lunedì 20 dicembre 2010

Il grande giorno del traghettatore


di Marco Tarozzi

Un pranzo veloce e fuori orario, nel primo ristorante a portata di mano che ancora accetta clienti alle due e mezza del pomeriggio. Da via della Zecca a via Montegrappa, due passi a piedi per respirare l’aria di Bologna e raccogliere i primi consensi. Perché la notizia si è sparsa e lui, Giovanni Consorte, oggi si sente decisamente a suo agio nei panni del salvatore delle sorti rossoblù.
«È stata una trattativa lunga e complicata, più di quanto pensassi. Ieri sera, tardissimo, abbiamo finito il lavoro di un mese. Devo dire la veirtà? Non pensavo di arrivare a questo livello di problematiche. Ma non conta più. C’è l’accordo. Ora il Cda potrà approvare il bilancio al 30 giugno, poi l’assemblea dei soci ratificherà l’aumento di capitale».
Tutto previsto per la stessa data: giovedì prossimo, 23 dicembre. Intanto, ci si guarda in faccia tra quelli che hanno sposato la causa. E lui, l’uomo che ha traghettato il Bologna verso Massimo Zanetti, ci sarà.
«Mi hanno quasi obbligato. Domani (oggi per chi legge, ndr) ci sarà la riunione di Bologna 2010, la newco che sarà azionista di controllo del Bologna Fc 1909. E anch’io penserò in che misura essere presente».
Zanetti entrerà col 35% delle quote. Gli altri avranno percentuali minori, ma Consorte non ha abbandonato l’idea di una sorta di public company che coinvolga i tifosi per una quota totale intorno al 5%. C’è da pensarci, e soprattutto da organizzare un progetto. In questa domenica col freno finalmente tirato, il grande manovratore dà un’occhiata a tutto ciò che è successo. Colpi di scena, e di coda, inclusi.
«Momenti difficili ce ne sono stati. Non riuscivo a capire come chiudere la partita con l’interlocutore, ma non è che sia mai stato disperato o sconfortato. Era importante andare avanti, per il Bologna e per la città. E anche per salvare qualche centinaio di posti di lavoro, aggiungerei. Ma ora non dite che è merito di Consorte: a Multimedia ci siamo impegnati in tanti, perché questa operazione andasse in porto».
L’interlocutore, appunto. Sergio Porcedda ci ha provato fino all’ultimo. Sembrava deciso a cercare chiunque non si chiamasse Consorte.
«Ha sperato fino all’ultimo in altre soluzioni, più convenienti per lui. Ha fatto la sua gara... Ma di altri tentativi sarebbe sterile e inutile parlare. Era chiaro da subito che per salvare il Bologna occorrevano 13 milioni cash, e che prima bisognava sistemare i debiti pregressi della società. A questo hanno pensato Porcedda e Menarini. Il presidente verserà 7,6 milioni, quanto era il suo debito, Menarini ne metterà altri 4. Tramite immobili. Questo era un passo necessario per chiudere il bilancio, ora la ricapitalizzazione sarà interamente a cura della newco».
Non è stato semplice. Negli ultimi tre giorni, il lavoro è stato intensissimo. Nonostante Porcedda giocasse su più tavoli. Inseguendo Mian, ricevendo (sabato pomeriggio) Claudio Sabatini.
«Le preoccupazioni più grandi le ho avute all’inizio dell’avventura. Era un’impresa chiudere il bilancio al 2010 e rendere espliciti i crediti. Abbiamo risolto tutto, in fondo a questi tre giorni, all’1.30 di domenica, quando è arrivato l’ultimo documento. Con un’appendice, un’ulteriore mini-trattativa che ci ha fatto chiudere alle 13.50».
Il futuro è adesso. «E il Bologna dovrà iniziare a parlare con altri interlocutori. Il Comune, i fornitori di servizi. Deve fare un buon bilancio, rispettando la regola secondo cui il costo di tutto il personale non può superare il 60% dei ricavi. Deve chiudere senza utilizzare i diritti Sky del 2011-12. Il nuovo stadio? Non è rilevante, personalmente credo che il Dall’Ara sia un grande impianto, e credo negli stadi in città. Ma scrivetelo: questa è un’operazione di amore verso il Bologna, non c’entrano nè la politica nè gli interessi immobiliari».

L'Informazione di Bologna, 20 dicembre 2010

domenica 19 dicembre 2010

Sabatini: il blitz e la rinuncia


di Marco Tarozzi

L’ultimo blitz. Perché il tempo è tiranno e perché, evidentemente, qualcosa non ha convinto Claudio Sabatini, che consigliato dai suoi consulenti ha deciso di non portare l’affondo decisivo, quello che avrebbe ribaltato ancora una volta (e definitivamente) lo stato delle prove. Però ci ha provato, Sabatini, eccome se ci ha provato a comprare il Bologna. Ieri, a mezzogiorno e tre quarti, è partito in treno per Roma e dalla capitale ha preso il volo per Cagliari, dove Sergio Porcedda era ad attenderlo. Il presidente rossoblù lo ha accolto come chi sa di avere ormai poche vie d’uscita rispetto alla soluzione-Consorte. Perché è inutile girarci intorno, questo è il quadro: di vendere il Bologna alla newco messa in piedi da Intermedia, Porcedda non ha (o non avrebbe) nessuna intenzione. Lo farà, giunti a questo punto, ma obtorto collo. Sempre che non abbia altre strade aperte, nel qual caso cercherà di allungare i tempi fino al limite massimo. L’impressione è che di conigli nel cilindro non ce ne siano più: ieri a Porcedda ne sono sfuggiti due, belli grossi. Ha visto dissolversi l’ipotesi Mian e ha passato un pomeriggio di vane ricerche d’intesa con Sabatini.
La seconda era la strada meno dissestata, perché Sabatini ci credeva davvero, e lo dimostra il blitz in Sardegna, dal quale pensava di poter tornare con in mano una notizia clamorosa. Con in mano il Bologna, per capirci. Invece, alle nove e mezza di sera il patron della Virtus era in aeroporto, in attesa di imbarcarsi per il volo di ritorno, con una sola parola sulla punta delle labbra: «Niente».
Niente, l’affare non si è fatto e la sensazione è che questa volta Sabatini non tornerà all’attacco. Ha profuso energie, si è speso. Se era a Cagliari, aveva certamente anche le spalle abbastanza coperte per tentare l’assalto finale. Casale era, ed è, con lui in questa partita. E a quanto si sa, la cordata aveva aggiunto pezzi preziosi per la causa. Qualcosa si è inceppato durante la maratona con Porcedda. «I miei consulenti mi hanno sconsigliato», si è limitato a commentare Sabatini.
Prima a gettare la spugna era stato Maurizio Mian. Che a parole ha ribadito la propria estraneità ai fatti: «A Bologna se ne dicono tante, la situazione è confusa. Ma per il bene di tutti, e della società, occorre serietà. Io non c’entro. Una lettera d’intenti lunedì? Lo smentisco, non sono nemmeno vicino. A me Bologna piace, lì ho amici che mi chiamano, mi tengono informato e a me interessa capire quel che succede. Ma mi sembra che Consorte sia una persona capace. Sì, è vero, mercoledì scorso ero a Roma, qualcuno lo ha saputo e ha collegato, ma ero lì per questioni mie, non per il Bologna. Fidatevi: lunedì non ci sarà nessuna offerta. Anzi, io dico che lunedì, forse anche prima, il Bologna avrà già un nuovo proprietario. E sarà la scelta migliore».
Al di là delle dichiarazioni, pare ci fosse già un appuntamento in sede notarile, al quale Mian non si sarebbe presentato. La sua proposta, a cui Porcedda avrebbe fatto fronte con immobili, era di tre tranche da dieci milioni. Ma senza liquidità immediata. Come non detto.
A margine torna a muoversi il Barclays Fund, e ci sarebbe un ritorno di interesse del gruppo Tommy Hilfiger, presentato dall’ex tennista Gianni Ocleppo, oggi imprenditore. Ma è contorno: senza Sabatini, è fuga della cordata Consorte-Zanetti. La più vicina al traguardo.

L'Informazione di Bologna, 19 dicembre 2010

(foto di Andrea Pesci)

martedì 14 dicembre 2010

Venuste, campione di pace


Marco Tarozzi

Il valore del campione è stato assoluto. Quello dell’uomo lo è anche di più. Venuste Niyongabo non si è mai fermato appena dopo il traguardo, e a quella medaglia olimpica vinta alle Olimpiadi di Atlanta, nel ‘96, in una gara dei 5000 metri che è passata alla storia, ha dato ancor più valore col tempo, quando è uscito definitivamente dalle piste. Per il suo paese, il Burundi, è un eroe nazionale: avrebbe potuto vivere di rendita su questa gloria, invece l’ha trasformata in azioni concrete per dare un futuro ai ragazzi d’Africa.
Venuste, che da anni si è radicato sotto le due torri, facendo di Bologna e dell’Italia la sua seconda patria, una settimana fa era a Monaco, al quarto Forum organizzato dalla fondazione internazionale “Peace and Sport”. Accanto al principe Alberto di Monaco, che ha aperto i lavori, e a campioni che hanno fatto la storia dello sport come Sergei Bubka, Paula Radcliffe, Christian Karembeu, Wilson Kipketer. Molto più che tesimonial. Questa organizzazione onlus, creata tre anni fa da Joel Bouzou, campione olimpico e mondiale di Pentathlon Moderno, ha coinvolto una cinquantina di stelle di varie discipline sportive che si impegneranno concretamente per dare un futuro ai ragazzi dei loro paesi d’origine.
“Ogni “campione della pace” ha una missione precisa, - racconta Venuste. - Io, per esempio, ho il compito di trovare risorse, interesse e anche finanze nel territorio compreso tra Burundi, Tanzania, Repubblica del Congo e Rwanda. Soprattutto nelle zone di confine, per sviluppare cooperazione e integrazione. Sto cercando di far partire un progetto sportivo che consenta di creare biblioteche e una sala di studio per orfani nel mio paese. Andrò nei villaggi per cercare di trasmettere un’educazione sportiva a ragazzi che vivono in condizioni di difficoltà, e in paesi in cui un messaggio di pace vale tanto”.
Ha le idee chiare, Niyongabo. Ed è coinvolto nell’operazione in modo totale. “Per me significa molto. Quattordici anni dopo quella vittoria alle Olimpiadi, ho l’occasione e l’opportunità di essere al servizio del sociale. Nella vita ho avuto la fortuna di avere successo in una disciplina che amo, ritrovarmi in questa nuova veste è fantastico. Significa avere la possibilità di fare qualcosa oltre il gesto sportivo, e in qualche modo oltre se stessi. Non è solo una storia di sport, ma anche di socialità, integrazione. Nella mia terra c’è molto da fare: costruire una democrazia è bello, ma senza alfabetizzazione è un lavoro lasciato a metà. Per questo sarò spesso in Africa, nel 2011. Aiutare è fantastico, esserci molto di più"

51 stelle dello sport
unite da una grande idea


“Lo sport ha questa capacità incredibile di unire i popoli, ben oltre le differenze etniche, religiose o sociali” Parola del principe Alberto di Monaco, che lo scorso 2 dicembre ha aperto il quarto Forum di “Peace and Sport”. Parole che questa fondazione ha scelto come motto, perchè sono il senso esatto del suo esistere. L’organizzazione è nata nel 2007 da un’idea di Joel Bouzou (nella foto), oro mondiale di pentathlon moderno nel 1987, a Moulins, che oggi ne è presidente. Ha raccolto subito l’adesione di 45 stelle dello sport mondiale, che oggi sono diventate 51. Oltre a Niyongabo, nel gruppo di questi “campioni della pace” ci sono Bubka, Capirossi, Chabal, El Guerroj, Lomu, Fosbury, Agenor, Fredericks, e tra le donne Freeman, Isinbayeva, Perec, Radcliffe, Vlasic. Una compagnia da grandi emozioni, riunita per agire concretamente per lo sviluppo di progetti nei paesi rimasti indietro nella corsa allo sviluppo, spesso a causa di lunghi periodi di guerra. Il loro messaggio passa attraverso lo sport, ed è fatto di azioni concrete legate al territorio di appartenenza.

L'Informazione di Bologna, 9 dicembre 2010

lunedì 13 dicembre 2010

Quella sfiducia pesantissima



di Marco Tarozzi

Gli incantesimi, prima o poi, si spezzano. È la regola: chiuso il libro delle favole, si torna a fare i conti con la realtà. Tre schiaffoni del Milan e il Bologna si risveglia dentro una sfida già scritta: Ibra e compagni l’hanno impacchettata senza problemi e se la sono portata via. Tra gli applausi del popolo rossoblù a Di Vaio e compagni, perché nessuno poteva chiedere un supplemento di sogni, stavolta.
La testa, del resto, è altrove. Mica quella dei giocatori, o almeno non solo quella. Lo sanno tutti che la partita che conta davvero si gioca oggi. O meglio, da oggi. Perché qui da troppo tempo ogni mattina sembra quella decisiva, e ogni sera rimanda alla mattina successiva. Sarebbe anche un bell’esercizio per tenere in tensione l’ambiente, non fosse che il tempo è quasi scaduto e che c’è di mezzo la pelle del Bologna.
E insomma, oggi: arriverà la proposta della cordata assemblata da Consorte, ci saranno pressioni perché venga convocato il Cda della ricapitalizzazione e della svolta annunciata nel nome di Zanetti. Ma arriverà anche, a quanto pare, l’arrocco di Porcedda, che si è messo in testa di risolverla personalmente, questa faccenda. Di raddrizzare la barca dopo averla fatta incagliare contro gli scogli. Dopo tante promesse, si può solo aspettare: poche ore e sapremo se davvero ci sarà un colpo di coda. E se Porcedda ha fatto bene i suoi conti: nel calcolo, deve mettere anche una squadra che ha votato una mozione di sfiducia per voce del suo uomo più rappresentativo. Che non accetta più promesse e non tollera più errori.

L'Informazione di Bologna, 13 dicembre 2010

lunedì 6 dicembre 2010

Nessuno tradisca questo gruppo


di Marco Tarozzi

Tutti contro tutti, scrivevamo due settimane fa. Nulla è cambiato. Se c’è fermento nell’imprenditoria bolognese, di sicuro non c’è unità. Se c’erano due fazioni, ora anche quelle, se possibile, si sono frammentate. Consorte è pronto a rimettere il mandato, la mediazione tra quelli che stanno con Menarini e quelli che hanno scelto Sabatini se l’è accollata Silvino Marras. Che pure rilancia battendo altre strade, dentro e fuori i patrii confini. E intanto il tempo corre, e la corda intorno al collo del derelitto Bologna si stringe.
E come reagisce, il derelitto Bologna? Come spesso fanno i condannati senza colpe: con orgoglio. Quello di un gruppo di giocatori che si batte senza stipendio (niente demagogie facili, per favore) e senza paura e fa quadrato intorno a un capitano tutto cuore, a un impareggiabile Marco Di Vaio. Quello di Alberto Malesani, che ha ritrovato, nella difficoltà, lo smalto dei tempi migliori, il “coraggio di essere”.
Il Bologna va in campo, lui sì, contro tutto e tutti. A Cesena ha recuperato in novanta minuti perfetti quello che gli errori di Porcedda gli hanno tolto e gli toglieranno. Un gruppo da applausi che merita rispetto. Invece gli passano sopra, e intorno, le cannonate di una guerra che, se continua, rischia di non trovare vincitori.

Cesena-Bologna 0-2
L'Informazione di Bologna, 6 dicembre 2010

(foto di Roberto Villani)

sabato 27 novembre 2010

Marras, orgoglio e amarezza


di Marco Tarozzi e Marco Merlini

Silvino Marras, c'è davvero una trattativa personale della proprietà per vendere il Bologna?
“Più che della proprietà è una questione mia. Tratto personalmente. E in realtà le trattative sono due”.
Lavora sul fronte bolognese?
“No, e nemmeno su quello italiano. Sono in preallarme per andare a Londra, lì c'è un grande gruppo con cui sto dialogando da tempo, conosciuto tramite intermediari. Mandaric non c'entra però. Mai conosciuto. Ma è roba grossa, questo sì. Anche l'altro è un gruppo europeo con interessi diversificati, che entrare nel calcio italiano, con possibilità finanziarie enormi. Dieci volte Abramovich, per capirci. Mi hanno mandato una mail, ho verificato tutto perché dopo la scottatura dei broker non mi fido più di nessuno. Da loro aspetto una risposta entro quarantotto ore”.
Gente a digiuno di calcio?
“No. Hanno già avuto esperienze nel calcio inglese. Ma non in prima persona, non da proprietari. In posizione più defilata”.
Quante possibilità ci sono che la trattativa vada in porto?
“Oggi come oggi dico un dieci, quindici per cento”.
Perché si sta battendo ancora per il Bologna?
“Perché quando Porcedda mi ha chiamato io nemmeno volevo tornare nel mondo del calcio. Ma il suo progetto mi ha entusiasmato. Dopo i no di Siena e Lecce, Bologna mi è sembrata l'occasione giusta. Come fosse una bella donna, non solo a livello estetico ma anche intellettuale. Pensavo alla città, alla gloria di questa società. Comuque non mi do per vinto, sto ancora sto lavorando per il bene del Bologna”.
Pentito di avere seguito Porcedda?
“Quando guardai i numeri, mi resi conto che con un progetto oculato ci sarebbero state le basi per un progetto importante. Ci credo ancora, i numeri non me li ha confutati nessuno, nemmeno a Intermedia. Poi, certo, Sergio ha peccato di leggerezza. Gli chiesi se era certo di avere le potenzialità per partire, mi rispose: ce la faccio sicuramente”.
Mai avuto dubbi?
“Aveva una serie di operazioni immobiliari e finanziarie che gli avrebbero permesso di ottenere la cifra che gli avevo prospettato”.
Quale?
“Io ho parlato sempre di 15 milioni cash al primo anno, massimo 20, per stare sul sicuro. Ma tante cose non hanno funzionato, le operazioni slittavano: con la finanza va così, non si possono avere certezze sui tempi. Quando è esploso il problema di Ekdal, Rubin e Garics alla vigilia della prima di campionato ho passato un pomeriggio a sistemare le cose in extremis, e ho capito che qualcosa non stava funzionando. Avrei potuto dare le dimissioni, dopo quel problema, e uscirne tranquillo”.
Perché non l'ha fatto?
“Perché Sergio è un amico, perché ha agito in buona fede e io adesso non voglio lasciarlo solo. Finché ho respiro, voglio provare a risolvere questa situazione”.
E' ancora convinto del suo progetto di rilancio?
“Sempre. Quando siamo arrivati il problema era che il monte ingaggi raggiungeva quasi il 100% dei ricavi societari. I Menarini dovevano rimpinguare le casse con congrui apporti. Un'imprudenza, in questo mondo, e lo hanno ammesso anche loro. Noi abbiamo abbassato gli ingaggi a 27 milioni. Stavamo raggiungendo un equilibrio. L'anno prossimo saremmo andati in pareggio, l'anno dopo in utile. Senza i debiti pregressi, questa formula varrebbe anche oggi. Se un imprenditore oggi mi desse 15 milioni, sostituendomi le fideiussioni, saremmo tranquillamente al progetto iniziale”.
A quanto ammontavano i debiti pregressi?
“Circa 33 milioni”.
Che pensa del progetto di Intermedia?
“Ho delle perplessità, sinceramente. Nel mondo del calcio è difficile ragionare di gruppo quando si è in due, figurarsi se le teste pensanti si moltiplicano”.
Intorno alla questione Bologna, negli ultimi anni, ha sempre aleggiato quella legata alla costruzione dello stadio. Per voi era fondamentale?
“Non era la priorità. Anzi, noi pensavamo di vendere il diritto di costruzione. Invece io mi ero già mosso per far nascere un centro tecnico, perché quello di Casteldebole è inadeguato. E tengo a precisare che non ho mai detto che è uno schifo, ma inadeguato sì: mancano campi, spogliatoi, soprattutto una foresteria, che mi permetterebbe risparmi su affitto, ritiri, alberghi. Ne ho parlato quindici giorni fa con Loris Ropa, sindaco di Anzola. Quando gli ho buttato lì l'idea di costruire “Anzolello”, come facemmo ad Assemini per il Cagliari, mi è sembrato coinvolto. L'idea era di farlo sorgere a Tavernelle. Sul territorio stavamo lavorando bene”.
Rapporti col Comune di Bologna?
“Buoni, cordiali. Ho anche fatto notare che allo stadio ci sono tante attività che non hanno a che fare col Bologna, ma hanno un valore sociale. Però in un anno ci sono 250mila euro di utenze che ricadono sul Bologna. Avevo prospettato una soluzione, una sorta di condominio in cui tutti contribuissero, e chi non ne aveva mezzi sarebbe stato aiutato dal Comune. Ho trovato sensibilità, volomtà di risolvere la questione. Ma anche i fornitori avevano accettato dilazioni di pagamento. Insomma, cominciavo a vedere un equilibrio possibile”.
Invece siete nella tempesta. Gli stipendi dei giocatori, per dire: chi li paga?
“Intermedia ha accettato di attivarsi, ma so che anche Porcedda sta cercando di trovare i quasi tre milioni che occorrono per il netto. E so per certo che se li trova in fretta, li mette lui”.
Ramirez rischia di tornare al Penarol?
“E' un nostro giocatore, ma ci potrebero essere pesnati sanzioni finanziarie da parte della Fifa. Ma ad oggi non ci sono vertenze, né scadenze imposte”.
Vi siete sentiti abbandonati, nel vostro cammino?
“A volte sì. Per dire: appena insediati, due istituti bancari che lavoravano col Bologna ci hanno chiuso le porte in faccia, un altro storicamente vicino alla società non ci ha teso una mano. Oggi lo capirei, ma perché allora? Non me lo spiego”.
Marras, come si sente in questo momento?
"Oggi mi sento sconfitto, perché ero venuto qui per fare qualcosa di bello, e ci credevo. Non ci sono riuscito, ma non mollo finché ho una minima speranza. E anche se tutti dovessero abbandonare la barca, io non me la sento. Non credo che il Bologna fallisca, ma se mai accadesse anch'io mi giocherei una carriera che è sempre stata limpida. Ho una dignità, e voglio mantenerla. E combatterò ancora per il Bologna”.

L'Informazione di Bologna, 26 novembre 2010

giovedì 25 novembre 2010

Il maratoneta con sei bypass


di Marco Tarozzi

“Sono Lorenzo, vivo in Emilia Romagna e corro con sei bypass”. Il messaggio che Lorenzo Lo Preiato ha affidato alla sua t-shirt, mentre correva sulle strade di New York la maratona più famosa del mondo, era forte. Destinato a colpire. E a riaccendere speranze in chiunque ha pensato, fino a quel giorno, di doverle mettere da parte.
Domenica scorsa, tra i cinquantamila runners impegnati sulle ventisei miglia che hanno rivoluzionato il mondo della corsa su strada e della maratona, c’era anche questo quarantanovenne consulente finanziario bolognese che soltanto sei anni fa si trovò, da un giorno all’altro, di fronte a uno di quei crocevia che sparigliano le carte della vita.
«Ho sempre amato lo sport, anche se a livello amatoriale. Giocavo a tennis e mi sottoposi alla classica visita medico-sportiva per l’idoneità agonistica. Mi dissero: ci sarebbe qualche controllino ulteriore da fare. Li feci e risultò tutto negativo, ma ormai mi avevano messo la pulce nell’orecchio. Decisi di andare a fondo».
Lo Preiato contattò un enodinamista e si sottopose a una coronografia. «Me l’avevano sconsigliata tutti, perché è un esame piuttosto invasivo e io avevo soltanto quarantatré anni. Era il primo giugno del 2004, non la dimenticherò più quella data. Finita la visita, chiesi al dottore quando avrei ripreso col tennis. Altro che tennis, rispose lui, tu vai subito da un cardiochirurgo».
Una botta durissima. Soprattutto se non te l’aspetti. «Io non stavo male, ero assolutamente asintomatico. Quelle parole mi tagliarono le gambe. Poi, ovviamente, mi sono mosso. E ho avuto fortuna. Sulla mia strada ho trovato il professor Giorgio Noera. Non solo un grande specialista, ma anche una persona meravigliosa. Mi visitò a metà giugno e una settimana dopo mi aveva già operato».
Sei bypass, appunto. Applicati con una tecnica di rivascolarizzazione attraverso arterie mammarie al Villa Maria Cecilia Hospital di Cotignola. E poi la rieducazione, velocissima. Senza mai mettere da parte l’idea di poter praticare attività sportiva.
«Il professore è stato chiaro da subito: un’attività motoria controllata, senza mai superare una frequenza massima di 130 pulsazioni, sarebbe stata una medicina in più. Non più calcio, basket, tennis, le discipline che amavo, ma attività aerobica. Nuoto, ciclismo o corsa. Scelsi di correre, perché non volevo inchiodarmi a pensare solo al passato. È nata come una necessità ed è diventata una passione».
Non totalizzante, ma abbastanza intensa da costruirci sopra un’avventura nuova di zecca.
«Lo scorso febbraio ho visto crescere da vicino il progetto “Dal divano alla maratona di New York”, nato per smuovere persone sedentarie. Lo ha pensato Nicola D’Adamo, il mio educatore sportivo. Ho pensato che avrei potuto provarci anch’io. E quando ne ho parlato col professor Noera, lui mi ha detto: perfetto, allora la facciamo insieme, questa maratona, tu dall’altra parte dell’oceano e io qui, a Cotignola, a monitorarti metro dopo metro».
Così è stato. Lorenzo ha corso con una dozzina di sensori applicati sul torace, e un cellulare leggerissimo che trasmetteva, via sms, i dati dell’impresa che il suo cuore stava compiendo. Avesse notato anomalie, il professor Noera avrebbe potuto fermarlo all’istante. Ha aperto una strada, il maratoneta coi sei bypass.
«Confesso che ancora non me ne sto rendendo conto, è successo tutto così in fretta dal momento in cui ho deciso di mettermi in gioco, nove mesi fa. Spero che questo esperimento, chiamiamolo così, possa essere utile in chiave futura. E posso dire che mi impegnerò per questo: perché la gente possa affrontare problemi come quello che ho avuto io in modo propositivo, sapendo che c’è una via d’uscita. Se posso essere un esempio in questo senso, non mi tiro indietro. L’altro ieri ho sentito una collega a cui hanno applicato di recente tre bypass, e le ho detto di non preoccuparsi, che tra cinque anni correremo insieme la maratona. L’ho sentita commuoversi».Intanto, Lorenzo ci ha preso gusto. Sul traguardo di Central Park ha subito rilanciato, come ogni runner che si tuffa nel magico mondo di maratona.
«Non mi vergogno a dire che ho pianto, sulla finish line. E non solo. Si può dire che mi veniva da piangere per tutti quei quarantadue chilometri, quando pensavo a dov’ero sei anni fa e dove sono arrivato adesso. In meno di sei ore ho rivisto il film della mia vita, e non mi sembrava vero di essere lì. Ora guardo avanti. Corro sei volte a settimana, cercando di non fare sforzi molto intensi. Per intenderci: piuttosto che due uscite da trenta chilometri, ne faccio sei da dieci. Ma intanto a New York avevo nelle gambe 2240 chilometri, non male. E se il ginocchio non mi avesse fatto soffrire, avrei finito molto prima. Ora vorrei fare la maratona di Roma, in futuro penso alle big five: oltre a New York ci sono Boston, Londra, Berlino e Chicago. Sì, è vero: ormai ragiono da maratoneta...»

L'Informazione di Bologna

venerdì 19 novembre 2010

Un uomo solo. Al comando?


di Marco Tarozzi

Sergio Porcedda è un uomo solo. Ha sperperato una dote immensa: aveva dalla sua i tifosi del Bologna, pronti a difenderlo fino a ieri anche contro le voci che predicavano prudenza, disposti per amore a scambiare la volontà-necessità di tenere gli occhi aperti per catastrofismo preventivo. Sentimento che non ci sentiamo di condannare: avevano bisogno di speranza, i cuori rossoblù. E le prime mosse del neopresidente ne avevano regalata a profusione. Cambio di rotta, squadra giovane e di prospettiva, decisione e piglio arrembante. Ma i nodi sono venuti al pettine in fretta. Quando, una dietro l’altra, sono arrivate quelle scadenze di cui Porcedda non voleva sentir parlare, meno che mai da chi a suo dire non ne aveva facoltà.
Sergio Porcedda è solo perché adesso ha intorno solo innamorati traditi, ai quali fino a pochi giorni fa assicurava un futuro tranquillo. E anche tra i suoi collaboratori c’è gente che si interroga, che non ha capito, che è rimasta ai margini delle ultime rincorse ai pagamenti. Ci fosse il tempo, vorremmo entrare nei suoi pensieri per capire cosa lo ha spinto ad affrontare quest’avventura, questo triplo salto mortale senza rete, perché è ancora forte l’impressione che quest’uomo dai modi garbati e risoluti abbia fatto davvero un clamoroso errore di valutazione, spinto da chissà quale fuoco interiore. Ci fosse il tempo. Non c’è: davanti al Bologna c’è un precipizio spaventoso. Per tutti noi, che amiamo questa storia e questi colori, adesso il vero problema è soltanto questo.


L'Informazione di Bologna, 18 novembre 2010

mercoledì 10 novembre 2010

Vale-Ducati, è iniziata un'era


di Marco Tarozzi

Martedì 9 novembre, ore 12.23. Segnateveli, sono numeri che cambiano la storia. Di un campione e di una leggenda. Il primo si chiama Valentino Rossi, la seconda Ducati. Insieme, finalmente, e quando forse nessuno se l’aspettava più, dopo diversi abboccamenti e altrettanti rifiuti. Questa volta è tutto vero: a Valencia, nei test che seguono tradizionalmente la chiusura del Mondiale MotoGP, va in scena il capolavoro di Filippo Preziosi. Perché è l’ingegnere, “papà” del progetto Desmosedici, l’artefice del matrimonio tutto italiano destinato a rivoluzionare, in un modo o nell’altro, il Motomondiale. Il senso dell’evento lo dà soprattutto la decisione della Dorna, che per la prima volta in assoluto ha permesso alle tv che detengono i diritti del mondiale di trasmettere la giornata dei test. Fenomenologia del Dottore.
AVANTI PIANO - «Vai tranquillo», gli aveva detto Preziosi. E Vale gli ha dato retta. A dirla tutta, il ritardo è stato generalizzato, perché la pioggia del mattino ha fatto slittare i tempi previsti. A mezzogiorno e un quarto Valentino si presenta ai box: tuta giallo-nera, casco giallo col tema del sole-luna e un bel punto interrogativo al centro. Come dire: cosa mi aspetterà? Un’idea il Dottore ce l’ha, perché la Ducati di oggi non parte da dietro come la Yamaha di sette anni fa. La Desmo V4 è nero cromata, e fa la sua figura anche così. Primo giro in 1:56, di studio, appena sopra l’1:37 al settimo giro. Alla fine il migliore sarà il trentunesimo, in 1:33:888.
EQUILIBRIO CERCASI - Lorenzo, il campione nuovo di zecca, è sempre un secondo e mezzo o due avanti. Ci sta. Le Yamaha hanno l’equilibrio migliore, sono appena uscite da una stagione vincente (e infatti il neoufficiale Spies, non certo una sorpresa, chiude col terzo miglior tempo). Ma Stoner, secondo alla fine, sulla Honda è già velocissimo, e probabilmente renderà la vita difficile a Dani Pedrosa, che già soffriva Dovizioso. Ma queste non sono questioni che riguardano il Dottore. Lui fa l’apprendista, di lusso. Cerca di capire, e di trasmettere quello che ha capito agli ingegneri e ai tecnici della Ducati. Pochi sanno farlo meglio di lui. Probabilmente nessuno. Davanti ci sono molte decisioni da prendere, una su tutte: Vale dovrà scegliere tra i due motori che ha a disposizione, il big bang e lo screamer. Sul secondo ha percorso soltanto cinque giri, sui 56 della sua prima giornata da ducatista. Da cui è uscito con le prime certezze. Per ora non può raccontarle, per contratto, ma è un fatto che da ieri ha ufficialmente voltato pagina.

L'Informazione di Bologna, 10 novembre 2010

domenica 7 novembre 2010

Il capitano e il ragazzo senza paura


BOLOGNA-LECCE 2-0

di Marco Tarozzi

Di Vaio, ancora lui. Prima il sesto gol di stagione (quello che lo mette in scia alla leggenda Giacomino Bulgarelli nella storia dei bomber rossoblù), poi il passaggio perfetto per Gimmi il Fenomeno. Un minuto esatto per mettere in cassaforte la vittoria più preziosa e sgravare l’intero Dall’Ara dalla tensione di una settimana delicatissima, che ha trasformato in sfida da ultima spiaggia anche la decima giornata di campionato. Tensione, certo: perché ha ragione Malesani, quando dice che una squadra come questa ha bisogno di tempo per crescere, per diventare gruppo, per trovare un’identità. Ma lui stesso sa benissimo che la Serie A di tempo te ne concede poco, soprattutto quando affronti una sfida-salvezza partendo dal fondo della classifica. Per questo uno come il capitano fa la differenza. E non è nemmeno una novità: la fa da tempo. Se ancora siamo qui, a giocarcela sui palcoscenici più illuminati del nostro calcio, lo dobbiamo soprattutto alle sue invenzioni e ai suoi gol.
Di Vaio, ancora lui. Ma non soltanto lui, per fortuna. Buscè è una garanzia, Della Rocca un esempio perché ritrova il campo da titolare in un momento difficile e risponde presente. Gimenez il solito guastatore da fine partita. E poi c’è lui. Gaston Ramirez. Il ragazzo che non conosce paura. Faccia tosta e dura quanto basta, uno che entra con un obiettivo in testa, quello di cambiare destino alle partite. Spesso ci riesce, quasi sempre lascia tracce indelebili del suo passaggio. A vent’anni, in Serie A, non capita a tutti.
Infine, Malesani. Con i suoi toni, dimessi e convinti allo stesso tempo, chiede una piccola parte di merito, pur mettendo la squadra davanti a tutto. Ne ha diritto. Ramirez è un talento, ma il tecnico rossoblù ha scelto di non caricargli da subito fardelli troppo pesanti sulle spalle. E Gimenez sarebbe entrato parecchio prima, se non ci fosse stata l’emergenza Radovanovic. Qualcuno obbietta: cambi tardivi. Ma sono serviti a schiarire il cielo sopra Bologna: gli si può davvero imputare qualcosa, in una serata così? Un solo dubbio: la posizione di Supermarco. Starà anche bene decentrato, ma quando si mette in mezzo all’area e non spende energie in copertura diventa più lucido. E il gol arriva.

L'Informazione di Bologna, 7 novembre 2010

giovedì 4 novembre 2010

Capirex, ritorno al futuro


di Marco Tarozzi

C’era rimasto male, e lo disse chiaro e tondo, lui che non ama far polemiche ma quando ha qualcosa da dire trova sempre parole e bersaglio. Era il 2008, Loris Capirossi festeggiava il primato di presenze sui circuiti del Motomondiale e si toglieva qualche sassolino dalla scarpa. «Questo mondo è cambiato. Oggi sei un numero, se non ti reputano più all’altezza ti mettono alla porta. Senza un grazie». E a chi gli chiedeva se Ducati in qualche modo c’entrasse nell’elaborazione del Capirex-pensiero, rispondeva con chiarezza. «Ho le spalle larghe, ma certo non ho ricevuto un bel trattamento. Quella moto io l’ho vista nascere, crescere, l’ho portata alla vittoria. Anche nel 2007, con uno Stoner in stato di grazia».
Sono passati più di due anni e il vecchio campione di Borgo Rivola è sempre lì. A progettare il futuro. Come quando, ragazzino, vinceva il suo primo titolo iridato, con la Honda nella 125, e stabiliva un record che resta ancora oggi imbattuto: campione del mondo a 17 anni, cinque mesi e tredici giorni. Da allora, Capirex ha visto cambiare anche i giovani. «A quell’età giravo con mio padre, che guidava un furgone telonato dove dormivo prima delle gare. Oggi hanno già tutti il motorhome...»
Niente nostalgia, comunque. Futuro, appunto. Che gli regala anche un tuffo nel passato, quando si dice il destino. Dopo tre anni in Suzuki, l’ultimo dei quali tutto da dimenticare, Capirossi ritrova la Ducati. Non sarà quella ufficiale: su quella correrà Valentino Rossi, il re che cerca di risalire sul trono, probabilmente l’unico amico vero che gli è rimasto in quei paddock sempre più freddi, in quanto a rapporti umani. Lui avrà una moto da team satellite, e per giunta nemmeno rossa. Biancoverde, invece: ovvero con i colori ufficiali del Pramac Racing Team di Paolo Campinoti. Una certezza in quanto a qualità tecnica e capacità di rendere efficiente un mezzo che non avrà, già all’uscita dagli stabilimenti di Borgo Panigale, differenze esagerate rispetto ai bolidi della casa madre. Un passo avanti certo, rispetto alla Suzuki Rizla dell’ultima annata. E un’emozione forte, anche per uno che sta per affrontare la ventitreesima stagione nel grande circo del Motomondiale.
«Sono un ragazzino, altro che un trentasettenne. E questo ritorno in Ducati c’entra eccome. Torno a correre per un team italiano, con una moto italiana, e affronto una nuova avventura. Un’altra scommessa, e ci terrei davvero a vincerla. La Ducati è un bel pezzo della mia storia. Ci ho vinto, ci sono cresciuto insieme in MotoGP. E la 800 ho iniziato a svilupparla nel 2007, la conosco. Io ci credo, in questa occasione. Ho ancora qualcosa da dimostrare, prima di andare in pensione...»
Destini paralleli. Accanto a sè, troverà Toni Elias che, come fece lui negli anni Novanta, dopo una stagione negativa nella classe regina ha deciso, un anno fa, di “declassarsi” in Moto2. Come Capirex nel ‘98, anche lo spagnolo ha vinto la sua sfida. E ora torna in MotoGP da campione del mondo.

GP DISPUTATI
1 CAPIROSSI 313

VITTORIE

1 Agostini 122
2 Rossi 105
3 Nieto 90
4 Hailwood 76
5. Doohan 54
6. Read 52
21. CAPIROSSI 29

SUL PODIO
1 Rossi 173
2 Agostini 159
3 Nieto 139
4 Read 121
5 Hailwood 112
6 Biaggi 111
7. CAPIROSSI 99

POLE POSITION (dal 74)
1 Rossi 59
2 Doohan 58
3 Biaggi 55
4. Martinez 42
5. Lorenzo 42
6. CAPIROSSI 41

TITOLI MONDIALI
1 Agostini 15
2 Nieto 13
3 Hailwood 9
3 Ubbiali 9
3 Rossi 9
6 Read 7
6 Surtees 7
8 Duke 6
8 Redman 6
10 Doohan 5
10 Mang 5
12 Anderson 4
12 Ballington 4
12 Biaggi 4
12 Dorflinger 4
12 Lawson 4
12 Martinez 4
12 W. Villa 4
19 CAPIROSSI 3

IL GREEN TEAM CHE NON DIMENTICA L’AMBIENTE

Non hanno scelto il biancoverde per caso. E non c’entra soltanto il paesaggio intorno (la scuderia ha sede a Casole d’Elsa, borgo dolcemente appoggiato su una collina della Montagnola senese). Quelli del Pramac Racing Team ci tengono, al messaggio. E i colori li hanno cambiati apposta, diventando “The Green Energy team” e sposando con entusiasmo l’idea di fare qualcosa, non soltanto a parole, per l’ambiente. Di qui la scelta di utilizzare all’interno dei circuiti, sulle proprie strutture, prodotti in grado di diminuire la produzione di energia inquinante, oltre a quella di organizzare una serie di iniziative legate alla salvaguardia del pianeta.
Del resto, il team guidato da Paolo Campinoti, che ha come direttore tecnico Fabiano Sterlacchini, in nove anni di vita è sempre stato in anticipo sui tempi. Nato nel 2002, è il primo team a intuire il potenziale dei pneumatici Bridgestone e a creare un sodalizio duraturo con la casa giapponese. Nel 2004 è ancora all’avanguardia, lanciando la “moda” dei piloti... separati in casa dalla scelta delle gomme: Michelin per Max Biaggi, Bridgestone per Makoto Tamada. E dopo la svolta del 2005, anno in cui nasce il rapporto della scuderia con Ducati, arrivano altri... primati. Nel 2008 il team “Made in Italy” conquista il podio a Brno e Misano, e diventa l’unico team satellite a portare per ben due volte un suo pilota tra i primi tre durante la stagione. Il miglior anno, fin qui. è stato il 2004, con Biaggi terzo e Tamada sesto nella classifica del mondiale MotoGP.
Ora Campinoti ha scelto l’esperienza di Capirossi, per entrare insieme al veterano dei circuiti nel decimo anno di attività della sua scuderia. «Loris è un’icona del Motomondiale, e sono contento che abbia scelto di essere dei nostri. Non è stata una trattativa complicata, perché abbiamo lo stesso obiettivo: tornare a lottare per risultati importanti e piazzamenti di vertice. A lui manca un solo piazzamento per festeggiare il centesimo podio in carriera. Spero davvero che un giorno si possa dire che lo ha raggiunto insieme a noi. E conoscendo la sua caparbietà, credo che succederà davvero».
m.tar.

L'Informazione di Bologna, 4 novembre 2010

mercoledì 13 ottobre 2010

La nuova sfida di Antibo


di Marco Tarozzi

“Sono in tanti, purtroppo, ad aver dimenticato Antibo”. Parla in terza persona, Totò, e non lo fa per immodestia. Se c'è uno che non fa pesare quello che è stato, un pezzo di storia della nostra atletica, è lui. Salvatore Antibo da Altofonte, il campione che non temeva i talenti d'Africa, che li sfidava e li affrontava guardandoli negli occhi, che sapeva parlare la loro stessa lingua. Gli serve, quell'incipit in terza persona: dà forza e valore a un discorso di nobile rabbia. Si è sentito messo da parte, un po' alla volta, dopo quella finale maledetta. 10000 metri, Mondiali di Tokio: era primo e finì ultimo, senza capire. E quando capì, parlò senza remore. Epilessia.
“Credo di essere l'unico atleta di vertice ad aver ammesso pubblicamente la sua malattia. Non è stato un passo facile, perché intorno all'epilessia c'è una tradizione secolare di disinformazione, credenze, addirittura superstizioni. Nel mio caso, non potevo più offrire l'Antibo che tutti conoscevano e volevano vedere. Mi sono sforzato di riuscirci, e ancora un anno dopo Tokio, sotto farmaci, ho chiuso al quarto posto un'Olimpiade, a Barcellona. Non fu impresa da poco, ma capii che non poteva durare”.
L'altro Totò è quello che subito dopo quella sera da dimenticare ha continuato a combattere, su un fronte completamente diverso. “Anche contro le insinuazioni. Dissero che sapevo e nascondevo. Invece la vera storia della mia malattia è semplice: a tre anni fui investito da un'auto, restai otto giorni in coma e quando mi ripresi i dottori dissero che in età adulta avrei potuto essere soggetto a problemi del genere. Ma non successe, tanto che fui in grado di gestire una carriera da atleta di alto livello. Poi, nell'89, ebbi un altro incidente d'auto. Per fortuna lieve, ma battei la testa e questo evidentemente risvegliò il problema. La verità è che quella di Tokio fu la prima manifestazione importante del mio male, e io stesso non la interpretai immediatamente per quello che era”.
L'altro Totò è quello che ancora oggi combatte, su nuovi fronti, con la carica di quando scendeva in pista. Che si fa testimonial della Lice, la Lega Italiana contro l'Epilessia, alle manifestazioni di massa. “Perché è ora che la paura di parlarne venga sconfitta. Ci sono genitori che tengono nascosti i loro figli, li chiudono in casa, non li mandano a giocare con gli altri ragazzi. Che si vergognano di questa situazione. L'epilessia è una malattia, si può curare e tenere sotto controllo. E i bambini hanno diritto e bisogno di stare all'aria aperta, di convivere, di fare movimento. Non devono sentirsi diversi. Per questo io scendo in campo, là dove mi chiamano”.
Lo sa bene che se c'è una cosa di cui ha bisogno un epilettico è di non essere lasciato solo. Anche nella vita di tutti i giorni. “Certo, mi fa male pensare che mio figlio più piccolo, che ha sei anni, veda suo padre durante una crisi. Ma quando succede, è lui il primo ad aiutarmi. E questo ci lega ancor più profondamente. Anche nella corsa non posso più fare il solitario, come mi succedeva spesso durante gli allenamenti quando ero “quell'Antibo”. Devo sempre avere qualcuno vicino. Ma non ho rinunciato, ci mancherebbe. Non mi sono mai arreso agli africani, dovrei farlo di fronte a un male così vigliacco? Non se ne parla: esco ancora quattro volte a settimana, macino una decina di chilometri a seduta. E insieme a me c'è sempre un altro Totò, un amico di Altofonte che di cognome fa Di Matteo e ha sessantun'anni. Correre con me gli fa piacere, e mi aiuta immensamente. Anche dal punto di vista psicologico”.
Il passato, quello pieno di luci, è ancora vivo nella memoria. Gli ori europei di 5000 e 10000 a Spalato, l'argento olimpico di Seul sui 10000. E sì, anche quel quarto posto di Barcellona che testimonia la sua forza di volontà, il suo carattere da combattente. Ma non vive di ricordi, Totò. Anzi, pensa con amarezza al fatto che i suoi primati in pista sono tra i più longevi dell'atletica italiana. “Quello dei 5000 lo stabilii al Golden Gala nel '90, l'anno in cui traslocò a Bologna. Quello dei 10000 addirittura un anno prima, a Helsinki. Non ne faccio un motivo d'orgoglio: vorrei che ci fosse un italiano in grado di batterli. Ma la situazione è quella che è. Delicata, difficile. I motivi? Non voglio sembrare polemico, ma penso che l'approccio alle società militari sia sbagliato. Sono importanti, danno ai giovani una possibilità di futuro. Anch'io scelsi le Fiamme Oro, ai miei tempi. Ci restai due anni, poi decisi che volevo diventare campione a casa mia e tornai al Cus Palermo. Non dico che tutti dovrebbero ragionare così, ma oggi per molti atleti l'approdo a un gruppo militare è diventato un punto d'arrivo, mentre dovrebbe essere un punto di partenza”.

Runner's World, ottobre 2010

domenica 3 ottobre 2010

BENSI, IN VIAGGIO VERSO LONDRA


di Marco Tarozzi

Non gli piaceva, il nuoto. Proprio non lo digeriva. In vita sua, Nicolò Bensi di sport ne aveva masticato parecchio. Undici anni di basket giocato a buoni livelli, tanto motocross con gli amici, una passione per il calcio. Ma il nuoto, lasciamo stare. «Stavo a galla, ecco tutto. Ma non mi prendeva. Per me nuotare significava andare a mollo quando il caldo si faceva insopportabile, d’estate».
Questa, però, era l’altra vita. Prima dell’incidente. Quel sabato di settembre del 2004 Nicolò era un ragazzo felice. Aveva 19 anni e due giorni prima aveva superato il test di ammissione alla scuola di fisioterapista. Mentre sognava il futuro, si trovò a fare i conti col presente. Una caduta, proprio su una pista di motocross, gli cambiò di colpo la vita. All’ospedale gli fecero capire che avrebbe dovuto passare tutta la vita su una carrozzina.
«Buio, naturalmente. I primi giorni avevo un senso di spaesamento, più che di rabbia. Il primo passo in avanti lo feci quando mi dissero che per diventare fisioterapista non tutto era perduto. Ne parlai col professor Gasbarrini, che mi aveva operato. Mi disse: si può fare. E non lo faceva per tenermi su di morale. Ci credeva, e mi riaccese l’entusiasmo».
Nove mesi a Montecatone, per imparare a usare la carrozzina, poi altri cinque persi per un’operazione all’anca. E finalmente la rinascita. La scuola, che lo aveva aspettato, gli riaprì le porte. E nell’estate del 2009 Bensi è diventato il primo disabile laureato in Fisioterapia in Italia. «Oggi lavoro al centro regionale di Corte Roncati. Mi accorgo di entrare in fretta in empatia coi pazienti. Forse li aiuta sapere che il loro dolore lo conosco, che ci sono passato anch’io».
Il nuoto è tornato in scena proprio nei giorni della riabilitazione. «Ho visto che in acqua tutto andava meglio, senza la gravità sono come gli altri. recuperavo fisicamente, la schiena non mi faceva più male. Poi, all’improvviso, è scoccata la scintilla»
.
Passione pura. Cresciuta dentro una società, l’Atletico H, che cresce e si prodiga per dare opportunità ai suoi atleti (l’ultima in ordine di tempo: la collaborazione triennale avviata col main sponsor Manutencoop Facility Management), alimentata da un tecnico preparato come Daniele Naldi. «Un appassionato vero, che ti trasmette quello che prova per questa disciplina. Non puoi non sentire quelle vibrazioni. Ora ci sono dentro, coinvolto completamente, e ho raggiunto traguardi che un paio di anni fa nemmeno avrei immaginato». La finale mondiale dei 50 rana a Eindhoven , per esempio. Lì, per la prima volta, Nicolò si è trovato faccia a faccia con i migliori della specialità. «Sono arrivato ottavo, e magari pensavo a qualcosa di meglio. Ma è stata una grande esperienza, che mi servirà. Sto crescendo, nei 50 farfalla ho migliorato il personale di dieci secondi in due mesi. Poi, in quella piscina ogni volta che mi guardavo intorno era pelle d’oca. Intorno c’erano tremila persone, c’era la tv a riprenderci. Una cosa nuova e enorme, per me».
Eppure, questa rassegna iridata è stata solo una tappa. Ormai Nicolò ha alzato il tiro, e l’obiettivo è più lontano nel tempo. «Dovrei nascondermi e dire che di qui alla Paralimpiade di Londra c’è tempo? Sarei bugiardo. Certo che punto a quel traguardo, e non voglio arrivare là solo per partecipare. Mi alleno otto volte a settimana, d’estate addirittura dodici. Non mi pesa, perché ho un obiettivo davanti. Per uno che odiava il nuoto, non mi sembra poco...»

L'Informazione di Bologna, 29 settembre 2010

martedì 28 settembre 2010

Giacomino e Zapatero, quell'amicizia nella Bassa



di Marco Tarozzi

SAN PIETRO IN CASALE - Quel giorno, a San Pietro in Casale, lui è rimasto alla larga dai riflettori. Che erano puntati su gente che ha scritto la storia del calcio. Rivera, Zoff, Capello, Antognoni, De Sisti, Lodetti, solo per citare i primi che ci tornano alla mente. E su altri che hanno fatto quella del Bologna. Pascutti, Pavinato, Savoldi, Pecci, Colomba, Ghetti. E tanti, tanti altri. Quel giorno a San Pietro in Casale lui, Marco Dall’Olio, era felice così. Perché tutti quei grandi del calcio erano lì per Giacomo Bulgarelli. Per il suo amico Giacomino. E dunque la sua idea aveva funzionato.
«Io volevo semplicemente che venisse onorato come meritava. Nient’altro. Volevo che ci fossero tutti, a rappresentare tutte le squadre italiane. E alla fine gli amici veri sono arrivati, ed erano tanti. Ecco, così adesso tutti hanno un’idea precisa di che amici avesse Giacomo, e di chi fosse».
Lui l’ha conosciuto a fondo. E soprattutto l’ha conosciuto “dopo”. Quando Bulgaro scelse il “buen retiro” di San Pietro in Casale, per immergersi nella Bassa che gli era rimasta dentro, nelle radici, come è logico per uno nato a Portonovo di Medicina. «Il mio amico Giacomino era oltre Bulgarelli. Cioè oltre il grande giocatore, la carriera, gli articoli sui giornali e in tv, il Bologna e la Nazionale. Noi ci siamo conosciuti dopo tutto questo, e ci siamo legati l’un l’altro su basi diverse. Lui per me era Giacumèin, io per lui semplicemente Zapatero».
Bel personaggio, Marco “Zapatero” Dall’Olio. Uno che nel 2002, a meno di cinquant’anni, faceva il dirigente aziendale e sentì per la prima volta quella parola secca e spesso devastante. Esubero. «Significa che ieri eri importante e da domani hanno deciso di fare a meno di te. Potevo abbattermi, e invece ho deciso di accendere il canale dei sogni. Di andare alla scoperta della mia terra, delle persone. Di seguire il mio istinto».
E la passione. Per il calcio e soprattutto per le sue anime. Come Gigi Meroni, il suo idolo granata, a cui ha dedicato due splendide mostre, riuscendo addirittura a portare a San Pietro i quadri che quel campione così anticonvenzionale dipingeva. Come gli splendidi matti del dio pallone a cui presto dedicherà la sua creatività. Ezio Vendrame, Roberto Vieri, George Best. Genio e sregolatezza, gente senza schemi. O come Bulgarelli, appunto. L’amico vero. «Anch’io dipingo, e un giorno stavo lavorando dentro una chiesa sconsacrata a un affresco dedicato a Meroni. Giacomo era lì con me, alle mie spalle. Guardava in silenzio. E a un tratto mi disse: sai una cosa, Zapatero? Quando dipingi io vedo la tua anima…».
Zapatero, bella storia. Giacomino la mania dei soprannomi l’ha sempre avuta. «Di me diceva che avevo la dialettica di un politico. Detto, fatto: sono diventato Zapatero e quel nome me lo porto addosso con un sorriso, perché mi fa pensare a lui».
Ha lavorato sei mesi per mettere in piedi il grande evento. Intitolazione dello stadio, mostra, un elenco di grandi del calcio «che hanno voluto esserci, questo è ciò che conta. Non li ho dovuti convincere, ho solo fatto centinaia di telefonate per spiegare il senso della cosa. E loro l’hanno capita al volo. Anche quelli presi da mille impegni hanno trovato il tempo di essere lì. Certo, una macchina come questa non la puoi portare avanti da solo. E devo dire grazie al sindaco Roberto Brunelli e all’assessore Pezzoli, all’amico Alberto Bortolotti che l’ha portata avanti con me». E l’elenco è lungo. Dal parroco, Dante Martelli, al presidente dei Lions Dino Savi. E Fabio Bonetti, Vittorio Rimondi, Pasquale Stellato, Luciano Brigoli che ha curato la mostra dei “memorabilia. «Ma c’è anche chi non l’ha capita, questa avventura. Chi è salito sul carro all’ultimo momento, chi ne ha approfittato per spostare l’attenzione su altri temi, di fatto facendo un torto a Giacomo. Succede anche questo, non mi piace ma lo avevo messo in conto».
Marco Dall’Olio guarda dritto davanti a sè. Ai paesaggi infiniti della Bassa che ha amato come, insieme a Giacomo. Dentro quei silenzi, loro si capivano al volo. Un campione di umanità e un “pescatore di sogni”. Come dovrà chiamarsi, se un giorno vedrà la luce, il libro di tutto quello che gli è passato davanti agli occhi e nella testa. Qui a San Pietro, che grazie a lui è stato il centro del mondo per un giorno.

L'Informazione di Bologna, 28 settembre 2010

venerdì 24 settembre 2010

Nanni: il mio sogno europeo


di Marco Tarozzi

Marco Nanni, è ora di pensare all’Europa. Cosa si attende da questa finale di Coppa Campioni?
«Due partite veramente difficili. Il campo ha detto che lì ci saranno le quattro squadre più forti d’Europa. Noi abbiamo avuto la fortuna di poter continuare con le partite ufficiali, tra playoff scudetto e Coppa Italia. Non so se arriveremo in finale o se vinceremo, so per certo che metteremo l’anima in campo».
Con la forza del gruppo che contraddistingue le sue squadre.
«Io credo che i buoni giocatori siano importanti, determinanti. Ma la vittoria è sempre del gruppo. Si vince se si rema tutti nella stessa direzione».
Ad inizio stagione diceva: non guardate a noi per i playoff. Siete arrivati a un niente dal titolo, avete vinto la Coppa Italia e vi giocate l’Europa. Cos’è, fa pretattica?«Me l’hanno chiesto anche un anno fa, perché avevo detto che i playoff non erano certi e poi avevamo vinto lo scudetto. Allora c’erano tante scoperte da fare, che si chiamavano Garabito, Ribeiro, Infante, Stocco. Non era un modo di nascondersi, solo che prima di sapere dove saremmo arrivati dovevamo scoprirci tra noi. Sapevamo che le basi c’erano. All’inizio di quest’anno ero certo di aver preso giovani di talento, di valore assoluto. Ma c’erano scommesse nuove: non puoi sapere a priori quanto renderà un giocatore giovane, se ci sarà l’alchimia di gruppo. Era, ed è, un’altra Fortitudo».
Eppure è andata lontano.
«La chiave era imparare a capirsi, a sopportarsi, a convivere. Abbiamo iniziato a lavorare a gennaio su questo, e lo spirito di sacrificio non è mai mancato. Questi sono i risultati».
Con lo scudetto del 2009 si è chiuso un ciclo. Questa squadra giovane sembra pronta per aprirne un altro.
«Potrà avere lunga vita, certo. Con qualche ritocco, s’intende. Un po’ di profondità nella squadra, sul monte. Ci manca uno straniero. Se lo azzecchiamo, faremo tanta strada».
Dica la verità: non ci ha dormito la notte per questo scudetto perso all’ultimo sprint.
«Il rammarico è stato enorme. Per due o tre giorni rivedevo molte cose, fino ai dettagli. Un lancio sbagliato, un mio errore di gestione, una mancanza banale. Ci sta, quando arrivi alla settima partita e la perdi 2-1. Poi ho digerito, e ho ripreso a guardare avanti. A pensare alle cose positive della stagione. Che non è ancora chiusa, e allora bisogna restare coi pensieri sul campo».
Nel 2009 il popolo del baseball l’ha eletta miglior manager dell’anno. Arrivare in finale con una squadra rinnovata vale quanto uno scudetto?
«Io ci metto tutto quello che ho, insieme al mio staff. Ma sono un ventiquattresimo del totale, metto il mio mattone come tutti gli altri. Le mie armi sono il lavoro, la costanza, il fatto di crederci. È normale che se uno vince lo scudetto sia favorito per il premio di manager dell’anno, ma credo che in queste valutazioni si dovrebbe andare oltre la vittoria della squadra. Ci sono altri valori: la capacità di far crescere i giovani, di cementare un gruppo. C’è gente che sfiora i playoff con budget ristrettissimi, e solo per questo meriterebbe una ribalta. Nella mia carriera c’è una stagione in cui quel riconoscimento l’avrei meritato di più».
Quale?
«Il 2006, il primo. Ci successe di tutto. Dalla tragica morte di Robert Fontana al problema di Liverziani, oltre a mille altri problemi. C’era sempre qualcosa che destabilizzava, che ci toglieva forza. E arrivammo a un passo dalla finale...»
L’ultimo trionfo europeo è del 1985. Quell’anno lei non ci fu, da giocatore, per problemi di naja...
«Ero entrato in prima squadra l’anno precedente. Andai nei militari e persi l’occasione. Non so, comunque, se avrei giocato. Se sarei stato titolare, o anche solo in panchina. la questione, per ovvi motivi, non si pone...»
Venticinque anni dopo. Molta Italia e niente olandesi.
«Sono contento per il baseball di casa nostra, che da un po’ di tempo con l’Olanda usciva sconfitto. Un’assenza che ci aiuta, perché loro sanno giocare le partite importanti. Ma anche questi tedeschi, che abbiamo già incontrato nelle qualificazioni di Brno, non vanno sottovalutati. In attacco sono forti, su una o due partite danno filo da torcere. E le squadre italiane, non solo noi, hanno una gran carica. Chi vince fa una bella impresa».
Qual è lo stimolo in più che potrebbe aiutarvi a coronare il sogno?
«La voglia di riportare a Bologna un trofeo che manca da un quarto di secolo. E di riscattare Barcellona 2009, perché una finale persa per 1-0 ci va dannatamente stretta. Certo, ci sono altre squadre e hanno lo stesso obiettivo. Ma io credo nei miei uomini».

Il programma della Final Four di Coppa dei Campioni
(tutte le partite allo stadio Perez de Rosas, Montjuic, Barcellona).

Semifinali: UGF Fortitudo-T&A San Marino, domani alle 12 (diretta Punto Radio, fm 87.7, 87.9, o in video streaming a pagamento su www.stadeo.tv); Telemarket Rimini-Heidenheim Heidekopfe, domani alle 18.
Finale 3° posto: domenica alle 11.
Finale: domenica alle 17.

L'Informazione di Bologna, 24 settembre 2010

(foto di Renato Ferrini)

mercoledì 22 settembre 2010

La notte della "Casaglia"


di Marco Tarozzi

Era la nostra iniziazione. Noi, che avevamo la corsa nel cuore, ci davamo appuntamento lì, davanti al bar Edison. C’erano quelli che potevano attaccarsi il numero, perché avevano i ritmi giusti nelle gambe, e quelli che si accontentavano di appoggiarsi alle transenne, per veder passare le leggende dell’atletica. Non c’erano poi tante occasioni, in quei tempi. E noi di Bologna ci sentivamo gente fortunata, perché sulle strade della “Casaglia”, grande corsa che spaccava le notti di settembre, i campioni arrivavano davvero. Cominciò Pippo Cindolo, un pioniere. Capelli lunghi e baffi da moschettiere che colpivano il nostro immaginario. E in lui c’era molto più del look, perché fu il primo azzurro a farsi largo, negli anni Settanta, nel mondo internazionale di maratona. Poi arrivò Frank Shorter, l’amico fraterno di Prefontaine che aveva vinto l’oro olimpico di maratona a Monaco ‘72. E Franco Fava, maestro e avventuriero della corsa in quei tempi eroici e irripetibili. E via via Da Silva, Solone, Hagelsteens, Vainio. E Gelindo Bordin, protagonista di questa classica dal percorso fuori del comune molto prima di diventare l’eroe di Seul per tutti gli italiani. Quando sparì, per tredici lunghe stagioni, ci sentimmo improvvisamente orfani. E più poveri. Il terzo millennio, e gli sforzi dei “duri e puri” dell’Acquadèla, ce l’hanno restituita, regalandoci nuove emozioni e riaccendendo la memoria. Per questo venerdì sera saremo ancora lì. A innamorarci dell’atletica, come fosse la prima volta.

L'Informazione di Bologna, 21 settembre 2010

giovedì 16 settembre 2010

Rebecca Bianchi, sedici anni a tutto gas


di Marco Tarozzi

Ha compiuto sedici anni a marzo, e ha passato metà della sua vita in sella alle moto. Di più: l’aria dei circuiti la respira da quando era in fasce, perché papà e mamma li frequentano per mestiere. Rebecca Bianchi non è figlia di pilota, come il suo idolo Valentino Rossi. Ma suo padre Oliver gira i paddock da una vita, titolare di Oliver Fotoagenzia, gioiello di famiglia per il quale lavora anche la moglie Lucia. Ha cominciato lì anche Rebecca. A suo modo.
«A otto anni rubavo il motorino agli amici nel paddock e scorazzavo da un posto all’altro, divertendomi un mondo. Così papà e mamma ne approfittavano per mandarmi a ritirare i rullini e le schede. Ma la passione era molto più totalizzante: da bimba, per salire su una giostra doveva esserci una moto, dei cavalli non mi interessavo affatto».
Da quegli innocui furti di cinquantini al secondo posto al trofeo femminile di Vallelunga, prova unica di campionato italiano organizzata dalla federazione, sembra passata una vita. Invece è soltanto una manciata di anni. Intensi, da raccontare.
«Stefano Prescendi, il pilota a cui... prendevo a prestito il motorino, notò che la cosa mi piaceva e mi consigliò di provare con le minimoto. L’ho fatto fino a due anni fa, fin lì è stato come un gioco. Nel 2009 ho provato il mio primo campionato, la Yamaha Rs 125 Cup, e ho capito che poteva essere una strada percorribile. Eravamo tre donne in mezzo a tanti uomini, e me la sono sempre cavata bene. Quest’anno ho iniziato con la Hornet Cup, un trofeo monomarca Honda, ma con le moto senza carenatura non mi trovavo benissimo. Così, grazie al mio team, la Scuola Federale Corsetti di San Lazzaro, e a un paio di sponsor che hanno creduto in me, Ansaloni Garden Center e Madica Milano, sono salita sulla Yamaha R6 alla Dunlop Cup 600».
Roba recentissima. Un paio di settimane fa, al Mugello da debuttante, Rebecca non si è lasciata intimorire da una pista affascinante e impegnativa.
«Difficile, sì, ma fantastica per chi ama questo sport. Me la sono cavata: in gara eravamo trentotto, e solo due ragazze. Ne ho lasciati dietro diciotto. Soprattutto, ho trovato un feeling immediato con questa moto, ho capito che mi ci posso divertire».
Lo ha fatto pochi giorni fa, appunto. Nella prova unica tricolore, tutta al femminile, solo una avversaria esperta come Letizia Marchetti, venticinque anni e otto stagioni di campionati europei alle spalle, è riuscita a tener testa a Rebecca.
«Bel risultato, perché lì in mezzo ero senza dubbio la meno esperta, e la più giovane. L’età media è intorno ai trent’anni, io ne ho appena sedici».
Un pieno d’entusiasmo che verrà buono per il futuro. L’anno prossimo il campionato italiano femminile si disputerà su tre prove. «E io cercherò di esserci. Ma adesso c’è un altro impegno importante, la scuola. Frequento il liceo scientifico San Vincenzo de Paoli, a indirizzo sportivo. E quando avrò finito vorrei fare Scienze Motorie. i miei genitori, quando hanno capito la mia passione, sono stati chiari: vai in pista se sei brava a scuola. E io ho risposto con la media dell’otto».

Ha anche un idolo, ovviamente. Valentino Rossi, che presto comincerà a respirare l’aria di Bologna. O meglio, di Borgo Panigale. «Un grande, e mi fa piacere che venga in Ducati. Non l’ho mai conosciuto, ma papà lo ha visto crescere. E conosco Graziano, suo padre. Piloti famosi? Beh, ho visto da vicino Stoner e Hayden, quando hanno fatto un servizio in sala posa con mio padre. Ma non li ho pressati dicendo loro che anch’io vado in moto: mi è bastato fare una foto ricordo con loro. La Ducati? Mi piace, naturalmente. Il mio sponsor, Ansaloni, ne ha una e dice che uno di questi giorni me la farà provare. In futuro, chissà, non si deve mai dire mai. Ma per ora mi godo la mia Yamaha, guidarla mi piace tantissimo».
Ha provato tanti sport, Rebecca. Ma è finita in pista, e sa bene perché. «Da piccola giocavo a tennis, come mio padre. Ho fatto danza moderna, come voleva mamma, ma solo per un anno. E poi nuoto, e soprattutto karate, che mi ha insegnato come si fa a cadere, sperando che succeda il meno possibile. Ma il motociclismo è un’altra cosa. Una passione vera che nella mia mente ha cancellato gli altri sport. Mi piace scendere in pista e vedere che faccio progressi. In pista, ho detto. Nella vita di tutti giorni non uso nemmeno il motorino. Prendo l’autobus».

L'Informazione di Bologna, 15 settembre 2010

martedì 14 settembre 2010

Ciao Giacomino, i tuoi amici non ti dimenticano


di Marco Tarozzi

«Ancora non mi sembra vero che lui non ci sia più. Lo sogno, in continuazione. Poche notti fa, per dire, è stato un incontro bellissimo. Eravamo in via Galliera, lui è sbucato all’improvviso, era bello e sorridente. “Vai tranquillo, Toro”, mi ha detto, “che io sto benissimo”».
Parole da amico vero, da amico del cuore. Quelle di Alberto Rinaldi, come Giacomino stella di quegli anni Sessanta e Settanta, come lui icona dello sport bolognese, uno re dei campi di pallone, l’altro dei diamanti del baseball. Come lui campione dentro e fuori dal campo. «Penso a quel che direbbe se fosse qui con noi oggi, a vedere tutta questa gente, tutti questi grandi del calcio che si sono mossi per ricordarlo: oh, ragazzi, andateci piano, altrimenti mi mettete in imbarazzo. E lo direbbe con un sorriso pieno di allegra ironia».
È vero, sono tutti qui e l’elenco è interminabile. Tutti a San Pietro in Casale, nel cuore della Bassa, qui dove Giacomo Bulgarelli ha vissuto l’ultima lunga parte della sua esistenza. Dove ha coltivato nuove amicizie, altrettanto profonde di quei legami che non si sono mai spezzati nel corso della sua vita. Qui, soprattutto, il suo cuore rossoblù aveva trovato affinità con quello granata di Marco Dall’Olio. Uno che ha amato la personalità di Gigi Meroni non poteva non entrare in sintonia col Bulgaro. Amici, infatti. Fino alla fine. E anche oltre: perché proprio dal cuore è partita l’idea di Marco. Una giornata per ricordare il campione e l’uomo. Semplicemente, “Ciao Giacumèn”.
Vista così, e guardando tutto il grande calcio che si mette in fila per tributare il suo saluto all’Onorevole Giacomino, questa kermesse ha il senso di un’impresa epica. E invece Dall’Olio, stessa scuola dell’amico che non c’è più (eppure è sempre tra noi), la rende lieve nel raccontarla. «È vero, ho lavorato a questo evento ascoltando la parte sinistra del petto perché Giacomo avesse il ricordo che merita. Ma non è stato difficile, perché il suo nome è un grimaldello per arrivare dritto all’anima. Alzavo il telefono, dicevo “è per Giacomo” e mi sentivo rispondere “sì, ci sarò”. Ed è stato tutto un susseguirsi di porte che si aprivano. Qui ci sono uomini che hanno fatto la storia del calcio italiano, ma il bello è che nessuno di loro è venuto per parlare di sè e delle sue imprese. Sono tutti qui per parlare di Giacomo».
E tutti si ritrovano, nel primo pomeriggio, per il momento clou della giornata. Quando il sindaco Roberto Brunelli intitola lo stadio comunale a questo illustre cittadino della Bassa, nato a Portonovo e approdato a San Pietro. Figlio di questo paesaggio dagli orizzonti lontani, di questa terra e di questi colori e odori che ti restano dentro. C’è la moglie Carla, compagna di una vita, ci sono i figli Annalisa, Stefano e Andrea, che sanno quanto fosse speciale quel loro grande padre, nella sua semplicità. Ci sono i figli dei figli, che tramanderanno la memoria. Viene scoperta una scultura dedicata a Giacomo. Parla Marco Di Vaio, il capitano di oggi. Si stringono l’un l’altro quei vecchi campioni che avrebbero aneddoti da raccontare da riempirci cento libri. Applaude la gente comune, la gente che piaceva a Giacomo e che non lo dimenticherà.
Ha ragione Toro, lui non andava in cerca di notorietà. Ma qui nessuno è venuto per una celebrazione. Qui, nella Bassa, parla soltanto la voce del cuore.

L'abbraccio del popolo del calcio

di Federico Frassinella

Il ricordo più bello e più commosso di Giacomo lo ha regalato Ezio Pascutti, che per lui era certamente più di un compagno di squadra: «Io e Giacomino come due fratelli. Una vita calcistica passata insieme, un legame unico. Credetemi, ho un tale magone che mi risulta difficile parlarne ora». Una lacrima gli vela gli occhi: «Questa è una bellissima iniziativa, Giacomo gradirà senz’altro».
Franco Colomba ricorda un aneddoto degli inizi della sua carriera che gli strappa un sorriso: «Avevo diciott’anni, proprio agli inizi. Giacomo si offriva sempre di accompagnarmi a casa in macchina a fine allenamento. E il primo gol in serie A l’ho segnato proprio su suo assist».
Giovanni Lodetti, cuore e polmone del Milan di quei tempi, con Bulgarelli aveva instaurato un rapporto speciale: «La Nazionale italiana ci ha avvicinati, ci siamo conosciuti così ed avevamo un bellissimo feeling pur vedendoci poco: io stavo a Milano e lui a Bologna. Ma mi emozionai molto quando mi chiese di fargli da testimone di nozze, sinceramente non me l’aspettavo. Un personaggio fuori dalla norma, non lo dimenticherò mai».
Rispettoso il commento di Giancarlo Antognoni: «Giacomo è stato una persona d’altri tempi. Gentile, disponibile, l’ho sempre seguito anche quando lavorava in tv, nonostante ci fosse molta differenza d’età fra noi».
Rivale di mille battaglie, ma fuori dal campo con Giacomo c’era un’armonia difficile da descrivere. Così Gianni Rivera: «Insieme abbiamo fatto tanta strada, a partire dai Giochi Olimpici del 1960, finchè il fisico ci ha permesso di giocare. Abbiamo condiviso tutti gli aspetti del mondo del calcio, e noi due insieme siamo stati i fautori dell’Assocalciatori».
Sincero il ricordo di Picchio De Sisti: «Bulgarelli? Il più grande centrocampista del mio periodo. Tutti noi dobbiamo essergli grati, era un modello di riferimento in campo per i giocatori del nostro tempo». E gli fa eco Fabio Capello: «Un grande campione e un grande uomo, un signore in campo e fuori».
Commosso Gigi Maifredi: «Appena arrivai a Bologna, furono Giacomo e Giorgio Comaschi ad accompagnarmi nelle serate estive cittadine, preannunciandomi ciò che avrei incontrato. Era un fenomeno, una fucina continua di aneddoti».
Tocca poi a Luigi Agnolin: «Ho avuto la fortuna di arbitrarlo. A fine carriera era diventato ironico e saggio, tipico personaggio di un mondo del calcio che allora era davvero bello».
Onorato di presenziare ieri è stato Luis Suarez: «Se il Bologna di Giacomo non avesse avuto l’Inter sulla sua strada, avrebbe vinto tutto. Ho lottato tante volte con lui, ma era un grande uomo, una persona eccezionale, e a fine partita eravamo tutti molto amici».
Chiusura con Romano Fogli («Eravamo più che amici, Giacomo è stato anche padrino di mio figlio. Quel Bologna era un gruppo fantastico») ed Eraldo Pecci, colui che di Giacomo ha raccolto il testimone calcistico: «Non c’è altro da aggiungere. Questo parterre evidenzia ciò che ha rappresentato Bulgarelli per tutti».

L'Informazione di Bologna, 13 settembre 2010

lunedì 13 settembre 2010

Partenza in salita, ma la classifica è piena di bugie

di Marco Tarozzi

Lazio-Bologna 3-1

La prima di Malesani sulla panca rossoblù porta zero punti, una manciata di dubbi, qualche esile certezza a cui aggrapparsi e le dichiarazioni del presidente Porcedda, che esorcizza il presente proiettandosi nel futuro. Scelta strategica o no, l’arrocco funziona: non si può sparare su chi ragiona di progetto a medio-lungo termine, se prima si è pianto perché il calcio moderno non ha più pazienza.
Resta da capire quello che ha detto il campo, ben sapendo che non si tratta di risposte definitive. Che sia un campionato in via d’assestamento lo dice, immediatamente, la classifica: Chievo solo al comando, Cesena all’inseguimento dopo aver fermato la Roma e bastonato il Milan, neopromosse più vive delle corazzate. E il Bologna, a quota 1, in compagnia di Juve, Fiorentina, Roma, Palermo, squadre partite con ben altre ambizioni. Non può durare, non è questo il vero volto della stagione che ci aspetta.
E dovrà assestarsi, e trovare punti di riferimento, anche il Bologna che Malesani ha proposto con una difesa a tre che ha capitolato proprio nel momento in cui si è davvero comportata da difesa a tre. Prima, soprattutto in quel primo tempo chiuso con zero tiri azzardati verso la porta di Muslera, a proteggere lo 0-0 c’era mezza squadra. Quando il Bologna ha provato davvero a imporre il proprio gioco, è andato sotto. E in fretta: uno-due della Lazio in sei minuti.
Tirando le somme: un primo tempo da dimenticare, e diciamo pure qualcosa di più; diciamo un’ora buona di calcio indigeribile e di manovra inesistente. E venti minuti, gli ultimi, di sperimentazione pura, tutta tesa a recuperare quel punto volato via: un 4-2-4 figlio della necessità e dell’emergenza, ma paradossalmente il momento di miglior calcio proposto dai rossoblù. Dentro quel finale di partita, le cose buone da salvare: la voglia di Malesani di lasciare un’impronta su questa squadra, la grinta del gruppo che in effetti è rientrato in partita (prima del 3-1 finale, il 2-2 mancato da Paponi), la vivacità di Siligardi, entrato subito nel vivo del match. Se questo è l’inizio, meglio astenersi dalle bocciature definitive: ma è un fatto che Gimenez ha perso un’altra occasione di mostrarsi giocatore “da primo minuto”, è un fatto che Di Vaio non può spendere i suoi 34 anni andando in cerca di palloni a metà campo. È un fatto che si parte subito in salita, ma il tempo per rimediare non manca.

L'Informazione di Bologna, 12 settembre 2010

mercoledì 8 settembre 2010

Scozzoli, il campione coi piedi per terra


di Marco Tarozzi

Fabio Scozzoli, ma davvero aveva paura dell’acqua, da ragazzino?
«Tutto vero. I miei genitori mi portarono in piscina, visto che già ci andava mia sorella Silvia. Volevano che facessi sport e così era più comodo per tutti. Poi Silvia ha smesso e io sono andato avanti».
Oggi si portano i bambini in piscina a pochi mesi...
«Io ci sono andato relativamente tardi. A sette anni. Forse per questo, all’inizio, l’acqua mi spaventava. Ma ho insistito, per fortuna. E la faccenda mi ha preso, mi sono innamorato del nuoto».
A mente fredda, si è reso conto di quello che ha fatto agli Europei?
«Sono sincero, non ero andato là per vivacchiare. Magari non era scontato che tornassi a casa con due medaglie, ma la finale era l’obiettivo minimo. Volevo arrivarci migliorando i miei tempi. Ho lavorato tanto per questo».
Ha detto: del bronzo sui 100 rana mi piace il valore, dell’oro sui 50 il colore.
«Beh, i 100 sono la mia gara. E sono distanza olimpica, tra l’altro. Lì puntavo alla medaglia, non l’ho mai nascosto. I 50 sono un’altra storia. Gara veloce, secca, dove entrano in gioco tanti fattori. Bisogna curare i particolari: la potenza, la subacquea. Dettagli, ma se non ci lavori su non ci arrivi di sicuro, davanti a tutti».
Lei ci ha lavorato insieme a Tamas Gyertyanffy, il suo tecnico. Una leggenda del nuoto che si è rimessa in gioco a Imola. Siete partiti e cresciuti insieme, in quest’avventura.
«Tamas non ha bisogno di crescere, con quello che ha fatto per questo sport. Lavoriamo insieme da sei anni, e col tempo tra tecnico e atleta si instaura un rapporto di fiducia totale. Viaggiamo in perfetta sintonia. È importante, se vuoi arrivare a certi livelli devi trovare qualcuno a cui affidarti con convinzione assoluta».
Non ha scelto un allenatore da compromessi.
«Tamas non ha peli sulla lingua. Il che in certi ambienti può anche creargli problemi, ma per me è semplicemente un grande pregio. Mi piace che sia così, e gli devo quello che sono adesso».
Già, che cosa è diventato Fabio Scozzoli? E come si sente da campione d’Europa?
«Come quando sono partito per Budapest. Mi rendo conto che come atleta ho raggiunto una dimensione diversa, rispetto a prima. Ma non voglio che questo mi cambi. Sono un ragazzo con i piedi ben piantati in terra. Uno semplice, dopo tutto».
Un ragazzo di paese. Di San Martino in Villafranca, il suo paese a un pugno di chilometri da Forlì, è diventato il figlio più illustre.
«Siamo gente tranquilla. Mi hanno fatto una gran festa quando sono tornato da Budapest, ma non ho potuto nemmeno godermela fino in fondo, dovevo ripartire subito per i tricolori in vasca corta di Ostia».
Altri tre titoli. Momento d’oro, niente da dire.
«Sono contento, sì. Sto bene, perché dovrei accontentarmi? È un po’ quello che ho pensato nei due giorni che separavano la finale dei 100 da quella dei 50, agli Europei».
Il bronzo che ha preparato la strada all’oro...
«Psicologicamente mi ha dato una bella carica. Ma non era matematico: avrei potuto sentirmi appagato, perdere la concentrazione. Sarebbe stata una sciocchezza, dopo tanto lavoro».
Della sua Forlì ci ha detto. Ma ammetta che sente un po’ sua anche Imola.
«E la mia società, l’Imolanuoto. Agonisticamente sono cresciuto lì. E sono molto legato alla città, ho coltivato tante amicizie imolesi in questi anni. Gareggio per un gruppo fatto di gente vera, che mette passione nelle cose che fa, che ama il nuoto. Dal presidente agli allenatori, fino ai compagni di vasca. In certe grandi società non si respira la stessa aria. Le questioni economiche, amministrative spesso prendono il sopravvento. Da noi è diverso. Io all’Imolanuoto mi sento in famiglia».
E la famiglia che l’ha portata in piscina tanti anni fa? Che dicono papà Graziano e mamma Laura di questo figlio ormai famoso?
«Si godono i miei successi. Forse si emozionano anche più di me. Io ci sono dentro, devo guardare avanti, loro li ho visti proprio commossi.»
Guardare avanti. Fino a Londra 2012, naturalmente.
«Un passo alla volta. Ci sono Europeo e Mondiale in vasca corta, poi i Mondiali del 2011. E poi, certo, le Olimpiadi».
Adesso però se ne andrà finalmente in vacanza.
«Sicuro. Stacco una decina di giorni».
Mete esotiche?
«Come no. Lido di Classe, con i miei amici. E in acqua solo per fare il bagno».

FABIO SCOZZOLI è nato a Lugo il 3 agosto 1988. Mamma Laura, dentista, frequentava la città ravennate per lavoro, ma la famiglia è originaria di San Martino in Villafranca, provincia di Forlì, dove risiede. Tesserato per l’Imolanuoto e per l’Esercito, è allenato dal tecnico ungherese Tamas Gyertyanffy. È il primo ed unico italiano ad aver abbattuto il muro del minuto nei 100 rana in vasca lunga, nuotando in 59”85 alle Universiadi di Belgrado. In vasca corta ha nuotato i 50 rana in 26”23 e i 100 in 57”01, anche questo primato nazionale. Agli Europei di Budapest si è messo in luce vincendo il titolo continentale nei 50 e il bronzo nei 100, ma in precedenza aveva già conquistato due argenti alle Universiadi 2009 a Belgrado (100 rana e 4x100 mista) e un bronzo ai Giochi del Mediterraneo 2009 di Pescara (4x100 mista). Ha in bacheca sei titoli italiani, gli ultimi tre vinti nei giorni scorsi agli Assoluti estivi in vasca corta di Ostia.

L'Informazione di Bologna, 22 agosto 2010

mercoledì 1 settembre 2010

Malesani, a Bologna per rinascere


di Marco Tarozzi

Arriva oggi a Casteldebole, Alberto Malesani. Per chiudere. Il contratto che lo legherà al Bologna e un passato che evidentemente alla nuova dirigenza non quadrava. Ci sta, le scelte le fa chi sta ai posti di comando. Si può discutere sul metodo con cui Franco Colomba è stato allontanato dalla panchina, senza passare per nostalgici. Solo una considerazione: che il feeling non ci fosse era chiaro a tutti, anche se si cercavano parole sfumate per sottolinearlo. Si immaginava che per il tecnico dell’ultima salvezza sarebbe stata una corsa in salita. Oggi ci si chiede se non sarebbe stata una scelta migliore salutarsi subito, senza rancore. O usare parole meno pesanti per il commiato. Colomba aveva le sue idee, la società ne aveva (ne ha) altre. Ma se lunedì sera il migliore in campo, insieme a Viviano, è stato Mudingayi, un giocatore recuperato da Colomba quando era ormai fuori rosa, un anno fa, è ingeneroso dire che in questo pari con l’Inter lui non c’entra.
LA BUONA TERRA - Lo hanno definito “contadino del pallone”, senza offesa. E infatti lui non si offende. Ci si riconosce, in questa definizione. «Io vengo da un mondo dove devi rimboccarti le maniche, dove ogni giorno c’è un raccolto da portare a casa. Ho sempre lavorato e faticato perché mi piace farlo. Anche nel calcio c’è sempre un raccolto da portare a casa. E io senza pallone non so stare».
È un mondo che gli ha dato tanto e gli ha tolto altrettanto. Che lo ha lanciato quando era uno sconosciuto e lo ha fatto cadere quando aveva imparato a volare. Un mondo difficile. Ci ha sguazzato dentro negli anni migliori: a Firenze, arrivato dopo anni convincenti al Chievo. Soprattutto a Parma, dove ha vissuto le sue stagioni in Paradiso dal 1998 al 2001, infilando nella collana una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e soprattutto, più di tutto, una Uefa indimenticabile, ultimo tecnico italiano a centrare l’obiettivo. Poi Verona, una parentesi difficile a Modena, il Panathinaikos dove una sua sfuriata contro i giornalisti in sala stampa è diventata un “cult” ancora oggi cliccatissimo su youtube. Un po’ di respiro a Udine, altre delusioni (con esonero in primavera) a Empoli. E nella scorsa stagione l’offerta di una panchina avvolta dal filo spinato, quella di un Siena che già a fine novembre sembrava condannato alla retrocessione. Non ha cambiato il destino della squadra toscana, Malesani, ma le ha dato una scossa, e più di una speranza durante la corsa.
UOMO DI CAMPO - È uno che preferisce la tuta al completo d’ordinanza, il tecnico veronese. Uno poco avvezzo alla diplomazia. Che quando gli girano, non la manda a dire. Uno che ha sempre saputo valorizzare i giovani, e a questo deve aver pensato il presidente Porcedda quando ha sovrapposto la sua immagine all’identikit dell’allenatore che aveva in testa per il suo Bologna. È anche vero che le cose sono cambiate, dai tempi di Parma. Allora non avrebbe preso squadre in corsa, come ha fatto a Udine, a Empoli, a Siena. Prima costruiva i progetti in prima persona, ora deve prenderli già confezionati da altri. Lo ammette lui stesso: «Forse non sono più quello di anni fa, ma il pallone per me ha il significato di allora: gioia e lavoro, felicità e passione».
Prende un Bologna costruito da Porcedda e Longo. Ma è una situazione ben diversa da quella di un anno fa. C’è talento e gioventù, c’è una squadra che ha debuttato con orgoglio e rabbia agonistica. Per lui può essere la grande occasione. Per tornare a volare.

L'Informazione di Bologna, 1 settembre 2010

martedì 17 agosto 2010

Rossi-Ducati: "Saremo una Nazionale rosso fuoco"


di Marco Tarozzi

Il segreto di Pulcinella l’hanno svelato così. Ferragosto, dopogara a Brno, ore 18: per prima arriva la mail della Yamaha, con i saluti di rito a chi le ha regalato (e prima ancora costruito) quattro titoli mondiali in sette anni. Segue lettera della serie “è stato bello, ma anche le cose belle finiscono” scritta (a mano) e firmata da Valentino Rossi in persona. Last but not least, alle 18.38, il comunicato di Ducati, a suggellare il matrimonio. Come raccontare con parvenza di novità quello che tutti già sapevano. Dettagli compresi: due anni di contratto, tra i 12 e i 13 milioni di ingaggio coperti in buona parte dagli sponsor. Due anni per tentare il colpo che non riesce dal lontano 1972: pilota e moto italiani che vincono nella classe regina del Motomondiale. Allora era la 500, e il colpo riuscì per l’ennesima (ultima, scoprimmo poi) volta a Giacomo Agostini e Mv Agusta. Valentino ci prova con la Rossa di Borgo Panigale, ha due anni di tempo prima di farsi aprire i cancelli di un’altra Rossa, a quattro ruote.
Il giorno dopo le dichiarazioni di Valentino virano verso Ducati, dopo le parole di affetto per gli anni gloriosi vissuti con la casa di Iwata. «Insieme saremo la Nazionale della moto. Saranno due anni bellissimi, lo sento. Mi sono sentito corteggiato da Preziosi, provando le sensazioni che mi fece provare Furusawa nel 2003».
Già, Filippo Preziosi. Che ha lavorato dietro le quinte, con pazienza, perché il colpo andasse in porto. L’ingegnere che ha creato il Desmosedici da MotoGP ha anche aperto le porte al team di Rossi, e ormai pare certo che anche Jeremy Burgess, all’inizio molto titubante, seguirà il campione anche in questa avventura. Sull’argomento, Rossi specifica che «Non so con certezza chi verrà. Ne stiamo discutendo».
È convinto ed entusiasta, Vale, e i paragoni con l’altra svolta, quella di sette anni fa (da Honda a Yamaha) lo pungolano. «Quella Yamaha era molto meno competitiva della Ducati di oggi. Ma i tempi cambiano, sarà difficile anche adesso. Forse andrà meglio nel 2012, quando torneremo ai 1000 cc., ma per dirlo dovrei provare la moto».
Cosa che Furusawa non pare intenzionato a permettere subito dopo Valencia. C’era una sorta di gentlemen agreement, per il quale Vale e Ducati avevano evitato di annunciare il passaggio a Laguna Seca, dove Yamaha festeggiava. Ma i giapponesi non l’hanno presa bene. Volevano che Rossi chiudesse con loro. «Spero che Masao ci ripensi. Cambio anche perché a fine anno lui va in pensione. Per me la Yamaha era lui, con lui ho sempre parlato di tutte le questioni, non solo tecniche».
Passione e voglia di avventura, dietro la scelta. Non solo un ingaggio stratosferico. «Quello me l’offrivano anche in Yamaha. Stessa cifra. Non ho mai scelto per soldi, nemmeno quando avvevo vent’anni. Ora meno che mai».

IL PILOTA
Vale, quando il talento domina sul motore

di Silvestro Ramunno

Prendere Valentino è come ingaggiare Leo Messi. Conta la squadra sì, ma il fuoriclasse è lui. Anche nel motomondiale dell’elettronica, del traction controll, della frenata assistita, della moto progettata al meglio per andar forte su ogni circuito, Rossi ha dimostrato di sapere e poter fare ancora la differenza. Non gli sarà mai passato per la testa di scambiare un computer con Jeremy Burgess (il capomeccanico che ha deciso, dopo pressanti inviti, di seguire Vale nella nuova avventura).
Valentino Rossi è il miglior concentrato di talento, tecnica (guardate come ha trasformato la M1 che nel 2004 non valeva nulla) e cattiveria alla guida. Uno che ha spostato l’asticella dell’andare in moto un bel po’ più avanti. Ammirare quelle staccate al limite, le impressionanti rimonte e i corpo a corpo mozzafiato, ti fa apprezzare la splendida unicità di gesti atletici difficili da percepire in uno sport a 300 all’ora.
Un pilota totale che schianta gli avversari colpendoli nelle loro debolezze dentro e fuori la pista. La caduta in picchiata di Stoner è cominciata a Laguna Seca nel 2008, quando Rossi decise che l’australiano doveva star dietro; Lorenzo ha abbassato la testa dopo quel sorpasso im-pos-si-bi-le (definizione di Loris Reggiani) all’ultima curva a Barcellona 2009.
Manico e psicologia, il Dottore è già laureato sul campo e in cattedra, Yamaha o Ducati, ci sarà sempre lui. Certo, comincia una nuova sfida e Vale dovrà rimettersi in gioco: 32 anni, una gamba che deve ancora andare a posto, un carniere di titoli e vittorie (che solo Giacomo Agostini non invidia) che ti può bastare fino alla pensione.
Rossi le sfide non solo le ha accettate, le ha cercate. Ha lasciato una Honda imbattibile per accomodarsi su una Yamaha da mezza classifica. Welkom 2004, contro il rivale Biaggi approdato sull’Hrc ufficiale, è stata un capolavoro, così come Laguna Seca dopo due anni difficili che lo hanno tenuto lontano dall’iride o la Catalogna del 2009 con Lorenzo beffato quando già pregustava la bandiera a scacchi a casa sua.
E se ne potrebbero citare altre di gare perfette, anche negli anni bui, anche quando aveva le pessime Michelin e combatteva contro la “triade perfetta” pilota-moto-gomme, cioè Stoner-Ducati-Bridgestone. Mugello e Assen 2007 le dovrebbe studiare chiunque abbia intenzione di mettersi a fare gare con le due ruote.
Il binomio d’eccellenza del Made in Italy, Rossi e la rossa, l’immagine di Bologna proiettata in tutto il mondo, il Davide italiano contro i Golia giapponesi, sono tutte conseguenze, bellissime conseguenze che saranno apprezzate dalla città, dal popolo della rossa, dagli italiani che amano le moto, dagli economisti e esperti di marketing territoriale. Cose, però che resteranno a bordo pista, al massimo se ne parlerà durante le prove del venerdì. Quando si fa sul serio servono Filippo Preziosi (che lo ha accolto con parole bellissime), Jeremy Burgess e soprattutto il manico di Valentino.


LA MOTO
Una storia nobile e un progetto vincente

di Marco Tarozzi

Dicono: Rossi che passa da Yamaha a Ducati riporta alla memoria un altro grande cambio di scuderia, di rotta, di prospettive. Che riguarda, quando si dice il destino, l’unico pilota italiano la cui leggenda riesce ancora a tener testa a quella del Dottore, non fosse altro per numero di titoli iridati vinti. Ricorda, insomma, la scelta di Giacomo Agostini, che nel dicembre 1973 annunciò al mondo il suo addio alla mitica MV Agusta, con la quale correva dal 1965, e aveva vinto tutto, e il suo passaggio alla Yamaha. Il paragone è affascinante, perché mette in relazione i due centauri che più di chiunque altro hanno cambiato la storia del motociclismo. Ma in queste due storie l’unico punto in comune è l’età dei due protagonisti. Il grande Ago aveva trentadue anni quando decise di cambiarsi il destino. Valentino ne avrà trentadue quando affronterà il Mondiale MotoGP in sella alla Desmosedici. Il resto è dissonante. Agostini se ne andò da una Mv Agusta in difficoltà: un’azienda in cui la crisi, iniziata con la morte del conte Domenico Agusta nel ‘71, sfociò nel ritiro definitivo dalle corse. Il Dottore abbandona il team e la moto più forte, quello che ripartirà la prossima stagione con in casa il campione del mondo. E lascia una moto, la M1, che è diventata la più forte del lotto grazie al lavoro suo e del suo team.
Valentino ha una certezza, però. Non fa un salto nel vuoto. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Ducati è tornata a dipingere di rosso i circuiti della classe regina. Il progetto MotoGP è cresciuto, è diventato grande: otto campionati, compreso quello in corso, un titolo mondiale, mille emozioni per un popolo che non ha mai tradito la sua fede. È cresciuto nel cuore di un’azienda che, in quanto a dimensioni, non può battersi con i grandi imperi del Sol Levante, ma in quanto a risultati ha saputo riportare ad alta quota la creatività e la tecnologia della scuola italiana. Rossi entra in un mondo pieno di storia. Che parla della genialità delle prime grandi invenzioni dell’ingegner Taglioni, dei primi giorni di gloria sulle strade del Motogiro e della Milano-Taranto, del grande ritorno con la 750 bicilindrica desmodromica alla 200 Miglia di Imola, nel ‘72, con la storica doppietta Smart-Spaggiari. E di Mike Hailwood, re del Tourist Trophy ‘78 con la 900 SS, e del lungo regno in Superbike battezzato dalla vittoria di Lucchinelli nella prima gara della categoria, a Donington nell’88. E ancora della discesa in campo in MotoGP, pensata nel 2002 e realizzata un anno dopo. Il progetto Desmosedici GP, voluto e realizzato da Filippo Preziosi e Claudio Domenicali. E una moto da molti considerata scorbutica, buona per un talento puro come Casey Stoner, che ci ha vinto il titolo nel 2007. Eppure, anche Loris Capirossi ci ha fatto cose egregie, e anche lui ha mancato l’iride di un soffio, un anno prima dell’australiano. Valentino, insomma, sposa Ducati anche per cancellare i luoghi comuni. Da novembre si metterà al lavoro e a suo modo volterà pagina. Non resterà che aspettare il risultato di questo incontro unico. Talento, professionalità, voglia di stupire ancora. A pensarci, pilota e moto hanno lo stesso carattere.



L’Informazione di Bologna, 17 agosto 2010