giovedì 17 novembre 2011

Il cuore grande di Gil


di Marco Tarozzi

Arrivò a Bologna proprio da Cesena. Stagione 1977-78, calcio in bianco e nero. In Romagna aveva conosciuto la Serie A, qui avrebbe lasciato il cuore. Perché sono passati gli anni ma niente è cambiato, per Gianluca De Ponti detto Gil. Gli parli di Bologna e lui sente qualcosa lì, a livello del cuore.
«È il mio sangue. Venni e sposai una ragazza bolognese, mio figlio Diego è nato lì. Di più: è un tifoso sfegatato del Bologna, uno di quelli che vanno sempre allo stadio, segue la squadra spesso anche in trasferta. Ogni tanto gli chiedo se deve proprio buttare soldi in maglie nuove, gadget e tutto quello che è rossoblù. Ma alla fine, quando posso, al Dall’Ara con lui ci vado anch’io. Torno spesso, lì ci sono tanti amici».
Già, perché era un calcio fatto anche di amicizie profonde, quello di Gil.«Mi sento spessissimo con Renato Villa, Trevisanello mi vorrebbe sempre a casa sua. E poi c’è la moglie di Fiorini, Annalisa. Già, Fiore. Uno di quelli che mi mancano, e tanto. Noi poi ci conoscevamo da prima: io giocavo nel Cesena, lui nel Rimini, avevamo legato».
Magari anche fuori dai campi di calcio. Eravate due belle “teste matte”.
«Ah, roba di gioventù. La storia della papera al guinzaglio, altre leggende. Ero un ragazzo, mi sentivo libero. Ma quando arrivai a Bologna ero già molto più maturo. E poi misi su famiglia».
Se ne sono andati parecchi, di amici di quegli anni. E lei ha combattuto una battaglia pesante contro un male subdolo. Giocoforza, si è fatto delle idee su quel calcio.
«Se ne sono andati Fiorini, Chiodi, Roversi, Zuccheri. Persone a cui volevo bene, persone giovani. Quello che mi è passato per la testa l’ho detto, a volte ci penso ancora ma cerco di cambiare foglio. Certe cose non sono venute fuori e forse non succederà mai. Meglio pensare a un mondo a colori...»
Cesena, la sua prima Serie A.«Un’esperienza che non si può scordare. Ed era una gran bella squadra. Frustalupi, Rognoni, Cera, in squadra c’erano giocatori così. Il primo anno finimmo sesti in Serie A e guadagnammo il posto in Uefa. E arrivare in Europa, per una squadra di provincia, è qualcosa di grande. Vale uno scudetto. Il secondo anno andò peggio, purtroppo. Nella mia carriera gli alti e i bassi si sono susseguiti con frequenza».
Nel ‘77 arrivò a Bologna. Anno epocale, sotto le due torri. Si pensava ad altro, il calcio era finito ai margini. E il presidente Conti ne aveva sempre meno voglia.«Infatti ci salvammo all’ultima giornata, con Pesaola. Però per me è un gran bel ricordo, quella salvezza. Ci avevo messo il cuore, a Bologna, avevo trovato gli affetti. Speravo di restare a lungo. E invece a fine stagione mi cedettero all’Avellino. Ci rimasi male».
Il ricordo più bello di quella stagione?
«Tanti. Ma forse il gol a San Siro alla prima giornata, contro l’Inter. Passaggio di Chiodi, gol di Gil: 1-0 per noi. E con l’Inter vincemmo anche al ritorno: 2-1, segnammo io e Stefano».
La seconda volta in rossoblù fu bella a metà.
«Il primo anno fu un disastro. I problemi societari, Fabbretti nei guai e noi volammo giù, dalla B alla C. Fu un bel casino. Ma l’anno dopo la squadra valeva ancora la cadetteria, e infatti risalimmo subito».
Domenica sarà allo stadio con Diego?
«Questa volta no. Ora sto bene, ma per muovermi devo trovare lo scambio giusto. A volte è faticoso anche prendere un treno, per me. Ma sarò davanti alla televisione, non me la perderò».
E per chi farà il tifo?«Per il Bologna, è chiaro. Al Cesena devo tanto, ancora ringrazio per l’occasione che mi hanno dato, aprendomi i cancelli della Serie A. Ma l’ho detto, Bologna ce l’ho nel sangue. È diverso».
Se l’aspettava il Cesena così in basso?
«Hanno preso giocatori importanti, ma a certi livelli serve gente che corre, che sa come salvarsi. Io ne ho un’idea, ho sempre giocato per non retrocedere. Sono due società che hanno fatto cose belle, in questi anni: il Bologna è riuscito a rimettersi in equilibrio dopo un periodo di sofferenza societaria. Non dev’essere stato facile. A Cesena aspettavano Mutu, a Bologna mancano i gol di Di Vaio, e io spero davvero che Marco si sblocchi. Ma quello di Mutu è un problema diverso: se se ne è andato da Firenze, forse qualcosa non funzionava».
Fuori dal campo? Attento, Gil: anche lei aveva una bella nomea, ai tempi...
«Da giovane, da scapolo. E poi, chiariamo: io uscivo alla domenica e al lunedì, mica al venerdì o al sabato. E fumavo qualche sigaretta in più. Avevo una fortuna: non ho mai bevuto, sono quasi astemio».
Rimpianti?
«Forse quello di non aver più ricevuto una telefonata dalle società a cui ho dato l’anima. E sono tante, ma tante. Però mi restano gli amici».
Se le chiediamo chi vince domenica fa il diplomatico?
«Ma nemmeno per sogno. Vi sembra che Gil De Ponti sia uno così? Amo il Bologna, per me è anche più forte. Spero proprio che vinca. Tre punti lo toglierebbero dalla mischia».

L'Informazione di Bologna, 17 novembre 2011

lunedì 14 novembre 2011

NICOLO' GUARDA VERSO LONDRA


di Marco Tarozzi

Il viaggio di Nicolò Bensi continua. Il traguardo è sempre quello: la Paralimpiade di Londra, nel 2012. Lui ci mette tutta la sua carica agonistica, anche in un momento come questo, in cui una maledetta colica alla cistifellea gli ha spazzato via in un attimo una condizione di forma eccelsa. Dettagli. Non sarà certo questo a fermarlo, e la ripresa è già iniziata.
IL TRAGUARDO DI NICK Primo obiettivo l’11 dicembre, quando il talento dell’Atletico H scenderà in vasca per un importante test paralimpico, alla presenza del commissario tecnico della Nazionale azzurra. Lì Nick cercherà di convincere chi deve fare la squadra per Londra. Perché bisogna sempre stare sul pezzo, anche se già il suo curriculum sarebbe una garanzia: in bacheca ci sono 21 titoli tricolori, sei finali e un bronzo europei, due finali mondiali. Ma Nicolò sa che il passato serve solo per trovare stimoli, e dunque costruisce il futuro. Lo fa da sette anni. Da quel giorno del 2004 in cui un banale incidente durante un allenamento su una pista da motocross lo ha costretto alla carozzina. Era un combattente prima, lo è a maggior ragione da allora. Due anni fa è stato il primo ragazzo con paraplegia in Italia a laurearsi in fisioterapia, col massimo dei voti. E oggi quello è il suo lavoro. A venticinque anni, si prepara a colorare il sogno più grande. Quello a cinque cerchi.
YURI, IL FUTURO Bensi è la certezza, ma l’Atletico H coltiva parecchi talenti. Grazie al lavoro di Daniele Naldi, da anni impegnato su questo fronte, oggi direttore tecnico della società di Roberto Cavedagna, oltre che commissario tecnico regionale del nuoto paralimpico. L’ultimo gioiello si chiama Yuri Prezzi. Classe ‘94, anni fa una rara patologia lo ha costretto all’amputazione di un arto. Ma Yuri è un altro di quelli che non si abbattono facilmente. Anche lui ha un record, come Nicolò: l’estate scorsa è stato il primo amputato italiano a conseguire il brevetto di assistente bagnante. Studia alla scuola aeronautica e vuol diventare pilota di aerei. Intanto, sta diventando una stella delle piscine: domenica scorsa, in un meeting proprio a Bologna, ha nuotato i 50 farfalla in 35”2 e i 100 stile in 1’09”4. Ha margini di miglioramento notevolissimi, assicura Naldi, e un carattere impossibile da sgretolare.
TALENTI IN VASCA E poi c’è Stefania Chiarioni, altra colonna del gruppo. Così come Francesco Rubino e Diego Gnesini, sempre più diviso tra piscina e poligono di tiro. E ancora Raffaele Di Luca, oltre all’ultima scoperta di Naldi, Georgiana Bazdoaca, romena, che nelle gare dell’ultimo weekend ha dato una bella spallata ai propri personali, fermando il cronometro a 1’33” nei 100 stile (migliorandosi di otto secondi in una volta sola) e 44” in vasca corta nei 50 farfalla («ma lavoriamo per scendere sotto i 40», assicura il tecnico). Sono quelli che crescono accanto a Nicolò. Anche loro con sogni belli e possibili. Mentre lui naviga deciso verso Londra.

17 ANNI E QUASI 100 TRICOLORI

Atletico H. E in quell’acca c’è tutta la filosofia della società, nata nel 1994 per volere di un gruppo di persone disabili che volevano lanciare attraverso lo sport la loro sacrosanta richiesta di essere considerati come persone, impegnandosi al contempo per vedere riconosciuto il loro diritto con l’impegno e il sacrificio quotidiano. Anche la scelta delle discipline da praticare fu precisa: dovevano essere le più adattabili ai vari livelli di disabilità. Diciassette anni dopo, sono ancora il fulcro dell’attività sportiva e motoria del sodalizio: nuoto, tiro a segno e tennis in carrozzina.
La scelta ha dato frutti significativi, sia in termini di partecipazione che di successi: la bacheca di Atletico H si è infatti arricchita di 97 titoli italiani, e i suoi colori sono tuttora indossati da autentiche leggende sportive. Come Fabian Mazzei, da anni numero uno del tennis in carrozzina, che ha collezionato una cinquantina di titoli tricolori e la partecipazione a ben tre Olimpiadi: Sidney 2000, Atene 2004 e Pechino 2008. Nel tiro a segno la punta di diamante è Diego Gnesini, con quattro titoli italiani (ma ne ha collezionati 14 anche nel nuoto), la partecipazione ai Mondiali in Croazia e a gare di Coppa del mondo in ogni parte d’Europa.
La filosofia della società è semplice: ognuno deve avere una chance nello sport, che è vita e come tale va vissuto intensamente e senza barriere. E per farlo nulla viene lasciato al caso. La programmazione è alla base di tutto, e i tecnici sono di valore assoluto. Il presidente Roberto Cavedagna ha affidato il settore nuoto a Daniele Naldi, che è anche direttore sportivo della società, coadiuvato da Valerio Mantovani. Adamo Russo è l’allenatore del tiro a segno, e il direttore di tiro Vittorio Gnesini è anche vicepresidente del sodalizio. Il tennis è affidato alle cure del maestro Alberto Setti, a cui Mazzei ha affidato da tempo la sua preparazione.
m.tar.

L'Informazione di Bologna, 14 novembre 2011