venerdì 23 maggio 2014

TONY CORRE LIBERO



di Marco Tarozzi

Anton Krupicka sorseggia con calma un espresso nel lounge bar di un albergo ai piedi dell’Appennino bolognese. Il suo sguardo è intenso ma rilassato, trasmette tranquillità. Ogni tanto butta un occhio verso la collina, che incombe senza minacciare. Non è casa, ma è comunque il suo mondo. Quello che punta dritto verso l’alto, che dimentica le strade facili e si infila nel verde della natura. Il mondo, quando tende alla semplicità, è davvero un bel posto in cui vivere.
Il tour europeo del campione statunitense di ultratrail ha subìto un brusco stop proprio dove lui avrebbe voluto non fermarsi mai: durante la sua prima partecipazione all’UTMB, la grande corsa del Monte Bianco per cui aveva attraversato l’oceano. Un problema tendineo al cavo popliteo, che già lo aveva infastidito nel corso della preparazione negli States e che ancora lo costringe a un periodo di recupero e riposo per lui insolito, lo ha costretto ad abbandonare la corsa mentre lottava per la vittoria, nei pressi del Gran Col Ferret. Brutta botta per il morale, ma Tony non è tipo da mollare facilmente. Volta pagina, si gode questo viaggio europeo e quasi si meraviglia dell’affetto con cui lo hanno accolto in Italia, e del fatto che tanta gente conosca la sua storia e il suo modo di interpretare la corsa. Quando gli ricordiamo che da queste parti lo chiamano Tarzan, il sorriso si trasforma in risata. Allegra, contagiosa.

“E’ divertente, no? Voglio dire, io non sono il tipo che si mette a correre nella giungla. Vado in montagna, nei boschi, lungo sentieri impervi, ma la giungla mi manca. Okay, credo sia a causa di come mi presento in corsa. Senza troppi orpelli, spesso a torso nudo. Va bene, ci sta, se vi piace chiamatemi pure così, ma la mia è una storia diversa”.

Una storia iniziata in Nebraska, la terra natale, e quasi subito votata ai ritmi della corsa offroad.

“Facevo le scuole elementari, avevo quasi undici anni e ricordo una gara sul miglio che mi aveva attirato. Mancavano un po’ di giorni all’appuntamento e decisi che il modo migliore per arrivarci preparato fosse correre esattamente quella distanza, un miglio, ogni giorno. E lo feci. Ci ho messo poco a incrementare le distanze, e subito ho sentito un miglioramento nella mia vita. Dal punto di vista fisico e da quello mentale. Non ho più smesso di correre”.

A modo suo. Uscendo dalle strade più battute, cercando boschi, sentieri, quel mondo che ci affascina e in cui quasi non sappiamo più immergerci.

“Io ho avuto fortuna, le contingenze mi hanno aiutato. In Nebraska abitavo in una zona non certo affollatissima, a due passi dal bosco. Soprattutto, per raggiungere una strada asfaltata dovevo correre molte miglia. Mi sono abituato da subito a correre come faccio ancora oggi, immerso nella natura, e ho iniziato ad amare quelle sensazioni. A sedici anni ho corso la mia prima maratona, d’istinto. Senza una preparazione specifica. Ho sentito che affrontare distanze più lunghe era nelle mie corde, e ho seguito quella strada”.

Il trasferimento per motivi di studio in Colorado, a diciotto anni, ha reso ancora più limpidamente estrema quella scelta.

“Oggi faccio base a Boulder, a quasi 1700 metri di altezza sul livello del mare, e ho trovato la dimensione giusta per vivere. Abito a cinque minuti dal centro della città, ma dietro casa ho già la natura che incombe, meravigliosa. A pochi metri passa un torrente di acqua ghiacciata e cristallina, una cura perfetta per le infiammazioni post-gara… Poi vegetazione fitta e strade che vanno all’insù, proprio come piace a me”.

Pensieri di un runner molto particolare. Uno abituato a convivere con sé stesso, e la cosa deve piacergli parecchio. Uno che sa riflettere sulla corsa e sulla vita. D’altra parte, quello in filosofia è stato il secondo “academic degree” che Tony si è messo in tasca, dopo quello in fisica. “Un po’ Aristotele e un po’ Galileo”, spiega scherzando. E poi è arrivato anche il diploma in geologia, che per uno così legato alla terra e alla natura ha un suo significato. Gli serviranno, assicura. Adesso, a trent’anni, pensa a correre da professionista. Potrebbe sembrare un controsenso: il cultore della vita semplice e naturale che campeggia sui manifesti di aziende di materiale tecnico all’avanguardia. Tony ha una spiegazione, ed è convincente.

“Questa domanda me l’hanno fatta in molti, c’è stata anche qualche polemica nel mio Paese. Io faccio il professionista, oggi come oggi. Il che non significa che corra perché mi pagano, lo farei comunque. Ma dico che la gente compra le scarpe, e che io stesso quando corro devo usarle. Mi occorrono. Non vedo come una cosa tanto grave il fatto che io abbia uno sponsor, e che magari provi a dare il mio contributo perché quei prodotti possano migliorare, e servire anche ad altri. New Balance, l’azienda che mi sostiene, sanno come la penso: li aiuto a progettare cercando il massimo della semplicità. Mi piace correre e sentirmi correre, non so se mi spiego…”

Togliere, togliere e ancora togliere. Arrivare all’essenza. Per sentirsi, probabilmente, più vicino alla terra che calpesta con venerazione e rispetto. Niente orpelli, niente pesi inutili. Nessuna concessione al superfluo. La filosofia di Anton Krupicka, prendere o lasciare.

“Credo che la corsa sia il miglior modo di esprimermi, tra i tanti che ho. O almeno, quello in cui mi sono espresso meglio finora. E’ parte di me, ed è naturale. Cosa c’è di più naturale di quel gesto? E’ semplice, primordiale. Gli animali corrono, e noi siamo animali anche se ormai ce ne siamo dimenticati. Ma per millenni abbiamo vissuto come tali, ascoltando i nostri sensi. Ecco, io cerco di tornare a quel modo di sentire, quando sto correndo. E’ l’attività più pura e genuina che conosca, non posso riempirla di altri significati, la appesantirei. Per me è una specie di ritorno alle radici, all’essenzialità. Credo di essere esattamente quello che si vede e si intuisce di me, come atleta e anche come uomo. Un tipo spontaneo. Che dà un significato alle cose che fa. Io non corro mai per vincere, corro per vivere”.

Con quella faccia un po’ così, da orso solitario e generoso, fa parte di quella ristretta cerchia di atleti che hanno cambiato faccia, e ritmo, alla specialità. Fonti di ispirazione per gli appassionati, sempre più numerosi, che scelgono un nuovo tipo di approccio al podismo. Quasi una vita da caposcuola, di quelle che ti fanno sentire addosso il peso della responsabilità.

“Non so se posso essere definito così. Di sicuro c’è attenzione, atleti come me o Kilian Jornet sono seguiti e apprezzati. Ma tanti altri, che sono venuti prima di noi, hanno contribuito a far crescere il movimento. Certamente io penso di avere un approccio originale, diciamo così, alla vita, e questo può aver colpito gli ultrarunners. Quello che so è che ho vissuto per immergermi nella natura, per correre e scalare montagne, girando l’America con poco e praticando il coach-surfing per non finire sul lastrico… E l’ho fatto per conoscere posti nuovi, per sperimentare. Mi piace interagire con l’ambiente nel quale mi muovo, ho visto luoghi unici e meravigliosi, paesaggi davanti ai quali mi sono sentito in pace col mondo. Quando li cerco, non mi penso mai in una posizione di leader, non ragiono su ciò che le mie azioni possono significare per altri. Non faccio calcoli di questo tipo, sono abituato a vivere le mie esperienze spontaneamente”.

Nella sua “prima volta” nelle Alpi non ha avuto la fortuna dalla sua. Ma lui non demorde, ha già messo in agenda l’UTMB per l’anno che verrà. E intanto ne approfitta per fare un po’ di promozione, per prendere confidenza con i “landscapes” d’Europa, per scoprire stupito che da queste parti è davvero un’icona. Questa terra non assomiglia alla sua terra, ma gli piace.

“Grandi montagne, belle da scalare. Prima di arrivare a Chamonix pensavo tra me e me: beh, ragazzo, non sarà una passeggiata. Ed è stato così, anche prima del ritiro. Però avevo addosso una grande eccitazione, aspettavo questi momenti. E tornerò, sicuro. Dal punto di vista tecnico, queste sono montagne complicate. Anche in America, del resto, abbiamo corse molto dure, seppure diverse. Penso alla “Hardrock”, che ancora non ho affrontato: credo non abbia molto da invidiare a queste vostre corse, anche se a me piace soprattutto perché è una gara… come dire… più intima, senza una partecipazione così numerosa. Alla fine, mentre ero in gara mi dicevo che sì, quella del Monte Bianco è una gara impegnativa, ma comunque resta una gara di trail e quando uno è in corsa, corre e basta. Resta il fatto che l’UTMB ha un’organizzazione pazzesca, impensabile da noi”.

Poi, basta aprire il capitolo “preparazione” per capire che abbiamo di fronte un grande talento eppure un ragazzo semplice, che non ha la malizia di mettersi a fare calcoli, né analizza troppo le performances. Uno naturale, appunto. Come piace a lui.

“La mia preparazione in vista di una gara? Non sono di quelli per cui ogni giorno dev’essere il migliore, e che vorrebbero viaggiare sempre al massimo. Cerco l’intensità del lavoro, certo, ma anche la naturalezza del gesto. E ascolto il fisico: se vedo che non è giornata, non mi impunto sulla riuscita di un lavoro. Alimentazione? Diete non ne faccio di sicuro. Bevo molto caffè, pure troppo, e mi piacciono i croissant, e bere di tanto in tanto una bella birra fresca. Dovrei ingurgitare meno zuccheri, lo so, ma che volete farci? Qualche soddisfazione bisogna togliersela…”

Eric Cantona, in uno splendido film di Ken Loach, ricordava come miglior momento della sua carriera un passaggio vincente, piuttosto che un gol. Tony Krupicka è sulla stessa frequenza: la gara più bella, per lui, non è una vittoria ma un secondo posto.

“Western States 100, nel 2010. Ce la siamo giocata con Kilian Jornet e Goeff Rose, è stata una gara vera. Quando Goeff sta come stava quel giorno, non ce n’è per nessuno. E infatti l’ha vinta lui, e io dietro, ma entrambi abbiamo fatto meglio del vecchio record. E dopo quindici ore e cento miglia di gara, ci hanno diviso appena sei minuti. Indimenticabile. Però, se mi chiedi chi è il migliore di tutti, non ho dubbi: quando sta bene, o semplicemente quando decide che deve vincere, Kilian è di un altro pianeta. Io sono qui, a questa altezza, lui è lassù. Gli italiani? Conosco Marco De Gasperi, un talento, e naturalmente l’intramontabile Marco Olmo”.

Il gioco, prima dei saluti, è analizzare il buon corridore in percentuali. Farlo lavorare di gambe, di testa e di cuore, e poi chiedergli che cosa conta di più.

“Dipende. La mente ha bisogno del corpo, e viceversa. Ma più allunghi la distanza, più la testa diventa fondamentale. Dopo le sessanta miglia di gara, è quella che decide dove arriverai”.

Il sole si alza sull’Appennino. Tony vorrebbe essere in mezzo a quei sentieri, che si vedono anche da qui. Non può, non potrà per qualche tempo. La corsa gli manca maledettamente, perché è uno stile di vita, un’abitudine che non pesa. Per questo il professionismo non è pressione, né peso.

“Io ora sono qui, ma domani potrei non essere più un professionista, finire lontano dalle ribalte. Ma so già che sarei comunque un tipo che corre, perché non so resistere al richiamo di un sentiero sterrato in montagna, di una strada mai battuta prima. L’ultratrail è il mio mondo, lo preferisco alle grandi gare d’avventura dove per correre ti servono soldi, sponsor, mezzi. Sarà sempre la mia scelta, anche quando non avrò più il sostegno economico che ho oggi. Continuerò a correre e a vivere come piace a me. Libero”.

 Runner's World, ottobre 2013

 

"LODO", DI CORSA DA ATENE A SPARTA


 
di Marco Tarozzi

Il 27 settembre del 2004, Lodovico Lodi prese la solenne decisione. Stop al fumo, basta con le sigarette. Per sempre. Nove anni esatti dopo, il 27 settembre del 2013, “Lodo”, come lo chiamano gli amici a Bologna, ha realizzato il sogno della sua vita da corsa, diventando un “finisher” alla Spartathlon. Uno dei dodici italiani che ce l’hanno fatta quest’anno, il primo bolognese in assoluto. Tra queste due date, che magicamente coincidono, ci sono quaranta maratone, trentadue gare di ultratrail, dieci “100 chilometri” (comprese quattro edizioni del Passatore), due 24 ore. E una bella storia da raccontare.

Lodovico era uno di quelli da “paglia e balotta”, come dicono da queste parti. Sigaretta per rilassarsi e voglia di stare in compagnia con gli amici. Possibilmente al Madigan’s, il pub appena dentro porta Lame che era, ed è ancora “una specie di seconda casa, per me…”. E aveva altre passioni, ovviamente. Suonava la chitarra piuttosto bene in un gruppo heavy metal, amava la fotografia. Passione, quest’ultima, trasmessa da papà Gabriele, insieme a cui oggi porta avanti un avviatissimo studio fotografico in centro. E poi c’era la moto, da cavalcare in libertà, in stile Easy Rider. C’era tutto questo, nella vita di Lodo, e moto altro ancora. Ma non c’era la corsa.

“Poi è successo quello che capita a molti: senza fumare, ho messo su qualche chilo di troppo. Ho scoperto di avere il colesterolo alto, valori un po’ sballati, e ho cominciato a muovermi per rimettere in sesto la macchina. Tre chilometri, poi cinque, dieci. Sono arrivato a correre la prima maratona nel 2009, appena quattro anni fa. Mi sono sentito meglio, soprattutto mentalmente. Allora mi è venuta la curiosità di esplorare i miei limiti, capire dove avrei potuto arrivare con un po’ di determinazione. Non sono riuscito a fermarmi. La corsa è una passione che non ti abbandona più, lo sappiamo. Solo che io ho continuato ad allungare i chilometri nelle uscite, e più allungavo più mi piaceva…”

Se pensate a un fanatico del running estremo, siete fuori strada. “Lodo” è un uomo tranquillo che facendo sport ha trovato un equilibrio interiore ammirevole. Le sue avventure sono sfide personali che non necessariamente diventano lotte col cronometro. Alla Spartathlon, per dire, ha chiuso al 128mo posto, in 35 ore, 36 minuti e 38 secondi. Una ventina di minuti sotto il limite massimo. Una scelta. “Perché io su quelle strade ci tornerò, e questa volta avevo solo due obiettivi in testa: capire questa corsa e arrivare in fondo. Fatte le debite proporzioni, anche il grandissimo Ivan Cudin (terzo anche quest’anno nonostante una caduta sul Partenio, ndr) ha iniziato studiando il percorso, con un settimo posto, prima di vincerla due volte in fila, nel 2010 e nel 2011. Io non sono Ivan, si capisce. Sono una persona normale che ha un fisico allenato, tutto qui. Non sarò mai là davanti, a giocarmi una vittoria. Ma ho allenato abbastanza la mente per vincere la mia personalissima gara: questa volta volevo tagliare il traguardo e toccare, subito dopo, il piede di Leonida, un gesto di rispetto che significa anche sfiorare il mito con la mano”.

Quella leggenda Lodovico l’aveva in testa da tempo. Ma alla Spartathlon non si arriva per caso, e non si corre per scherzo. A un certo punto, ha capito che questo sarebbe stato l’anno buono.

“E’ la corsa che mi affascina più di tutte, in Europa. Ed è dura, ovviamente: 245,3 chilometri con circa tremila metri di dislivello e la salita al Monte Partenio, dopo 155. A suo modo crudele: lungo il percorso ci sono settantacinque check-points, se arrivi in ritardo anche soltanto in uno sei fuori. Ti tolgono il pettorale. A un italiano è successo dopo 220 chilometri di gara. E’ come se ti urlassero in faccia “This is Sparta!”, hai presente la scena del film “300”? Ma è come correre immersi nella leggenda. Si dice che in cima al Partenio Filippide abbia incontrato il dio Pan, che gli affidò il suo messaggio contro il disamore degli ateniesi. La sua leggendaria ira ha dato vita al termine “panico”, e io quel panico l’ho provato, salendo di notte lungo i sentieri del monte. Sì, ho avuto anche paura: di cadere, di dovermi ritirare, di sentirmi solo. E all’alba ne sono uscito rafforzato”.

Storia di lunghe corse e di profonda umanità. Come quella che ha legato, per tanti chilometri di gara, Lodovico e altri due italiani. Un viaggio insieme che si è trasformato in una bella amicizia. “Loro sono Giuseppe Cialdini e Loris De Palma. L’ultima parte della gara, la più difficile anche dal punto di vista emotivo, l’abbiamo vissuta insieme. Dividendo tutto, a cominciare dal nostro grande sogno. Ci siamo fatti coraggio, ci siamo aiutati a vicenda, e ancora mi emoziona ripensare a quei momenti. Per questo, appena superato il traguardo, abbiamo intrecciato le nostre mani e la statua di Leonida abbiamo avuto toccarla insieme. E’ stata una conquista corale, tre volontà forti per un unico obiettivo”.

Ma Spartathlon è altro. Una preparazione che per “Lodo” è quasi allegria, perché nonostante l’impegno e la fatica lui non riesce a vedere la corsa senza divertimento. “Non sono uno che fa dell’allenamento un assillo. Ma in questo periodo ho comunque affrontato in media una ultratrail e una maratona al mese. Non so se continuerò così, è un impegno importante, fisico e anche economico. Però mi è servito. Ricordo che ad agosto non c’erano gare dalle mie parti, e allora quando i miei genitori andavano al mare li seguivo, e sulla via del ritorno mi facevo scaricare a Forlì e mi facevo settanta chilometri a piedi fino a Bologna, sulla via Emilia. Una domenica ho trovato a farmi compagnia la staffetta podistica che andava in città per commemorare il 2 agosto. E’ stata una scoperta piacevolissima: ho trovato ristori, assistenza, forze dell’ordine a regolare il traffico e una compagnia che cambiava di continuo, perché loro si passavano il testimone e io ero l’unico fattore che non cambiava mai. Un bel modo di fare nuove amicizie”.

Lodovico è un “finisher”, ha corso da Atene a Sparta senza fermarsi né dormire per un giorno e mezzo. Ma non si sente un eroe per questo.

“Gli eroi sono altri, anche fuori dalla corsa. Io sono un uomo normale che si mette alla prova. E se mi danno del pazzo dico che è vero, noi ultramaratoneti siamo una bella banda di matti. Ma è pazzo anche chi se ne sta sei ore su un divano a guardare la televisione, chi non fa un passo senza usare la macchina, chi non cura sé stesso col movimento. Ci siamo dimenticati da dove veniamo. Eravamo cacciatori e corridori, il corpo umano è quello di allora, ma si è “cementato”. Io provo soltanto a liberarmi dalle scorie, ed è un gioco di gambe, cuore e soprattutto cervello. Non voglio insegnare niente a nessuno, ma la corsa mi fa stare bene e nell’ultratrail ho scoperto il mio mondo. Fatto di gente semplice, di rapporti veri, di lacrime di rabbia e di gioia. Non ne uscirei per nulla al mondo”.

Runner's World

sabato 28 settembre 2013

GIGI, CHE NUOTAVA VERSO LA LIBERTA'




Addio a Salmi, promessa dell’atletica negli anni Sessanta e leggenda
del nuoto Master bolognese in tempi recenti. Era nato nel 1950


di Marco Tarozzi

Ci si sente sempre un po’ più soli, e più poveri, quando a lasciarci sono le persone vere. Quelle che hanno onorato la vita coltivando valori come la passione, il rispetto, l’armonia, il talento. Quelle che avevano (e hanno) qualcosa da dirci, e quel qualcosa ce l’hanno lasciato addosso come un’eredità.

Gigi Salmi era una di quelle persone. Ed era un grande uomo di sport, per quanto sconosciuto ai più, avendo passato la vita a minimizzare le sue imprese. Un po’ per un innato senso di orgogliosa modestia, un po’ perché non era il tipo da mettersi a sfogliare l’album dei ricordi: valicato il muro delle sessanta primavere, continuava a fare progetti e a mettersi in gioco, senza voltarsi indietro. Una quercia dritta che aveva passato anche momenti delicati, difficili, ma ti metteva addosso un’idea di “forza dentro” meravigliosamente spaventosa, roba che niente e nessuno sarebbe riuscito a spezzare. Così credevamo, senza tener conto della bestialità di certi mali che agguantano subdoli e spazzano via senza lasciare il tempo di pensare, di far su la propria vita come una stanza da riordinare.

Pierluigi Salmi da ragazzo faceva atletica leggera. Da protagonista. Già lo chiamavano Gigi, era un talento in sboccio, giocava col cronometro con tempi eccezionali. Di lui si ricorda un 2:29 nei 1000 metri stampato ad appena diciassette anni, e un 3:54:6 nei 1500 ottenuto un anno dopo, nel lontano 1968 e su una pista in terra rossa. Sembrava destinato a chissà quale futuro, e aveva già iniziato a farsi notare su ribalte internazionali, quando un problema ai reni lo costrinse a dire basta alla corsa, alla pista, all’atletica.

Sportivo nell’anima, passò al nuoto e in età più matura ne divenne un’icona, a Bologna. Tra i primi a sposare la filosofia delle “acque libere”, oggi splendidamente rappresentata da un’altra bolognese felice e vincente, Martina Grimaldi. Gigi è stato una leggenda tra i Master, ha vinto tanto, è salito molte volte sul podio ai campionati italiani, ma nessuno ha mai sentito dalla sua voce l’elenco dei trionfi e dei trofei. A lui, del nuoto come dell’atletica e in generale dello sport, interessava il lato umano. Cioè la conoscenza di quelli che popolavano quel mondo, che era anche il suo. E’ stato un maestro per tanti, ma alla forza dei risultati ha sempre unito quella aggregante della sua umanità, che conquistava il prossimo. Non entrava nella vita altrui mostrando medaglie, era molto più facile che fosse lui a dichiarare ammirazione per gli altri, con una disarmante e serena sincerità. Con addosso la sicurezza spiazzante di un maestro zen, che ti spiega la vita facendoti credere di farsela spiegare.

Allegro, compagno di vita e di discussioni spesso profonde, a volte goliardico, sempre tenace nella sua dedizione a una disciplina, il nuoto, che lo faceva sentire libero e parte di un mondo che avvolge e compenetra, il mondo magico dell’acqua di cui si era innamorato. Lascia la moglie e due figlie ancora troppo giovani. Come in fondo sapeva essere lui, un ragazzo del 1950 che nel mare sembrava aver trovato un segreto per l’eterna giovinezza. Per questo oggi le vigliaccate del destino ci sembrano qualcosa di inimmaginabile, prima ancora che assurdo.

Renonews, 23 settembre 2013

martedì 6 agosto 2013

ADDIO A BALLACCI, IL "GUERRIERO" CHE TENEVA TESTA A DALL'ARA



di Marco Tarozzi

Dino Ballacci aveva fatto il partigiano. Brigata Osoppo. Combatteva per liberare la sua terra proprio come aveva imparato a combattere sui campi di calcio, fin da ragazzino. E come avrebbe fatto ancora per anni a guerra finita, vestendo per dodici lunghe stagioni la maglia del suo Bologna.
Aveva iniziato a tirar calci all’oratorio di Sant’Egidio, e lì l’avevano scoperto Biavati e Sansone. Trafila nelle giovanili rossoblù, poi appunto la guerra e un ritorno in campo non immediato, perché il presidente Dall’Ara si accorse che il ragazzo non era tornato dalle colline con la condizione dell’atleta. Qualche settimana a fare l’impiegato, poi finalmente (e di nuovo) una maglia rossoblù da indossare. Stando dietro, in difesa, a controllare gli avversari più pericolosi. Con una grinta e una tenacia che ne avrebbero fatto un titolare inamovibile di lì a un paio di stagioni. Un metro e ottanta di carica e “cattiveria” agonistica, un gladiatore quasi insuperabile sulla fascia sinistra. E un carattere altrettanto combattivo.
Restano nell’aneddotica rossoblù le estenuanti trattative con Dall’Ara per i rinnovi del contratto, col presidente che, narra una leggenda non molto lontana dalla realtà, lo riceveva con una pistola in bella mostra sul tavolo della scrivania, e allora Dino aveva preso l’abitudine di presentarsi anche lui con un revolver alla cinta, sai mai. Poi, comunque, alla fine l’accordo si trovava sempre…


E ancora, quello storico faccia a faccia con Gipo Viani, che gli agitava i pugni davanti alla faccia. E lui non arretrava un metro: “Come allenatore la rispetto, come uomo non provi a mettermi le mani addosso o la rovino…” Forte come una roccia, generoso come chi ha passione per quello che fa. 306 presenze in rossoblù, che gli valgono un posto tra i primi venti “fedelissimi” di tutti i tempi. Una presenza anche in azzurro, a Milano contro l’Egitto, subentrando a Cervato. Nel Bologna, nel suo Bologna, fino al 1957, prima di andare a chiudere la carriera passando da Lecco, Lucchese, Portogruaro. Dove avrebbe fatto anche l’allenatore-giocatore scoprendo ragazzini che si chiamavano Furlanis e Cimpiel, e segnalandoli subito al suo Bologna. Perché l’amore è tutto.

E poi una lunga trafila da tecnico, a Reggio Emilia, Prato, Catanzaro, Catania, Arezzo, Pistoia, Ancona, Massa, Isernia. La provincia profonda dove il pallone è un Dio minore che incanta e innamora. Ad Alessandria se lo ricordano bene: perché è stato il tecnico dell’ultima promozione in B, ormai quasi quarant’anni fa, e perché un giorno attaccò al muro un giovane piuttosto arrogante che aveva parlato male di lui, tale Luciano Moggi…

Dino Ballacci viveva da tempo nella campagna imolese, ma fino a un paio d’anni fa se ne stava spesso e volentieri in compagnia di chi amava gli stessi colori, tifosi e amici che non mancavano di invitarlo a feste a tema rossoblù. Se ne è andato a ottantanove anni, a raggiungere quelli della gloria e della storia, campioni che non incontreremo più e non dimenticheremo mai. E lì ci sarà posto anche per lui, il partigiano che non ha mai smesso di battersi per passione.

Renonews, 6 agosto 2013


mercoledì 31 luglio 2013

CIMPIEL: “IL MIO CALCIO TRA EUSEBIO E PELE’”


di Marco Tarozzi

Paolo Cimpiel non ha mai smesso di correre in mezzo alle praterie del calcio. Le attraversa tranquillo, con un sacco pieno di palloni e un altro stipato di ricordi. I primi li usa per insegnare il verbo ai ragazzi, a quelli che non l’hanno mai visto tra i pali ma sanno che il mister è un tipo in gamba, che ci sa fare. I secondi li tira fuori uno alla volta, con pudore e senza enfasi, e sono storie che arrivano da un altro calcio, da un altro mondo. Come le leggende: antiche, immortali. Lo ha fatto anche quella splendida sera di giugno in cui si sono aperti i cancelli del Dall’Ara per parlare di Bologna, di emozioni da stadio, di calcio vero sotto la luna. E i suoi aneddoti hanno stregato i fortunati che c’erano.
Paolo è stato un globetrotter del calcio, ma ha sposato una bolognese e alla fine è tornato a Bologna, o meglio a Casalecchio, per restarci definitivamente. In casa, in bella mostra come un trofeo, tiene la foto che vale una vita nel calcio: lui con la maglia dei Toronto Metros, Pelè con quella dei Cosmos. Belli fermi, in posa insieme, sorridenti. Da raccontare, ma una cosa per volta: prima ci sono i ragazzi.
“Mi piace lavorare con loro. Dico, lavorare: lo sanno che c’è un momento per il gioco e uno per fare sul serio, in campo bisogna fare la cosa giusta. Ora alleno insieme al “mitico” Villa, mi diverto sempre anche se i giovani non hanno più voglia di stare in porta, hanno quasi paura. Dei genitori, soprattutto… E’ destino, finirò col perdere il lavoro…”.
Intanto, però, imparano l’arte che Cimpiel ha insegnato a tanti. “Dieci anni alla Compagnia atleti, a crescere giovani talenti che si chiamavano Toldo, Seba Rossi. E poi il Bologna, prima dell’arrivo della dirigenza Gazzoni”.




Il Bologna, appunto. Parte da lì, la storia. Primi anni Sessanta: Paolo Cimpiel, classe ’40, è un portierino nato ad Azzano, provincia di Udine, e cresciuto nel Portogruaro. “Prima, nelle sfide di paese, incrociavo Zoff che abitava a pochi chilometri da me. Una volta giocammo in un posto che non aveva nemmeno le docce, e finimmo a sciacquarci in un lavatoio. Dino se lo ricorda ancora. Poi lui andò all’Udinese e io al Portogruaro dove mi vide Ballacci, ex rossoblù, spedendomi a Bologna nel ’59”.

Gavetta in Serie C, a Trapani. Poi il ritorno a Bologna e il lancio in prima squadra, con Bernardini. “Prima in Mitropa Cup, dove vincemmo. Poi in campionato, al posto di Santarelli. Era il ’62-63, l’anno del “così si gioca solo in Paradiso”. Eravamo forti, anche se spesso inciampavamo con le grandi. Avevo iniziato bene, ma poi arrivò la maledetta domenica contro la Juve.Presi un gol impossibile da metà campo e ciao… Allora un portiere di ventidue anni non dava sicurezza, si cercava il numero uno più maturo. Era la prassi. Non ebbi più chances, e l’anno dopo arrivò Negri. Iniziai a girare l’Italia, prima in prestito, poi a titolo definitivo dopo la morte di Dall’Ara. Brescia, Verona, Catanzaro. Ma intanto mi ero sposato con Marina, che è nata qui e non si sarebbe spostata per niente al mondo, e sapevo che a Bologna alla fine ci sarei tornato”.

Altre tappe. Cesena, con la promozione in B, tre anni fantastici a Taranto, il Pescara dove Cimpiel arrivò chiamato da Tom Rosati, guadagnandosi un’altra promozione. “Ma anche lì dopo un paio di stagioni arrivò Piloni dalla Juve e dovetti farmi da parte. Ormai avevo trentacinque anni, la catena era lenta. Dissi basta”.

Mentre sta appendendo i guanti al chiodo, Paolo riceve la telefonata che gli allunga la carriera. Da Toronto. “Chinaglia aveva già scelto l’America, e anche Bulgarelli e Perani l’avevano assaporata. Giacomo aveva giocato nell’Hartford, in Connecticut. E Marino, che aveva accompagnato Bob Vieri da dirigente rossoblù, finì per divertirsi un’estate laggiù in maglietta e calzoncini. Era il ’76, non è che pensassi di diventare miliardario, attraversando l’oceano. Ne parlai con mia moglie, decidemmo di andare a divertirci, a scoprire un mondo nuovo. A quell’epoca mica giravano i soldi di oggi, ma quell’esperienza mi ha arricchito dentro, questo posso dirlo. Ho coltivato amicizie che durano ancora, ho anche vinto un campionato. In squadra con un certo Eusebio, scusate se è poco. Certo, era a fine carriera, aveva giocato un paio di campionati in Messico, ma ai fuoriclasse il tempo non può togliere il talento. New York ho giocato contro Chinaglia e Pelè, a Toronto ho portato ‘O Rey e Beckenbauer nella comunità italiana, che è numerosissima. Organizzammo anche un’amichevole per raccogliere fondi per i terremotati del Friuli, e loro non mancarono”.

 
 
Due anni in Canada, il ritorno in Italia e figurarsi se Paolo Cimpiel dice basta. “Arrivo a trentotto anni e qui hanno appena riorganizzato la terza serie in C1 e C2. Mi chiama l’Osimana, per andare a fare la chioccia a un paio di giovani emergenti. Loro si infortunano e io torno tra i pali. Fino a quarant’anni suonati. E le sfide più belle erano quelle con l’Elpidiense. Lì c’era Ricky Albertosi, ci guardavamo e ci scappava da ridere. Era una bella rimpatriata tra nonni”.
Ma poi, certo, era destino chiudere la saracinesca prima o poi. Era destino ritrovare Bologna, il calcio con le stellette e una parentesi rossoblù troppo breve. Prima di mettere radici a Casalecchio, per insegnare il mestiere ai ragazzi. Che qualcuno, in campo ad ascoltare calcio, ci sarà sempre e comunque.

Bologna Rossoblù, agosto 2013
 


giovedì 27 giugno 2013

FIASCONARO E QUEL RECORD IN BIANCO E NERO


Marcello Fiasconaro
27 giugno 1973, Arena di Milano
800 metri in 1:43:7
Nuovo record del mondo

Avevo tredici anni. L’Arena era un catino in bianco e nero dentro la tv che trasmetteva il “Rischiatutto”, ma anche “Il Poeta e il Contadino” con due pazzi surreali e in anticipo sui tempi che si chiamavano Cochi e Renato. Era quella la mia tv, e l’atletica come altri sport (il pugilato di Benvenuti e Griffith appena qualche anno prima, quello del ritorno di Muhammad Ali sul ring, la pallanuoto della Pro Recco e di Eraldo Pizzo e Alberto Alberani, i documentari su Walter Bonatti) ci entravano ancora dalla porta principale.

Avevo tredici anni e “March” piombò nella mia vita a grandi falcate. Il tempo di correre 800 metri più veloce di chiunque al mondo. Il tempo di far soffocare un campione come Jozef Plachy, che aveva provato a stargli dietro, fino a trovarsi con le gambe di marmo e la disperazione negli occhi. “March” veniva dal Sudafrica, aveva ovviamente una passionaccia per il rugby e qualcuno lo aveva convinto a correre, vedendolo volare sul campo. Per questo era arrivato in Italia, posto della memoria: papà Gregorio era di Castelbuono, uno dei luoghi sacri della corsa nel nostro Paese. Lì ancora oggi il bar-pasticceria in piazza Margherita, cuore del paese, si chiama Fiasconaro. Un cognome comune, e parentele. Sono partiti in tanti, da lì, cercando un’altra vita.

Avevo tredici anni e mi incantai davanti a quella corsa scombinata e potente, a quel gesto atletico che mi ispirava libertà, come i capelli al vento e quella faccia un po’ così, da uno che non si prende poi troppo sul serio, o non prende sul serio la vita intorno. Marcello Fiasconaro, “Jet” per quelli che cercano per forza il nickname, a scapito dell’originalità, sembrava uno di quelli a cui tutto riesce facile. Ma non era esattamente così, e per arrivare là in alto si era messo anche lui, come Pietro Mennea, asceta della velocità, nelle mani di Carlo Vittori, uno che professava la religione del lavoro per i risultati. Lui, intanto, correva spingendosi sempre un po’ più in là, come quella sera all’Arena, dove giocò a “facciamo a chi ne ha di più”, e dopo raccontò che era arrivato a un passo dallo scoppiare, e invece scoppiò l’altro, il cecoslovacco.

Avevo tredici anni, e “March” era il capotribù di una stirpe guerriera, e gli altri avevano tutti capelli lunghi e baffi e facce donchisciottesche. E si chiamavano Pippo Cindolo, tra i grandi della maratona nel mondo, pioniere da queste parti, e Franco Fava, Gianni Del Buono. E Franco Arese, l’unico che ai capelli aveva dovuto rinunciare, e allora compensava col baffo. Era una bella Italia, una bella atletica. Talento e facce giuste, di quelle che ispirano un ragazzino. Dopo, nella mia vita sarebbero arrivati Pre, carisma assoluto, e John Walker e Rod Dixon, con le loro canotte nere e tutta quella classe. E ancora Bill Rodgers, Frank Shorter, Alberto Salazar. Fino a Henry Rono, il campione delle grandi salite e delle grandi cadute. Dopo. Il salto oltreconfine.

Avevo tredici anni e avrei sognato a lungo quella notte in bianco e nero. Quella corsa contro il tempo che mi avrebbe aperto le porte dell’atletica. E registrato la vita, in qualche modo, perché in pista impari cose che possono servirti anche fuori.

Avevo tredici anni, ne sono passati altri quaranta. Magari è il momento di ringraziarlo, quel sudafricano di Sicilia che sembrava correre sospinto dal vento. E invece era tutta roba sua. Era il talento di “March”.

lunedì 24 giugno 2013

EZIO, IL BOMBER CHE RESTO’ A BOLOGNA PER AMORE

di Marco Tarozzi
Quattro anni dopo. Tutto è cambiato, eppure tutto è come prima. E’ nuovo il calcio, che evolve a ritmi che un tempo erano impensabili, non  sempre nella direzione migliore. E’ rimasto l’affetto, uguale a sé stesso come in tutte le storie d’amore degne di questo nome. Quattro anni dopo Ezio Pascutti si è affacciato nuovamente dagli spalti del Dall’Ara, ed ha sentito la curva intonare il suo nome. Molti di quei ragazzi non l’hanno nemmeno visto giocare, ma le leggende non hanno bisogno di prove inconfutabili. Basta la parola dei padri, bastano i gesti tramandati. E lui, friulano un tempi schivo e spigoloso che da Bologna ha scelto di non separarsi più, è esattamente questo. Leggenda. Come Giacomino, come quel suo Bologna che incantava. L’anno prossimo sarà mezzo secolo esatto dall’ultimo scudetto, ma il nome di Pascutti è ancora una favola bella da raccontare, rievoca sogni di gloria e accende la passione. E i cori.
“E’ stata un’emozione, c’è poco da girarci intorno. E’ bello sentire che questa città e chi ama il calcio non ti ha dimenticato. Significa che ho fatto bene a restare qui. Certo, sono stato a un passo dal finire altrove. Potevo andare all’Inter in un giro di scambi che avrebbe dovuto portare qui Gigi Riva. L’ho saputo dopo, ovviamente. Allora non è che uno potesse ribellarsi più di tanto a un trasferimento, non era come adesso. Ma è andata bene. Da qui non mi sono più mosso, nemmeno dopo aver chiuso col calcio giocato. Quando mi è rimasta la casa di famiglia in Friuli ho deciso di venderla. Le radici restano, ma vivo qui da quasi sessant’anni e Bologna è la mia vita. Ci ho conosciuto mia moglie: passava tutti i giorni all’uscita da scuola a forza di vederla ho trovato il coraggio di farmi avanti ed è finita che ci siamo sposati. Lo scudetto? Beh, quello è servito ad ancorarmi ancora di più a questa città”.
Bandiera vera, come non ne esistono più. Totti a Roma, Del Piero a Torino finché ha retto. I tempi cambiano anche in questo. Al Dall’Ara, Ezio ha abbracciato il papà di Alino Diamanti, uno che bandiera potrebbe diventare, se non si farà rapire dalle sirene del calcio d’alta quota.
“Non posso biasimarlo. Le cose sono cambiate, rispetto ai miei tempi. Non solo: è cambiato anche il Bologna. Io ad andarmene non ci pensavo proprio, ma è vero che giocavo in una squadra di vertice. Oggi è dura dire di no, se ti cerca una squadra come la Juve. E se lui dovesse fare una scelta del genere, bisognerebbe essere contenti per quello che ci ha dato e non considerarlo un traditore”.
In quel Bologna da scudetto lui arrivò nella stagione 1954-55, ad appena diciassette anni. Per viverci un’intera carriera, fino al 1969: 294 partite e 130 reti, senza nemmeno calciare un rigore. E tra poco racconteremo il perché. Un ragazzo chiuso, grintoso, quello che arrivò a Bologna. Alle spalle un’infanzia dura, e due fratelli che stravedevano per lui, portati via troppo in fretta dal destino: Enea, il maggiore, costretto a emigrare in Canada per lavorare e poi rapito da un male incurabile; Paride annientato dalla guerra e dalla prigionia in Germania. Ezio, il ragazzino, mise in fretta gli aculei contro un mondo che cercava di dargli schiaffi. Cresciuto col pallone nella testa, capì subito che Bologna era la grande occasione e ci si buttò con coraggio.
“Ascoltai i consigli di Enea. Mi diceva: calcia di sinistro, impara perché dopo Carapellese in Italia un’ala sinistra vera non si è più vista. Strada facendo ho incontrato il mio mentore, Gipo Viani. Fu lui a volermi a Bologna. Mi ero fatto notare nel Pozzuolo e nel Torviscosa, ero veloce e segnavo a raffica. Arrivai qui e non dimenticai le buone abitudini. Anche se all’inizio non fu semplice, perché la mia rapidità mi portava anche a sbagliare occasioni ottime, e non fui subito capito”.
Ci mise poco, la piazza, a innamorarsi. Ed Ezio fece in fretta ad entrare nella mentalità dei bolognesi, pur mantenendo qualcosa del suo rigore e del suo orgoglio di “furlàn”. Gli restò quel carattere mai docile, per il quale ha anche pagato più del dovuto, in certe occasioni. Come il 13 ottobre del ’63, giorno in cui una semplice espulsione diventò un caso nazionale, e Bologna seppe stendere un’ala protettrice sopra il suo bomber.
“Quell’episodio mi ha perseguitato. Urss-Italia a Mosca. Finì 2-0 per loro, ma in quel momento avevano appena segnato il primo gol. Dubinski, il difensore che mi marcava, mi arrivò da dietro mentre ero lanciato a rete, con un falllo cattivissimo. Io mi ero appena ripreso da uno dei miei infortunii al ginocchio. Non ci vidi più e lo presi per il collo. Roba leggera, lui fece parecchia scena. Ma diventò un caso politico: era la prima sfida in trasferta coi russi, c’era una decina di parlamentari in tribuna, la stampa mi mise in croce. Non ci furono squalifiche dall’Uefa, ma da allora per anni in ogni stadio italiano venivo accolto a fischi, quasi come un traditore della patria. Dovevo mettermi i tappi nelle orecchie per non sentire. Ma i fischi non mi avrebbero mai piegato: sono stati gli infortunii a farmi dire basta, nel 1969”.
Di quei 130 gol ricorda il più bello, che per lui non è quello della famosa foto di Parenti in cui anticipa Tarcisio Burgnich in tuffo.
“Quello è un bel ricordo, perché Tarcisio è stato l’avversario più duro. Un compaesano, dal mio paese natale al suo ci sono meno di venti chilometri. In campo parlavamo in dialetto e litigavamo in continuazione. Però quando venne a Bologna da tecnico mi chiamò a fare l’osservatore. Il compagno più importante, invece, è stato Giacomo. Se ho segnato tutti quei gol, il merito è anche suo. Il più bello, però, lo feci contro il Genoa, su cross a rientrare dal fondo di Maraschi. Una meraviglia, solo che quel giorno non c’era nessuno a immortalare il momento. La storia dei rigori mai tirati? Ne sbagliai uno in Coppa Italia, contro l’Udinese: mi feci la nomea e non ne tirai più. Quando ti “battezzano” è brutto, è come la storia che sarei stato un attaccabrighe in campo: sono molte tredici espulsioni in quindici anni?”
E’ tornato “Pascòt” come lo chiamava da ragazzino Gianni Morandi, oggi presidente onorario rossoblù, che un giorno andò fino alla sede del Carlino per chiedere a Italo Cucci di aiutarlo a conoscere il suo eroe (e con lui c’era un meno conosciuto Lucio Dalla, che invece stravedeva per l’Onorevole Giacomino). E’ tornato e si è fatto un’idea del Bologna di oggi.
“Stagione positiva, e la salvezza anticipata è merito di Pioli, che ha saputo gestire un gruppo numeroso e superare i momenti difficili all’inizio. Spero che la società riesca a trattenere Gilardino. E’ un attaccante d’area come pochi in Italia, e questa stagione rossoblù per me lo ha rigenerato. Non è il primo a cui succede”.
Magari, chissà, anche il Gila non si allontanerà più da Bologna. Come hanno fatto in tanti. Come ha fatto Ezio, che di Bologna è diventato un pezzo di storia.
Bologna Rossoblù, giugno 2013