Sbagliai. Il fatto è che essere costretto a dimostrare, a vincere a tutti i costi mi aveva logorato. Stavo male, e avevo per fortuna altre attività a cui dedicarmi. Ma quando sono stato richiamato sulla panchina di Milano, nel 2011, ho provato una delle gioie più grandi della mia vita. Abbiamo fatto quello che potevamo, con quel gruppo, ma ho davvero voluto bene a quei ragazzi”.

S come SUCCESSI
A Bologna, in una Virtus che non vinceva più dagli anni Cinquanta, subito la Coppa Italia del 1974, e a seguire lo scudetto numero sette, nel 1976. Lasciando, due anni dopo, una società e una squadra ben consce di essere tornate tra le protagoniste del campionato. Il resto a Milano: altri quattro scudetti, due Coppe Italia, una Korac, una Coppa dei Campioni. Due volte eletto allenatore dell’anno in Italia, una volta in Europa. Parlano i numeri, ogni commento a margine è superfluo.

T come TESTIMONIAL
“Qui a Chattanooga, Tennessee, quando il sole ti spacca in quattro…”. Già, non c’era altro da fare che buttare giù the ghiacciato. E’ passato alla storia, il Peterson degli spot pubblicitari. Un altro modo di portare un messaggio “baskettaro” anche in casa di chi non sapeva neppure cosa fosse una palla a spicchi. Quel tipo che diceva che quel the, per lui, era il numero uno, ha sdoganato la sua passione anche così.

U come UOMINI
Trattare i giocatori da uomini. Responsabilizzarli. Caricarli emotivamente. E’ stato il credo di Dan Peterson, in anni in cui certe teorie e certi metodi di allenamento erano all’avanguardia, quasi una rivoluzione.
Lo scopriamo nelle parole di Ettore Zuccheri, che fu suo assistente per tre stagioni. “
Dan è stato un grande conduttore di uomini, con lui si arrivava ad interpretare la figura del guerriero in campo. Ti faceva sentire importante e trovava mille modi per trasmetterlo. Un esempio? L’ultimo allenamento della settimana teneva una piccola riunione nello spogliatoio. Disegnava cartelli che io stesso appendevo sulle pareti e, quando i ragazzi finivano l’allenamento, teneva il discorso preparatorio per la gara, proprio nello spogliatoio. Non accennava mai ai cartelli affissi, sembravano lì per caso, ma i ragazzi li vedevano, eccome!!! Infuocava gli animi, non ci credete? Così piccolo, ma grande! Diventava alto più di due metri quando parlava, indicando la via del successo”.

V come VIRTUS
“Porelli non perde tempo, è organizzato, ha idee chiare. Mi spiega la storia della Virtus. Mi schiaffa in mano un libro sulla Virtus e 5-6 numeri di Giganti del Basket, mi parla del contratto, tre anni, rinnovabile ogni anno, se siamo d'accordo. Tre cose mi convincono che questo è un altro mondo rispetto alla realtà nel Cile: Bologna è una città di una bellezza straordinaria; vedo il Palazzo dello Sport, che è un vero gioiello; e vedo la squadra fare un allenamento. Vedere gente così alta e così talentuosa mi impressiona. Mi piace, in particolare, Vittorio Ferracini, un combattente, difensore, rimbalzista. Decido di firmare”.
E’ l’inizio della storia bianconera. Raccontato in prima persona in “Quando ero alto due metri”.  Qualcosa che resta nel cuore, anche in quello di un uomo che Bologna l’ha lasciata ormai da trentotto anni. Lo ha ricordato anche ieri, Peterson, affidando parole dolci ad Alessandro Gallo sul Resto del Carlino: “
Bologna mi ha trasformato. Ero un dilettante: sono diventato un professionista. Grazie all’avvocato Porelli. Ogni giorno con lui era come un anno all’Università”.

W come WRESTLING
Cose come la telecronaca del debutto di Undertaker, datata 1990, entrano nella leggenda. O certi commenti carichi di ironia, ma anche di passione per una disciplina che Dan ha seguito e amato davvero. “Ehi Sensational Sherri, sei settimane da Weight Watchers e poi potrai indossare quel vestito". Semplicemente unico. E destinato a passare alla storia del genere. Come nel basket, anche qui l’eterno ragazzo di Evanston ha fatto epoca.

Z come ZAMPA DI ELEFANTE
D’accordo, all’epoca i pantaloni andavano così, ma era tutto l’insieme che colpiva. E poi quelli di Dan erano “a quadrettoni”. Almeno quando sbarcò in Italia e prese la strada di Bologna. Lo ricorda bene, in quei giorni, Gianfranco Civolani. “Andiamo avanti e vediamo chi è il Carneade. Terrificante, un omarino che si presenta acchittato come Timberjack. Terrificanti i capelli lunghissimi a paggio, terrificanti le bragacce a quadracci, terrificanti le camicie e le scarpe e i concetti, ma sì, quella rivoluzione annunciata sulla pelle dei lasagnoni che magari avrebbero presto fatto la forca al Little Dan… E lasciatelo un po' lavorare, voi brutta gente, tuona il Dux. Daniele viene portato per mano da Porelli il quale gli insegna a vivere, e siccome l'omarino è di intelligenza sveglia e ha una straordinaria capacità di assimilazione, subito il risultato è stupefacente. Diventiamo tutti quanti amiconì e in sostanza lui allena la squadra e la stampa e i tifosi e quella larga fetta di Bologna che spasima per la Virtus. Ma da tempo immemore la Virtus non batte più un chiodo e insomma si gradirebbe un altro tricolore, una volta o l'altra. Il resto è storia, dicevo. Nell'anno di grazia settantatré Little Dan approda su queste zolle, ci mette un attimo per prendere le misure e poi regala al popolo l'agognato scudetto, per la cronaca e per la storia il settimo”.
 
 

www.virtus.it , 9 gennaio 2016

martedì 22 dicembre 2015

CHICCO



Domani sera avremo l’ennesima dimostrazione di cosa significhi lasciare il segno. Restare nel cuore della gente, nonostante il tempo che scorre, e troppo spesso corre. Perché sono sedici anni che Chicco Ravaglia se ne è andato, in una notte assurda che doveva essere di festa e si trasformò in tragedia dopo quell’incontro maledetto col destino. Sedici anni, eppure Chicco è qui, nei nostri cuori e nei nostri pensieri, perché nei suoi ventitré splendidi anni di vita aveva saputo dispensare affetto, serenità, amicizia, passione, gioia, entusiasmo. E chi lo ha conosciuto, chi lo ha amato, chi lo ha semplicemente incrociato in quelle giornate di basket e di vita, si è tenuto dentro un po’ del suo sorriso.


Sedici anni dopo, il calendario ha messo insieme una partita che è ricordo e coincidenza: la sua Virtus contro Cantù, la sua ultima squadra, quella dell’ultima recita, e un luogo in cui, ancora una volta, Enrico aveva saputo conquistare l’affetto della gente. Domani sera sarà il 23 dicembre, e Chicco è volato via nella notte tra il 22 e il 23 dicembre, sedici anni fa.


Forse anche il destino, che gli fece lo scherzo più atroce, si sente in colpa e si muove per perpetrarne il ricordo, aggiungendo suggestione coi suoi incroci imprevedibili. Per scusarsi di quel Natale che Chicco non fece in tempo a festeggiare, di tutto il tempo rubato dopo, di tutto il vuoto a cui ha costretto chi gli voleva e ancora gli vuole bene.


Domani sera mamma Morena e papà Bob saranno alla Unipol Arena, vicini alla Virtus come sempre. E a loro andrà l’applauso e l’abbraccio di due tifoserie che nel suo nome, per un tempo breve che sembrerà infinito, lasceranno da parte la rivalità sportiva. I Forever Boys e gli Eagles si stringeranno intorno alla famiglia Ravaglia, come tutto il popolo bianconero, come tutta la Virtus, la casa sportiva dove era cresciuto e sbocciato. E insieme, ognuno a suo modo, urleranno il suo nome. Come un richiamo.