domenica 24 febbraio 2013

MARCO MASETTI: DA BOLOGNA A LONDRA PER "COSTRUIRE" L'ARGENTO DI TESCONI


Il Ct azzurro della Pistola: “Luca è un purosangue, non puoi frenarlo”

di Marco Tarozzi

Il Reno lo sfiora e lo sente nell’aria. Marco Masetti, Ct della Nazionale italiana di Pistola, abita a poco più di due chilometri dal nostro fiume, a Zola Predosa. Ma lo risale spesso quando punta verso Vergato, dove è attivo uno degli impianti di tiro a segno più importanti della regione, e non solo.
E’ stato un ottimo tiratore, capace di vincere cinque titoli italiani assoluti in carriera. E poi è passato dall’altra parte. A coltivare talenti, a instradarli, aiutandoli a non smarrirsi. Una decina di giorni fa ha risalito il grande fiume fermandosi a Sasso, per una serata di festa al Panathlon Valle del Reno, insieme a uno dei suoi campioni, quel Luca Tesconi, cuore e animo toscano, che ha regalato all’Italia la prima gioia olimpica a Londra, vincendo il giorno dopo l’apertura dei giochi la medaglia d’argento nella Pistola ad aria compressa 10 metri.
Ci credevano in pochi al ragazzo di Pietrasanta, alla vigilia della gara olimpica. Perché quando c’era da parlare del suo indubbio talento, saltava sempre fuori la faccenda degli alti e bassi, una costante della sua carriera fin lì. Ci credeva, però, Marco Masetti. Che sapeva cosa attendersi da uno come Luca.


“E’ sempre così. Quando parlo di lui so qual è il suo valore. Ha una grande forza: sa farsi scivolare le cose intorno. Mi hanno chiesto cosa c’è di mio nel suo argento olimpico e ho solo una risposta: poco. Siamo due caratteri diversi, lui è estroverso, ma ha una classe unica. Quando lo fai partire, non puoi più frenarlo. Devi lasciarlo correre, come si fa con i purosangue. Quando ne hai chiaro il talento, devi riuscire a sfruttarlo al meglio. Ecco, se ho un merito credo sia soprattutto questo: aver capito come approcciarsi a Luca”.

Ci sono stati momenti della preparazione in cui Masetti, con la sua esperienza, aveva già intuito l’epilogo della gara di Londra.

“Alle Olimpiadi, in qualificazione Luca ha fatto 584 punti. In  quel momento era quinto in classifica. Bene, io spesso in allenamento faccio tirare i miei atleti in condizioni di equilibrio precario. Con appoggi approssimativi, magari scalzi. E in quelle condizioni lui era l’unico ad arrivare a 580… Certo, lui ha sempre bisogno di cose diverse. Esercizi mai monotoni, che lo divertano. E’ un campione così: se non si diverte, non rende. Ma per dire quanto vale, basti pensare che con le nuove regole, ufficializzate dopo Londra, avrebbe vinto la medaglia d’oro. Perché ora nella fase finale si azzerano i punteggi delle qualificazioni, e alle Olimpiadi nella fase finale lui è stato il migliore risalendo dalla quinta alla seconda posizione”.

Tesconi non è solo, ovviamente. C’è una squadra da far crescere, dentro una realtà in cui Masetti si muove da tempo, e che dunque conosce meglio di chiunque altro.

“Mi sento libero di fare il mio lavoro. Come in ogni disciplina, c’è una classe dirigente sportiva che dà ovviamente direttive, ma scelta la linea politica, se nascono problemi ce li risolviamo tra noi all’interno del nostro gruppo. L’etica sappiamo rispettarla, anche quando i punti di vista divergono, come può capitare. Il gruppo, poi, è costruito bene. Il nostro preparatore atletico, Finardi, ha le idee chiare: è uno di quelli che pensano che se l’allenamento non ti crea qualche difficoltà, non è allenamento… lavora su tutto ciò che può aiutare a dare “disequilibrio”, per rafforzare il senso di equilibrio nel momento della gara. Per questa disciplina è una chiave di lettura importante. Stiamo facendo anche un ottimo lavoro con Claudio Robazza, lo psicologo che ci segue. Insomma, al di là della medaglia, credo si stia camminando sulla strada giusta”.

Una medaglia come quella di Tesconi aiuta a fare proseliti. E questa è uno degli argomenti più importanti e delicati, per Marco Masetti.

“Dobbiamo sfruttare l’effetto Olimpiadi per dare un po’ di impulso alla nostra disciplina. Perché l’interesse intorno al nostro movimento si accende in quei periodi. Appena prima, durante, subito dopo le gare olimpiche. Dobbiamo cercare di non ricadere nell’oblìo. Io sto cercando di portare avanti un progetto di ricerca del talento. Stiamo cercando di lavorare con le scuole. Ma il tiro a segno è una disciplina particolare. Oltre che uno sport, la Federazione assolve a un ruolo di Ente pubblico, è il luogo istituzionale nel quale ci si può addestrare all’uso delle armi. E diventa faticoso interfacciarsi con gli istituti scolastici. I ragazzi hanno genitori, che leggono i giornali e la tv, e certe notizie li mettono ovviamente in allarme. E’ complicato far capire che noi usiamo armi a basso profilo offensivo, lo è ancora di più entrare nelle scuole”.

In questo senso, spiega Masetti, a Vergato stanno facendo un lavoro encomiabile.

“A Bologna e Vergato abbiamo un paio di impianti che sono tra i migliori d’Italia. Quassù i responsabili dell’impianto sono stati bravi a trovare una sintonia con l’amministrazione e a far capire che il tiro a segno non è uno sport da mettere al bando, ma può insegnare molto ai giovani. Disciplina, equilibrio padronanza di sé. Sì, a Vergato stanno facendo un buon lavoro. Spero possano goderne i frutti come meritano”.

www.renonews.it, 22 febbraio 2013

Nelle foto: in apertura , la gioia di Luca Tesconi e Marco Masetti appena il toscano ha conquistato l’argento olimpico di Londra. Sotto, Masetti con Jessica Rossi




venerdì 15 febbraio 2013

ROTOLO, ORA ANCHE LA SFIDA CONTRO IL TEMPO




di Marco Tarozzi

Per dare un’idea piuttosto precisa della crisi della nobile arte del pugilato di cui spesso si discute, basterebbe un numero. Ventiquattro. Sono i giorni cheSimone Rotolo avrà a disposizione per preparare la sua sfida a Darren Barker, in palio il titolo intercontinentale IBF dei pesi medi.

Il talento bolognese, campione italiano di categoria dopo aver strappato il titolo a Matteo “Giaguaro” Signani e averlo difeso al PalaDozza contro il sardo Lorenzo Cosseddu, ha avuto notizia ufficiale della data soltanto ieri, mercoledì 13 febbraio. Dovrà salire sul ring dell’Alexandra Palace di Londra il 9 marzo. E in mezzo, appunto, ventiquattro giorni per mettere insieme una preparazione dignitosa.

Intendiamoci, Rotolo non è certo il tipo che fa tra un match e l’altro si mette in poltrona. Lui in palestra ci va tutti i giorni, sempre e comunque. E va detto che questa sfida la aspettava, dopo che era stato l’inglese a rimandare l’appuntamento di settembre per un infortunio. Ma da questo annuncio tardivo possiamo trarre conclusioni precise. La prima è che, in qualche modo, l’idea di combattere contro Rotolo non fa dormire sonni tranquilli a Barker. Mettere l’avversario in difficoltà, lasciandogli pochissimo tempo per preparare l’incontro, appare come una mossa strategica, dopo il rinvio autunnale. Ma ci domandiamo anche perché a Simone Rotolo, uno dei talenti più cristallini che il pugilato italiano abbia prodotto negli ultimi vent’anni, non sia mai stata data un’occasione decente in carriera. Quello che ha avuto, ed è comunque tanto, Simone se l’è dovuto conquistare con mille sacrifici, rubando tempo al lavoro, guadagnando niente in proporzione al valore messo in campo, combattendo di rabbia e di passione. E ci chiediamo dove sarebbe potuto arrivare questo ragazzo se avesse potuto boxare davvero da professionista, cioè concedendosi i tempi giusti, avendo a disposizione mezzi tecnici ed economici che nessuno gli ha mai offerto.

Rotolo è un fiore sbocciato nel deserto. Negli anni ha pagato organizzazioni confuse, incontri messi in cartellone all’ultimo momento, non sempre all’altezza delle sue possibilità. Ma si è sempre messo al centro del ring con pazienza, mostrando a tutti la sua classe e una tecnica che appartiene a pochi.

Con un bagaglio di 35 successi su 38 incontri da professionista, da campione italiano dei medi, va a Londra a sfidare questo Darren Barker che è stato campione del Commonwealth e d’Europa di categoria, che nel 2011 ha perso il treno del titolo WBC finendo sconfitto per ko dall’argentino Martinez. Dopo quel match, l’inglese che ha sette anni meno di Rotolo si era fermato. Doveva giocarsi il titolo intercontinentale IBF con Simone, ma ha marcato visita e se lo è preso tre mesi dopo contro il gallese Kerry Hope. Ora offre finalmente la chance al nostro campione. In ritardo, tutt’altro che elegante. Rotolo manda giù un altro boccone amaro, ma si mette ancora una volta in gioco. E certamente non regalerà all’inglese una serata tranquilla, comunque vadano le cose.

(PlayBologna, 15 febbraio 2013)

venerdì 1 febbraio 2013

SCAPINI, ALL'INFERNO E RITORNO



Mario Scapini, il grande buio e la rinascita: "Ogni passo avanti mi emoziona"
"Vado in palestra e mi stanco dopo venti minuti. Ma anche questa è una conquista"
 
di Marco Tarozzi

Hai ventitrè anni e sei nel pieno delle forze. Un talento. Quello che l’atletica italiana sta aspettando, perché tutti sanno che il futuro è dalla tua parte. Ci sarebbe da piegarsi sotto la pressione, ma tu no. Sei forte, sei determinato. Hai deciso i tuoi obiettivi e la strada per arrivarci. Non conosci ostacoli. E poi questa è la stagione olimpica, quella che sognavi, e l’hai iniziata nel migliore dei modi. Golden Gala, 31 maggio, 800 metri: subito il personale e il minimo per gli Europei. Solo l’inizio, pensi con un sorriso. Solo l’inizio.

Invece la vita è questa: capace di dare e togliere in un attimo. Senza fermate intermedie. Dalla luce al buio, di colpo. Parte la spedizione azzurra per gli Europei, ma tu non ci sei. Gli altri si guardano intorno, si fanno domande. Mario dov’è? A casa. Ha gettato la spugna il giorno prima di decollare per Helsinki. Quel maledetto mal di schiena. Così forte da non poterne più. Ma passerà, deve passare. Ci sono le Olimpiadi. Invece no, non passa. Invece aumenta. E ti senti sempre più debole.

SLIDING DOORS

Mario Scapini è nel salotto di casa, la finestra affaccia sul cortile di un bel palazzo signorile della Milano che ancora sopravvive ai cambiamenti. Oltre il vetro, una cartolina d’autunno. Pioggia leggera su sfondo grigio. Si sta bene qui, c’è un senso di calore e le parole escono senza fatica. Insieme a questa storia non voluta di caduta e rinascita. E’ strano e quasi terapeutico poter parlare di questi mesi terribili, ora che sono alle spalle.

Il “muro”, improvviso e inatteso, ha una definizione tecnicamente fredda: linfoma anaplastico a grandi cellule. La terapia è stata dura: dodici sedute di chemioterapia. La risposta è stata quella di un ragazzone di poco più di vent’anni. Ha ripreso quasi tutti i chili che aveva perso, Mario. Va in palestra, “e l’altro giorno ho fatto il mio primo giro in bicicletta, un’ora in tutto. Un’emozione”. Piccole, grandi conquiste. La paura è alle spalle, gliel’hanno detto anche i medici. C’è da ripensare al futuro, con la stessa grinta ma con molta consapevolezza in più. Mario racconta, racconta. Di quei dolori, delle cure, di chi gli è stato accanto, dell’atletica da ritrovare. Sorride, si commuove, si guarda dentro. Si sente nuovo.

“Questo era l’anno di Londra. Era il mio pensiero fisso. Fa effetto riflettere sul fatto che che lo è stato fino a pochi mesi fa, a come una prospettiva possa cambiare di colpo. La stagione era iniziata nel migliore dei modi, lo stage in Marocco era filato via liscio e al Golden Gala, primo grande appuntamento di stagione, ho corso in 1:46:95 gli 800 metri. Record personale e minimo per gli Europei. Mi sono detto: chissà che non sia l’anno buono. Nelle stagioni precedenti sono sempre stato frenato da qualche acciacco e ogni volta che ero costretto a fermarmi l’umore cambiava, vedevo nero. I miei genitori insistevano a dirmi che dovevo prenderla con più filosofia, ma io non li stavo troppo a sentire. Ora ho capito che avevano ragione…”

Dopo un debutto così, Mario si era messo in testa di chiudere in fretta anche la pratica-Olimpiadi. Bisognava sfruttare la condizione. Guadagnarsi in fretta il pass per Londra, per poi organizzare con tranquillità le tappe di avvicinamento.

“Passa una settimana dal Golden Gala e sono al meeting di Trento. La gara di Roma mi ha caricato, voglio provare subito a correre intorno a 1:45, per non lasciare dubbi a nessuno. Ma in albergo sento per la prima volta uno strano dolore all’addome. Temo un’appendicite, mi faccio visitare e la minaccia è scongiurata. Vado alla gara, ma durante il riscaldamento il dolore si ripresenta e insieme a Gianni Ghidini, il mio tecnico, decido di non rischiare. Sette giorni dopo sono in Slovenia, non mi sento bene e corro una gara dimenticabile. Torno a casa ed esplode il male alla schiena. Sempre più lancinante. Un giorno prima degli Europei decido di non partire. Sono a pezzi, fisicamente e moralmente. Mi arrabbio di brutto e penso a tutti i modi possibili per risolvere il problema. Le Olimpiadi sono ancora una priorità”.

LA GRANDE PAURA

Fine giugno. Mario si affida a fisioterapisti, chiropratici, ma il male aumenta. E’ solo a casa, a Milano. Mamma e papà sono al mare con la sorella, per aiutarla a seguire i nipotini.

“Io faccio fatica anche a muovermi in casa. Certe sere non vado nemmeno in cucina a prepararmi da mangiare, spizzico quello che trovo. Mio padre torna a casa, mi vede e in un attimo decide: ora ti fai visitare, poi ce ne andiamo tutti al mare e al diavolo le Olimpiadi. La salute è più importante”.

A metà luglio arriva la febbre, il male ormai è insopportabile. Mario si fa ricoverare. Non mangia, non beve. Non riesce nemmeno a parlare. Al San Raffaele è un esame dietro l’altro, e in due settimane arriva la diagnosi. Un frontale con la vita.

“Dire che per me era un ambiente nuovo è un eufemismo. L’ospedale era un luogo ignoto, fino all’estate scorsa. Sono stato catapultato in una realtà che non conoscevo. E non per fare esami di routine, ma in Oncologia d’urgenza. Ho affrontato la prova: la trafila degli esami si è chiusa con un intervento chirurgico, diagnostico. Una laparoscopia. Era il 2 agosto. Le Olimpiadi erano iniziate da meno di una settimana, il giorno dopo sarebbero iniziate le gare d’atletica. E io dovevo iniziare la chemioterapia”.

Altre priorità, appunto. Il mondo intorno che cambia. Mario esce dall’ospedale dopo due sedute di chemio, il 20 agosto, e continua la cura da casa. Un passo avanti, anche per il morale. Ma è debole, ovviamente. Arriva a pesare 58 chili, tredici meno di quando è in condizione. Affronta un viaggio nuovo e imprevisto. A fine ottobre ne vede finalmente l’approdo.

“Non so quale sia stato il periodo più difficile, in questi mesi. E’ successo tutto così in fretta. Nemmeno sei mesi, dai primi sintomi del male ad oggi. Di primo acchito penso ai giorni passati in ospedale, quelli in cui ho sofferto di più. Mi davano la morfina e anche con quella passavo notti insonni. Non riuscivo a stare nel letto, dovevo restare sollevato e passavo ore a fissare il vuoto come un vegetale. Qualsiasi rumore mi dava fastidio, anche il fruscìo delle pagine sfogliate di un giornale. Ma dopo le prime due sedute di chemio ho subito sentito un miglioramento, e anche tornare a casa mi ha aiutato. Forse però, pensandoci a freddo, le vere difficoltà sono arrivate dopo, perché ero finalmente cosciente. Quando mi hanno diagnosticato il tumore ero in trance, mi lasciavo cadere addosso tutto quanto. E’ dopo che inizi a renderti conto, a capire quando qualcosa non funziona. Diventi ipersensibile. Alla decima seduta di chemio ho iniziato a stare male per una saturazione da farmaci, provando quello che altri meno fortunati di me provano fin dall’inizio. Ma per fortuna da lì in poi è iniziata la rinascita. Il mio fisico è rifiorito. Guarda qui: ho ancora un po’ di effetto-gonfiore, quello che lascia il cortisone assunto a dosi massicce, ma non sono tornato un bel ragazzo?...”

Ride, Mario. Anche quando inizia a raccontare le tappe della riconquista, prove così lontane per intensità da quelle  cui era abituato quando si allenava in pista. Eppure altrettanto decisive e importanti.

“Ascolto il mio fisico e vedo il cambiamento giorno dopo giorno. Vado in palestra, metto il “livello 1” sulla cyclette e genero una potenza di 30 watt, quando un tempo arrivavo a 250. E dopo venti minuti sono stanco. Ma anche questa è una conquista, come quando miglioravo i personali. Io e il mio fisico abbiamo iniziato un percorso insieme. A volte è lui a dirmi “stai calmo”, a volte sono io ad aver paura di esagerare. Ma vedere che risponde è semplicemente stupendo”.

CAMMINARE SUL FILO

Adesso che del male può parlare guardando indietro, Mario Scapini è un giovane uomo più forte dentro. Certi incroci col destino ti cambiano la prospettiva. C’è una vita da vivere, e certamente è un’altra vita.

“Direi che ho avuto un paio di input fondamentali, per affrontare il futuro. Il primo riguarda il mio fisico: ho capito che non è invulnerabile e può fare brutti scherzi. E poi ci sono quei giorni passati in un reparto oncologico del San Raffaele, cercando di realizzare quello che succedeva a me e a chi mi stava intorno: gli altri pazienti, alcuni miei coetanei. Ecco, lì ho capito davvero che noi viviamo nell’incoscienza di quello che ci può accadere, ma intanto camminiamo su un filo. Non so cosa mi ha dato la forza di reagire. Per come sono fatto io, non parlerei nemmeno di reazione. Ho semplicemente pensato a guarire. Quella era diventata la priorità, la mia Olimpiade. Quando all’inizio si era pensato a un’infezione avevo detto “okay, sistemiamola”. Quando mi hanno detto che era un linfoma, non ho pensato diversamente”.

E’ stato forte, Mario. Lo dicono tutti, anche se lui la mette giù con semplicità: “C’ero dentro, dovevo reagire, e mi è anche andata bene perché la situazione ha iniziato subito a migliorare”. Intorno ha avuto gente forte quanto lui. Quelli che gli sono stati più vicini sono gli stessi che non lo avevano mai abbandonato neppure prima.

“I miei genitori, naturalmente. Durante il mio ricovero, mio padre ha dormito là dentro ventisette giorni su ventotto. Oddio, dormito è un eufemismo… passava le notti buttato scomodamente su una poltrona. Mia madre non è stata da meno. E poi ho avuto vicina la mia ragazza, Diletta. E il dottor Tavana che mi è venuto a trovare subito. In quei momenti non parlavo nemmeno, ma sentivo bene la loro presenza. Nel tempo sono venuti a dimostrarmi il loro affetto Gianni Ghidini, il mio tecnico, e Matteo Guidotti, mio amico del cuore e compagno di allenamento. A tutti loro devo qualcosa. Hanno sofferto con me, forse anche più di me perché si sentivano spesso inadeguati, impossibilitati ad aiutarmi. E invece non sanno quanto sono stati importanti”.

Tornato a casa, Mario ha scoperto di avere più amici di quanti immaginasse. Un abbraccio collettivo, una processione di sentimenti che non accenna a fermarsi.

“Mi hanno chiamato tutti. Gli amici del mare, che per la prima volta si sono ritrovati in Sardegna senza di me e quasi si sentivano in colpa… E poi il mondo dell’atletica. Ferrari, il presidente della Pro Patria, gli atleti della società, il mio ex tecnico Giorgio Rondelli. E ancora il presidente Arese e tanti dirigenti della Fidal che neppure conoscevo di persona, gli atleti con cui mi sono battuto in gara o ho condiviso i giorni dei raduni. Tutti, davvero. Qualcuno si scusava, pensando di dire cose banali, invece mi hanno dato forza. Ho scoperto di avere tanti amici, e soprattutto di non avere nemici. Ci può stare: nella vita mi è sempre andato tutto bene, ho avuto genitori unici, amici veri, gente intorno, insegnanti giusti a scuola, Rondelli che mi ha fatto scoprire l’atletica quando pensavo solo al calcio. Mi sono trovato spesso al posto giusto nel momento giusto, come agli Europei Juniores del 2007, con quella vittoria nei 1500 che mi ha portato alla ribalta. Insomma, sono stato molto fortunato. Credevo che tutta questa buona sorte potesse pesare a qualcuno, anche giustamente in fondo. Invece devo dire che tutti, tutti, anche quelli che avrei giustificato se non mi avessero chiamato, mi si sono avvicinati con sincerità, col piacere di farsi sentire. Ci penso e mi dico che forse qualcosa di buono l’ho fatto…”
 
 

QUALCOSA E’ CAMBIATO

Parla di opportunità che gli si sono aperte davanti come strade da seguire. Di ricchezza che non deve andare perduta. Confessa, buttando un occhio su questa giornata uggiosa, di aver avuto una vera, grande paura.

“Quella di non poter tornare a fare quello che facevo nella mia vita precedente. Invece ci arriverò, e intanto ho imparato a leggere in modo diverso anche le piccole cose. Prima volevo tutto: finire la facoltà di Ingegneria nei tempi giusti, essere un vincente nell’atletica. Nella stagione olimpica ho intensificato gli sforzi sul campo d’allenamento: otto ore di Università e poi spesso doppio allenamento. Se vivi così, tutto quello che hai intorno ti sembra dovuto. Oggi vedo che sì, sono su un filo, ma guardo giù e ci sono tante cose che avevo rimosso o dimenticato. Ogni conquista mi emoziona: ho gli occhi lucidi quando pedalo sulla cyclette, che prima mi sembrava la peggior iattura per un atleta. Mi sento felice e farò di tutto per coltivare questa fortuna e non disperderla. Lo so, sembra una frase fatta per fare il figo, ma è la realtà. Dicono ci sia un percorso logico per tutto quello che facciamo. Ora vedo che è così: ho sofferto cinque mesi in cambio di un’esperienza che mi porterò dietro tutta la vita. E’ stato un buon affare”.

RITORNO AL FUTURO

La rinascita è partita dal raduno di San Vincenzo di inizio dicembre, dove la Federazione lo ha voluto per riabbracciarlo. Tocca obiettivi a cui ora si può appena accennare. Impervi e per questo affascinanti. Sono traguardi a cui punterà uno Scapini nuovo di zecca. Diverso dentro.

“La chiamata al raduno è stata una riconquista. Un’emozione immensa. Ma il ritorno vero, da atleta, arriverà quando riuscirò di nuovo a correre con continuità e sicurezza. Le Olimpiadi? Magari non le avrei agguantate, ma mi piace pensare di sì e le considero un traguardo perso. Le ho viste in tv. O meglio, la prima parte me la sono persa, in quei giorni ero poco presente a me stesso. Poi ho iniziato a guardare le dirette dell’atletica. Senza audio, per quella faccenda del fastidio a sentire rumori... Ho provato un po’ di invidia, è vero. Non perché non ero là, ma nei confronti di quei ragazzi che gareggiavano ed erano il ritratto della salute. Sì, lo ammetto: invidiavo il loro stare bene”.

L’atletica azzurra è uscita malconcia dalla trasferta londinese. E schiacciata moralmente dal caso Schwazer.

“Non voglio entrare nel merito di una scelta che certamente ha turbato me come tutto il mondo dell’atletica. Non voglio fare il giudice, Alex ha preso decisioni pesanti, che certamente lo hanno scosso e per le quali ora dovrà pagare. Ma sono rimasto perplesso di fronte a una sua dichiarazione: ha detto che in tutti questi anni ha sofferto, pensando alla preparazione olimpica. L’ha vissuta come una tragedia. Ho pensato che anch’io facevo tragedie per una distorsione alla caviglia e in qualche modo l’ho capito. Però erano proprio i giorni in cui mi avevano appena diagnosticato un tumore, e non ho potuto fare a meno di pensare che se mi dicessero che devo passare quattro anni a cercare di riconfermarmi campione olimpico, beh, sarebbero i quattro anni migliori della mia vita…”

LA FORZA DENTRO

Il bello della vita sono le cose semplici. Guardare avanti è una cosa semplice, ma adesso significa molto di più. Aver provato cosa significa stare in bilico, e poi aver ritrovato l’approdo. La buona terra, su cui riprendere a camminare. E presto a correre, certo.

“Ai primi di novembre ho avuto i risultati finali. I medici mi hanno dato carta bianca, ora sta al mio fisico e a me. Il futuro? Io nella vita faccio tre cose: il fidanzato, lo studente e l’atleta. Lo facevo anche prima, ma ora gli obiettivi sono più chiari, ho dentro una enorme forza interiore che mi aiuterà a raggiungerli e voglio recuperare il tempo perduto. Sono sincero: la prima cosa a cui ho pensato è stata il matrimonio con Diletta. Credo sia il traguardo più importante e quel giorno lo considererò una vittoria. Sto scrivendo la tesi per la laurea in Ingegneria Meccanica, in aprile voglio che arrivi anche quella. L’atletica? Sono realista: mi chiedo se il mio fisico mi permetterà di fare le cose che facevo prima. Poi c’è spazio anche per i sogni, i desideri tipici di un atleta: l’anno prossimo ci sono le Universiadi, un obiettivo un po’ pazzo ma non impossibile. Ci sono altre Olimpiadi a cui pensare: lo facevo già in ospedale, scherzando con medici e infermieri che mi dicevano che in fondo Rio è più bella di Londra… Dall’altra parte c’è una persona che sa bene quello che ha passato e pensa: magari per sei mesi non scendo sotto i cinque minuti a chilometro nei mille, magari non ci scendo mai più. Beh, comunque vada sono sereno: se non dovessi tornare ai miei livelli, sarò contento dell’atletica ad alta quota che ho vissuto, se invece verranno altri anni gloriosi e felici me li godrò più del normale…”

Mario guarda fuori dalla finestra. Milano è sempre più umida e grigia, eppure è bella anche così. E’ meraviglioso respirare questo odore di pioggia, in un autunno di rinascita.
“In quei primi giorni all’ospedale, quando stavo malissimo, mi chiedevo se avrei mai ritrovato la voglia di correre. Mi sembrava che non mi interessasse più nemmeno quello. Meno di una settimana dopo pensavo già a quando mi sarei riallacciato le scarpe. In tre mesi ho attraversato un oceano e sono tornato più ricco. Sto svegliando il cervello, riaprendo il cuore, ricostruendo i muscoli. Ed è bellissimo”.


MARIO SCAPINI è nato a Milano il 2 febbraio 1989. Da ragazzo amava e praticava il calcio, ed è stato Giorgio Rondelli ad intuirne le doti e a convincerlo a dedicarsi a tempo pieno all’atletica. Da allievo ha conquistato i primati nazionali di categoria negli 800 e nei 1500, nel 2006 ha vinto gli 800 alle Gymnasiadi e nel 2007 è salito prepotentemente alla ribalta conquistando il titolo europeo juniores dei 1500 metri ad Hengelo. Sempre da junior ha ottenuto la miglior prestazione italiana nei 600 metri (1:17:70 nel 2008). Nel 2009 è stato campione italiano sia negli 800 che nei 1500, sia nella categoria Under 23 che agli Assoluti. Alla fine di quella stagione è stato uno degli “Eroi del running” designati dalla nostra rivista. Nel 2010 è stato semifinalista negli 800 agli Europei di Barcellona. E’ allenato da Gianni Ghidini. Nei 1500 ha un personale di 3:43:56 ottenuto a Trento nell’agosto 2009, mentre il primato sugli 800 lo ha ritoccato all’ultima edizione del Golden Gala, il 31 maggio 2012, correndo in 1:46:95. Proprio poco prima che la malattia lo fermasse.
 
RUNNER'S WORLD, gennaio 2013

mercoledì 28 novembre 2012

L'ENIGMA DI TURING




di Marco Tarozzi

Questa è la storia di un genio. Nato esattamente cent’anni fa, ma in incredibile anticipo sui tempi. Di uno studioso borderline, fuori dagli schemi, capace di guizzi inarrivabili e di dolorose solitudini. Di un visionario guidato dalla logica che ebbe chiaro, tra le mani, in mente, il concetto di computer molto tempo prima che diventasse realtà. Di un uomo solitario per scelta e alla fine emarginato dalla società, perseguitato dal suo stesso Paese a cui aveva reso un servizio che gli avrebbe dovuto valere riconoscenza eterna. Questa è (anche) la storia di un maratoneta. Per passione, per convinzione. Non un amatore della domenica: un uomo di scienza avvolto da progetti e impegni ma capace, nel 1947, di correre la sua seconda maratona in 2:46:03 e di coltivare un sogno olimpico, che avrebbe potuto trasformarsi in realtà se proprio nell’anno dei Giochi di Londra, quelli del ritorno alla normalità dopo le devastazioni della guerra, non fossero insorti problemi fisici che deviarono nuovamente la gran parte delle sue forze verso la ricerca scientifica.

Questa è la storia di Alan Mathison Turing. Il padre riconosciuto del computer. Un uomo che ci ha cambiato la vita. Talento puro, unico. Diverso. Un secolo dopo, è più fresca e viva che mai.


IN ANTICIPO SUI TEMPI
 
Alan Turing era un matematico. Uno dei più grandi del suo tempo. Ma per qualcuno doveva apparire quasi un visionario, quando nella primavera del 1936 si entusiasmava per quell’idea così rivoluzionaria che avrebbe aperto la strada al mondo moderno e alle sue conquiste cibernetiche: immaginava, Turing, che le macchine potessero pensare.

Lo scrisse, giovane ricercatore al King’s College di Cambridge dove era diventato fellow, dottorando, appena due anni prima, in un articolo che scosse la comunità scientifica internazionale. E inseguì per tutta la sua vita, breve e travagliata, quell’intuizione, lasciandoci in eredità con gli studi sulla “macchina di Turing” il moderno concetto di computer, così come lo intendiamo oggi.

Alan Turing era un uomo schivo, eccentrico. Un genio che stupiva senza volerlo, e talvolta imbarazzava. Come quando si presentava a lezione in pigiama, e comunque sempre trasandato e trasognato. O come quando andava a giocare a tennis coperto soltanto da un impermeabile. Comportamenti che all’inizio avevano addirittura spiazzato i suoi stessi insegnanti: prima del King’s College, ai tempi del liceo, quando la pulsione per le materie scientifiche era tale da fargli quasi dimenticare l’importanza di quelle letterarie, il preside della scuola in cui si diplomò arrivò a scrivere che era “il tipo di ragazzo condannato a rappresentare un problema in ogni tipo di scuola e comunità”.

Era strano, Turing. Non sempre decifrabile. Ma aveva addosso una pulsione per la libertà che lo portò a diventare un eroe di guerra, seppure dietro le quinte. Durante il dottorato di ricerca alla prestigiosa università di Princeton, guadagnato grazie alla sua intuizione, vedeva passare per i corridoi mostri sacri come Einstein, Von Neumann, Church, Weyl. Ma la maggior parte del tempo preferiva passarla chiuso nella sua stanza, a perfezionare una nuova e misteriosa macchinetta che avrebbe contribuito in maniera determinante, di lì a qualche anno, a cambiare le sorti della guerra e a spazzare via la minaccia del nazismo. Negli States, Turing sviluppò una passione e un’avversione: la prima nei confronti dei codici segreti da decrittare, la seconda verso il nazismo, che con lugimiranza considerava un crimine per l’umanità. Tornato in patria nel 1938, offrì il suo genio alla Government Code and Chiper School che stava battendosi per evitare al mondo di andare verso la catastrofe. Il problema da risolvere si chiamava Enigma: all’apparenza un’innocua macchina da scrivere, nata per scopi tutt’altro che bellici e fatta propria dai servizi segreti tedeschi perché permetteva alle forze dell’Asse di scambiarsi messaggi cifrati che nessuno avrebbe potuto comprendere e tradurre. Miliardi e miliardi di combinazioni: un’impresa impossibile.

 
UN EROE PERSEGUITATO

Per tutti, pensavano i tedeschi. Che non conoscevano Alan Turing. Con i suoi collaboratori, chiuso in una villetta di Bletchey Park, a un’ottantina di chilometri da Londra, partecipò alla più grande impresa di spionaggio della storia: costruì prima la “Bomba”, che già nel ’40 leggeva tutto il traffico segreto della Lutwaffe, poi un enorme colosso elettromeccanico chiamato “Colossus”, che nel ’43 fece prendere al conflitto mondiale una piega diversa, snidando soprattutto i “branchi di lupi”, i terribili sottomarini che tenevano sotto scacco le imbarcazioni alleate. Alla fine della guerra gli fu conferito l’Ordine dell’Impero Britannico in gran segreto, come segreta era stata la sua missione. Che Turing fosse stato un eroe la gente l’avrebbe saputo soltanto trent’anni dopo. E quel suo lavoro decisivo per le sorti del mondo occidentale non gli rese la vita più facile. Né gliela salvò.

Alan Turing era omosessuale. In un Paese, l’Inghilterra, che nel dopoguerra faceva ancora rispettare le stesse leggi che avevano portato in carcere Oscar Wilde. Lui ci finì dentro per un banale incidente: dopo aver denunciato due ladruncoli che erano entrati in casa sua, saltò fuori che con uno di loro aveva avuto rapporti sessuali. Fu imprigionato il 31 marzo 1952 per “atti osceni gravi” e solo il suo status di insigne scienziato e di eroe di guerra gli evitò il carcere duro. In cambio, dovette assoggettarsi a un trattamento ormonale che lo avrebbe reso impotente. Un “bombardamento” che ne minò le capacità fisiche e quelle mentali, mandandolo in depressione. Stanco, vessato dai pregiudizi e controllato dai servizi segreti, perché il suo passato al servizio dell’Inghilterra lo rendeva “scomodo” portatore di verità nascoste, Turing si isolò e preparò la propria uscita di scena. Teatrale, perché il teatro era sempre stata, fin dagli anni di studi a Cambridge, una passione. Amava la storia di Biancaneve, spesso si era fatto sorprendere mentre canticchiava il motivo della scena in cui la strega convince la principessa a mordere la mela. E decise di farla finita in quel modo: intingendo una mela nel cianuro e addentandola. Aveva quarantadue anni da compiere. Aveva fatto fare al mondo un cambio di marcia.

Anni dopo, qualcuno ha pensato che il logo scelto da Steve Jobs per la sua azienda destinata a diventare un’icona della modernità fosse un omaggio silenzioso ad Alan Turing. Storia o leggenda? Il guru di Apple, a quanto si dice, avvalorò la seconda ipotesi: “Non è vero, ma Dio, come vorrei che lo fosse”. A suo modo, comunque un omaggio.
 
 

 UN CUORE DA RUNNER

Alan Turing, infine, è stato un ottimo maratoneta. Per un breve periodo, ma mettendo nella corsa la stessa dedizione che metteva nelle sue ricerche, nei suoi progetti, nelle sue intuizioni. E scalando le graduatorie della specialità, in Inghilterra.

Aveva iniziato da ragazzo. Gli piaceva lo sport. Canottaggio, ciclismo, soprattutto corsa. Aveva praticato il running con buoni risultati, a Sherbourne, di solito quando il maltempo costringeva a cancellare le partite di calcio. Poi aveva abbandonato durante gli anni universitari a Cambridge, riprendendo con convinzione dopo la laurea. Uno dei suoi territori d’allenamento abituali era la strada che portava da Cambridge ad Ely, una cinquantina di chilometri tra andata e ritorno. Roba da maratoneti, appunto.

Bletchey, dimora da lui stesso definita “terrificante” e “orrenda”, non doveva essere il luogo adatto per tenere acceso il fuoco della passione. Ma nell’immediato dopoguerra Alan approdò al National Phisical Laboratory, dove con i mezzi messigli a disposizione si dedicò per qualche anno alla costruzione della sua macchina universale progettando un vero e proprio computer, l’Ace (Automatic Computer Engine). Ma i tempi di Bletchey Park erano ormai finiti, e Turing trovò intorno a sé scarso interesse e ancor meno collaborazione.

Fu in quel tempo, stressato dal lavoro e deluso dall’indifferenza, che riprese a coltivare la passione per la corsa. E fu in quei luoghi che fu notato dai futuri compagni del Walton Athletic Club, una società che aveva sede a Walton, nel Surrey. Un sobborgo a sud-ovest di Londra, non lontano dal luogo di lavoro dello scienziato.

“Più che vederlo arrivare, lo sentivamo”, ricordava l’allora segretario della società, JF Harding. “Faceva un rumore terribile, una specie di grugnito, quando correva, ma prima ancora che potessimo rivolgergli la parola ci aveva raggiunto e superato come un proiettile. Così una sera gli chiedemmo per chi corresse, e quando sapemmo che non era tesserato lo invitammo ad unirsi a noi. Lo fece e divenne il nostro miglior runner”.

Il mensile “Athletic”, poi destinato a diventare “Athletics Weekly”, lo menziona per la prima volta nell’agosto del 1946, quando vince la gara sociale del Walton sulle tre miglia. In 15:37:8, tempo niente male per un atleta trentaquattrenne praticamente debuttante, perché alle prime vere sfide con il cronometro. A fine ottobre Turing rispunta con un terzo posto, sempre nelle tre miglia, durante una sfida Walton-Thames Valley-Harriers Woodford Green a Cranford, a soli sei secondi dal vincitore Alec Olney, di dieci anni più giovane, destinato a correre i 5000 metri alle Olimpiadi di Londra.

Poi un autunno e un inverno passati a raccogliere buoni piazzamenti, improvvisamente riconosciuto dalla rivista “Athletic” che spiega che l’atleta del Walton è “lo stesso dottor Turing che ha creato la “macchina che pensa”.

“Non avevamo idea di chi fosse quando lo invitammo nella società, né di che grande uomo si trattasse. Non lo realizzammo finché non saltò fuori la faccenda di Enigma. E non sapevamo dove lavorasse, fino al giorno in cui ci chiese se i ragazzi di Walton avessero voglia di giocare una partita di calcio con quelli del National Phisical Laboratory. Era molto amato dai ragazzi, un leader silenzioso perché comunque non era uno di loro. Ma la volta che affrontammo la nostra prima trasferta a Nijmgen, in Olanda, e lui era impossibilitato a venire, mi consegnò cinque sterline, all’epoca una bella somma, dicendomi di comprare ai ragazzi qualcosa da bere da parte sua”.

 
UN MARATONETA SPECIALE

Nel 1947 Turing allunga decisamente le distanze. Secondo alle spalle di Peter Dainty, ufficiale della Raf ed atleta di spessore internazionale prima della guerra, in una gara di dieci miglia organizzata dal suo club ad aprile; terzo a maggio in una 20 miglia a Kent, a circa quattro minuti dal vincitore Ron Marley.

Già sta progettando, alla sua maniera, da logico matematico, il debutto in maratona. Che arriva il 12 luglio a Rugby: quarto posto in 3:01:23 nella gara vinta dal gallese Tommy Richards, futuro argento olimpico un anno dopo, in 2:43:03.

A fine agosto, a Loughborough, è in prima fila alla partenza della maratona valida per il titolo nazionale, dove finisce quinto migliorandosi di oltre un quarto d’ora, con il fantastico tempo di 2:46:03. La vittoria va a Jack Holden degli Harriers Tipton, anche lui destinato a correre la 42 chilometri olimpica nel 1948.

Per farla semplice: con un risultato per quei tempi fantastico, Turing è uno dei nomi che circolano per la squadra di maratona delle Olimpiadi della rinascita. A fine anno nelle graduatorie AAA compilate da Jack Crump, dirigente della British Amateur Athletic, il nome di Alan Turing è al nono posto. Fuori di un soffio dalla lista provvisoria dei “probabili olimpici”.

Ad aprile dell’anno olimpico, Alan corre la 15 miglia di Wigmore e chiude a nove minuti dal vincitore. Ma non torna ad affrontare una 42 chilometri, anche per sopravvenuti problemi fisici, e questo di fatto gli pregiudica una eventuale chiamata olimpica: nella lista degli “osservati speciali”, nei mesi di vigilia dell’evento, era finito comunque anche lui. E a Londra il tempo del vincitore, l’outsider argentino Delfo Cabrera, sarà appena undici minuti inferiore a quello di Turing. L’idea è che un runner che alla sua seconda maratona corre in 2:46:03 abbia notevoli margini di miglioramento. Nel caso di Turing l’età poteva essere un handicap, ma la determinazione era enorme: “un giorno gli chiesi perché si allenasse così duramente”, è sempre il ricordo di Harding, dirigente del Walton Athletic Club. “Mi rispose: ho un lavoro stressante, l’unico modo per non pensarci e liberare la mente è lavorare duro anche in campo”.

 

 
DAL SOGNO ALL’INCUBO

Alan Turing avrebbe continuato a gareggiare fino al 1950. A ritmi meno esasperati, perché gli infortunii (dovuti anche ad uno stile di corsa parecchio dispendioso) non lo avrebbero mai più abbandonato del tutto. Chiuse con la corsa dopo aver dato tutto, trasmettendo nel gesto sportivo le sue caratteristiche vitali: logica rigorosa, attenzione ai dettagli, capacità di costruire e portare avanti un progetto vedendone l’approdo, ma anche colpi di genio improvvisi che spiazzavano interlocutori e, in gara, avversari.

Finita la parentesi atletica, Alan sprofondò nella vergogna indotta da un’Inghilterra puritana e pronta a puntare il dito contro il diverso. A questa gogna non si sottrasse, nonostante non avesse mai ostentato la sua scelta.

“Noi della squadra non sapevamo che fosse gay. Nessun sentore, lui non lo lasciava trasparire. In spogliatoio c’erano sempre una trentina di giovani, lui non ne ha mai avvicinato uno, mai nemmeno invitato uno di noi a bere un drink. L’unica cosa che avrebbe potuto insospettirci fu un’uscita di gruppo nella quale andammo tutti insieme al teatro Prince of Wales. Era pieno di ballerine, e tutti i ragazzi avevano lo sguardo fuori dalle orbite e una certa agitazione addosso. Mi voltai verso Alan e vidi che stava dormendo…”

Sarebbe una storia divertente, per colorare un lieto fine. Invece quei tempi spensierati e felici della corsa erano già un ricordo appena due anni dopo, quando l’uomo che aveva salvato l’Occidente e aperto la coscienza della gente lottava contro l’oscurantismo, conosceva la prigione, accettava un trattamento micidiale che ne avrebbe vinto il carattere forte.

Alan Turing aveva ancora molto da dare. Negli ultimi tempi aveva allargato la sua ricerca a studi di neurologia, fisiologia e biologia. Era convinto che entro il 2000 i computer avrebbero potuto replicare completamente il funzionamento del cervello umano. Aveva un passo mentale che lo faceva vivere in vantaggio sui tempi. Ma fu punito per quel suo essere diverso, perché la sua nazione viaggiava, al contrario, molto indietro rispetto ai suoi tempi. Proprio quest’anno, in occasione del centenario della nascita, il primo ministro inglese Cameron gli ha rivolto le scuse ufficiali dell’intero Paese. Ma lui non c’è più da tempo. Per scelta o, come dicono certe teorie del complotto, per decisione di altri, perché certi segreti dei tempi della guerra avrebbero potuto accendergli un desiderio di vendetta. Per dirla semplice: qualcuno vede un omicidio dove è stato registrato un suicidio.

Ma ormai sono passati troppi anni da quel morso alla mela e da quella fine tragica. Noi sappiamo solo che in un giorno di giugno del ’54 se ne andò una delle più grandi menti del Ventesimo secolo. Avrebbe compiuto 42 anni pochi giorni dopo. Quarantadue. Come i chilometri di una maratona.
 
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QUEL TEST CHE ISPIRO’ BLADE RUNNER
Della grande eredità che Alan Turing ha lasciato all’umanità, esplorando il campo delle intelligenze artificiali, la più nota è certamente il test che porta il suo nome. Il “test di Turing” apparve nel 1950 sulla rivista Mind, stabilendo un criterio preciso per stabilire se una qualsiasi macchina potesse essere definita “pensante”. L’idea è semplice e perfetta: tre persone, in tre diverse stanze; le prime due (A e B) sono un uomo e una donna, la terza (che chiameremo C) è lì per stabilire, attraverso risposte dattiloscritte, chi delle altre sia l’uomo e chi la donna. In un secondo esperimento, una delle prime due persone viene sostituita da una macchina: se le conclusioni di C sono statisticamente identiche a quelle della situazione precedente, significa che la macchina può essere considerata “pensante”.
Ad oggi, nessuna macchina ha superato in maniera esauriente il “test di Turing”, che nel tempo è stato modificato e aggiornato. Ma l’idea resta piena di fascino, e c’è chi l’ha usata anche nella finzione cinematografica. Dice niente l’interrogatorio, fatto di domande apparentemente banali, cui il replicante Leon Kowalski (impersonato dall’attore Brion Howard James) viene sottoposto da Rick Deckard (Harrison Ford) che vuole capire se si tratti di un uomo o di un robot, nel film-culto Blade Runner di Ridley Scott? Non c’è tanto delle idee di Turing in quella scena?
 
Runner's World, novembre 2012

domenica 21 ottobre 2012

TERZO TEMPO - Un pallone per ripartire




di Marco Tarozzi

Pensare al calcio quando intorno c’è da ricostruire quasi tutto. Assurdità. Spreco di tempo ed energie. Ma sì, liberi di pensare anche questo, se vi piace. Perché su quelle terre lì, a due passi da casa nostra, è passato un terremoto e ha spazzato via muri, storia, speranze. Vale la pena di preoccuparsi per un campionato, minore per giunta, che rischia di non ripartire?
Vale eccome, l’idea dei ragazzi dell’ “Hic Sunt Leones Football antirazzista” di Bologna. Perché ci regala un attimo di normalità, un vento di serenità in una situazione che è ancora lontana dall’essere normale e serena. Loro hanno adottato una squadra, ecco tutto. Hanno aderito al progetto “Senza campionato mai” dell’Uisp nazionale e si sono ricordati di quei ragazzi. Quelli della “5 Ponti Canaletto” di Massa Finalese, una frazione di Finale Emilia. Erano andati lì pochi giorni dopo le prime scosse, annusando incertezza e paura, cercando di portare sostegno, e qualche sorriso ai bambini organizzando attività ludico-sportive. Avevano visto i campi inagibili, quello “della domenica” occupato dalla tendopoli di chi aveva perso tutto. Ed erano partiti da una donazione, un sostegno economico. Gesto enorme per una squadra fatta da migranti, studenti universitari, lavoratori precari. Non gli è bastato, perché ormai tra quella gente avevano trovato amici, legami.
Così gli “Hic Sunt Leones” hanno portato i fratelli di Massa Finalese sui loro campi, per giocare un’amichevole dove il terzo tempo ha contato più dei due tempi di gioco. Fratelli, finalmente e veramente. Non finirà qui, ormai è chiaro. “Anche se per noi era già un impegno, ci sembrava sterile portare un pugno di euro e andarcene”, spiega Roberto Terra, allenatore e (sempre meno) giocatore dei Leoni bolognesi. “Così abbiamo scelto di passare del tempo insieme, di dare una mano provando a sviluppare un progetto concreto di sostegno”. Coinvolgendo le altre squadre che in Italia hanno scelto di “adottare” società delle zone terremotate, come il San Precario di Padova e la polisportiva Assata Shakur di Ancona. “A metà ottobre ci rivedremo, insieme costruiremo qualcosa. Andremo avanti. Quello che è successo nelle terre colpite dal terremoto poteva capitare a noi”.
Ecco, pensare a un campionato da far ripartire, al pallone, allo sport significa esattamente questo. Per la gente di Finale è un “dopoguerra” difficile: ripartire dalle cose normali, da un calcio senza rabbia o vizi, riaccende il canale della speranza. E’ il messaggio dei Leoni, e ce lo teniamo stretto come un dono prezioso.

Piazza Grande, ottobre 2012

mercoledì 17 ottobre 2012

ASSENZE


Universidad de la Calle, ma una cultura che ciao, averne...
Tra via Lomella e il bar Gattuso, l’ippodromo e San Siro. A raccattar storie folli, strampalate, umanissime, disperate e piene di ironia.
Trent’anni esatti che ha chiuso l’Ufficio Facce. All’improvviso. E manchi sempre, Beppeviola…

venerdì 12 ottobre 2012

HALLER, BRASILIANO DI GERMANIA

L'ultima volta che intervistai Helmut. Per "La Voce del Campione", il libro con le interviste a 25 grandi stelle dello sport a Bologna. Era il 2007. Non chiamai Giacomino perché sapevamo tutti come stava e non volli disturbarlo. Anche Haller aveva avuto problemi notevoli di salute. Provava a riprendersi, e fu gentilissimo. Disse che quando lo chiamava qualcuno da Bologna era contento, perché gli riportava alla mente anni felici.
Ciao campione, eri la fantasia nel calcio...

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di Marco Tarozzi
 
Più di quarant'anni dopo, il vecchio ragazzo di Augsburg ha ancora nella memoria, nitidissimi, quei primi istanti della sua avventura bolognese. La città così nuova e così impossibile da capire in quella prima camminata di studio, durata pochi minuti. Più di quarant'anni dopo, Helmut Haller ha ancora un filo di allegria nella voce, mentre accende il canale dei ricordi.

 “Arrivai in treno dalla Germania, scesi in stazione e c'era Lele Sansone ad attendermi. Mi portò nella mia nuova casa, in via Amendola, e la mia prima passeggiata bolognese finì lì, più o meno trecento metri. Non si può dire che sia stata molto approfondita”.

Il tempo, del resto, non sarebbe mancato. Sei lunghi anni, passati a coltivare un amore che avrebbe resistito nel tempo, a giocare in Paradiso e ad alta quota, a regalare emozioni con quello stile divertente e divertito, da sudamericano più che da tedesco.

“Il problema, appunto, è che sono passati tutti questi anni dalla prima partita che giocai con la maglia rossoblù addosso. Il tempo vola, purtroppo. Era l'estate del '62, di lì a poco avrei iniziato il mio primo campionato italiano, stagione '62-63, e ci misi poco a capire che quel gruppo sarebbe andato lontano. Ero un ragazzino, ventitrè anni appena compiuti. Sansone mi aveva notato durante una partita della Nazionale tedesca contro l'Uruguay, in cui avevo fatto davvero ottime cose. Si era segnato il mio nome e al ritorno a Bologna aveva tanto detto e tanto fatto da far innamorare il presidente Dall'Ara”.

Già, il presidente. Il primo cittadino rossoblù, e anche il primo a invaghirsi di quel ragazzo tedesco che in campo si divertiva a far impazzire i diretti avversari, e quando proprio voleva strafare li metteva direttamente a sedere, ubriachi di finte e di dribbling. Brasiliano di Germania, appunto.

“Forse aveva ragione Italo Cucci, che una volta scrisse su “Stadio” che il sottoscritto era un napoletano nato per pura combinazione nel Nord Europa. Beh, io a fare amicizia con la gente ci mettevo davvero poco. E con Dall'Ara fu una specie di colpo di fulmine, per entrambi. Lui venne a vedermi tre volte in Germania, e in un paio di occasioni gli capitarono anche incidenti con l'auto sulla via del ritorno. L'ultima volta fu storica: avevamo chiuso da poche ore il contratto che mi legava al Bologna, Dall'Ara uscì dalla macchina ammaccata e gli chiesero se andava tutto bene. Nessun problema, rispose lui, il contratto di Haller non è andato perduto e questa è la cosa più importante. Era favoloso, Dall'Ara. E' vero che mi aveva preso a ben volere, ma le stesse attenzioni le aveva per Nielsen, per lo stesso Demarco. Nei confronti degli stranieri aveva la sensibilità di chi non vuole farti sentire la nostalgia di casa. Se ne andò troppo presto, non fece in tempo a vedere il capolavoro di Roma, ad accarezzare quello scudetto che era suo. Ma all'Olimpico giocammo davvero pensando a quello che aveva fatto per noi, e fu una forza in più, come se lui ci guidasse in campo”.

Il settimo sigillo, l'ultimo. E per molti è come se il tempo si fosse fermato lì, regalando paragoni scomodi a chi è venuto dopo. “Quella fu davvero una grande squadra, irripetibile credo. Eravamo tutti giovani, ragazzi tra i ventidue e i venticinque anni, e sembrava giocassimo a memoria. Tecnicamente ci superavano in pochi, e poi Bernardini ci dette tantissimo dal punto di vista tattico. Per me, così giovane, fu il massimo arrivare allo scudetto dopo appena due stagioni in Italia. In quel modo, poi, con quello spareggio e tutto il clamore che c'era stato per il presunto caso di doping. Fu emozionante, il più bel momento della mia carriera”.

Dopo nacquero certe storie metropolitane, magari ingigantite ma evidentemente alimentate da “fatti realmente accaduti”. Ma si sa, quando dentro un gruppo ci sono campioni di razza i dualismi diventano un prezzo da pagare. Haller e Nielsen, per esempio.

“Io e Harald avevamo caratteri diversi. Questo l'hanno capito tutti, direi. Ma in campo ci rispettavamo e ci capivamo al volo, poco ma sicuro. Il faro, comunque, era Bulgarelli, che già allora in campo si muoveva da leader riconosciuto. E personalmente ho amato molto il gioco di Fogli. Lui sì che sembrava un brasiliano, quando toccava la palla. Davvero, giocavamo un football formidabile, tecnicamente eccezionale. Ma non ricominciate con quella storia. Io Nielsen non l'ho mai odiato”.

Qualche anno fa, il Bologna si è ritagliato di nuovo un po' di spazio in Europa, anche se i tempi e le ambizioni sono cambiate. D'altra parte, quel Bologna che faceva tremare il mondo non ebbe troppa fortuna europea. “Penso a quelle sfide stregate contro l'Anderlecht. Perdemmo 1-0 a Bruxelles, al ritorno vincevamo 2-0 e loro segnarono il gol del 2-1 nei minuti finali. Andammo a giocarci lo spareggio a Barcellona e ci capitarono non so più quante occasioni. Niente, il pallone non voleva saperne di entrare in porta. Avremmo potuto giocare tre ore in fila e mi sa che saremmo rimasti inchiodati sullo 0-0. Alla fine ci condannò una maledetta moneta. Ma resto convinto che quella squadra, in quegli anni, avrebbe potuto fare strada in Coppa dei Campioni”.

L'antico ragazzo guarda avanti, ma ha ricordi così belli che non può evitare di sfogliarli, ogni tanto. “Ma cerco di evitare troppi paragoni tra il calcio di allora e quello di oggi. Dico solo che adesso è tutto molto più rapido, e la tecnica è un dono sempre più raro. E si gioca troppo, aumentano gli infortuni e non è un caso. Sessanta partite all'anno sono troppe, non ci sono i tempi giusti per il recupero. Noi potevamo giocare tranquillamente fino a trentotto, trentanove anni, ora ci si consuma più in fretta. Del resto, ai miei tempi ci si allenava molto meno. Ma eravamo più eleganti, non vedo più il gusto del dribbling, dell'uno contro uno”. Helmut Haller ci andava matto, e con lui il popolo rossoblù. “Ero molto sentimentale nei confronti del pubblico. Ma con giudizio, s'intende: guardavo sempre prima al risultato, ma se poi si poteva regalare un po' di spettacolo alla gente, perché negarsi?”

Il calcio di oggi regala anche contratti miliardari, impensabili quarant'anni fa. Rimpanti? “E perché? Undici anni d'Italia, tra Bologna e Torino, mi hanno regalato tre scudetti e mi hanno fatto crescere anche come uomo. Ho una scuola calcio, ho allenato i ragazzini, ho fatto lezioni anche a Cuba e in Giappone. Se stai in mezzo ai giovani resti giovane. Beh, a dirla tutta un rammarico ce l'ho: ho pensato per anni a una bella partita con i compagni di allora, magari da giocare in Riviera contro la Nazionale cantanti, per beneficenza, qualcosa di bello che ci accendesse anche il canale dei ricordi. Sì, è un sogno che non sono riuscito ad avverare. Ma le occasioni per girare intorno a Bologna le ho avute, anzi me le sono create. Quando vengo lì è sempre un po' come tornare a casa”.

HELMUT HALLER è nato ad Augsburg, in Germania, il 21 luglio 1939. Regista votato all'attacco, arrivò a Bologna dalla squadra della sua città nel 1962. Restò in rossoblù per sei stagioni, collezionando 179 presenze e 48 reti, e vincendo lo storico settimo scudetto, nel '64. Nel '68 passò alla Juventus, dove avrebbe vinto altri due scudetti nel '72 e nel '73. Con la Nazionale tedesca ha debuttato a 19 anni, nel '58, e ha partecipato a tre Mondiali: Cile '62, Inghilterra '66 (suo il gol d'apertura della finale vinta dagli inglesi), Messico '70.