domenica 25 settembre 2011

Sergio, portaci con te


Sergio Frattaruolo è partito per la Minitransat. Alle 17.17 di domenica 25 settembre. Attraverserà l'Atlantico con una barca di sei metri e mezzo. Un guscio in mezzo all'oceano

di Marco Tarozzi

Sergio Frattaruolo è l’uomo in mezzo al mare che trasforma i nostri sogni in realtà. La libertà, il viaggio, la voglia di prendere il vento e andare sono dentro di noi: le coltiviamo per una vita e quasi sempre le teniamo dentro, represse, mai esternate. Questione di coraggio: quello che manca, o magari quello che occorre per affrontare i muri della quotidianità. A noi che ogni giorno vorremmo partire e non riusciamo a staccarci dal posto restano i miti, quelli che hanno fatto scelte semplicissime, viste dalla loro ottica (agire, partire) e incredibilmente romantiche viste dalla nostra. Ed è bello pensare che da oggi si possa fantasticare di piccole barche nell’oceano, di messaggi in bottiglia da recapitare a chi ci si imbatterà, di roba comunque d’altri tempi, immaginando la faccia (tosta e amabile al tempo stesso) di questo Peter Pan sopra i quaranta, cresciuto in una città della Bassa e così innamorato del mare, del vento, dell’avventura da farne una ragione di vita. Sergio, il tuo sogno è il nostro sogno. Solo che tu sai viverlo. Portaci dall'altra parte dell'oceano con te.

L'Informazione di Bologna, 25 settembre 2011

venerdì 23 settembre 2011

Vuoi Kobe? Scrivigli una mail


di Marco Tarozzi

Claudio Sabatini, avete presente? Come si muove, agita le acque. Adesso con l’idea più scoppiettante di tutte, ispirata dal lock-out Nba. Prima gli è venuto in mente il ritorno di Ginobili, poi addirittura l’”emilianità” di Kobe Briant, che ha molta Italia nel proprio background. Da lì è iniziato il sogno: il primo timido contatto via facebook di Lauro Bon, ex bianconero che oggi lavora per Canadian Solar e che poi ci ha preso gusto a seguire la trattativa; la risposta di Kobe, che salvaguardando assicurazioni e “escape” esamina solo offerte annuali; la proposta di Sabatini, immediatamente recapitata all’agente del giocatore Rob Pelinka, fatta di quattro “opzioni” (cinque milioni lordi per un anno, ma anche altre possibilità di scelta: tre partite, due partite o il “Bryant Day” per la prima giornata di campionato); la volontà del giocatore di parlarne. L’ultimo atto è andato in scena nella notte: ennesima conference call tra il presidente bianconero e Pelinka, preceduta dall’appello dei tifosi della V nera. Quelli che credono, come Sabatini, al miracolo possibile.
Lui, per provare a colpire al cuore il campione, ha coinvolto tutti. Tifosi ma non solo. Anche quegli appassionati che all’idea di un Kobe Bryant “italiano” dimenticano bandiere e fossati. «Chiediamo di aiutarci a portare a Bologna un ambasciatore del basket nel mondo come Kobe Bryant, convincendolo direttamente con messaggi da inviare alla mail bolognaperbryant@virtus.it». Un paio d’ore dopo c’era già una decina di pagine di inviti. Accorati, appassionati, divertenti.
Da “Zorz”, che punta sul lato gastronomico («Ti porto a mangiare i tortellini», roba che Kobe dovrebbe conoscere visto che in queste terre è cresciuto), a “max” che va più per le spicce («Allora quando arrivi?»). Da Fusto che già sogna «la canotta Virtus numero 24 con scritto Bryant» a “materazz” che non ha dubbi: «Se si lascia LA si può andare solo a Bologna». La certezza di Sabatini è che per il Fenomeno si muoverebbero da tutta Italia, e indirettamente “ilpozz87” lo conferma: «Verrei da Caserta per vederti».
Sabatini, il creativo, sorride perché l’idea ha fatto centro. «Su un nome come questo, è bello sentirsi uniti. Ho voluto coinvolgere tutta la città, e anche chi semplicemente ama il basket e vuole vederne il rilancio». Anche sulla questione di Bryant ambasciatore del basket si può lavorare: è uno degli argomenti per i quali Kobe è più sensibile, non avendo mai dimenticato i valori instillatigli da papà Joe, nè le radici. «Però non vendo fumo», assicura Sabatini. «Faccio la mia parte e spero che tutti, anche a livello istituzionale, si sentano coinvolti dal progetto». Intanto ha acceso il canale dei sogni. Di questi tempi, un po’ di colore non guasta. Meglio se è gialloviola.
m.tarozzi@linformazione.com

di Antonio Manco

Un legame fortissimo quello tra Kobe e l’Italia. Degli anni tra il 1984 ed il 1991, vissuti nel Belpaese seguendo le orme del padre, “il giocatore più forte al mondo ” ricorda soprattutto «la passione per la vita, per la famiglia, per i figli». Valori che lo hanno spinto a dare nomi italiani alle figlie (Natalia Diamante e Gianna Maria Onore) e a promettere un’annata da queste parti per concludere la carriera non più tardi di 12 mesi fa. Poi sono arrivate le difficoltà delle franchigie e la minaccia del lock-out, che ora rischia di far diventare il futuro già presente, sulla scia dei sogni di Sabatini.
Chissà se al momento di ricevere la proposta della Virtus, Black Mamba ha pensato a quella semifinale scudetto persa con la maglia della Cantine Riunite Reggio proprio contro i bianconeri. O se gli sono tornati in mente quei minuti di gloria nell’intervallo delle partite casalinghe della Viola Reggio Calabria, in cui lo si poteva vedere tentare conclusioni da tre. A quel tempo, Kobe era un prospetto interessante, con il grande sogno Nba. Poco di più. Tanto che la stampa ha continuato per giorni a chiamarlo Colby e l’altro americano del gruppo, Christopher Ward era considerato il più futuribile. La stella di quella squadra era Marco Morani, allora principale terminale offensivo ed ora commerciante.
Sulle doti atletiche, almeno, nessuno aveva il coraggio di esprimere dei dubbi: «A 12 anni faceva numeri concessi solamente a pochi umani – ricorda uno dei suoi compagni d’allora – a volte lo lanciavamo in contropiede e ci emozionavamo al pensiero di cosa avrebbe potuto inventare. Con lui era davvero tutto facile, anche troppo: il rischio era di sentirsi inutili». Come quando realizzò 63 punti, a lungo record personale fino agli 81 punti realizzati il 22 gennaio 2006 contro Toronto. Al termine di quella stagione, il giovane prospetto spiccò il volo per la Nba, senza passare dal via, iniziando una carriera che lo avrebbe portato ad essere il successore di Michael Jordan nell’immaginario degli appassionati (tanto che una voce, poco credibile, dice che la scelta del 24 significhi proprio questo) e a vincere 5 anelli con i Lakers.

L'Informazione di Bologna, 23 settembre 2011

mercoledì 21 settembre 2011

Semplicemente Zanardi



di Marco Tarozzi

«Io sono un uomo fortunato». È la frase-chiave. Quella che, di primo acchito, un cosiddetto “normodotato” fatica a capire, se la sente uscire dalla bocca di un altrettanto cosiddetto “diversamente abile”. Che brutte, le definizioni-standard. E pensare che per aprire il cancello della comprensione e delle affinità basta proprio entrare nel profondo di quella frase. Quella che ha pronunciato, pochi giorni fa, Alex Zanardi. Ma non solo lui. L’abbiamo sentita da Luca Carrara, quando raccontava delle sue albe meravigliose, vissute durante gli allenamenti mattutini di sci alpino, in quota. E da Alessandro Paleri, che ha inventato la pattuglia acrobatica dei “Baroni Rotti”: quattro piloti, tre dei quali senza l’uso delle gambe. E ancora da Daniele Bonacini, ingegnere che ha fatto del suo handicap un’opportunità e oggi ha un’azienda che costruisce protesi di alta tecnologia e basso prezzo. E da “Meme” Pagnini, che ha una filosofia precisa: «se non vuoi che la vita ti costringa tra quattro mura, devi prenderla per le palle».
GENTE SPECIALE - Non c’è un preciso momento per capire questa gente speciale. Ma se arriva, sei fortunato anche tu. A entrare, per esempio, nel mondo nuovo di Alex, in quella seconda vita iniziata dieci anni fa, combattuta all’inizio «perché volevo tornare a prendere in braccio mio figlio», e andata avanti in progressione continua, trovando sempre un’occasione per rilanciare, per non sedersi. Facile, obietta qualcuno: chiamarsi Zanardi aiuta. E lui non nega, certo che no, ma assicura che c’è qualcosa di più: «Io ho amici che hanno creduto in me, e mi ero costruito una reputazione. ma sono partito da Castel Maggiore, con un papà che faceva l’idraulico e una mamma casalinga. Due genitori meravigliosi, che mi hanno indicato la strada. Ma insomma, non sono nato con una Formula Uno nel garage...».
UNA VITA ESEMPLARE - Così, Zanardi da Castel Maggiore non sta fermo un attimo. Ha appena raccolto in un dvd, “A modo mio”, questa sua seconda vita. In modo informale, come è nelle sue corde. In due ore e mezza ci sono gli amici, le passioni, gli aneddoti, i sacrifici e la rinascita. Perché possa servire da esempio, aiutare chi non riesce a vedere la luce in fondo al tunnel. È attivissimo con la sua associazione “Bimbingamba”, nata per aiutare i bambini con disabilità motorie. C’è sempre, quando occorre lanciare un messaggio positivo. «Davvero, io non tornerei indietro, non cambierei la mia vita. Le cose sono andate così bene che non posso lamentarmi. Non avrei mai avuto certe opportunità, o semplicemente la possibilità di capire cose nuove del mondo che avevo intorno, senza l’incidente del 2001 al Lausitzring».
VERSO LONDRA - E poi, certo, adesso c’è l’handbike. Alex si è appena laureato vicecampione del mondo a cronometro, nella categoria H4, in Danimarca. Da quel giorno del 2006 in cui affrontò, quasi per scommessa, la New York City Marathon, di acqua ne è passata sotto i ponti, e Zanardi è un nome rispettato nella disciplina alla quale si è dedicato. Uno dei favoriti per l’oro olimpico di Londra, tra un anno. «L’importante è partecipare, è vero, ma mentirei se dicessi che è quello il traguardo. I sogni non si pagano, e io allora sogno la medaglia d’oro. Ma se poi ne arrivasse una d’argento o di bronzo, sarei strafelice lo stesso».

m.tarozzi@linformazione.com

martedì 20 settembre 2011

L'Europa (e l'Italia) di don Sergio



di Marco Tarozzi

Ogni volta che lui sale in alto, così in alto, ci si ricorda di un tecnico che è mancato, letteralmente mancato, alla nostra pallacanestro per otto lunghi anni. Ci si ricorda di Sergio Scariolo e anche di quella che è stata la sua storia a Bologna, lunga sulla sponda Fortitudo dove fu il prescelto di Seragnoli per il “grande progetto”, dal 1993 al 1996, fugace e mai decollata su quella bianconera, dove lo chiamò Madrigali dopo l’anno sabbatico seguito all’esonero del Real, e ancora ci provò Sabatini nella lunga estate calda del salvataggio, quella del 2003. Nottate a tirar l’alba per assicurare il futuro della Virtus, il sogno spezzato della Serie A, i giorni spesi a ragionare di un progetto che in quel momento non poteva, per forza di cose, avere contorni perfettamente delineati, infine l’addio in amicizia, con la consapevolezza di averci provato, e il ritorno in Spagna ad iniziare la lunga avventura all’Unicaja.
IL TALENTO A caldo, mentre Scariolo si metteva al collo un’altra medaglia d’oro, campione d’Europa con la sua Spagna per la seconda volta consecutiva, Sandro Gamba, uno dei grandi maestri della storia azzurra dei canestri, ha ricordato gli inizi. «Credetti in lui da subito. L’avevo notato quando allenava le giovanili a Brescia, negli anni Ottanta e io ero il Ct della Nazionale. Mi piaceva il suo modo di lavorare e gli affidai la rappresentativa regionale Under 17». E anche a Pesaro, là dove decollò clamorosamente, vincendo lo scudetto in una piazza difficile al primo anno da capoallenatore, si accorsero subito di quello che valeva. «Quando Bianchini se ne andò», ricorda Walter Magnifico, «iniziò la girandola dei nomi di tecnici “papabili”. Sergio era stato il primo collaboratore di Valerio, non aveva nemmeno trent’anni ma aveva conquistato la fiducia di noi giocatori. Ricordo che parlammo tra di noi, e toccò a me andare da Scavolini a chiarire la nostra idea. Gli dissi: presidente, è inutile guardarsi intorno. L’allenatore lei ce l’ha già in casa». Consacrato dal gruppo, e che gruppo, Scariolo prese le redini e centrò subito uno scudetto storico.
RE D’EUROPA Dicono: facile vincere il titolo europeo con gente come Gasol, Navarro e compagnia. Vero, e Scariolo stesso lo ammette quando dice che «questa generazione di giocatori è unica, e io ho avuto la fortuna di poterli allenare». Ma è altrettanto vero che mettere insieme i grandi talenti non è sempre una passeggiata. Se li hai dalla tua parte, hai un bel vantaggio. Ma se non riesci a farli andare tutti nella stessa direzione, rischi l’effetto boomerang. Scariolo c’è riuscito, e non senza pressioni dopo l’uscita di scena ai Mondiali di un anno fa, ai quarti contro la Serbia. Pensare che lui è certo che quella sia stata la svolta.
«Quando si perde, c’è modo e modo di farlo. In Turchia, dopo la sconfitta, non ho visto un gesto sbagliato, nè ho sentito una parola negativa da parte dei ragazzi. Ci siamo presi tutti la nostra responsabilità, abbiamo fatto quadrato pensando a questo appuntamento. Mi dà un orgoglio incredibile aver portato inseguito l’obiettivo con questi giocatori. Perché sono grandi in campo e fuori. Hanno immenso talento, e hanno accettato di metterlo al servizio del gruppo, di sforzarsi in difesa, di diventare anche più “cattivi”, sportivamente parlando. Abbiamo dimostrato che anche dalle sconfitte si impara. È una cosa che si dice spesso, ma metterla in pratica non è sempre così semplice».
IL RITORNO Era la prova del fuoco, e l’ha superata. Non solo col talento. «Quella è la base, ma noi ci abbiamo aggiunto disciplina, voglia di sacrificarsi in difesa, concentrazione». Ora, perfettamente integrato in quella Spagna che per lui è ormai diventata casa, don Sergio mette in archivio l’ennesimo successo di una carriera prestigiosa per riaffrontare il campionato italiano («Anche se non voglio parlare dell’eliminazione azzurra in Europa. Non sarebbe corretto, e nemmeno avrebbe senso»). Riparte dall’alto, da quella Milano che mai come quest’anno si sente pronta a spezzare la lunga serie tricolore di Siena. Si è affidata a lui, e non poteva esserci scelta migliore. Le risposte le dà il campo, come sempre, ma partire mettendo la gente giusta al posto giusto aiuta. A Bologna ci accontenteremo di rivederlo al lavoro da vicino. Non contro la Fortitudo, purtroppo, che iniziò a portare ad alta quota come mai prima. Un’assenza che certamente pesa anche a lui.

L'Informazione di Bologna, 20 settembre 2011

sabato 3 settembre 2011

Ciao Capirex, ultimo Highlander




di Marco Tarozzi

“The fundamental things apply, as time goes by”. Proprio così: è nel momento dell’addio che Loris Capirossi può finalmente voltarsi indietro, stringere tra le mani il suo passato, rivedere il lungo film delle sue vittorie, delle sue grandi gioie e delle non poche delusioni, che sono comunque servite a renderlo uomo. Si ritira un campione vero, uno che ha attraversato tre generazioni di piloti battendosi sempre come quando, ragazzino, entrò senza timori reverenziali nel mondo del Continental Circus. È stato testimone e protagonista di un motociclismo che non c’è più, ha traghettato quella sua passione d’altri tempi nel mondo della MotoGp, vivendone fin qui l’intera epopea.
L’UOMO DEI RECORD Capirex è l’uomo dei record, oggi che vive da “highlander” delle piste come ieri, quando ci si affacciava da novizio. Allora, era il 1990, fu il più giovane centauro a conquistare un titolo iridato. Aveva 17 anni e 165 giorni, nessuno ha ancora migliorato quel record, in un motomondiale in cui i ragazzini sgomitano. Oggi ha stracciato tutti i primati di longevità: 22 stagioni iridate, 324 gare disputate, 99 podi e una dannata voglia di fare 100, nonostante anche la Pramac, come negli ultimi anni la Suzuki, gli stia regalando ben poche soddisfazioni. Ma quel desiderio è venuto a galla anche alla conferenza d’addio, di giovedì, quando scherzando con Rossi, Stoner, Pedrosa e Spies, venuti ad onorarlo, ha ricordato che «me ne manca uno, e se magari avete un occhio di riguardo e mi fate fare cifra tonda...»
TUTTO IN UN SORPASSO Tre titoli mondiali. Quello d’esordio nella 125, con la Honda del Team Pileri, e il bis un anno dopo, più quello del 1998 in 250, con l’Aprilia. Quello che resta nella memoria collettiva per il sorpasso ai danni di Tetsuya Harada, compagno di squadra e unico avversario ancora in lizza con lui per il titolo, all’ultima curva del gran premio decisivo, quello d’Argentina. Un’entrata decisa che gli regalò il mondiale e gli costò un licenziamento, ritenuto ingiusto anche dal tribunale che in seguito dette ragione a Capirex nei confronti di Aprilia, condannata a riconoscergli una cifra di un milione e mezzo di euro per chiudere la questione.
GLI ANNI DELLA ROSSA Tre titoli mondiali, e avrebbero potuto essere di più. Perché in ventidue stagioni Loris ha fatto anche i conti con la sfortuna. Incidenti anche pesanti, la squalifica al Mugello nel ‘99, e quel titolo di MotoGp che avrebbe potuto essere suo se Sete Gibernau, suo compagno di squadra in Ducati, non lo avesse buttato fuori pista a Barcellona. Sarebbe stato un altro record, se Capirex avesse portato la Ducati in cima al mondo un anno prima di Stoner. E il caos mediatico acceso dal passaggio di Valentino Rossi alla corte di Borgo Panigale non deve far dimenticare che il binomio “moto italiana-pilota italiano” sul trono della classe regina, che ancora attende l’erede di Giacomo Agostini, avrebbe potuto essere proprio Capirossi-Ducati, se il destino non avesse avuto altri disegni. Ma restano quei cinque anni vissuti in sella alla Desmosedici, una scommessa cresciuta insieme, lui e i tecnici di Borgo Panigale. E ad oggi, Capirossi è l’unico insieme a Casey Stoner ad essere riuscito a domare il carattere scorbutico della Rossa da MotoGp. Facendola anche crescere, scusate se è poco.
GLI ULTIMI FUOCHI Ci aspettavamo l’addio a metà agosto, a Brno. Posto classico degli annunci per l’anno che verrà. Lì, invece, Capirex sembrò possibilista su un eventuale passaggio in Superbike. Si lasciò sfuggire un «perché no...» che teneva aperto uno spiraglio sul futuro. Ma poi ci ha pensato a lungo. Ha ascoltato Ingrid, sua moglie, e chi gli è vicino. Ha guardato negli occhi il piccolo Riccardo. E si è dato tempo fino a Valencia per cercare di raddrizzare un’annata storta su piste a lui congeniali come Motegi, Philip Island, Sepang. «Lì ho vinto molto. E poi chissà: una giornata di pioggia, magari un po’ di culo...»
STANDING OVATION Avrebbe voluto chiuderla diversamente, la carriera. Avrà ancora tentazioni, è certo. Ma sembra risoluto. Deciso come in queste ventidue stagioni che ci hanno regalato un talento delle piste ma anche un uomo mai fuori dalle righe, che anche in questi ultimi anni difficili non ha voluto cambiare sè stesso, continuando a lottare in salita. Se ne va un campione. Standing ovation.

L'Informazione di Bologna, 3 settembre 2011

venerdì 2 settembre 2011

Setti: "Questo è un Bologna più forte"


di Marco Tarozzi

Maurizio Setti, le porte del mercato sono definitivamente sbarrate. È il momento di tirare le somme.
«Io credo che il Bologna si sia mosso tutto sommato bene, in un contesto che in generale è tutt’altro che positivo. Ci siamo comportati al di sopra della media. Ho visto squadre come Palermo, Roma, Lecce, Novara, come lo stesso Parma, correre ai ripari negli ultimi giorni. Quando il Genoa prende Caracciolo all’ultimo istante, anche se parliamo di un giocatore di valore, significa che non sta seguendo una strategia».
Il Bologna invece ha sempre avuto le idee chiare?
«L’unico rammarico è quello di aver perso troppo tempo nello sfoltire la rosa. Un po’ abbiamo peccato di superficialità, un po’ ci si è messo anche qualche procuratore che non ci ha aiutato a risolvere il problema».
Quello di Gimenez, intende?«Al di là dei nomi, io credo che gli agenti dovrebbero far capire ai loro assistiti che in giro c’è della crisi, che a volte certe sistemazioni che sembrano un passo indietro sono il loro bene. Comunque, abbiamo anche attraversato qualche temporale. L’addio di Pedrelli e quello di Bagni, oltre al fatto che abbiamo preso la società a fine aprile, abbiamo dovuto attendere la certezza della permanenza in A e abbiamo avuto, a conti fatti, due mesi e mezzo per costruire la squadra».
Che oggi la soddisfa?
«Io la ritengo più forte di quella dello scorso anno. Mi spiace che molti stiano tirando conclusioni senza attendere il risultato finale. Oggi nessuno può dire se siamo meglio o peggio, aspettiamo almeno cinque partite prima di fare bilanci. Se posso permettermi una considerazione, questa città ha un vizio: prendi un giocatore ed è troppo giovane o troppo vecchio, non è adatto alla piazza, cose così. ma io ricordo uno come Marazzina che dopo un anno da cannoniere della squadra ha visto le partite dalla tribuna per la stagione successiva. Voglio dire: il calcio cambia e in questo mercato noi ci siamo comportati meglio di società come Cagliari, Genoa, alla pari con il Parma. Abbiamo ragazzi di sicuro avvenire come Taider, Khrin, Crespo, diamogli il tempo di mostrare quello che valgono».
Non giriamoci intorno: avete ceduto Della Rocca l’ultimo giorno. Era una potenziale bandiera rossoblù.
«Il Bologna ha fatto un’operazione vantaggiosa per sè e per il giocatore, che va a giocare a Palermo, in una squadra ambiziosa, e a guadagnare più di quello che gli avevamo appena assicurato col rinnovo di contratto. Abbiamo ceduto metà Della Rocca, e ribadisco metà. Ma tenuto Ramirez, come promesso. E ce l’avevano chiesto ancora, come sapete. E anche per Mudingayi si era fatta sotto l’Atalanta, ma noi abbiamo tenuto duro. L’operazione Della Rocca è stata positiva per tutti. Ed è arrivato un nazionale greco di ventiquattro anni, non dimentichiamolo».
Avete tenuto il gioiellino Ramirez. E adesso dovrete recuperarlo alla causa.
«Credo che per il bene della società e soprattutto suo debba far vedere il suo vero valore. E sono certo che lo farà, Bisoli sarà ben contento di fargli capire certe cose. Io sono il primo estimatore di Gaston, sono certo che diventerà un campione. Grazie al Bologna arriverà a chissà quali traguardi. La Fiorentina ha fatto una grande squadra, ma se lui tiene botta in questo gruppo un giorno avrà spazi anche più immensi davanti a sè. A quell’età, i margini li ha».


L'Informazione di Bologna, 2 settembre 2011