mercoledì 10 maggio 2017

CLARENCE DEMAR, CUORE DI MARATONETA




Marco Tarozzi

Quando gli spiegarono che il suo non era un cuore adatto alla corsa, Clarence DeMar pensò che la vita è davvero strana, pronta a toglierti quello che ti ha appena dato. Ma come, proprio a lui che a ventidue anni aveva appena mostrato il proprio talento, debuttando alla Boston Marathon con un secondo posto alle spalle del canadese Fred Cameron? Proprio a lui che aveva iniziato a correre ancora bambino, a sette anni appena, per andare e tornare da scuola? Sì, proprio a lui. Destino maledetto.

Era il 1910, e quel medico era stato chiaro: soffio al cuore, percepito dopo un controllo di routine. Il consiglio? Fermarsi, per non prendere rischi inutili. Solo che per Clarence la corsa era molto più che uno svago. Era passione, vita. E un anno dopo, con tutti quei dubbi nella testa, decise di ripresentarsi al via di quella maratona di cui si era innamorato, e sulla linea di partenza i medici della corsa, che conoscevano la situazione, gli ricordarono che in caso di affaticamento avrebbe dovuto ritirarsi immediatamente, e quasi certamente rinunciare a qualunque altro sforzo in futuro.

La risposta fu limpida. Clarence DeMar fu il vincitore dell’edizione 1911 della Boston Marathon, per di più col record della gara, 2:21:39. E fu soltanto l’inizio. In diciannove anni, l’avrebbe vinta sette volte in tutto. Un record che nessuno, dopo, avrebbe più neppure sfiorato. E quella corsa, la “sua” corsa, l’avrebbe chiusa da “finisher” in tutto trentanove volte. L’ultima nel 1953, a sessantacinque anni.

DI CORSA CONTRO IL DESTINO

Clarence era nato a Madeira, Ohio, da una famiglia che aveva attraversato l’oceano. Origini francotedesche. Aveva otto anni quando il padre gli morì davanti agli occhi, e presto fu costretto a improvvisarsi venditore ambulante nei paesi vicini, per dare una mano a mamma che in qualche modo sfamava lui e cinque fratelli più piccoli. Far visita ai clienti gli servì per coltivare ancora quella passione per la corsa. Da una casa all’altra, da un paese all’altro. Tutti i giorni, per tutto l’anno.

A dieci anni si spostò ad Est con la famiglia, e venne ammesso alla Farm & Trades School, scuola per ragazzi indigenti sulla Thompson Island, di fronte al porto di Boston. Lavorava duro e trovava sempre e comunque il modo di ritagliarsi uno spazio per la corsa. Si trovò separato dalla famiglia, imparò a fare della solitudine una forma di forza interiore. Aveva fegato e tenacia, non accettava il destino senza combattere.

Aveva iniziato a gareggiare nel cross ai tempi del college, ma preferì interrompere il suo sogno quando trovò un lavoro da apprendista in una tipografia. Imparava un mestiere, aiutava la famiglia e per dar sfogo alla passione gli bastava allenarsi alla vecchia maniera: avanti e indietro dal posto di lavoro. Era tutto lì il suo programma di allenamento, giorno dopo giorno.

Intanto studiava di notte, frequentava scuole serali. Ottenne la laurea di primo grado alla Harvard University, frequentò con successo un corso post-laurea alla Boston University. Nel frattempo, Boston aveva imparato a conoscerlo. Con quelle due fiammate nella maratona più antica del mondo: secondo nel 1910, al debutto, primo a tempo di record nel 1911.

Dopo quel successo, Clarence era divento uno dei maratoneti più forti degli Stati Uniti. E infatti andò a rappresentarli a Stoccolma, nel 1912. Un viaggio-premio, per uno che non aveva frequentato scuole di corsa. Un self-made-man che gareggiava nel più puro spirito dilettantistico. Finì con un dodicesimo posto nella maratona olimpica, e poi con quel suo spirito libero che non accettava compromessi parlò senza timori dei metodi dittatoriali con cui lo staff della Nazionale di atletica controllava e decideva il metodo di allenamento dei suoi uomini, affermando che avevano danneggiato la squadra. Non si preoccupò delle conseguenze, anche perché subito dopo le Olimpiadi troncò di netto la sua carriera atletica e sparì da tutti i radar, e dai taccuini degli esperti.

La sua tenacia, in quel momento, lo convinse a mettere davanti a tutto lo studio. Nel 1915 mentre lavorava in una tipografia a Boston, riuscì a laurearsi in discipline umanistiche ad Harvard.

La storia del DeMar maratoneta avrebbe anche potuto chiudersi così: una vittoria a Boston, una partecipazione alle Olimpiadi. Nemmeno poco, a pensarci.

IL RITORNO DEL CAMPIONE

Invece, ecco tornare fuori tutta la passione. Sul finire della prima guerra mondiale, e per di più in Europa. Quando Clarence arrivò a St. Armand, in Francia, non si sparava più. Era il 1919, di lì a poco fu trasferito a Coblenza, in Germania. E finalmente potè riprendere a dedicarsi alla corsa. Gareggiò ai trials per i Giochi Interalleati, tra le forze che avevano vinto la guerra. Finì quarto nei 10mila metri, si qualificò per la squadra americana senza partecipare all’atto finale della manifestazione. Ma la fiamma era riaccesa.

Rientrò in patria, riprese ad allenarsi con regolarità, ma per il grande ritorno attese ancora qualche anno.

Era il 1922 quando si ripresentò sulle strade della gara più amata. La Boston Marathon. Erano passati undici anni da quella prima vittoria, in mezzo c’era stata una guerra. Ma Clarence era carico a mille, affamato di corsa e di gloria. Vinse in 2:18:10, nuovo primato della gara. “Mister DeMar-athon” era tornato davvero a casa, e nessuno avrebbe più potuto fermarlo.

Aveva trentaquattro anni, Clarence. “Ormai”, verrebbe da dire. Non fosse che per lui la leggenda stava appena iniziando. Insieme ai suoi anni più fecondi da runner. Tornò a Boston nel 1923 e vinse ancora. Nel 1924 sulle strade che portano tradizionalmente da Hopkinton a Copley Square andarono in scena gli US Trials, e ancora una volta DeMar non lasciò scampo agli avversari. Nessuno aveva mai trionfato in quella classica tre volte di seguito. Così il Boston Globe raccontò, il giorno dopo la sua vittoria: “Non riusciva a contenersi nella sua azione, e all’altezza di Beacon Street non aveva più nessuno accanto, o nelle vicinanze, se non un cane uscito di corsa da un cortile che lo accompagnava nella sua corsa vincente… Non poteva essere battuto e la domanda a quel punto era in quanto tempo avrebbe terminato. Ha chiuso in mezzo a un tifo selvaggio, nel sensazionale tempo di 2 ore, 29 minuti, 40 secondi e un quinto… DeMar si è assicurato un posto importante ai Giochi Olimpici di Parigi”.

Il campione tornò in Europa. A Parigi lo aspettava la sua seconda Olimpiade. Questa volta, a trentasei anni, era nel pieno della forma. Valeva il podio e andò a prenderselo in una giornata talmente calda da costringere gli organizzatori a rinviare la partenza, e parecchi atleti ad abbandonare la gara. Ebbe la meglio Albin Stenroos, finlandese, in 2:41:22, tempo che la dice lunga sulle condizioni climatiche affrontate dai concorrenti. L’italiano Romeo Bertini fu secondo in 2:47:19. DeMar andò a prendersi il bronzo in 2:48:14, a meno di un minuto dall’azzurro. Nell’Olimpiade di Paavo Nurmi, di Harold Abrahams ed Eric Liddell, anche lui riuscì a trovare una medaglia e un momento di gloria.

A Boston tornava (e a lungo sarebbe tornato) a raccogliere l’abbraccio della sua gente, senza più spezzare il filo che lo legava alla grande corsa. Nel 1925, anno post olimpico, fu secondo alle spalle di Charles Mellor. Poi, nei due anni seguenti, infilò una serie di vittorie a Baltimora, Philadelphia, Port Chester, ancora Baltimora e finalmente, nell’aprile del 1927, di nuovo Boston. Quinta vittoria, e la sesta sarebbe arrivata l’anno successivo, ancora una volta a regalargli un posto alle Olimpiadi. Ad Anversa, sua terza partecipazione ai Giochi, finì ventisettesimo pagando una giornata di vento gelido e pioggia. E forse anche l’età, che ormai si avvicinava ai quaranta.

IL RE VETERANO

Qualcuno pensò che DeMar avesse infilato il viale del tramonto. Qualcuno che non aveva fatto i conti con la sua tempra d’acciaio. Certo, i tempi erano cambiati: Clarence si era sposato, era diventato professore di tipografia e storia industriale alla Keene Normal School, si occupava dell’educazione dei boy scouts di Camp Zakelo, sul Long Lake, in Maine. Ma non aveva smesso di tenersi in condizione a modo suo. Ogni settimana raggiungeva Keene, nel New Hampshire, correndo, camminando e facendo l’autostop: ed era un viaggio da novanta miglia ogni volta…
Insomma, era ancora “Mr. DeMar-athon” quello che si presentò al via della Boston Marathon nel 1930. E alla bella età di quarantun’anni poteva ancora concedersi il lusso di vincerla. In 2:34:48, e per la settima volta. Nessuno aveva mai scritto il suo nome nell’albo d’oro a quell’età. Nessuno ci sarebbe mai riuscito dopo. Il modo migliore per consegnarsi alla storia.

E le famose disfunzioni? DeMar morì nel 1958, settantenne, per un cancro allo stomaco. Cinque anni prima aveva concluso la sua ultima Boston Marathon. Negli anni della gloria aveva aderito alle ricerche harvardiane sugli effetti dell’allenamento e contribuì alla comprensione della fenomenologia del cuore d’atleta. Il suo era più grosso della norma, ma se nel 1911 gli consigliavano di fermarsi perché questo sembrava deleterio, già negli anni Venti la differenza tra il cuore di un atleta e quello di un sedentario era chiara. Il cuore di Clarence era qualcosa di più: batteva nel petto di un Campione.

("The Storyteller", Runner's World, marzo 2017)


domenica 5 febbraio 2017

LA BALLATA DI JOHNNY


Adesso che Ezio se ne è andato, restando per sempre nei nostri cuori, è tornata alla mente, tra mille ricordi e fotografie in bianco e nero, anche la storia di Johnny. L’uomo che entrò in campo al suo posto nell’ultimo momento di massima gloria del Bologna. All’Olimpico, il giorno dello spareggio-scudetto contro l’Inter. Il 7 giugno 1964.
Bruno Capra, detto Johnny, sapeva che quel giorno sarebbe entrato in campo, indossando il numero di Ezio. Glielo aveva detto tre giorni prima Fulvio Bernardini, spiegandogli anche i motivi di quella sua scelta furba, da “Dottore”, da scienziato del pallone. Era una mossa tattica, un lampadina accesa improvvisamente, un colpo di genio pensato per mettere a soqquadro le certezze dell’altro mago, Helenio Herrera, ancora carico a mille per la vittoria della Coppa dei Campioni di pochi giorni prima. Proprio lui, contro il Real Madrid, aveva tracciato la via.
L’avrebbe ricordato, nella cronaca della partita, anche Gianni Brera: “Il Bologna, per contro, ha finalmente impostato la partita per vincere. Nessuna concessione alle fole estetiche già tanto deplorate (e scontate) l'anno scorso. Praticamente l'Inter ha insegnato la lezione vincendo al Prater e il Bologna l'ha applicata con energica, direi spietata, determinazione. L'Inter ha largamente dominato il centrocampo ed ha scontato in attacco la nullaggine e lo scadimento psicofisico delle sue punte”.
Ad aspettarle, quelle punte spuntate, quel giorno all’Olimpico c’era anche Johnny. L’arma segreta di quello spareggio, la genialata del Dottor Pedata. Ma prima di ricordarvela, proviamo a ricordare come ci era arrivato, Bruno Capra, nel Bologna. E perché mai tutti si ostinavano a chiamarlo Johnny.
Classe ’37, proprio come Ezio Pascutti. Un’infanzia passata a Pittsburgh, Pensylvania, dove papà che faceva il ferroviere era andato per cercare (e trovare) lavoro partendo da Bolzano, casa sua. Fu lì che i bambini iniziarono a chiamarlo con quel soprannome: Johnny… Johnny… E lui ci si affezionò e pochi anni dopo se lo portò dietro in Italia, dove raramente trovava qualcuno che ancora lo chiamasse Bruno.
Giocava nel Bolzano, in Serie C, e aveva qualcosa in più, tanto da farsi notare da uno che di calcio ne capiva parecchio. Il presidente della Spal, Bruno Mazza, lo “prenotò” offrendo sette milioni alla società d’origine, ma lui non passò le visite mediche per un problema alle tonsille che gli scombinò i valori degli esami, e finì per quattro milioni al Bologna. Era il 1956. Un’operazione alle tonsille e via, iniziava una vita da professionista. Anni dopo, in mezzo anche quel memorabile spareggio all’Olimpico, Mazza ammise che quell’affare mancato non l’aveva proprio digerito: “Potevo comprarti con sette milioni e rivenderti a trenta”.. Tant’è, in quel Bologna che alla fine degli anni Cinquanta, e poi con l’avvento di Bernardini, iniziò a costruire l’ossatura di una squadra irripetibile, ci finì anche Johnny. Il figlio del ferroviere, quello che veniva da Bolzano. Anzi, da Pittsburgh.
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“Ma Renna? Come la prenderà, Renna?...” Questo fu il primo pensiero di Johnny, quando Bernardini gli annunciò la sua scelta. Per dire di un gruppo fatto di uomini veri, uniti nella consapevolezza di aver costruito qualcosa di unico, decisi a giocarsi tutto in quel giorno afoso dell’estate romana, dopo le calunnie e i sospetti dei giorni dell’inchiesta-doping, un castello di carte montato contro il Bologna, principe ragazzino che voleva farsi re a dispetto del protocollo, delle regole non scritte, della potenza anche economica dei Signori di Milano. Basta farsi chiamare provinciale, nobile decaduta o chissà che altro. Il Bologna era quel gruppo: forte, solido, compatto. Faceva terribilmente sul serio.
Johnny prese quella maglia col numero 11, guardò Ezio che era lì, a Roma, in quel giorno irripetibile in cui il destino lo aveva chiamato fuori, rivide il volto sorridente e negli ultimi tempi sofferente di Renato Dall’Ara, che lo aveva portato a Bologna e non era lì a godersi l’attimo tanto atteso, portato via da un’annata che era stata un peso sul suo cuore già affaticato. Pensò ancora alla faccia triste di Mimmo Renna, ma soprattutto all’idea meravigliosa che si era messo in testa Fulvio Bernardini. E allora andò in campo, a fare il libero aggiunto con addosso la maglia dell’ala sinistra.
C’era Franco Janich a presidiare la sua solita zona di campo, e c’era lui, Johnny, spostato appena a sinistra, a contenere le folate degli avversari. Che poi quel giorno, sorpresi dalla mossa e certamente anche più stanchi, furono attacchi flebili, nulla che una difesa come quella rossoblù non potesse contenere.
Così Johnny diventò uno di loro. Uno degli “eroi dello scudetto”. Quelli che ancora oggi sono nella storia, perché quello era un Bologna da sogno e perché dopo, di scudetti, non ne sarebbero più arrivati.
Ma lui restò quello che era stato in campo. Uno che lavorava in silenzio. Taciturno, quasi allergico alle luci della ribalta. Undici presenze in quell’anno speciale, tre nella stagione successiva, 145 in tutto in dieci anni di Bologna. Poi il trasferimento a Foggia, e l’addio al calcio giocato nel 1969.
Da allora, Johnny si è messo ai margini. Come chi ha sempre considerato il calcio una parentesi della vita, uscendo da tempi in cui non era facile costruirci sopra il benessere per sé e per chissà quante generazioni a seguire. Ha lavorato in un altro mondo, ha conosciuto gente nuova e diversa, senza mai farsi grande di quella sua appartenenza, né del ricordo di quel giorno all’Olimpico. Meno che mai nei giorni colorati delle celebrazioni, delle feste a cui per carattere non si è mai sentito a suo agio.
Ma c’era stato, Johnny Capra, al capezzale dell’onorevole Giacomino, quando il più ragazzino di quel Bologna tricolore stava per andarsene per sempre. E c’era anche pochi giorni fa, quando nella cattedrale di San Pietro siamo andati a salutare ancora una volta Ezio, facendo finta che non fosse l’ultima.
Perché Johnny era, è e sarà sempre parte di quel sogno.
Un eroe che non voleva essere eroe.
Un numero 11 che quasi si sentiva a disagio, quel 7 giugno 1964, pensando ad Ezio e a Mimmo.
Eppure, fu proprio lui a scombinare le carte.
SHORT STORIES - Racconti di sport e di vitaPrima puntata
Radio Bologna Uno, 27 gennaio 2017


martedì 24 gennaio 2017

ANNIVERSARIO



Ricordare la vita, non la morte. Oggi sarebbero sessantasei. Difficile anche solo immaginarli. Buon anniversario, comunque, ragazzo di Coos Bay.

giovedì 19 gennaio 2017

CIAO EZIO, HAI ONORATO QUESTA CITTA'


di Marco Tarozzi

Gira e rigira, si finisce sempre lì. Davanti a quell'immagine in bianco e nero. Dentro c'è la rapidità, la scaltrezza, il guizzo impossibile. Tutto quello che era Ezio Pascutti in campo. E c'è lo sguardo di Tarcisio Burgnich, un po' stupito per quella maglia rossoblù che gli scivola via da sotto, un po' allarmato perché in quell'attimo esatto sa già come andrà a finire. Si finisce sempre lì, incantati davanti alla foto di Maurizio Parenti, lo scatto felice di un Bologna-Inter del '66. Ezio, quando si trattava di ricordarla, vale a dire quasi sempre, era orgoglioso e allo stesso tempo minimizzava.
“E pensare che io ne ho fatti di migliori. E soprattutto ne ho fatti centotrenta, senza tirare lo straccio di un rigore. Se posso dire la mia, per me il più bello è stato il centesimo. Lo segnai contro il Genoa, contro Da Pozzo, una meraviglia. Cross a rientrare dal fondo di Maraschi, io mi tuffai al limite dell'area e infilai il pallone all'incrocio dei pali. Perfetto. Solo che quella volta lì non c'era nessuno a fermare l’attimo. Così, tutti se lo sono dimenticato”.

C’è tanto di lui in quell’immagine di Parenti, che la famiglia ha voluto offrire anche prima dell’ultimo viaggio a quelli che sono andati a salutare Ezio Pascutti alla cattedrale di San Pietro. Ci sono i motivi della sua immortalità. E ci sono la sua vita, le sue origini, amici e avversari che hanno lasciato il segno. Infanzia dura, di quelle che temprano. Due fratelli più grandi che la vita allontana da lui. Enea, il maggiore, emigra in Canada quando Ezio ha undici anni. Tornerà in tempo per vederlo calciatore professionista, ma un male vigliacco lo porterà via a nemmeno quarant'anni. Paride invece lo porta via la guerra, o meglio lo riporta a casa che è l'ombra di sé stesso, dopo la prigionia in Germania. Ezio cresce forgiando quel carattere, quella rabbia che riverserà in campo buttandosi tra le gambe dei difensori, senza paura. Il coraggio di chi sa di avere avuto la grande occasione, ma teme che in qualunque momento il sogno possa spezzarsi. Segue fin da bambino, calciando palloni in oratorio, i consigli di Enea. “Impara a calciare di sinistro, ragazzino, che in Italia dopo Carapellese non è più nata un'ala sinistra degna di questo nome”.



“Devo tutto a Gipo Viani” raccontava Ezio. “Fu lui a volermi al Bologna. Prima avevo giocato a Pozzuolo, e nel Torviscosa. Mi feci notare perché ero veloce e segnavo a raffica. Qui arrivai nel '54. Non mi sono più mosso”.
Né durante la carriera, né dopo. In campo, una vita spesa per i colori rossoblù. E anche qualcos'altro. Le ginocchia, soprattutto: ai tempi, Pascutti diventò un fedelissimo del professor Gui. Cinque operazioni e quella gamba che lo ha poi fatto dannare nella vita dopo il calcio, anche nel rito quotidiano della passeggiata nel suo territorio, rimasto sempre lo stesso. Via Riva Reno, l'indirizzo di sempre, e il centro attraversato tra Marconi, Lame, San Felice. Incroci di sguardi, saluti spontanei. “Ogni tanto passa uno e mi fa “ciao Ezio”. Io rispondo ciao, che altro dovrei fare?”.

Salutava chiunque, Ezio, e salutava Bologna. La sua città. Che gli ha dato, e a cui lui ha dato tanto. Che a volte è entrata in tackle sulla sua esistenza. Che qualche anno fa si ricordò di questo friulano diventato più bolognese di tanti che qui sono nati, premiandolo con la Turrita d'Oro, uno dei premi più prestigiosi assegnati dal Comune. Quel giorno, Ezio si commosse fino alle lacrime.
I giorni felici dello scudetto, quelli amari dell’esclusione dalla Nazionale per un gesto di esasperazione che venne amplificato al massimo volume, e divenne quasi un caso diplomatico. Una bandiera: 294 partite, 130 gol per il suo Bologna. E mai un rigore.

Per tutto questo, per il suo sorriso che passava anche attraverso le tempeste della vita, siamo andati a salutare Ezio Pascutti in cattedrale. Promettendogli che non lo dimenticheremo mai.



lunedì 19 dicembre 2016

TOMBA: "IL GIORNO CHE FERMAI ANCHE SANREMO"




di Marco Tarozzi


Improvvisamente, scoprimmo di essere un popolo di innamorati dello sci. Magari senza conoscerne bene le regole, come Miguel Bosè e Milly Carlucci sul palco dell’Ariston, durante quell’edizione del Festival di Sanremo interrotta in diretta per mostrare a venti milioni di italiani, inchiodati davanti alla tv, quel ragazzo di pianura che la spiegava alla gente di montagna. In questi giorni votati ad Olimpia, ci è tornato in mente lui. Unico, irripetibile Alberto Tomba. E passi che quelle erano Olimpiadi invernali e queste sono estive, ma il concetto resta identico. “C’era un ragazzo”: aveva ventidue anni e veniva da uno scherzo di collinetta appena fuori San Lazzaro, Castel de’ Britti. Non aveva paura di niente e si mise al collo due medaglie d’oro indimenticabili.

Dunque, partiamo da quel Sanremo interrotto. Ne sapevano poco, i conduttori.
“Già. E ora, dissero, ci colleghiamo col Canada per il supergigante. Era slalom speciale, ma poco importa. Non è che ci fosse una cultura dello sci, allora. Nei bar si attaccavano alle televisioni capendone il giusto, ma c’era un italiano che vinceva ed era diverso dal solito, tanto gli bastava. Iniziarono anche a scommetterci su. Io mi sentivo un po’ solo contro tutti, in senso positivo, a vivere e raccontare questa storia. C’era il mondo intero a guardarmi. Mi piaceva”.

Calgary 1988, tanto per inquadrare il momento. 25 febbraio, il giorno della prima vittoria in gigante.
“Sono sincero, fu tutto molto più facile di quanto immaginassi. Ci arrivai con poco stress, ne avevo molto di più quattro anni dopo ad Albertville. Certo, avevo già alle spalle sette vittorie in Coppa del Mondo, aspettativa ce n’era, ma era comunque un debutto alle Olimpiadi e non avevo fatto un Mondiale, non dovevo dimostrare nulla a nessuno. Ricordo la quiete della vigilia, noi dello sci alpino eravamo lontani dal villaggio olimpico, dai media, anche se già avevo al seguito una tv privata che raccontava le mie gare. Vedevo le altre gare in tv, c’era molta tranquillità”.


La situazione ideale.

“Sì, io spero che anche a Rio i nostri ragazzi posano viverla così. Penso soprattutto ai bolognesi come Marco Orsi, Jessica Rossi, Sara Sgarzi e tutti gli altri. Tutto il contorno è bellissimo: le interviste, gli applausi, le feste a Casa Italia. Ma siamo noi atleti ad attaccarci il numero, e in quei momenti abbiamo bisogno di serenità. Non è facile. C’è tanta pressione, ci sono le aspettative di chi fa politica sportiva, degli addetti ai lavori, a confondere le idee. Sono cose naturali, ma quello che serve in quei momenti è sentirsi in pace. Io a Calgary ero già felice di esserci, figurarsi cosa ha voluto dire tornare a casa con due medaglie d’oro”.


Quando si dice che una vittoria cambia la vita.



“E’ così, in tutti i sensi. Ho avuto un rapporto di amore-odio con la mia vita sportiva. Vincere da giovane è fantastico, ma non sempre sei attrezzato per il dopo. Ti fidi delle persone, vai dietro ai consigli di qualcuno, tu sei stato un fenomeno nella tua disciplina ma fuori c’è il mondo, c’è anche chi vuole approfittare dei tuoi successi. Gestirsi a vent’anni è complicato. Dopo Calgary ho passato un anno tra una festa in mio onore e l’altra, un premio e l’altro. Papà mi diceva di non andare da tutte le parti, ma mica è semplice. Scherzavo con tutti, avevo questo comportamento guascone ma in realtà ero timido e introverso. C’è stato anche chi ha insistito per mostrare un Tomba diverso, da mettere a confronto con gli atleti della montagna. Spesso ne è uscita una persona che non ero io”.
Sembra di sentire anche una vena di nostalgia, mista a qualche rimpiant

“La dimostrazione di tutta quella pressione che sentivo addosso è che ho smesso presto. Ringrazio Dio per quello che mi ha dato, sono orgoglioso di quello che ho fatto, ma chissà, avrei potuto arrivare alle Olimpiadi di Torino, magari dedicandomi solo allo slalom, figurarsi che mi sento in forma anche oggi… Però a un certo punto quella pressione era diventata troppa”.


Se la ricorda, Bologna che urlava il suo nome allo stadio Dall’Ara dopo Calgary?



“Bei tempi, certo. C’era tanta gente entusiasta, in fondo era anche un altro mondo. Oggi mi sembra tutto cambiato, a cominciare dalla vita intorno. Violenza, casini, la natura che si ribella all’uomo. Oggi io ho a volte paura a volare dall’altra parte dell’oceano, se posso evito, non mi piace. Ho già fatto tanto, e poi mi sembra tutto meno genuino”.
Ha ricordato i bolognesi che gareggeranno a Rio. Se la sente di dar loro qualche consiglio?


“I giovani non hanno bisogno di pensare troppo, chi è al debutto vive un po’ a sensazione. Per un trentenne è diverso, nel mio caso da vecchi ci si affida alla tattica: conta la ricognizione di gara, conta fare attenzione ai passaggi chiave, a come “fregare” l’avversario, quando magari è stanco. Serve molta preparazione e anche qualcosa in più: l’occhio, la scaltrezza, l’esperienza. Ma in assoluto i ragazzi devono pensare al lavoro fatto, e se hanno la coscienza a posto possono andare tranquilli: puoi uscire sconfitto una, due, tre volte ma se hai lavorato bene prima o poi arriva anche il successo. Devono crederci, e tenere la testa sgombra”.

Parola di mito. Seguire le istruzioni.





NUOVO INFORMATORE - lug/ago 2016



giovedì 14 luglio 2016

CORSA ALL'INGLESE



di Marco Tarozzi

Tutto è iniziato da quell’armadio a parete. Cioè, una via di mezzo tra un armadio e un espositore. Però enorme, altissimo e massiccio. Fatto in casa. Restando in religioso silenzio davanti a quel mobile monumentale, Veronica Inglese si è innamorata dell’atletica leggera. Dentro, tutte le coppe e i trofei vinti da papà Michele durante una carriera di forte mezzofondista, che lo portò a conquistare anche un titolo italiano di corsa su strada quando era uno junior di grandi speranze. Una specie di santuario della corsa, roba che può incantare gli occhi di una bambina.
“Da piccola mi fermavo a guardarlo, e inquadrando quelle coppe a una a una mi veniva voglia di sapere da dove venivano, quanto erano costate in fatica e sudore. Così, chiedevo a papà di raccontarmi la sua atletica. Non era lui a vantarsi del suo passato, anzi. Ero proprio io a insistere, e allora lui apriva il canale dei ricordi”.

Sì, papà Michele non ha peccato di fanatismo, non ha mai voluto che quella figlia ripercorresse a forza le sue orme. Le ha lasciato la libertà di scegliere la sua strada nello sport. Solo che lei, Veronica, aveva già deciso tutto da tempo. Davanti a quell’armadio a parete.

“Voglio correre anche io, gli dicevo. E lui schiacciava il freno. Ci ha messo tanto a convincersi che quella era davvero la mia strada, prima ha voluto che facessi altre cose, danza, nuoto, come tante ragazzine della mia età. Voleva che crescessi e ci riflettessi bene, perché non si può confondere una suggestione con una scelta. Ma io, testarda. Dopo aver corso le prime gare dei Giochi della Gioventù, la prima volta in assoluto arrivando anche piuttosto indietro, tornai da lui e gli dissi “okay, adesso voglio allenarmi”. Mi guardò e mi disse “d’accordo, corriamo un po’ insieme”. E mi portò sul lungomare della mia città, Barletta, e ad affrontare le prime strade in salita nella campagna intorno”.

L’EREDITA’ DI PIETRO

Nell’immaginario dell’atletica italiana, Barletta richiama immediatamente la leggenda. Eppure non è stato l’esempio di Pietro Mennea ad accendere la passione di Veronica. Lei ne aveva uno direttamente in casa.
“Quando ho iniziato a frequentare il campo di atletica le società erano parecchie, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Io finii all’Atletica Barletta dove allenava Mimmo Ostuni, che era stato anche il tecnico di papà. Gli chiese di portarmi in pista dopo avermi vista alla fase regionale di cross dei Giochi, e così divenne il mio primo allenatore. Era veramente un bel periodo, il gruppo era numeroso e fare atletica era un’idea collettiva, uno stare insieme. Oggi non è più così. Non voglio fare analisi sociali, ma certamente sono rimasta legata a una generazione diversa, nonostante non sia certo “vecchia”. Una bimba di dieci anni non aveva con sé il cellulare, non c’erano i computer e internet in cui rifugiarsi, non come oggi almeno. Le distrazioni erano fare sport, giocare con gli amici, vivere il cortile”.

Non c’era più nemmeno l’ombra immensa di Pietro il velocista, su quelle corsie.
“Mennea era un buon amico di mio padre. Quando scendeva da Formia, faceva anche allenamenti di corsa lunga per allenare la resistenza, e gli chiedeva di accompagnarlo in un giro di una decina di chilometri che parte dal campo. Per lui, velocista, era un impegno notevole. Io non l’ho mai conosciuto di persona, ci ho parlato qualche volta al telefono e ho provato una certa emozione. Ora che non c’è più, viene molto ricordato. Monumenti, targhe. Barletta lo ha un po’ riscoperto, secondo me. Ma prima viveva soprattutto nei ricordi di chi aveva fatto atletica con lui, gente come papà o il professor Montenero, che raccontava aneddoti bellissimi sulla sua crescita. I concittadini erano un po’ più tiepidi. Non hanno mai tratto una vera ispirazione dal suo percorso. E quando si presentò alle elezioni per la carica di sindaco, non fu votato da tanti. Forse è davvero difficile essere profeti in patria”.


NASCITA DI UN TALENTO

Quella prima gara, vissuta dalle retrovie, sarebbe diventata presto un semplice ricordo. Già nella categoria Cadette, il nome di Veronica Inglese assunse un significato nuovo e diverso per chi sa trattare l’argomento.
“Da ragazza finivo sempre seconda o terza in regione. Al primo anno da cadetta i regionali di cross li ho vinti, finendo poi settima nella gara di campionato italiano, e d’estate quarta ai tricolori nei 2000 metri in pista. Poi, al secondo anno in categoria, ho vinto praticamente tutto: tricolori di cross, quello sui 1000 metri in pista, il Criterium sulla pista di Bisceglie, davanti alla mia gente, gli Studenteschi. Un bel passo avanti. A quindici anni ho iniziato a capire che volevo davvero continuare, per vedere dove sarei potuta arrivare. Ad avere più speranze nei confronti del mio futuro da atleta. A pensare ai titoli italiani, alla maglia azzurra, cose così, bellissime. E’ stato un cambio di mentalità: da piccola ti si aprono davanti mille porte, e vorresti attraversarle tutte. Però ho avuto anche fortuna, da ragazzina: vincere delle gare mi ha regalato soddisfazioni ed emozioni che poi mi hanno spinta ad andare avanti, a guardare più lontano con la voglia di arrivare”.

Anni intensi, formativi. Di sport e studio. E anche quelli in cui, proprio nell’ambiente dell’atletica, Veronica ha trovato un equilibrio perfetto anche negli affetti.
“Ho frequentato il liceo classico, non una passeggiata. E adesso sono iscritta al terzo anno di Giurisprudenza. Devo tanto anche a mia madre, in tutto questo. Lei non ha un passato di atleta, insegna alle elementari, ma mi ha sostenuto nelle mie scelte, proprio come papà. Io sono una ragazza, in famiglia avrebbero potuto chiedermi un altro tipo di impegno, e invece mamma mi ha sempre detto “tu pensa a studiare e allenarti, al resto penso io”. E poi, sì, nel 2008 è arrivato Eusebio. Che mi assomiglia e mi capisce”.

Eusebio Haliti, da otto anni l’altra metà di Veronica. Azzurro, specialista dei 400 ostacoli, un titolo italiano nel 2013, con la sua nuova nazionalità, lui nato in Albania da una stirpe di sportivi, papà pallavolista che ha vestito la maglia della Nazionale del suo paese, nonno campione nazionale di salto triplo, sessant’anni fa.
“Stare insieme a lui mi aiuta tantissimo. Facciamo la stessa cosa, condividiamo la passione per l’atletica e la facciamo allo stesso livello. Impegno, obiettivi, motivazioni sono le stesse. Così diventa più facile condividere, capirsi. Ora anche lui è entrato nell’Esercito, come me. Si allena spesso a Roma e abbiamo più momenti da vivere insieme”.


AD ALTA QUOTA

L’ingresso in una società militare è stato un altro step fondamentale, nella storia di questa crescita continua che ancora non ha scritto, probabilmente, i capitoli più significativi.
“Sceglierei altre mille volte di entrare nell’Esercito. Ho trovato una seconda famiglia, e tutta la tranquillità che mi occorreva. Il colonnello Martelli ci tratta come figli, e per merito del comandante Zampa la struttura di Roma è stata tempo fa oggetto di un restyling che ne ha fatto una specie di college. Qui non sei in una caserma, ma in un centro sportivo di prim’ordine”.

Quello che serve a un’atleta che ormai ha mostrato il suo valore a tutti. Che ha già in bacheca tre titoli italiani assoluti, che sono anche ricordi indelebili e stimoli per inseguire nuovi traguardi.
“Il primo è stato quello di corsa su strada nel 2013, e come era successo per il primo tricolore di categoria, anche in questo caso l’ho conquistato sulle strade di casa, a Molfetta. Con il tifo degli amici di sempre, tanto che non ho realizzato subito quello che avevo fatto. L’anno dopo sono arrivati i titoli italiani di cross e quello dei 10000 in pista, a Ferrara. Ecco, è stato proprio quest’ultimo a darmi davvero la sensazione di essere arrivata esattamente dove volevo, e di dover ripartire da quel punto, che non era un approdo ma un riferimento. Ho provato le stesse emozioni di quando ho vinto il primo titolo, a Bisceglie. E la stessa voglia di guardare avanti”.

UN SOGNO CHIAMATO RIO
E fissando l’orizzonte, Veronica vede chiaro un traguardo davanti a sé. Si chiama Rio de Janeiro. E’ una rincorsa, in effetti, perché non sono mancati gli imprevisti lungo la strada. Ma l’importante è non sentirsi soli, mai.
“Non ho mai pensato all’atletica come un gioco, nemmeno da bambina. Alle Olimpiadi penso da sempre, e ancora più nitidamente da quando ho corso i 10000 metri in 32.25 e la mezza maratona in 1.10.57, due anni fa. Ovviamente ci sono tanti fattori da considerare, compresa la fortuna che deve assisterti. Ma sono stata messa nelle migliori condizioni dalla Federazione, dalla mia società e dalla famiglia. Per me l’atletica vera è iniziata adesso, con una programmazione a lungo termine che punta alla gara dei 10000 di Rio e poi, naturalmente, alla maratona. Nel 2020 avrò trent’anni, un’età perfetta per esprimersi su quella distanza. Mi sento addosso una grande responsabilità, ma per carattere sono una che si esprime meglio quando è responsabilizzata. Non mi esalto mai, ma nemmeno faccio pesare ad altri le mie scelte. Prendo sempre il lato positivo delle cose. La passione per l’atletica leggera fa il resto”.
Merito di papà e di quell’armadio, vale la pena ricordarlo.
“Mettiamoci anche mio nonno. Quel mobile, bellissimo, lo costruì lui. Fatto a mano per metterci tutte quelle medaglie e coppe. Che si vedessero bene. E io le ho viste subito, e ci ho costruito sopra una passione”.
Runner's World, aprile 2016

lunedì 30 maggio 2016

ORLANDO MAINI, UN BOLOGNESE (FELICE) AL GIRO D'ITALIA



L’ ex-pro è il “diesse” della Lampre-Merida di Diego Ulissi
“Due vittorie, tante emozioni e l’amore della gente. Il ciclismo che amo”

di Marco Tarozzi

Ho visto anche degli zingari felici. Sono quelli che in un modo o nell’altro, da corridori, tecnici, dirigenti o addetti ai lavori, fanno parte della carovana del Giro d’Italia, un lungo viaggio conclusosi ieri a Torino. Quasi un mese in giro per la penisola, attraversandola da sud a nord, dopo una partenza all’estero, un’anomalìa diventata consuetudine: quest’anno la miccia si è accesa in Olanda, e nelle ultime tappe si è anche viaggiato, ad alta quota, sulle strade di Francia.

Lì in mezzo, in quella carovana che ha saputo risvegliare l’emozione della gente, c’è un bolognese che di ciclismo professionistico alle spalle ne ha tanto da scriverci un libro. Che potrebbe averne anche abbastanza, non fosse che l’entusiasmo è ancora quello di quando a correre era lui. Nel cuore della corsa rosa c’è il sorriso, l’esperienza, l’approccio sempre positivo di Orlando Maini, direttore sportivo della Lampre-Merida, la squadra che ha portato a casa anche due tappe grazie al talento di Diego Ulissi. Saldo positivo, per la squadra del presidente Galbusera, e ovviamente per chi ha saputo guidarla nel migliore dei modi fino a Torino.

“Siamo soddisfatti”, attacca Maini. “Per i due successi di Diego, naturalmente, ma anche per come si sono comportati i nostri ragazzi in gara. Questo è un gruppo molto unito, e l’ha dimostrato in queste tre settimane. Il nostro obiettivo, alla vigilia del Giro, era poterci trovare ogni sera a cena con la certezza di aver dato tutto quanto era nelle nostre possibilità. E in questo senso io considero la missione perfettamente riuscita”.

Poi, naturalmente, portare a casa due tappe ha un sapore ancora più dolce. Lo sa bene Orlando, che quando correva riuscì a far sue le tappe di Soria alla Vuelta dell’84 e di Jesi al giro dell’85.

“I successi di Ulissi sono stati momenti importanti, anche per come sono maturati. Ma non dimenticherei i due quarti posti in tappe di montagna, i piazzamenti di Modolo allo sprint, il terzo posto di Conti nella classifica finale per la maglia bianca, destinata al miglior giovane. Tutte prove del buon lavoro fatto da tutta la squadra, dal primo all’ultimo giorno”.

Ci si chiede se un Ulissi così non sarebbe più adatto a cercar fortuna nelle grandi classiche, più che nelle corse a tappe.

“Alla base di tutto c’è il suo talento incredibile. L’anno prossimo Diego avrà ventotto anni, un’età giusta per la maturazione definitiva anche nelle gare come il Giro. Vedremo, cercheremo di pianificare tenendo conto di tutto. Intanto, ci godiamo quanto di buono ha fatto vedere in questa occasione”.

Certamente anche il Ct Davide Cassani, che ha seguito con attenzione sul campo la corsa rosa dalla prima all’ultima tappa, ha segnato il nome del capitano della Lampre-Merida sul taccuino per il difficile percorso della prova olimpica di Rio.

“Se toccasse anche a lui, sarebbe qualcosa di prestigioso. Cassani farà sapere le sue scelte, e certamente saranno ben argomentate. Diego si muoverà di conseguenza. Certo, il percorso olimpico non sarà una passeggiata, tutti i migliori scalatori saranno in corsa”.

Orlando ha girato l’Italia e ora si prende qualche giorno di riposo, meritatissimo, nella sua Bologna.  Concentrandosi sulla corsa alla promozione della Fortitudo, l’altra sua grande passione sportiva. Al Tour la Lampre-Merida porterà un altro Ds. Scelte condivise.

“Il fatto è che per me il Giro d’Italia è la corsa più bella del mondo, sono felice di seguirlo anno dopo anno. Ed è anche la più difficile, la più complicata tra le corse a tappe, a mio parere. Per questo mettersi in luce su queste strade ha un valore immenso. Per questo non vorrei mai mancare a questo appuntamento, nonostante il fascino del Tour”.

Vincenzo Nibali, araba fenice che risorge nelle ultime giornate, ci ha scritto un pezzo di storia del ciclismo, su queste strade. In fondo, è bello esserci anche per poter dire di essere stati testimoni di giornate del genere.

“Il ciclismo è così, e io lo amo per questo. Al pubblico non chiede soldi per un biglietto, ma partecipazione e affetto. Cosa c’è di più bello, per dei tifosi, di trovarsi tutti insieme a mangiare in cima a un passo, aspettando ognuno il proprio beniamino? Quando arriva la gara ognuno tifa secondo il cuore, ma prima c’è questo senso di fratellanza che unisce. Poi, oltre alla grande prova di Nibali, che è entrato di diritto tra i grandissimi del ciclismo, collezionando vittorie in due Giri, un Tour e una Vuelta, escono fuori anche personaggi come Chaves e Kruijswijk, che perdono dopo aver lottato, con una sportività unica, e sono i primi a complimentarsi col vincitore. Hanno avuto problemi, l’olandese in particolare ha fatto una caduta bruttissima scendendo dal Colle dell’Agnello. Ma tutti e due l’hanno spiegata molto semplicemente, con grande umiltà: ha vinto il più forte. E anche in questo c’è la forza e la bellezza di questo sport”.