martedì 3 aprile 2018

RON CLARKE, CHE VINSE ANCHE PERDENDO


di Marco Tarozzi
La medaglia d’oro olimpica, quella che non vinse mai sulle piste d’atletica, arrivò in modo speciale. E con una dedica altrettanto speciale. Luglio del 1966, Ron Clarke, l’uomo che demoliva record mondiali senza riuscire ad essere il migliore alle Olimpiadi, era stato invitato al meeting di Praga, e ad invitarlo era stato una leggenda del mezzofondo. Emil Zatopek in persona lo aveva guidato, dopo la gara, per le strade di Praga, la sua amatissima città, scortandolo a sera fino all’aeroporto, dove lo aspettava l’aereo che lo avrebbe portato a Londra, per un altro impegno sulle piste. Fu allora che Ron si rese conto di cosa rappresentasse Zatopek per la sua gente: insieme superarono la dogana, con un semplice saluto della “Locomotiva umana” alle guardie, e raggiunsero la scaletta dell’aereo, a bordo pista. In quel momento, prima di sparire inghiottito dalla sera, Zatopek consegnò a Clarke un minuscolo pacchetto, salutandolo con un abbraccio. Per un paio d’ore il campione australiano si interrogò sul contenuto, arrivando a formulare anche le ipotesi più fantasiose: Emil si era dimostrato un amico sincero, ma vai a sapere quello che passa per la testa a uno che ti fa saltare tutte le barriere per agevolarti l’imbarco. E se quell’involucro avesse nascosto qualcosa di vietato dalla legge, per dire?… Ron si ripromise di aprire quel dono soltanto una volta atterrato a Londra, ma poi non seppe resistere alla curiosità e lo scartò. Dentro, trovò una medaglia d’oro olimpica, quella che Zatopek aveva vinto nei 10.000 metri ad Helsinki, nel 1952. Con una dedica, incisa appositamente: “A Ron Clarke, 19 luglio 1966. Non solo per amicizia, ma perché la meriti”.
L’UOMO DEI RECORD – La meritava davvero, Ron Clarke. Ma non la vinse mai. Tutti lo trattavano come un predestinato, fin da quando, all’apertura dei Giochi di Melbourne, nella sua Australia, gli era toccato l’immenso onore di accendere il tripode, a neppure diciannove anni. Già allora era una promessa: aveva corso il miglio in 4’19”4 e le 2 miglia in 9’17”8 nel 1955, ad appena diciassette anni, e in quell’anno olimpico stampò un impressionante 4’06”8, sempre sul miglio. Mancò di poco la qualificazione olimpica, ma si guadagnò quella passerella che era una promessa di futuro.
Di lì a poco avrebbe iniziato la sua corsa incredibile verso il vertice, che lo portò a superare per ben diciassette volte i limiti scritti sui libri dell’atletica. Inanellando primati mondiali dalle 2 miglia all’ora in pista. Sempre affrontando la vita, e la corsa, con ironia ed eleganza. Come quando raccontava della prima volta, quel 18 dicembre 1963 in cui corse i 10000 metri in 28’15”6 nella sua Melbourne. Facendolo come nessuno l’aveva fatto prima.
“Avevo lasciato la macchina a mia moglie Helen, che doveva portare i bambini a una festa. Così, uscito dal lavoro, mi feci a piedi le due miglia che mi separavano dall’Olimpic Park. Corsi e feci il mio primo primato. Poco più tardi, raggiunsi la famiglia alla festa, sempre a piedi, e dissi a mia moglie: ho fatto il record del mondo. Lei sorrise, felice ovviamente, e disse: fantastico… mentre me lo racconti, puoi darmi una mano a preparare i sandwiches?”
Questo era Ron Clarke. Uno che prendeva l’atletica seriamente, tanto da diventare il primo della lista, ma allo stesso tempo sapeva dare alle cose il loro valore. “L’ho amata da morire, e se non ho vinto nessuna medaglia d’oro, significa che doveva andare così. Ho dato il massimo. E dopo quegli anni, ho amato il resto della mia vita, la mia famiglia, il mio lavoro”.
Aveva dato il massimo anche il 14 ottobre 1964, nella finale unica dei 10.000 alle Olimpiadi di Tokio, trentasette runners in pista a cercare gloria. Ci era arrivato da primatista del mondo, i riflettori puntati addosso. E nell’ultimo rettilineo aveva cercato di rispondere all’attacco del tunisino Mohamed Gammoudi, certamente dotato di un finale di gara più acceso. Ma entrambi non avevano fatto i conti con un “underdog”, uno di quelli che non godono dei favori del pronostico, nemmeno tra gli addetti ai lavori. Non aveva neppure vinto i trials Usa, Billy Mills, preceduto nell’occasione da Gerry Lindgren. Ma era lì, nel giorno giusto e al momento giusto, e con una volata micidiale li infilò entrambi. Per Ron Clarke, il più veloce al mondo, soltanto una medaglia di bronzo. L’unica della sua carriera olimpica.
UN DANNATO DESTINO – Quattro anni dopo, a Città del Messico, la sua corsa a cinque cerchi finì con toni drammatici. Arrivato all’appuntamento in cima alla lista mondiale all-time (e anche primatista stagionale) sia nei 5000 che nei 10000, rimediò soltanto delusioni. Nella distanza più lunga, nonostante una lunga preparazione sulle Alpi, pagò più di altri i problemi legati all’altitudine. Finì sesto, a 17 secondi dal vincitore Naftali Temu, ma le foto scattate immediatamente dopo l’arrivo lo ritraggono con la maschera dell’ossigeno sul viso, attorniato da medici e personale di servizio che tengono monitorato il suo stato di salute. “Di quell’ultimo giro non ricordo nulla. Ero sprofondato dentro un grande buio”.
Quattro giorni dopo, nella finale dei 5000, non sarebbe riuscito a raddrizzare quel destino beffardo, nemmeno cercando di dettare il ritmo nella prima parte della gara. Il solito finale lo aspettava al varco a un chilometro dal traguardo, quando i corridori d’Africa, che sull’esempio di Abebe Bikila iniziavano a fare la voce grossa a livello internazionale, iniziarono a sfilarlo e a scappargli via. Primo, proprio Gammoudi. Secondo e terzo i keniani: Kip Keino e ancora Temu. Quarto il campione di casa, il messicano Juan Maximo Martinez, evidentemente a suo agio in quelle condizioni particolari e pressoché irripetibili.
LA GARA PIU’ MODERNA – Niente da fare. Gli mancava lo spunto, doveva correre sul ritmo. E quando ci riusciva, lo faceva come nessun altro al mondo. Stroncando la resistenza di qualunque avversario. Come accadde il 14 luglio 1965, nella gara dei 10000 metri sulla gloriosa pista di Oslo. Ci era arrivato da primatista del mondo, finì col battere sé stesso con un risultato che spostava i criteri di valutazione, e proiettava tutto il movimento in una nuova era. Corse in perfetta solitudine, quel giorno, rifilando un minuto e quaranta secondi al britannico Hogan, secondo classificato) e spostò il limite di 36 secondi e 2 decimi. In un colpo solo. Come fosse sceso da un altro pianeta, né più né meno.
Moderno e unico era anche nel presentarsi al mondo, con quelle canotte fatte in casa che erano uno spettacolo, e che rimandavano sempre il pensiero alla sua terra e alla sua gente, in qualunque parte del mondo si trovasse. Moderno e diverso fu nelle scelte di vita. Generoso, elegante, pronto a mettersi in gioco per gli altri. Una “vocazione” particolarmente apprezzata a Gold Coast, la città del Queensland di cui si era innamorato durante una vacanza con Helen nel 1957, e nella quale sarebbe tornato quasi ogni anno fino a stabilircisi definitivamente nel 1995: i cittadini (oltre mezzo milione di abitanti) di questa terra affacciata sull’oceano, di spiagge infinite, sole che riscalda e cuori innamorati persi dietro ai loro surf, decisero nel 2004 che Ron Clarke avrebbe dovuto diventare “major”. E lui restò il loro sindaco fino al 2012, tre anni prima di andarsene per sempre. Il cuore aveva dato i primi segnali di affaticamento nel 1972, due anni dopo il ritiro dalle scene, e nel 1983 proprio un innocuo allenamento di corsa lo aveva mandato in fibrillazione, e c’era voluta un’operazione perfettamente riuscita per sistemare una valvola difettosa. L’addio arrivò a causa di un’insufficienza renale, nel giugno 2015. Un mese esatto prima del cinquantesimo anniversario di quel record incredibile ottenuto sulla pista di Oslo.
Impossibile etichettare Ron Clarke come un perdente. Le sue vittorie, a rileggerle bene, sono anche nella vita dopo l’atletica, quella di uomo d’affari prima e di amministratore pubblico poi. Prese questi impegni con la stessa passione e la stessa determinazione con cui aveva lavorato per migliorarsi e assicurarsi un posto tra i grandi del mezzofondo. Nel grande libro dell’atletica, è entrato da precursore. Arrivando a correre, oltre cinquant’anni fa, i 10000 con quel “crono” stratosferico, 27’39”4, ma anche i 5000 in 13’16”6, e a percorrere 20,323 chilometri nell’ora in pista. “Ero un corridore dallo stile molto semplice. Mi piaceva azzardare, cercare sempre di andare ad esplorare i miei limiti, correre da “front runner” cercando di viaggiare più veloce che potevo. A volte la cosa ha funzionato, a volte no”. Ma quando ha funzionato, accidenti, sono state pagine indimenticabili per l’atletica leggera.  Zatopek, che lo aveva capito prima di tutti, lo ricompensò con una medaglia d’oro che non aveva eguali.
THE STORYTELLER - Runner's World, febbraio 2018



venerdì 9 marzo 2018

NIENTE RISPOSTE



Quando succedono cose così, è il momento delle domande più profonde. Qual è il senso, e come spiegare a una bambina di due anni che la vita ha un perché, anche se quando vuole è più stronza che mai. Se c’è una risposta, è che la vita è una parentesi. Dovremmo ricordarcelo, quando ci pensiamo immortali. Che brucia in fretta, e allora bisogna respirarla a pieni polmoni, cercando di non lasciarsi dietro rimpianti e occasioni. Che a volte ti addormenti e ti porta via, senza avvisarti. Se c’è una risposta. Ma una risposta non c’è mai.

martedì 6 febbraio 2018

IVO VAN DAMME, FERMATO DAL DESTINO



 
di Marco Tarozzi

“Essere il numero due non mi basta. Ai prossimi Giochi olimpici, farò di tutto per diventare il numero uno”. Ivo Van Damme assomigliava anche in questo, nel coraggio un po’ guascone delle intenzioni e delle dichiarazioni, a quel talento d’oltreoceano che tutti chiamavano Pre. Nessuno immaginava che il destino avrebbe presto accomunato lui e Steve Roland Prefontaine nella tragedia più assurda, quella che toglie la linfa vitale a chi è nel pieno delle forze e sta guardando con mille certezze al futuro. Aveva stile e carattere, quel ragazzo di Bruxelles che in pochi anni era entrato di forza tra i grandi dell’atletica in pista. Aveva carisma, e non gli mancava il fisico del ruolo. Alto, capelli lunghi e biondi, barba che lo faceva sembrare un veterano di mille battaglie. Una bella faccia da attore, una determinazione quasi feroce, una capacità inusuale – per un ragazzo della sua età, appena ventidue anni – di interpretare al meglio la gara. Due medaglie d’argento alle Olimpiadi di Montreal gli avevano srotolato davanti un radioso avvenire. Almeno così pensavano tutti, in quei giorni felici di fine luglio del 1976.

Alla corsa, Ivo era arrivato tardi. Nato nel 1954, figlio di un poliziotto, prima ci aveva provato con il calcio, sognando come tanti coetanei di indossare un giorno la maglia dell’Anderlecht, la squadra più blasonata del Belgio. Aveva fatto la trafila delle giovanili, immaginava un futuro da professionista. Ma le cose dovevano andare diversamente: una frattura al braccio, poi il trasferimento per il lavoro del padre a Veltem-Beisem, piccolo borgo del Brabante fiammingo a un quarto d’ora d’auto dal capoluogo Leuven, gli cambiarono le prospettive. A diciassette anni, con la passione per la pratica sportiva ancora viva, Van Damme bussava alla porta del Daring Club di Leuven, e pochi mesi dopo la fiamma bruciava già intensamente. Subito in pista, inizialmente a cimentarsi sulle distanze dei 1500 e dei 3000 metri, di lì a poco a prendere confidenza con gli 800 metri, inaspettata e piacevole scoperta anche per lui. 2’07”20 alla prima uscita ufficiale, già diciottenne, un miglioramento di cinque secondi al secondo tentativo. E nel 1973, a diciannove anni, i primi risultati davvero significativi: per iniziare il quarto posto, sempre sugli 800, agli Europei juniores di Duisburg, alle spalle di Steve Ovett, Willi Wülbeck ed Erwin Gohlke; poi, dopo un anno tribolato a causa di una forma di mononucleosi, il secondo posto agli Europei indoor di Katowice, dietro al tedesco dell’Est Gerhard Stolle, ma demolendo un record storico per l’atletica belga, quello di Roger Moens, che resisteva da vent’anni. E nel 1976, anno olimpico, la prima medaglia d’oro internazionale, ancora una volta agli Europei indoor, terreno amatissimo, e ancora una volta sugli 800 metri, col tempo di 1’49”2. A cinque mesi dall’appuntamento olimpico, un biglietto da visita prestigioso.

I GIORNI DELLA GLORIA – Nonostante quella medaglia pesantissima, Ivo è ancora fuori dai radar degli addetti ai lavori quando si presenta a Montreal. Buon specialista, certo, ma ancora giovane e certamente non accreditato come altri. Mancano i talenti d’Africa, bloccati in patria dal primo boicottaggio della storia olimpica: per protesta contro la Nuova Zelanda, la cui Nazionale di rugby aveva compiuto una trasferta in Sudafrica, infrangendo il veto sportivo in atto a causa della politica di “apartheid” della nazione ospitante, in Canada non si presentano ventisette paesi africani, uno asiatico (l’Iraq) e uno americano (la Guyana). All’appello mancano campioni come i kenianI Mike Boit e John Kipkurgat, specialisti degli 800 metri, o come il tanzaniano Filbert Bayi, primatista mondiale dei 1500. Ma la concorrenza è comunque nutrita. Il favorito nel doppio giro di pista e lo statunitense Rick Wohluther, medaglia d’argento sulla distanza a Monaco nel 1972 e detentore della miglior prestazione stagionale. Il cubano Alberto Juantorena, favoritissimo nei 400, è una specie di incognita che dà comunque affidamento, avendo già segnato il secondo miglior risultato mondiale dell’anno. E ci sono Clement, Wullbeck, Steve Ovett che ha addirittura un anno meno di Van Damme.

Ivo è sicuro di sé, lo dimostra già nelle batterie, vincendo la sua in 1’47”80, e soprattutto in semifinale, dove si piazza immediatamente alle spalle di Juantorena in 1’46”00, a dodici centesimi dal tempo fatto registrare dal cubano. Approda alla finale non più da carneade, tra i giornalisti accreditati più d’uno inizia a tenerlo d’occhio. Così come lo controllano i colleghi in pista, perché il ragazzo mostra di saper leggere la gara come pochi. In finale, “El Caballo” Juantorena impone un ritmo elevato, Wohlhuter rimane incollato mentre Ivo sceglie una tattica più accorta, che pagherà nel finale: sul rettilineo conclusivo, il belga riprende e supera lo statunitense e va a prendersi la medaglia d’argento, chiudendo in 1’43”86. “Per battermi, bisogna correre a ritmo di record del mondo”, aveva confidato Van Damme, ricordando anche in questo le dichiarazioni di Prefontaine alla vigilia del 5000 di Monaco. E aveva ragione da vendere: Juantorena ha viaggiato in 1’43”50, nuovo primato mondiale, e quello di Ivo è il terzo crono di tutti i tempi, subito dietro al leggendario 1’43”7 fissato all’Arena di Milano da Marcello Fiasconaro nel 1973.

DUE VOLTE SUL PODIO – Pochi giorni dopo, Van Damme si rimette in gioco nei 1500 metri. Cinque batterie, e il giovane belga, ormai tutt’altro che sconosciuto, supera il turno agevolmente finendo secondo nella sua, alle spalle del tedesco occidentale Wellmann, spalla a spalla con Wohlhuther. Su questo terreno, il grande favorito è il neozelandese John Walker, ma nelle eliminatorie brillano anche i talenti di Ovett, di Wessinghage, bronzo agli Europei, dei britannici Clement e Moorcroft, dell’irlandese Coghlan, dell’australiano Crouch e di un insolito (su questa distanza) Fernando Mamede. Due semifinali estremamente tattiche portano tutti i migliori all’atto finale, che si sviluppa con una gara in cui i tatticismi si sprecano. Dunque lentissima, anche quando a tirare il gruppo dei nove finalisti va Coghlan, e pronta ad accendersi all’ultimo giro. Van Damme si muove da atleta navigato, quando Coghlan aumenta il ritmo portandosi dietro Walker, sul rettilineo opposto a quello del traguardo, è perfettamente posizionato. Ma quando tocca a lui, resta per qualche attimo chiuso da Graham Crouch. Sono le frazioni di secondo che permettono a Walker di creare il “buco”. Nell’ultimo rettilineo, il belga risale infilando Wohlhuter, ormai spento, e Coghlan, ma non basta ad agguantare il neozelandese. Sul traguardo ci sono 48 centesimi di secondo tra il vincitore ed il quinto classificato, Clement. Van Damme si piazza alle spalle di Walker, con un distacco di appena dieci centesimi. E porta a casa da Montreal la sua seconda medaglia d’argento.

IL FINALE SBAGLIATO – Al rientro in patria, Ivo è l’eroe del momento. Addosso gli resta quel filo di malinconia che prende chi sa di essere stato a un passo dal trionfo, e le sue parole non nascondono quel senso di incompiutezza. “Tra quattro anni, sarò il numero uno”, assicura. Non un proclama, niente parole gridate. Solo una certezza da coltivare. Si gode il momento, comunque: a ventidue anni, sa di avere fatto qualcosa di grande. Tutta benzina per ripartire con ancora più energia, con nuove motivazioni.

Ma c’è quel maledetto destino, in agguato. Ivo corre ancora da protagonista, negli 800 stampa un 1’44”02 a Zurigo e un 1’44”09 a Colonia, risultati in fotocopia che parlano di un atleta in piena condizione, padrone delle proprie sensazioni, maturo come pochi lo sarebbero a quell’età. E’ pienamente soddisfatto di questa annata da favola, quando si sposta a Marsiglia per uno stage di allenamento invernale. E’ passato da poco Natale, quando arriva il “rompete le righe”. Il 29 dicembre, Ivo si infila in auto per tornare a casa. Ha la testa piena di pensieri positivi. Nella stagione che verrà lo attende la prima edizione della Coppa del Mondo, a Dusseldorf, nel 1978 a Praga ci saranno gli Europei. Soprattutto, pensa ad un futuro da costruire fuori dalle piste: a casa lo attende Rita Thijs, la sua fidanzata. C’era anche lei, a Montreal, condivide la passione e i sacrifici del suo uomo. Nel 1975 è stata campionessa del Belgio degli 800, e medaglia d’argento agli Europei juniores. Hanno deciso, Ivo e Rita: il 1977 sarà l’anno giusto per mettere su famiglia. Li attende un matrimonio da campioni.

Belle sensazioni. Frantumate in poche frazioni di secondo all’altezza di Orange, nel Midi, in quella sera del 29 dicembre. Uno schianto frontale che non lascia scampo, né tempo per pensare. A poche ore da un nuovo anno che Ivo Van Damme non potrà mai vivere. Come per Prefontaine in Oregon, toccherà agli amici, a quelli che ne ammiravano il talento, perpetrarne la memoria. Un gruppo di giornalisti sportivi che aveva seguito la crescita sportiva, testimoniandone la grandezza, inventerà il memorial che porta il suo nome, e sarà Wilfried Meert, uno di loro, a farne uno degli appuntamenti classici del calendario europeo e mondiale. Un modo per tenere accesa la memoria, per ricordare un nome. Ma quello che avrebbe potuto fare negli anni a venire Ivo Van Damme sulle piste di atletica, che ruolo certamente importante avrebbe potuto recitare nel periodo del grande duello tra Seb Coe e Steve Ovett, non lo sapremo mai. La storia e la vita hanno deciso di non regalarci queste emozioni. E quando vogliono, sanno essere incredibilmente crudeli.
THE STORYTELLER - RUNNER'S WORLD ITALIA - gennaio 2018

venerdì 24 novembre 2017

MAMO, DALLA GLORIA ALL'INFERNO


Mamo Wolde con il suo allenatore Onni Niskanen (Wordpress)

Gli anni bui della prigionia si Wolde, l'uomo che era stato l’erede di Abebe Bikila nella maratona olimpica di Città del Messico


di Marco Tarozzi
Dentro le quattro pareti di una cella, l’unica cosa che può salvarti sono i ricordi. A quelli si è affidato per anni Mamo, per uscire dalla miseria del presente e correre fuori, in qualche modo. Correre come quando nessuno riusciva a farlo come lui. Correre con i pensieri, quando ormai non poteva più farlo con gambe e cuore.
E allora il ricordo più intenso, più forte, non poteva che essere quello. Quel 20 ottobre 1968, quella grande corsa da trionfatore alla maratona olimpica di Città del Messico. Quel giorno era stato un eroe per tutto il suo popolo, raccogliendo l’eredità di un mito. Chiuso in una cella, Mamo si è affidato per anni a quelle immagini, ormai sfocate anche nella sua memoria, per combattere gli incubi quotidiani.
Degaga Wolde, detto Mamo, era arrivato alle Olimpiadi messicane a trentasei anni, con una lunga carriera da runner alle spalle. La prima apparizione era stata a Melbourne, dodici anni prima, quando ancora praticava il mezzofondo veloce, in pista. Non aveva lasciato segni particolari, negli 800 e nei 1500, meno che mai nella staffetta 4x400. Ma era stata la prima volta in cui aveva rappresentato il suo Paese, l’Etiopia, ad una manifestazione così importante, e gli bastò per sentirsi appagato e continuare a correre, e a crederci. Mamo Wolde aveva scelto il mestiere che nella sua terra poteva assicurare un minimo di tranquillità economica per sé e per la sua famiglia. Faceva il militare, era entrato nella Guardia Imperiale di Haile Selassie già nel 1951, trasferendosi da Ada, suo luogo natale, nella capitale Addis Abeba, e qualche anno più tardi aveva partecipato a una lunga missione in Corea per conto dell’Onu. Ancora, quattro anni dopo Melbourne, mentre a Roma il suo connazionale Abebe Bikila diventava leggenda vincendo la maratona olimpica a piedi nudi, Mamo aveva appena concluso una lunga missione nel Congo, sotto la bandiera delle Nazioni Unite.
Intanto, però, non aveva smesso di allenarsi e fare quello che gli riusciva naturale. Correre. E aveva capito che per emergere c’era soltanto un modo: allungare le distanze, in allenamento e soprattutto in gara. Si presentò un altro atleta, alle Olimpiadi di Tokio. Solido, competitivo. E nella gara dei 10000 metri che sarebbe passata alla storia per l’incredibile trionfo dell’indiano d’America Billy Mills, sfiorò il podio finendo al quarto posto, alle spalle dell’inatteso vincitore americano, di Gammoudi e di Ron Clarke. Intanto, Bikila entrava nella storia conquistando il secondo oro consecutivo nella maratona olimpica, impresa mai riuscita ad alcuno nella storia delle Olimpiadi moderne.
Quello che riempiva d’orgoglio Mamo Wolde era proprio l’amicizia nata con quel campione, simbolo dello sport etiope, che aveva scelto proprio lui come compagno di allenamenti. Non esattamente un successore designato, perché i due avevano la stessa età, nati entrambi nel 1932. Anzi, Mamo era più “anziano” di Abebe, nato il 12 giugno, quasi due mesi prima dell’amico. Insieme avevano affrontato chilometri e chilometri di preparazione e anche gare che si erano trasformate in vere e proprie missioni, come quella che nell’aprile del 1965 li aveva portati a New York, a correre una mezza maratona celebrativa della seconda edizione della New York World’s Fair, nella quale avevano consegnato agli organizzatori una pergamena vergata dall’imperatore Haile Selassie in persona, che sanciva i buoni rapporti del suo paese con quell’America già al centro del mondo.
La successione venne comunque naturale, quattro anni dopo, e fu lo stesso Bikila, conscio delle sue possibilità ridotte da un problema al ginocchio, a sancirla. E la parola di un campione assoluto come Abebe non si poteva mettere in dubbio né discutere, non lo avrebbe mai fatto neppure Mamo. A Città del Messico, Wolde aveva già vinto l’argento nella finale dei 10000 metri, disputata una settimana prima della maratona. Doveva essere la gara della definitiva consacrazione di Ron Clarke che, come sempre gli sarebbe accaduto in competizioni di questo valore, affondò. Fu invece il primo oro olimpico per il Kenia, nazione indipendente da soli cinque anni, conquistata da Naftali Temu dopo una volata vincente proprio ai danni di Mamo Wolde, sei soli decimi di secondo a dividerli dopo dieci chilometri, con Gammoudi terzo e fuori dai giochi.
“Sai che che questa volta non partirò per vincere”, è il discorso che il campione uscente fa all’amico, “anche se avrei voluto giocarmi qualche chance per conquistare il terzo oro. No, io non posso farcela. Ma tu puoi, e devi. E io ti darò una mano per riuscirci, nella prima parte della gara”. La benedizione della leggenda. Così andranno le cose, in gara: Bikila che detta i ritmi ma è costretto a ritirarsi per spasmi muscolari dopo 17 chilometri, il keniano Temu, vincitore dei 10000, che resta al comando fino al trentesimo per poi sparire nelle retrovie (finirà diciannovesimo), Mamo Wolde che prende la testa dopo una prima parte di gara regolarissima, e vola verso il traguardo in solitudine. Portando ancora una volta l’Etiopia sul trono della maratona, per la terza Olimpiade consecutiva. Mamo sarà ancora sul podio quattro anni dopo, quarantenne, a Monaco. Medaglia di bronzo, alle spalle di Frank Shorter e Karel Lismont. Secondo atleta nella storia a conquistare una medaglia olimpica in maratona in due Olimpiadi di fila. Dopo il suo grande maestro, Abebe Bikila.
Tra le quattro pareti di una cella, il colore dei ricordi aiuta a sopravvivere. Mamo Wolde, lì dentro, è un uomo con un grande passato ed un presente misero. A capovolgergli la vita sono state la storia e la cronaca drammatica del suo paese. Nel 1974, appena due anni dopo il bronzo di Monaco, in Etiopia la rivoluzione filo-comunista porta alla deposizione di Haile Selassie, e alla conquista del potere da parte del colonnello Mengistu Haile Mariam, che sa quanto lo sport possa essere utile alla propria causa. Mamo Wolde è un personaggio amato e venerato in patria, ed è un militare. Gli viene offerto un posto da dirigente di un kebele, uno dei distretti in cui è stata riorganizzata Addis Abeba. L’offerta economica è alettante, e d’altra parte in quel momento storico chi non è dalla tua parte diventa automaticamente un nemico. Mamo accetta, e senza saperlo inizia la caduta che caratterizzerà la seconda parte della sua vita, quella vissuta lontano dai riflettori della gloria sportiva.
L’epopea del Dergue di Mengistu dura appena quattordici anni, quelli in cui il suo governo rivoluzionario trova appoggi dal mondo filosovietico. Ma, appunto, il mondo fuori sta cambiando: la “perestroika” di Gorbaciov lascia Mengistu solo, e l’Etiopia di fronte all’ennesimo cambiamento politico. Come sempre, è tempo di chiudere conti in sospeso, e far venire molti nodi al pettine. Anche Mamo Wolde finisce invischiato in una brutta storia risalente al 1975, l’uccisione di un ragazzo di appena sedici anni in un night della capitale. “Giustiziato” barbaramente da un ufficiale che ha voluto che anche Mamo fosse presente all’esecuzione di un “ribelle” al regime di Menghistu. Di più: Mamo è costretto a sua volta a sparare sul corpo ormai esanime del ragazzo, e lo fa mancando volutamente il bersaglio. Più di un testimone di quell’orrore conferma che le cose sono andate in quel modo, ma non basta. L’ex campione viene arrestato nel 1993, passa nove lunghi anni in galera aspettando un processo che alla fine, nonostante in tanti lo scagionino, lo condannerà a sei anni di reclusione. Già scontati, per cui nel 2002 i cancelli del carcere si spalancano, e Mamo rivede la luce.
Ma è troppo tardi. Da quell’incubo esce un uomo di quasi settant’anni, piegato dalla vita. Magro, debilitato, afflitto da una bronchite cronica e da problemi di fegato, quasi sordo. La comunità dei runners si era mobilitata per lui, durante la sua prigionia. Billy Mills, che aveva corso e vinto quel 10000 olimpico in cui Wolde aveva sfiorato il podio, gli aveva fatto recapitare una bandiera olimpica firmata da campioni americani come Frank Shorter, Ralph Boston, Willie Davenport, Rafer Johnson, per fargli sapere che non era stato dimenticato. E Kenny Moore, a cui Mamo aveva soffiato il terzo posto nella maratona di Monaco, diventato una firma illustre di “Sports Illustrated”, va a trovarlo nel penitenziario in cui è rinchiuso, per raccogliere il suo straziante e soffocato grido di dolore. “Là fuori, la gente si ricorda di te”, gli dice. “Tutto torna indietro”, gli risponde il vecchio e logorato campione, “ricordami ai miei fratelli olimpici. Queste sono parole del Signore. Ma io oggi ho solo un desiderio: uscire di qui, costruire finalmente una casa di pietra, dopo aver vissuto tutta la mia vita in una casa di fango, e viverci insieme alla mia famiglia”. Otto minuti in tutto, per rivedere un vecchio amico. “Ma è bello sapere che fuori la gente ricorda…”
Mamo Wolde vivrà confortato dall’affetto dei suoi cari, da uomo libero, appena quattro mesi. Uscito di prigione all’inizio del 2002, morirà a causa di un tumore al fegato il 26 maggio dello stesso anno. “Datemi qualche mese per riprendermi, e tornerò a sfidarvi”, aveva assicurato ai vecchi amici, Kenny Moore compreso. Soltanto un sogno, perché il tempo non fa sconti. Mai.
RUNNER'S WORLD - "THE STORYTELLER" - novembre 2017







mercoledì 10 maggio 2017

CLARENCE DEMAR, CUORE DI MARATONETA




Marco Tarozzi

Quando gli spiegarono che il suo non era un cuore adatto alla corsa, Clarence DeMar pensò che la vita è davvero strana, pronta a toglierti quello che ti ha appena dato. Ma come, proprio a lui che a ventidue anni aveva appena mostrato il proprio talento, debuttando alla Boston Marathon con un secondo posto alle spalle del canadese Fred Cameron? Proprio a lui che aveva iniziato a correre ancora bambino, a sette anni appena, per andare e tornare da scuola? Sì, proprio a lui. Destino maledetto.

Era il 1910, e quel medico era stato chiaro: soffio al cuore, percepito dopo un controllo di routine. Il consiglio? Fermarsi, per non prendere rischi inutili. Solo che per Clarence la corsa era molto più che uno svago. Era passione, vita. E un anno dopo, con tutti quei dubbi nella testa, decise di ripresentarsi al via di quella maratona di cui si era innamorato, e sulla linea di partenza i medici della corsa, che conoscevano la situazione, gli ricordarono che in caso di affaticamento avrebbe dovuto ritirarsi immediatamente, e quasi certamente rinunciare a qualunque altro sforzo in futuro.

La risposta fu limpida. Clarence DeMar fu il vincitore dell’edizione 1911 della Boston Marathon, per di più col record della gara, 2:21:39. E fu soltanto l’inizio. In diciannove anni, l’avrebbe vinta sette volte in tutto. Un record che nessuno, dopo, avrebbe più neppure sfiorato. E quella corsa, la “sua” corsa, l’avrebbe chiusa da “finisher” in tutto trentanove volte. L’ultima nel 1953, a sessantacinque anni.

DI CORSA CONTRO IL DESTINO

Clarence era nato a Madeira, Ohio, da una famiglia che aveva attraversato l’oceano. Origini francotedesche. Aveva otto anni quando il padre gli morì davanti agli occhi, e presto fu costretto a improvvisarsi venditore ambulante nei paesi vicini, per dare una mano a mamma che in qualche modo sfamava lui e cinque fratelli più piccoli. Far visita ai clienti gli servì per coltivare ancora quella passione per la corsa. Da una casa all’altra, da un paese all’altro. Tutti i giorni, per tutto l’anno.

A dieci anni si spostò ad Est con la famiglia, e venne ammesso alla Farm & Trades School, scuola per ragazzi indigenti sulla Thompson Island, di fronte al porto di Boston. Lavorava duro e trovava sempre e comunque il modo di ritagliarsi uno spazio per la corsa. Si trovò separato dalla famiglia, imparò a fare della solitudine una forma di forza interiore. Aveva fegato e tenacia, non accettava il destino senza combattere.

Aveva iniziato a gareggiare nel cross ai tempi del college, ma preferì interrompere il suo sogno quando trovò un lavoro da apprendista in una tipografia. Imparava un mestiere, aiutava la famiglia e per dar sfogo alla passione gli bastava allenarsi alla vecchia maniera: avanti e indietro dal posto di lavoro. Era tutto lì il suo programma di allenamento, giorno dopo giorno.

Intanto studiava di notte, frequentava scuole serali. Ottenne la laurea di primo grado alla Harvard University, frequentò con successo un corso post-laurea alla Boston University. Nel frattempo, Boston aveva imparato a conoscerlo. Con quelle due fiammate nella maratona più antica del mondo: secondo nel 1910, al debutto, primo a tempo di record nel 1911.

Dopo quel successo, Clarence era divento uno dei maratoneti più forti degli Stati Uniti. E infatti andò a rappresentarli a Stoccolma, nel 1912. Un viaggio-premio, per uno che non aveva frequentato scuole di corsa. Un self-made-man che gareggiava nel più puro spirito dilettantistico. Finì con un dodicesimo posto nella maratona olimpica, e poi con quel suo spirito libero che non accettava compromessi parlò senza timori dei metodi dittatoriali con cui lo staff della Nazionale di atletica controllava e decideva il metodo di allenamento dei suoi uomini, affermando che avevano danneggiato la squadra. Non si preoccupò delle conseguenze, anche perché subito dopo le Olimpiadi troncò di netto la sua carriera atletica e sparì da tutti i radar, e dai taccuini degli esperti.

La sua tenacia, in quel momento, lo convinse a mettere davanti a tutto lo studio. Nel 1915 mentre lavorava in una tipografia a Boston, riuscì a laurearsi in discipline umanistiche ad Harvard.

La storia del DeMar maratoneta avrebbe anche potuto chiudersi così: una vittoria a Boston, una partecipazione alle Olimpiadi. Nemmeno poco, a pensarci.

IL RITORNO DEL CAMPIONE

Invece, ecco tornare fuori tutta la passione. Sul finire della prima guerra mondiale, e per di più in Europa. Quando Clarence arrivò a St. Armand, in Francia, non si sparava più. Era il 1919, di lì a poco fu trasferito a Coblenza, in Germania. E finalmente potè riprendere a dedicarsi alla corsa. Gareggiò ai trials per i Giochi Interalleati, tra le forze che avevano vinto la guerra. Finì quarto nei 10mila metri, si qualificò per la squadra americana senza partecipare all’atto finale della manifestazione. Ma la fiamma era riaccesa.

Rientrò in patria, riprese ad allenarsi con regolarità, ma per il grande ritorno attese ancora qualche anno.

Era il 1922 quando si ripresentò sulle strade della gara più amata. La Boston Marathon. Erano passati undici anni da quella prima vittoria, in mezzo c’era stata una guerra. Ma Clarence era carico a mille, affamato di corsa e di gloria. Vinse in 2:18:10, nuovo primato della gara. “Mister DeMar-athon” era tornato davvero a casa, e nessuno avrebbe più potuto fermarlo.

Aveva trentaquattro anni, Clarence. “Ormai”, verrebbe da dire. Non fosse che per lui la leggenda stava appena iniziando. Insieme ai suoi anni più fecondi da runner. Tornò a Boston nel 1923 e vinse ancora. Nel 1924 sulle strade che portano tradizionalmente da Hopkinton a Copley Square andarono in scena gli US Trials, e ancora una volta DeMar non lasciò scampo agli avversari. Nessuno aveva mai trionfato in quella classica tre volte di seguito. Così il Boston Globe raccontò, il giorno dopo la sua vittoria: “Non riusciva a contenersi nella sua azione, e all’altezza di Beacon Street non aveva più nessuno accanto, o nelle vicinanze, se non un cane uscito di corsa da un cortile che lo accompagnava nella sua corsa vincente… Non poteva essere battuto e la domanda a quel punto era in quanto tempo avrebbe terminato. Ha chiuso in mezzo a un tifo selvaggio, nel sensazionale tempo di 2 ore, 29 minuti, 40 secondi e un quinto… DeMar si è assicurato un posto importante ai Giochi Olimpici di Parigi”.

Il campione tornò in Europa. A Parigi lo aspettava la sua seconda Olimpiade. Questa volta, a trentasei anni, era nel pieno della forma. Valeva il podio e andò a prenderselo in una giornata talmente calda da costringere gli organizzatori a rinviare la partenza, e parecchi atleti ad abbandonare la gara. Ebbe la meglio Albin Stenroos, finlandese, in 2:41:22, tempo che la dice lunga sulle condizioni climatiche affrontate dai concorrenti. L’italiano Romeo Bertini fu secondo in 2:47:19. DeMar andò a prendersi il bronzo in 2:48:14, a meno di un minuto dall’azzurro. Nell’Olimpiade di Paavo Nurmi, di Harold Abrahams ed Eric Liddell, anche lui riuscì a trovare una medaglia e un momento di gloria.

A Boston tornava (e a lungo sarebbe tornato) a raccogliere l’abbraccio della sua gente, senza più spezzare il filo che lo legava alla grande corsa. Nel 1925, anno post olimpico, fu secondo alle spalle di Charles Mellor. Poi, nei due anni seguenti, infilò una serie di vittorie a Baltimora, Philadelphia, Port Chester, ancora Baltimora e finalmente, nell’aprile del 1927, di nuovo Boston. Quinta vittoria, e la sesta sarebbe arrivata l’anno successivo, ancora una volta a regalargli un posto alle Olimpiadi. Ad Anversa, sua terza partecipazione ai Giochi, finì ventisettesimo pagando una giornata di vento gelido e pioggia. E forse anche l’età, che ormai si avvicinava ai quaranta.

IL RE VETERANO

Qualcuno pensò che DeMar avesse infilato il viale del tramonto. Qualcuno che non aveva fatto i conti con la sua tempra d’acciaio. Certo, i tempi erano cambiati: Clarence si era sposato, era diventato professore di tipografia e storia industriale alla Keene Normal School, si occupava dell’educazione dei boy scouts di Camp Zakelo, sul Long Lake, in Maine. Ma non aveva smesso di tenersi in condizione a modo suo. Ogni settimana raggiungeva Keene, nel New Hampshire, correndo, camminando e facendo l’autostop: ed era un viaggio da novanta miglia ogni volta…
Insomma, era ancora “Mr. DeMar-athon” quello che si presentò al via della Boston Marathon nel 1930. E alla bella età di quarantun’anni poteva ancora concedersi il lusso di vincerla. In 2:34:48, e per la settima volta. Nessuno aveva mai scritto il suo nome nell’albo d’oro a quell’età. Nessuno ci sarebbe mai riuscito dopo. Il modo migliore per consegnarsi alla storia.

E le famose disfunzioni? DeMar morì nel 1958, settantenne, per un cancro allo stomaco. Cinque anni prima aveva concluso la sua ultima Boston Marathon. Negli anni della gloria aveva aderito alle ricerche harvardiane sugli effetti dell’allenamento e contribuì alla comprensione della fenomenologia del cuore d’atleta. Il suo era più grosso della norma, ma se nel 1911 gli consigliavano di fermarsi perché questo sembrava deleterio, già negli anni Venti la differenza tra il cuore di un atleta e quello di un sedentario era chiara. Il cuore di Clarence era qualcosa di più: batteva nel petto di un Campione.

RUNNER'S WORLD - "THE STORYTELLER" - marzo 2017


domenica 5 febbraio 2017

LA BALLATA DI JOHNNY


Adesso che Ezio se ne è andato, restando per sempre nei nostri cuori, è tornata alla mente, tra mille ricordi e fotografie in bianco e nero, anche la storia di Johnny. L’uomo che entrò in campo al suo posto nell’ultimo momento di massima gloria del Bologna. All’Olimpico, il giorno dello spareggio-scudetto contro l’Inter. Il 7 giugno 1964.
Bruno Capra, detto Johnny, sapeva che quel giorno sarebbe entrato in campo, indossando il numero di Ezio. Glielo aveva detto tre giorni prima Fulvio Bernardini, spiegandogli anche i motivi di quella sua scelta furba, da “Dottore”, da scienziato del pallone. Era una mossa tattica, un lampadina accesa improvvisamente, un colpo di genio pensato per mettere a soqquadro le certezze dell’altro mago, Helenio Herrera, ancora carico a mille per la vittoria della Coppa dei Campioni di pochi giorni prima. Proprio lui, contro il Real Madrid, aveva tracciato la via.
L’avrebbe ricordato, nella cronaca della partita, anche Gianni Brera: “Il Bologna, per contro, ha finalmente impostato la partita per vincere. Nessuna concessione alle fole estetiche già tanto deplorate (e scontate) l'anno scorso. Praticamente l'Inter ha insegnato la lezione vincendo al Prater e il Bologna l'ha applicata con energica, direi spietata, determinazione. L'Inter ha largamente dominato il centrocampo ed ha scontato in attacco la nullaggine e lo scadimento psicofisico delle sue punte”.
Ad aspettarle, quelle punte spuntate, quel giorno all’Olimpico c’era anche Johnny. L’arma segreta di quello spareggio, la genialata del Dottor Pedata. Ma prima di ricordarvela, proviamo a ricordare come ci era arrivato, Bruno Capra, nel Bologna. E perché mai tutti si ostinavano a chiamarlo Johnny.
Classe ’37, proprio come Ezio Pascutti. Un’infanzia passata a Pittsburgh, Pensylvania, dove papà che faceva il ferroviere era andato per cercare (e trovare) lavoro partendo da Bolzano, casa sua. Fu lì che i bambini iniziarono a chiamarlo con quel soprannome: Johnny… Johnny… E lui ci si affezionò e pochi anni dopo se lo portò dietro in Italia, dove raramente trovava qualcuno che ancora lo chiamasse Bruno.
Giocava nel Bolzano, in Serie C, e aveva qualcosa in più, tanto da farsi notare da uno che di calcio ne capiva parecchio. Il presidente della Spal, Bruno Mazza, lo “prenotò” offrendo sette milioni alla società d’origine, ma lui non passò le visite mediche per un problema alle tonsille che gli scombinò i valori degli esami, e finì per quattro milioni al Bologna. Era il 1956. Un’operazione alle tonsille e via, iniziava una vita da professionista. Anni dopo, in mezzo anche quel memorabile spareggio all’Olimpico, Mazza ammise che quell’affare mancato non l’aveva proprio digerito: “Potevo comprarti con sette milioni e rivenderti a trenta”.. Tant’è, in quel Bologna che alla fine degli anni Cinquanta, e poi con l’avvento di Bernardini, iniziò a costruire l’ossatura di una squadra irripetibile, ci finì anche Johnny. Il figlio del ferroviere, quello che veniva da Bolzano. Anzi, da Pittsburgh.
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“Ma Renna? Come la prenderà, Renna?...” Questo fu il primo pensiero di Johnny, quando Bernardini gli annunciò la sua scelta. Per dire di un gruppo fatto di uomini veri, uniti nella consapevolezza di aver costruito qualcosa di unico, decisi a giocarsi tutto in quel giorno afoso dell’estate romana, dopo le calunnie e i sospetti dei giorni dell’inchiesta-doping, un castello di carte montato contro il Bologna, principe ragazzino che voleva farsi re a dispetto del protocollo, delle regole non scritte, della potenza anche economica dei Signori di Milano. Basta farsi chiamare provinciale, nobile decaduta o chissà che altro. Il Bologna era quel gruppo: forte, solido, compatto. Faceva terribilmente sul serio.
Johnny prese quella maglia col numero 11, guardò Ezio che era lì, a Roma, in quel giorno irripetibile in cui il destino lo aveva chiamato fuori, rivide il volto sorridente e negli ultimi tempi sofferente di Renato Dall’Ara, che lo aveva portato a Bologna e non era lì a godersi l’attimo tanto atteso, portato via da un’annata che era stata un peso sul suo cuore già affaticato. Pensò ancora alla faccia triste di Mimmo Renna, ma soprattutto all’idea meravigliosa che si era messo in testa Fulvio Bernardini. E allora andò in campo, a fare il libero aggiunto con addosso la maglia dell’ala sinistra.
C’era Franco Janich a presidiare la sua solita zona di campo, e c’era lui, Johnny, spostato appena a sinistra, a contenere le folate degli avversari. Che poi quel giorno, sorpresi dalla mossa e certamente anche più stanchi, furono attacchi flebili, nulla che una difesa come quella rossoblù non potesse contenere.
Così Johnny diventò uno di loro. Uno degli “eroi dello scudetto”. Quelli che ancora oggi sono nella storia, perché quello era un Bologna da sogno e perché dopo, di scudetti, non ne sarebbero più arrivati.
Ma lui restò quello che era stato in campo. Uno che lavorava in silenzio. Taciturno, quasi allergico alle luci della ribalta. Undici presenze in quell’anno speciale, tre nella stagione successiva, 145 in tutto in dieci anni di Bologna. Poi il trasferimento a Foggia, e l’addio al calcio giocato nel 1969.
Da allora, Johnny si è messo ai margini. Come chi ha sempre considerato il calcio una parentesi della vita, uscendo da tempi in cui non era facile costruirci sopra il benessere per sé e per chissà quante generazioni a seguire. Ha lavorato in un altro mondo, ha conosciuto gente nuova e diversa, senza mai farsi grande di quella sua appartenenza, né del ricordo di quel giorno all’Olimpico. Meno che mai nei giorni colorati delle celebrazioni, delle feste a cui per carattere non si è mai sentito a suo agio.
Ma c’era stato, Johnny Capra, al capezzale dell’onorevole Giacomino, quando il più ragazzino di quel Bologna tricolore stava per andarsene per sempre. E c’era anche pochi giorni fa, quando nella cattedrale di San Pietro siamo andati a salutare ancora una volta Ezio, facendo finta che non fosse l’ultima.
Perché Johnny era, è e sarà sempre parte di quel sogno.
Un eroe che non voleva essere eroe.
Un numero 11 che quasi si sentiva a disagio, quel 7 giugno 1964, pensando ad Ezio e a Mimmo.
Eppure, fu proprio lui a scombinare le carte.
SHORT STORIES - Racconti di sport e di vitaPrima puntata
Radio Bologna Uno, 27 gennaio 2017


martedì 24 gennaio 2017

ANNIVERSARIO



Ricordare la vita, non la morte. Oggi sarebbero sessantasei. Difficile anche solo immaginarli. Buon anniversario, comunque, ragazzo di Coos Bay.