giovedì 28 luglio 2011

ADDIO BAGNI: LA SORPRESA CHE NON C'E'


di Marco Tarozzi

Era scritto. Nelle mezze frasi, nelle battute di circostanza, nel voler apparire a tutti i costi una famiglia felice davanti ai tifosi, ad Andalo. Era scritto nell’ultima frecciata di Albano Guaraldi, una doccia fredda sulle certezze del Salvatore che non è riuscito a salvarsi. «Dice che resterà? Se lo dice lui...». Roba di due giorni fa. Era scritto anche nella scelta di Maurizio Setti, che dopo lo strappo ha riflettuto, ha certamente discusso col numero uno ed è rimasto dalla parte degli altri consiglieri, di fatto rinunciando a difendere l’uomo che aveva fortemente voluto al Bologna.
Non sapremo mai quello che si sono detti i soci dentro le mura di Casteldebole, nè le ragioni con cui Guaraldi li ha convinti (Setti compreso) a seguirlo. Ma una cosa è certa: non può bastare qualche parola di troppo in conferenza stampa a giustificare una decisione così drastica. Lo hanno detto, non dicendolo, proprio Guaraldi e Setti ieri pomeriggio: non si rendono pubbliche le questioni affrontate dal cda di un’azienda. Si fosse parlato solo di due frasi fuori dalle righe buttate là in sala stampa, avrebbero dato questa risposta? Ha aggiunto altro, il presidente. «Questo del calcio è un mondo un po’ particolare». Un mondo che lui vive da novizio, ma in cui pare essersi imbattuto in qualcosa che non gli è andato a genio.
Scelta decisa, certamente impopolare, indubbiamente difficile e in fondo coraggiosa. Perché adesso Guaraldi e soci stanno già facendo i conti con la rabbia dei tifosi, e con lo stupore di quel mondo del pallone che considerava Bagni un valore aggiunto del Bologna. Scelta che chiarisce una volta per tutte la situazione: vince la politica dei piccoli passi, dell’a mministrazione prudente, qualcosa che certamente non può accendere la fantasia dei tifosi. Guaraldi non cerca consensi, lo ha sempre detto. Ma con questa piazza, comunque, un debito ce l’ha: ha tutto il diritto di non diffondere ai quattro venti le discussioni di un cda, ma un dialogo coi tifosi deve riuscire ad instaurarlo. Questa gente ama il Bologna e ha bisogno di fiducia, di condividere nel limite del possibile un progetto.
Di Bagni resta un breve viaggio rossoblù, due mesi appena. Più o meno quello che gli era successo a Napoli, evidentemente non è il suo destino. E resta un pugno di nomi nuovi: scommesse interessanti come Rodriguez e Taiber, un Antonsson arrivato a parametro zero che potrebbe rivelarsi un affare più buono di quanto non sia stato considerato. Via Pedrelli, via Bagni, in questo organigramma ballerino adesso tocca a Roberto Zanzi. Che conosce il mestiere, ma dovrà praticarlo con molta virtù e pochi danari. Sempre che non si riparta trovando il modo di piazzare Ramirez, gioiellino infelice e scontento. Comunque sia, sarà l’ennesima ripartenza. Comunque vada, ci sarà da soffrire. Da queste parti, i colpi di scena portano dritti al solito canovaccio.


L'Informazione di Bologna, 26 luglio 2011

lunedì 20 giugno 2011

TRE AMICI IN VIAGGIO VERSO LONDRA



di Marco Tarozzi

Prima di tutto, è la storia di un’amicizia profonda. Perché i grandi sogni possono nascere anche così: per amicizia, e quasi per gioco. Rewind: Alex si ritrova in una piazzola d’autostrada a contendersi un parcheggio disabili con Vittorio, i due all’inizio si guardano un po’ in cagnesco ma ci mettono un amen a simpatizzare; Vittorio ha quella strana “macchina” sul portapacchi, e Alex si incuriosisce; quando, mesi dopo, decide che quell’attrezzo chiamato handbike fa per lui, chiama Fabrizio che lo indirizza di nuovo a Vittorio, un esperto in materia.
Alex Zanardi, Vittorio Podestà, Fabrizio Macchi. Sono passati più di cinque anni da quell’incontro casuale ed eccoli qui, tutti e tre, riuniti nel Barilla Blu Team per inseguire un sogno a cinque cerchi. Sono campioni riconosciuti, nella loro specialità. Anche Alex, che lo è stato nel mondo dell’automobilismo, che è l’ultimo arrivato ma ha bruciato le tappe. Tutti e tre hanno vestito la maglia azzurra, e l’hanno onorata prendendosi medaglie e successi. Zanardi aveva già un grande feeling con l’azienda parmense: il loro rapporto va oltre la semplice sponsorizzazione. «Hanno fatto di me una specie di “ambasciatore” dell’Italia nel mondo, e questo mi gratifica». Tutto iniziò con un’avventura alla New York City Marathon che sembrava destinata a non avere seguito. Ma si sa, Zanardi è uno spirito tenace e competitivo: fu subito quarto, in quel debutto del 2007, e la voglia di migliorare sè stesso e il mezzo, magari mettendoci le mani come è sua abitudine, è cresciuta giorno dopo giorno.
«Ora, con questo team ridotto, di amici veri, punto dritto a quel sogno che non avevo mai del tutto ammesso. Dovevo verificare, prima. Capire se era davvero un traguardo possibile. Ora credo di poter riuscire ad arrivare a Londra 2012, ma non ho fretta di farlo. Non inseguo denaro o celebrità, non sono questi i valori della vita. Mi godo il percorso di avvicinamento, piuttosto. E aver coinvolto due amici come Fabrizio e Vittorio in questa grande avventura mi dà un entusiasmo ancora maggiore».
Tre talenti con la bacheca piena di trofei. Già prima avevano la possibilità di centrare il loro traguardo, che è quello di partecipare ma anche, possibilmente, di arrivare in alto. Per Zanardi c’è un motivo in più: sarebbe il debutto olimpico, a quarantasei anni. Nessuna sorpresa, conoscendo la sua capacità di guardare avanti: «Se qualcuno mi fa un complimento per quello che ho fatto in passato, ringrazio. Ma oggi mi sento un uomo fortunato non per quello che ho alle spalle, ma per l’entusiasmo, la passione e la curiosità che ancora mi spingono a frugare nel futuro». Londra è dietro l’angolo, lo spirito è quello giusto.

L'Informazione di Bologna, 20 giugno 2010

domenica 5 giugno 2011

IL GIRAMONDO SULLA ROSSA


di Marco Tarozzi

«La guardavo ed era sempre più bella... Ogni suo adesivo narra una storia, una stretta di mano, uno sguardo, un’intervista, un autografo, un problema, un diluvio, una nevicata, un sorriso, una piega... È tutto qui...
E continuavo a guardarla... Così bella, così in forma, nonostante la tanta strada e le tante difficoltà superate insieme... siamo insieme da quasi un anno, sempre mano nella mano. Se solo tu potessi parlare... solo tu potresti dire al mondo intero cosa ho fatto per te... solo tu potresti dire al mondo che se non fossi stato io, tu oggi saresti una “semplice Ducati” e non saresti Lidia».

Lidia non è una donna, l’avrete capito. È una moto, ma ha un’anima. Lo sa bene Paolo Pirozzi, che ha scritto queste parole sul suo diario poco prima di attraversare il confine tra Slovenia e Italia. Per tornare a casa, come si fa sempre dopo un viaggio.
Quello di Paolo e Lidia è durato più di 100mila chilometri e un anno intero. Ed è passato attraverso cinque continenti. Tutto il mondo. Osservato con curiosità e passione. Filtrato da quel colore rosso così speciale, il “rossoDucati” che è nel cuore di Paolo. Sì, perché Lidia non è una moto qualunque. È una Multistrada 1200 uscita dall’azienda di Borgo Panigale. Non poteva scegliere diversamente, questo trentunenne napoletano che nella sua vita ha percorso quasi mezzo milione di chilometri in sella a “Rosse” di ogni tipo. E il senso di appartenenza, questa volta, era nello stesso “logo” dell’impresa: “Il Giro del Mondo in 80 Doc”. Che significa Ducati Owners Club: Pirozzi è andato a visitarli per tutti i continenti, in questa avventura iniziata sul circuito di Misano il 13 giugno dello scorso anno. Il 28 maggio scorso, Paolo l’ha chiusa su un altro teatro storico del motorismo, l’autodromo “Dino ed Enzo Ferrari” di Imola. Dove lo aspettavano in trecento. Compresi gli amici ducatisti che gli hanno fatto trovare, all’arrivo, le altre due compagne di viaggio che gli hanno segnato la vita: “Nenna”, un Monster 900, e “Jessica”, una Multistrada 620.
Un anno magico che Paolo ha raccontato sul blog del suo sito (www.paolopirozzi.com). A cominciare dalle impressioni immediatamente successive alla partenza, stimolato dal calore dei ducatisti del WDW: «Non è stata una passeggiata, mi aspettano dodici mesi senza gli affetti più cari, e restare solo con i miei pensieri sulla pallostrada per Brindisi non mi ha aiutato a rimanere sereno; sono sicuro che ovunque andrò troverò il calore dei DOC a farmi compagnia, ma non ve ne abbiate a male se per ora riesco solo a pensare a quelli che lascerò qui in Italia...». E via via, per istantanee su mondi così vicini e così diversi, fino all’epilogo. «Ricordo come se fosse ieri il momento esatto in cui ho capito che le ruote di Lidia stavano girando in Italia. Mi sono alzato in piedi e ho alzato le braccia al cielo... Ed è stato proprio lì, in quei pochi secondi, con le braccia alzate verso il cielo, che mi sono passati rapidamente davanti agli occhi i volti, i luoghi, le strade, le difficoltà, la pioggia, le giornate di sole ed i DOC che abbiamo visto con i nostri occhi».
Paolo e Lidia sono tornati. Non staranno fermi a lungo, potete giurarci.

Dalla Siberia a Ushuaia...

PAOLO PIROZZI è partito il 13 giugno 2010 da Misano. Ha attraversato Italia, Grecia, Bulgaria, Romania, Belgio, Nord Europa fino alla Russia: da Mosca ha viaggiato per tre settimane con un “ducatista” locale, attraversando la Siberia. Poi il Giappone, col tagliando a 24mila km., la Cina, la Malesia (partecipando all’Asian Ducati Week e facendo un giro di pista accanto al suo mito, Troy Bayliss). E ancora il Pakistan, prima di volare verso l’Australia. Da qui il passaggio in Canada e successivamente in Usa. Per la festa di compleanno, a Miami, Paolo ha ricevuto da Ducati una grande sorpresa: sua mamma è volata fino in Florida per festeggiare insieme a lui. A Las Vegas era già così popolare che dopo il suo passaggio l’8 novembre verrà festeggiato come il “Paolo Pirozzi Day”. Poi il Messico, con qualche giorno di riposo, e ancora Costarica, Honduras, Panama, Colombia, Perù, Cile, Argentina fino alla Terra del Fuoco e all’approdo a Ushuaia, la città più a sud della Terra. Poi di nuovo l’Europa, con tappe a Londra, in Francia, Portogallo, Marocco e Spagna, rientrando in Italia fino al traguardo di Imola. Ora Paolo sta già progettando una nuova avventura. In Ducati, ovviamente.

L'Informazione di Bologna, 6 giugno 2011

domenica 29 maggio 2011

IL FORREST GUMP DELL'HANDBYKE


di Marco Tarozzi

Se volete un’idea delle storie che può regalare una manifestazione come Happy Hand, la grande festa dello sport che non conosce barriere in cartellone a Ponte Rivabella da venerdì a domenica prossimi, fatevi raccontare quella di Norberto De Angelis. Uno che a quarantasette anni avrebbe un passato pieno di vite da rileggere, se solo ne avesse tempo. Invece lui non può: vive intensamente il presente, costruisce il futuro con entusiasmo.
Norberto, da ragazzo, aveva tutto. Un fisico e uno spirito da sportivo, il talento per emergere. Aveva iniziato nell’81 col football americano, quasi per gioco, e sei anni dopo era campione europeo con la maglia numero 99 della Nazionale italiana. Meritandosi un posto nella Hall of Fame della Fiaf. Linebacker con una brillante carriera tra Panther Parma, Seaman Milano, Towers Bologna. Restò una stagione, il ‘91, nella nostra città.
Norberto aveva tutto, ma cercava altre risposte dalla vita. Le trovò in Africa, dove scelse di ripartire facendo volontariato per una onlus bolognese. In Tanzania, però, lo aspettava un incrocio maledetto col destino. Un incidente d’auto da cui uscì dopo quattro mesi di coma. E senza più l’uso delle gambe. Ma Norberto, in Africa, aveva già imparato a leggere con uno spirito nuovo anche le storie più drammatiche. Compresa la sua. E oggi non ha cambiato idea su quell’esperienza.
«In un posto isolato da tutto, dove non passa anima viva, capitò dieci minuti dopo l’incidente un medico italiano, che aveva a bordo del suo fuoristrada una bombola di ossigeno. Mi ha salvato da un blocco respiratorio. Credo ci sia un disegno del destino, in questo, anche se è molto più grande di me».
Uno così non poteva accettare di subìre la vita. O di viverla ai margini. Voleva e doveva dare un seguito alla sua storia di atleta, anche per lanciare un messaggio. «Lo sport aiuta a vivere, a sognare. A uscire dalle mura di casa, anche quando possono sembrare un rifugio ideale contro le avversità della vita. Invece no, bisogna reagire».
Lui lo ha fatto. Costruendo un’impresa che due anni fa lo ha portato alla ribalta. E realizzando un sogno di libertà. Niente di meglio che la Route 66, la strada che ha inculcato negli americani il senso del viaggio, la linea d’asfalto tracciata nel 1926 tra Chicago e Los Angeles, e che ha ispirato Jack Kerouac nei suoi viaggi sulla strada, per dare un senso alla passione di Norberto. Che ha affrontato la “mother road” in handbike. «Non è stata una passeggiata di salute: 3800 chilometri tra rettilinei infiniti, salite e discese, vento a raffiche e acquazzoni improvvisi. Ottanta giorni, da fine aprile ametà luglio del 2009, e alla fine la certezza di essere stato l’unico al mondo ad aver completato un viaggio del genere, spesso correndo di notte per trovare una temperatura ideale. Cosa mi ha ispirato? Avete presente quando nel film Forrest Gump il protagonista dice “io corro come il vento che soffia”? Ecco, così volevo essere io. E se ancora oggi, due anni dopo, la mia storia può essere un esempio, sono felice di raccontarla».
Lo farà a Happy Hand. Un adelle ragioni per non mancare all’appuntamento.

L'Informazione di Bologna, 30 maggio 2011

sabato 28 maggio 2011

UN BOLOGNA CHE ASSOMIGLI A BISOLI


di Marco Tarozzi

Passione e appartenenza. Due parole che ricorrono spesso, nel giorno del debutto di Pierpaolo Bisoli nel mondo rossoblù. Normale, perché il suo Bologna dovrà partire da questi stati d'animo per crescere e fare strada. Sono il suo credo, la sua stessa vita.
La passione lo ha spinto ad attraversare i prati del pallone, fin da giocatore, partendo dal suo Appennino quando ancora tutti lo chiamavano Bisòli, accento sulla “o”, quasi che scendendo a rotta di collo, con entusiasmo e voglia di arrivare, la corsa dell'accento sia stata più lenta di quella del cognome. Dove ha giocato, ha lasciato bei ricordi. E quel senso di appartenenza, appunto, che gli ha sempre permesso di servire la squadra alla sua maniera, anteponendo il noi all'io. In campo non è mai stato l'uomo con più talento. Quasi sempre quello con più cuore.
Il Bologna che Bisoli vuol costruire dovrà assomigliargli. Arrembante, affamato, altruista. Un gruppo di carattere, di quelli che lasciano comunque la firma, nei giorni felici e in quelli da dimenticare. Ha le sue idee, e un pugno di nomi li ha già indicati a Bagni, “fedelissimi” che in rossoblù, se c'è Bisoli, verrebbero di corsa. Ma non ha messo paletti, nemmeno quando per qualche ora si è trovato nella posizione dell'acrobata da circo, in volo senza rete tra Cellino e Guaraldi.
Ha detto tanto di sé, questo solido uomo d'Appennino, ma anche se non avesse parlato lo avremmo capito dall'espressione degli occhi. Quella di chi voleva questa occasione, nella società in cui avrebbe dovuto iniziare a giocare da professionista oltre vent'anni fa, se il destino non avesse avuto altri disegni. In questa corsa alla panchina era partito da dietro. Niente pole position, ma evidentemente qualcosa doveva presagire se sei mesi fa ha scelto di scendere dalla sua Porretta per sistemarsi al Meloncello. Due passi dal Dall'Ara, la frequentazione di Casteldebole per seguire Dimitri e Davide, che provano a seguirne le orme. L'aria di casa, insomma, la respirava da un po'. Con discrezione e con mille speranze.
Pierpaolo Bisoli prova ad essere profeta in patria, e parte subito sfatando certe dicerie che l'esperienza di Cagliari ha alimentato. Niente acredine verso i “vecchi”, che sono un patrimonio. Purché non si sentano più uguali degli altri. Non è il caso di Bologna: qui l'uomo-simbolo, di questi tempi, si sente il peggiore di tutti. E il vero nodo è proprio questo. Uno come Marco Di Vaio a Bisoli farebbe comodo, anche come persona. Ma il capitano è un'ombra: tra rimorsi e imbarazzi, medita un addio più che possibile. Nel caso, il timoniere dovrà costruire il suo gruppo senza contare sulla bandiera delle ultime stagioni.

L'Informazione di Bologna, 28 maggio 2011

(foto di Rossella Santosuosso)

giovedì 26 maggio 2011

MONIQUE, IL SOGNO POSSIBILE


di Marco Tarozzi

Saranno in tanti, a ricordare che le barriere sono fatte per essere infrante. Di più: che sono uno stato mentale, e le loro storie sono messe lì proprio per dare l’esempio. Ci sono le medaglie, è vero, ma c’è soprattutto la forza di convincere il prossimo. Di far capire che lo sport è una porta d’uscita che affaccia sul mondo, soprattutto per chi, dopo un incrocio sbagliato col destino, pensa di aver perso futuro e speranze.
Saranno in tanti, questi campioni di sport e vita, dal 3 al 5 giugno a “Happy hand”. Tre giorni di sport e divertimento, recita il logo sul sito ufficiale (www.happyhand.it, vale la pena farci un giro, per capire il senso dell’evento), in programma a Monte San Pietro. O più precisamente a Ponte Rivabella, in un palasport che porta il nome di un signore dello sport, Jesse Owens.
Saranno in tanti, sicuro: da Beatrice Vio, piccola regina della scherma, a Norberto De Angelis, a cui un incidente ha tolto la gioia di essere un fuoriclasse del football americano (ha giocato anche a Bologna, nei Towers), facendogli nascere il senso dell’impresa in handbyke. Da Silvia Veratti, regina bolognese dell’equitazione, ai ragazzi di Overlimits di Marco Calamai.
E poi ci sarà lei. La madrina dell’evento. Monique Van der Vorst, olandese ventiseienne che ormai viene catalogata, semplicisticamente se vogliamo, alla voce “miracolati”. Anche se ha i contorni di una favola, la sua è una storia di volontà. È stata l’atleta paralimpica dell’anno 2009, ha conquistato due argenti sulla sua handbyke alle Paralimpiadi di Pechino. E un giorno, dopo tredici anni di sedia a rotelle, ha ritrovato l’uso delle gambe. Dopo una caduta in allenamento, strano e meraviglioso contrappasso.
Monique ha ripreso a correre. Alla maratona di Roma, lo scorso marzo, aveva il pettorale numero uno. Non sarà a Londra 2012, ma ha inizato una nuova vita da atleta. «Il mio sogno, adesso, è quello di diventare competitiva in maratona. So che le Olimpiadi sono un miraggio, ma nella mia vita ho imparato anche che i sogni si avverano. Ed è questo il mio messaggio: nella vita bisogna cercare di restare positivi, anche quando sembra che il mondo ti cada addosso. Chiunque può vincere la sua battaglia».
Lei l’ha vinta. E viene a raccontarlo a Ponte Rivabella. Per questo vale la pena esserci, ad Happy Hand. Per questa storia, per altre mille storie.

L'Informazione di Bologna, 26 maggio 2011

martedì 10 maggio 2011

GIGI SIMONI, UN'ALTRA SCOMMESSA VINTA


di Marco Tarozzi

Ci ha messo l’esperienza, e molto altro. La faccia, soprattutto. Perché Gigi Simoni da Crevalcore è la parte buona del calcio. Uno che ha fatto della serietà una ragione di vita, in un mondo dove non sempre funziona così. Per questo il suo Gubbio è stato una scommessa vinta. Squadra fatta di giovani, a costo quasi zero, appoggiati lì dai piani alti perché farli giocare in una società che dà garanzie è un investimento per il futuro. Tutti felici e contenti, alla fine: soprattutto il Gubbio, che in due stagioni è salito dalla Seconda Divisione alla B.
Gigi Simoni, lo avrebbe detto a inizio stagione?
«No davvero. Sono d’accordo, abbiamo vinto una scommessa. La scelta l’abbiamo fatta un po’ per necessità e un po’ perché crediamo davvero nella valorizzazione dei giovani. Nella nostra categoria bisogna stare attenti alle spese, puntare sull’esperienza di giocatori magari scesi da un calcio più nobile non sempre paga. Noi abbiamo ragazzi il cui stipendio è in parte pagato dalle società di appartenenza, che hanno bisogno di farli giocare. Così, diventano indipendenti a bilancio. Poi, certo, cerchiamo anche equilibrio: abbiamo anche cinque o sei giocatori intorno ai trent’anni. Il nucleo storico, diciamo così».
Quanto conta spendere il nome di Simoni, quando si va in cerca di giovani talenti?
«Sia io che Torrente, il nostro tecnico, abbiamo tanta Serie A alle spalle. Le società ci conoscono, sanno di mettere i loro ragazzi in buone mani. E adesso devo dire che c’è la fila, per prestare giocatori al Gubbio».
Solo che in Serie B sarà un’altra cosa.
«Fino a domenica scorsa non ci pensavamo, lo giuro. Ora ci siamo. È vero: lì ci sono giocatori e squadre scesi dalla A, cambia anche l’approccio. Di questo si dovrà parlare, a fine stagione. Chi resta, affronterà il problema».
Di sicuro non resterà Torrente.
«Deve decidere il suo futuro. Ma nemmeno io so se resterò».
Questa è già una mezza novità.
«Diciamo che dopo due anni così, qualche alternativa me l’hanno proposta. Ma è un fatto che a Gubbio sto bene, la gente apprezza quello che faccio. Venivo qui a fare il ritiro precampionato col Napoli, mi sono fatto tanti amici e per loro ho accettato di tornare in corsa. Ho detto no due volte, alla terza ho ceduto al richiamo del mestiere che ho fatto per tutta la vita. Ma ci tengo a dire che c’è gente che ha fatto molto più di me, in questa cavalcata. Penso al ds Giammarioli, allo stesso Vincenzo Torrente, un tecnico preparatissimo. Al di là di quello che può fare uno nel mio ruolo, penso sia servita anche l’immagine che ho dato. Magari qualcuno ha pensato: se c’è Simoni, c’è serietà. E per me è un gran bel risultato».
Nell’elenco dei suoi successi, questa doppia promozione che posto merita?
«Aggiungendo queste due, sono in doppia cifra con le promozioni. E certo, ci sono altri ricordi felici. La Uefa con l’Inter, che mi ha dato risalto internazionale. Ma io le mie gioie le metto tutte allo stesso livello. Dentro le emozioni sono le stesse, intensissime. Domenica scorsa il primo abbraccio è stato per il presidente Marco Fioriti, un amico vero. E in quel momento avevo le lacrime agli occhi, proprio come quando abbracciai immediatamente il mio allenatore in seconda, a Parigi dopo il trionfo con l’Inter».
La più bella soddisfazione di queste due annate?
«Aver portato cinquemila persone allo stadio in un paese che ne fa 17mila, e poco più di 30mila se contiamo tutto l’hinterland».
Sta seguendo le sorti del Bologna?
«Resta sempre nel mio cuore. Sono un bolognese, orgoglioso di esserlo. Ho sofferto per quello che è successo prima di Natale, e mi è anche dispiaciuto per Colomba, un allenatore e un uomo in gamba. C’è stata confusione, a un certo punto avevo anche perso il filo. Ci sta: è una città padana e ogni tanto cala la nebbia e si perdono di vista molte cose. Ma Malesani, che è un ragazzo preparato, non un improvvisatore, ha fatto un gran lavoro. Ora, con la nuova dirigenza, spero che società e squadra trovino l’equilibrio giiusto per guardare al futuro con serenità».
Come fa il Gubbio?
«Noi la nostra parte l’abbiamo fatta».

GIGI SIMONI è nato a Crevalcore il 22 gennaio 1939. Da giocatore ha giocato (centrocampista) per Mantova, Napoli, Torino, Juventus, Brescia e Genoa. Nel ‘74, a fine attività, ha iniziato la carriera di tecnico. Da allora ha guidato 16 squadre, ottenendo tantissime promozioni. Dalla B alla A con Genoa (‘76 e ‘81), Brescia (‘80), Pisa (‘85 e ‘87), Cremonese (‘93) e Ancona (2003). Promosso anche nel ‘92 con la Carrarese, dalla C2 alla C1. A queste vanno aggiunte i due salti di categoria consecutivi ottenuti da Dt del Gubbio: dalla Seconda Divisione alla Prima Divisione la scorsa stagione, in B quest’anno. I suoi momenti d’oro sono legati alla panchina dell’Inter: nel ‘97/98, oltre al secondo posto in campionato, ha conquistato la Coppa Uefa a Parigi, battendo la Lazio in finale per 3-0

L'Informazione di Bologna, 11 maggio 2011