sabato 27 novembre 2010

Marras, orgoglio e amarezza


di Marco Tarozzi e Marco Merlini

Silvino Marras, c'è davvero una trattativa personale della proprietà per vendere il Bologna?
“Più che della proprietà è una questione mia. Tratto personalmente. E in realtà le trattative sono due”.
Lavora sul fronte bolognese?
“No, e nemmeno su quello italiano. Sono in preallarme per andare a Londra, lì c'è un grande gruppo con cui sto dialogando da tempo, conosciuto tramite intermediari. Mandaric non c'entra però. Mai conosciuto. Ma è roba grossa, questo sì. Anche l'altro è un gruppo europeo con interessi diversificati, che entrare nel calcio italiano, con possibilità finanziarie enormi. Dieci volte Abramovich, per capirci. Mi hanno mandato una mail, ho verificato tutto perché dopo la scottatura dei broker non mi fido più di nessuno. Da loro aspetto una risposta entro quarantotto ore”.
Gente a digiuno di calcio?
“No. Hanno già avuto esperienze nel calcio inglese. Ma non in prima persona, non da proprietari. In posizione più defilata”.
Quante possibilità ci sono che la trattativa vada in porto?
“Oggi come oggi dico un dieci, quindici per cento”.
Perché si sta battendo ancora per il Bologna?
“Perché quando Porcedda mi ha chiamato io nemmeno volevo tornare nel mondo del calcio. Ma il suo progetto mi ha entusiasmato. Dopo i no di Siena e Lecce, Bologna mi è sembrata l'occasione giusta. Come fosse una bella donna, non solo a livello estetico ma anche intellettuale. Pensavo alla città, alla gloria di questa società. Comuque non mi do per vinto, sto ancora sto lavorando per il bene del Bologna”.
Pentito di avere seguito Porcedda?
“Quando guardai i numeri, mi resi conto che con un progetto oculato ci sarebbero state le basi per un progetto importante. Ci credo ancora, i numeri non me li ha confutati nessuno, nemmeno a Intermedia. Poi, certo, Sergio ha peccato di leggerezza. Gli chiesi se era certo di avere le potenzialità per partire, mi rispose: ce la faccio sicuramente”.
Mai avuto dubbi?
“Aveva una serie di operazioni immobiliari e finanziarie che gli avrebbero permesso di ottenere la cifra che gli avevo prospettato”.
Quale?
“Io ho parlato sempre di 15 milioni cash al primo anno, massimo 20, per stare sul sicuro. Ma tante cose non hanno funzionato, le operazioni slittavano: con la finanza va così, non si possono avere certezze sui tempi. Quando è esploso il problema di Ekdal, Rubin e Garics alla vigilia della prima di campionato ho passato un pomeriggio a sistemare le cose in extremis, e ho capito che qualcosa non stava funzionando. Avrei potuto dare le dimissioni, dopo quel problema, e uscirne tranquillo”.
Perché non l'ha fatto?
“Perché Sergio è un amico, perché ha agito in buona fede e io adesso non voglio lasciarlo solo. Finché ho respiro, voglio provare a risolvere questa situazione”.
E' ancora convinto del suo progetto di rilancio?
“Sempre. Quando siamo arrivati il problema era che il monte ingaggi raggiungeva quasi il 100% dei ricavi societari. I Menarini dovevano rimpinguare le casse con congrui apporti. Un'imprudenza, in questo mondo, e lo hanno ammesso anche loro. Noi abbiamo abbassato gli ingaggi a 27 milioni. Stavamo raggiungendo un equilibrio. L'anno prossimo saremmo andati in pareggio, l'anno dopo in utile. Senza i debiti pregressi, questa formula varrebbe anche oggi. Se un imprenditore oggi mi desse 15 milioni, sostituendomi le fideiussioni, saremmo tranquillamente al progetto iniziale”.
A quanto ammontavano i debiti pregressi?
“Circa 33 milioni”.
Che pensa del progetto di Intermedia?
“Ho delle perplessità, sinceramente. Nel mondo del calcio è difficile ragionare di gruppo quando si è in due, figurarsi se le teste pensanti si moltiplicano”.
Intorno alla questione Bologna, negli ultimi anni, ha sempre aleggiato quella legata alla costruzione dello stadio. Per voi era fondamentale?
“Non era la priorità. Anzi, noi pensavamo di vendere il diritto di costruzione. Invece io mi ero già mosso per far nascere un centro tecnico, perché quello di Casteldebole è inadeguato. E tengo a precisare che non ho mai detto che è uno schifo, ma inadeguato sì: mancano campi, spogliatoi, soprattutto una foresteria, che mi permetterebbe risparmi su affitto, ritiri, alberghi. Ne ho parlato quindici giorni fa con Loris Ropa, sindaco di Anzola. Quando gli ho buttato lì l'idea di costruire “Anzolello”, come facemmo ad Assemini per il Cagliari, mi è sembrato coinvolto. L'idea era di farlo sorgere a Tavernelle. Sul territorio stavamo lavorando bene”.
Rapporti col Comune di Bologna?
“Buoni, cordiali. Ho anche fatto notare che allo stadio ci sono tante attività che non hanno a che fare col Bologna, ma hanno un valore sociale. Però in un anno ci sono 250mila euro di utenze che ricadono sul Bologna. Avevo prospettato una soluzione, una sorta di condominio in cui tutti contribuissero, e chi non ne aveva mezzi sarebbe stato aiutato dal Comune. Ho trovato sensibilità, volomtà di risolvere la questione. Ma anche i fornitori avevano accettato dilazioni di pagamento. Insomma, cominciavo a vedere un equilibrio possibile”.
Invece siete nella tempesta. Gli stipendi dei giocatori, per dire: chi li paga?
“Intermedia ha accettato di attivarsi, ma so che anche Porcedda sta cercando di trovare i quasi tre milioni che occorrono per il netto. E so per certo che se li trova in fretta, li mette lui”.
Ramirez rischia di tornare al Penarol?
“E' un nostro giocatore, ma ci potrebero essere pesnati sanzioni finanziarie da parte della Fifa. Ma ad oggi non ci sono vertenze, né scadenze imposte”.
Vi siete sentiti abbandonati, nel vostro cammino?
“A volte sì. Per dire: appena insediati, due istituti bancari che lavoravano col Bologna ci hanno chiuso le porte in faccia, un altro storicamente vicino alla società non ci ha teso una mano. Oggi lo capirei, ma perché allora? Non me lo spiego”.
Marras, come si sente in questo momento?
"Oggi mi sento sconfitto, perché ero venuto qui per fare qualcosa di bello, e ci credevo. Non ci sono riuscito, ma non mollo finché ho una minima speranza. E anche se tutti dovessero abbandonare la barca, io non me la sento. Non credo che il Bologna fallisca, ma se mai accadesse anch'io mi giocherei una carriera che è sempre stata limpida. Ho una dignità, e voglio mantenerla. E combatterò ancora per il Bologna”.

L'Informazione di Bologna, 26 novembre 2010

giovedì 25 novembre 2010

Il maratoneta con sei bypass


di Marco Tarozzi

“Sono Lorenzo, vivo in Emilia Romagna e corro con sei bypass”. Il messaggio che Lorenzo Lo Preiato ha affidato alla sua t-shirt, mentre correva sulle strade di New York la maratona più famosa del mondo, era forte. Destinato a colpire. E a riaccendere speranze in chiunque ha pensato, fino a quel giorno, di doverle mettere da parte.
Domenica scorsa, tra i cinquantamila runners impegnati sulle ventisei miglia che hanno rivoluzionato il mondo della corsa su strada e della maratona, c’era anche questo quarantanovenne consulente finanziario bolognese che soltanto sei anni fa si trovò, da un giorno all’altro, di fronte a uno di quei crocevia che sparigliano le carte della vita.
«Ho sempre amato lo sport, anche se a livello amatoriale. Giocavo a tennis e mi sottoposi alla classica visita medico-sportiva per l’idoneità agonistica. Mi dissero: ci sarebbe qualche controllino ulteriore da fare. Li feci e risultò tutto negativo, ma ormai mi avevano messo la pulce nell’orecchio. Decisi di andare a fondo».
Lo Preiato contattò un enodinamista e si sottopose a una coronografia. «Me l’avevano sconsigliata tutti, perché è un esame piuttosto invasivo e io avevo soltanto quarantatré anni. Era il primo giugno del 2004, non la dimenticherò più quella data. Finita la visita, chiesi al dottore quando avrei ripreso col tennis. Altro che tennis, rispose lui, tu vai subito da un cardiochirurgo».
Una botta durissima. Soprattutto se non te l’aspetti. «Io non stavo male, ero assolutamente asintomatico. Quelle parole mi tagliarono le gambe. Poi, ovviamente, mi sono mosso. E ho avuto fortuna. Sulla mia strada ho trovato il professor Giorgio Noera. Non solo un grande specialista, ma anche una persona meravigliosa. Mi visitò a metà giugno e una settimana dopo mi aveva già operato».
Sei bypass, appunto. Applicati con una tecnica di rivascolarizzazione attraverso arterie mammarie al Villa Maria Cecilia Hospital di Cotignola. E poi la rieducazione, velocissima. Senza mai mettere da parte l’idea di poter praticare attività sportiva.
«Il professore è stato chiaro da subito: un’attività motoria controllata, senza mai superare una frequenza massima di 130 pulsazioni, sarebbe stata una medicina in più. Non più calcio, basket, tennis, le discipline che amavo, ma attività aerobica. Nuoto, ciclismo o corsa. Scelsi di correre, perché non volevo inchiodarmi a pensare solo al passato. È nata come una necessità ed è diventata una passione».
Non totalizzante, ma abbastanza intensa da costruirci sopra un’avventura nuova di zecca.
«Lo scorso febbraio ho visto crescere da vicino il progetto “Dal divano alla maratona di New York”, nato per smuovere persone sedentarie. Lo ha pensato Nicola D’Adamo, il mio educatore sportivo. Ho pensato che avrei potuto provarci anch’io. E quando ne ho parlato col professor Noera, lui mi ha detto: perfetto, allora la facciamo insieme, questa maratona, tu dall’altra parte dell’oceano e io qui, a Cotignola, a monitorarti metro dopo metro».
Così è stato. Lorenzo ha corso con una dozzina di sensori applicati sul torace, e un cellulare leggerissimo che trasmetteva, via sms, i dati dell’impresa che il suo cuore stava compiendo. Avesse notato anomalie, il professor Noera avrebbe potuto fermarlo all’istante. Ha aperto una strada, il maratoneta coi sei bypass.
«Confesso che ancora non me ne sto rendendo conto, è successo tutto così in fretta dal momento in cui ho deciso di mettermi in gioco, nove mesi fa. Spero che questo esperimento, chiamiamolo così, possa essere utile in chiave futura. E posso dire che mi impegnerò per questo: perché la gente possa affrontare problemi come quello che ho avuto io in modo propositivo, sapendo che c’è una via d’uscita. Se posso essere un esempio in questo senso, non mi tiro indietro. L’altro ieri ho sentito una collega a cui hanno applicato di recente tre bypass, e le ho detto di non preoccuparsi, che tra cinque anni correremo insieme la maratona. L’ho sentita commuoversi».Intanto, Lorenzo ci ha preso gusto. Sul traguardo di Central Park ha subito rilanciato, come ogni runner che si tuffa nel magico mondo di maratona.
«Non mi vergogno a dire che ho pianto, sulla finish line. E non solo. Si può dire che mi veniva da piangere per tutti quei quarantadue chilometri, quando pensavo a dov’ero sei anni fa e dove sono arrivato adesso. In meno di sei ore ho rivisto il film della mia vita, e non mi sembrava vero di essere lì. Ora guardo avanti. Corro sei volte a settimana, cercando di non fare sforzi molto intensi. Per intenderci: piuttosto che due uscite da trenta chilometri, ne faccio sei da dieci. Ma intanto a New York avevo nelle gambe 2240 chilometri, non male. E se il ginocchio non mi avesse fatto soffrire, avrei finito molto prima. Ora vorrei fare la maratona di Roma, in futuro penso alle big five: oltre a New York ci sono Boston, Londra, Berlino e Chicago. Sì, è vero: ormai ragiono da maratoneta...»

L'Informazione di Bologna

venerdì 19 novembre 2010

Un uomo solo. Al comando?


di Marco Tarozzi

Sergio Porcedda è un uomo solo. Ha sperperato una dote immensa: aveva dalla sua i tifosi del Bologna, pronti a difenderlo fino a ieri anche contro le voci che predicavano prudenza, disposti per amore a scambiare la volontà-necessità di tenere gli occhi aperti per catastrofismo preventivo. Sentimento che non ci sentiamo di condannare: avevano bisogno di speranza, i cuori rossoblù. E le prime mosse del neopresidente ne avevano regalata a profusione. Cambio di rotta, squadra giovane e di prospettiva, decisione e piglio arrembante. Ma i nodi sono venuti al pettine in fretta. Quando, una dietro l’altra, sono arrivate quelle scadenze di cui Porcedda non voleva sentir parlare, meno che mai da chi a suo dire non ne aveva facoltà.
Sergio Porcedda è solo perché adesso ha intorno solo innamorati traditi, ai quali fino a pochi giorni fa assicurava un futuro tranquillo. E anche tra i suoi collaboratori c’è gente che si interroga, che non ha capito, che è rimasta ai margini delle ultime rincorse ai pagamenti. Ci fosse il tempo, vorremmo entrare nei suoi pensieri per capire cosa lo ha spinto ad affrontare quest’avventura, questo triplo salto mortale senza rete, perché è ancora forte l’impressione che quest’uomo dai modi garbati e risoluti abbia fatto davvero un clamoroso errore di valutazione, spinto da chissà quale fuoco interiore. Ci fosse il tempo. Non c’è: davanti al Bologna c’è un precipizio spaventoso. Per tutti noi, che amiamo questa storia e questi colori, adesso il vero problema è soltanto questo.


L'Informazione di Bologna, 18 novembre 2010

mercoledì 10 novembre 2010

Vale-Ducati, è iniziata un'era


di Marco Tarozzi

Martedì 9 novembre, ore 12.23. Segnateveli, sono numeri che cambiano la storia. Di un campione e di una leggenda. Il primo si chiama Valentino Rossi, la seconda Ducati. Insieme, finalmente, e quando forse nessuno se l’aspettava più, dopo diversi abboccamenti e altrettanti rifiuti. Questa volta è tutto vero: a Valencia, nei test che seguono tradizionalmente la chiusura del Mondiale MotoGP, va in scena il capolavoro di Filippo Preziosi. Perché è l’ingegnere, “papà” del progetto Desmosedici, l’artefice del matrimonio tutto italiano destinato a rivoluzionare, in un modo o nell’altro, il Motomondiale. Il senso dell’evento lo dà soprattutto la decisione della Dorna, che per la prima volta in assoluto ha permesso alle tv che detengono i diritti del mondiale di trasmettere la giornata dei test. Fenomenologia del Dottore.
AVANTI PIANO - «Vai tranquillo», gli aveva detto Preziosi. E Vale gli ha dato retta. A dirla tutta, il ritardo è stato generalizzato, perché la pioggia del mattino ha fatto slittare i tempi previsti. A mezzogiorno e un quarto Valentino si presenta ai box: tuta giallo-nera, casco giallo col tema del sole-luna e un bel punto interrogativo al centro. Come dire: cosa mi aspetterà? Un’idea il Dottore ce l’ha, perché la Ducati di oggi non parte da dietro come la Yamaha di sette anni fa. La Desmo V4 è nero cromata, e fa la sua figura anche così. Primo giro in 1:56, di studio, appena sopra l’1:37 al settimo giro. Alla fine il migliore sarà il trentunesimo, in 1:33:888.
EQUILIBRIO CERCASI - Lorenzo, il campione nuovo di zecca, è sempre un secondo e mezzo o due avanti. Ci sta. Le Yamaha hanno l’equilibrio migliore, sono appena uscite da una stagione vincente (e infatti il neoufficiale Spies, non certo una sorpresa, chiude col terzo miglior tempo). Ma Stoner, secondo alla fine, sulla Honda è già velocissimo, e probabilmente renderà la vita difficile a Dani Pedrosa, che già soffriva Dovizioso. Ma queste non sono questioni che riguardano il Dottore. Lui fa l’apprendista, di lusso. Cerca di capire, e di trasmettere quello che ha capito agli ingegneri e ai tecnici della Ducati. Pochi sanno farlo meglio di lui. Probabilmente nessuno. Davanti ci sono molte decisioni da prendere, una su tutte: Vale dovrà scegliere tra i due motori che ha a disposizione, il big bang e lo screamer. Sul secondo ha percorso soltanto cinque giri, sui 56 della sua prima giornata da ducatista. Da cui è uscito con le prime certezze. Per ora non può raccontarle, per contratto, ma è un fatto che da ieri ha ufficialmente voltato pagina.

L'Informazione di Bologna, 10 novembre 2010

domenica 7 novembre 2010

Il capitano e il ragazzo senza paura


BOLOGNA-LECCE 2-0

di Marco Tarozzi

Di Vaio, ancora lui. Prima il sesto gol di stagione (quello che lo mette in scia alla leggenda Giacomino Bulgarelli nella storia dei bomber rossoblù), poi il passaggio perfetto per Gimmi il Fenomeno. Un minuto esatto per mettere in cassaforte la vittoria più preziosa e sgravare l’intero Dall’Ara dalla tensione di una settimana delicatissima, che ha trasformato in sfida da ultima spiaggia anche la decima giornata di campionato. Tensione, certo: perché ha ragione Malesani, quando dice che una squadra come questa ha bisogno di tempo per crescere, per diventare gruppo, per trovare un’identità. Ma lui stesso sa benissimo che la Serie A di tempo te ne concede poco, soprattutto quando affronti una sfida-salvezza partendo dal fondo della classifica. Per questo uno come il capitano fa la differenza. E non è nemmeno una novità: la fa da tempo. Se ancora siamo qui, a giocarcela sui palcoscenici più illuminati del nostro calcio, lo dobbiamo soprattutto alle sue invenzioni e ai suoi gol.
Di Vaio, ancora lui. Ma non soltanto lui, per fortuna. Buscè è una garanzia, Della Rocca un esempio perché ritrova il campo da titolare in un momento difficile e risponde presente. Gimenez il solito guastatore da fine partita. E poi c’è lui. Gaston Ramirez. Il ragazzo che non conosce paura. Faccia tosta e dura quanto basta, uno che entra con un obiettivo in testa, quello di cambiare destino alle partite. Spesso ci riesce, quasi sempre lascia tracce indelebili del suo passaggio. A vent’anni, in Serie A, non capita a tutti.
Infine, Malesani. Con i suoi toni, dimessi e convinti allo stesso tempo, chiede una piccola parte di merito, pur mettendo la squadra davanti a tutto. Ne ha diritto. Ramirez è un talento, ma il tecnico rossoblù ha scelto di non caricargli da subito fardelli troppo pesanti sulle spalle. E Gimenez sarebbe entrato parecchio prima, se non ci fosse stata l’emergenza Radovanovic. Qualcuno obbietta: cambi tardivi. Ma sono serviti a schiarire il cielo sopra Bologna: gli si può davvero imputare qualcosa, in una serata così? Un solo dubbio: la posizione di Supermarco. Starà anche bene decentrato, ma quando si mette in mezzo all’area e non spende energie in copertura diventa più lucido. E il gol arriva.

L'Informazione di Bologna, 7 novembre 2010

giovedì 4 novembre 2010

Capirex, ritorno al futuro


di Marco Tarozzi

C’era rimasto male, e lo disse chiaro e tondo, lui che non ama far polemiche ma quando ha qualcosa da dire trova sempre parole e bersaglio. Era il 2008, Loris Capirossi festeggiava il primato di presenze sui circuiti del Motomondiale e si toglieva qualche sassolino dalla scarpa. «Questo mondo è cambiato. Oggi sei un numero, se non ti reputano più all’altezza ti mettono alla porta. Senza un grazie». E a chi gli chiedeva se Ducati in qualche modo c’entrasse nell’elaborazione del Capirex-pensiero, rispondeva con chiarezza. «Ho le spalle larghe, ma certo non ho ricevuto un bel trattamento. Quella moto io l’ho vista nascere, crescere, l’ho portata alla vittoria. Anche nel 2007, con uno Stoner in stato di grazia».
Sono passati più di due anni e il vecchio campione di Borgo Rivola è sempre lì. A progettare il futuro. Come quando, ragazzino, vinceva il suo primo titolo iridato, con la Honda nella 125, e stabiliva un record che resta ancora oggi imbattuto: campione del mondo a 17 anni, cinque mesi e tredici giorni. Da allora, Capirex ha visto cambiare anche i giovani. «A quell’età giravo con mio padre, che guidava un furgone telonato dove dormivo prima delle gare. Oggi hanno già tutti il motorhome...»
Niente nostalgia, comunque. Futuro, appunto. Che gli regala anche un tuffo nel passato, quando si dice il destino. Dopo tre anni in Suzuki, l’ultimo dei quali tutto da dimenticare, Capirossi ritrova la Ducati. Non sarà quella ufficiale: su quella correrà Valentino Rossi, il re che cerca di risalire sul trono, probabilmente l’unico amico vero che gli è rimasto in quei paddock sempre più freddi, in quanto a rapporti umani. Lui avrà una moto da team satellite, e per giunta nemmeno rossa. Biancoverde, invece: ovvero con i colori ufficiali del Pramac Racing Team di Paolo Campinoti. Una certezza in quanto a qualità tecnica e capacità di rendere efficiente un mezzo che non avrà, già all’uscita dagli stabilimenti di Borgo Panigale, differenze esagerate rispetto ai bolidi della casa madre. Un passo avanti certo, rispetto alla Suzuki Rizla dell’ultima annata. E un’emozione forte, anche per uno che sta per affrontare la ventitreesima stagione nel grande circo del Motomondiale.
«Sono un ragazzino, altro che un trentasettenne. E questo ritorno in Ducati c’entra eccome. Torno a correre per un team italiano, con una moto italiana, e affronto una nuova avventura. Un’altra scommessa, e ci terrei davvero a vincerla. La Ducati è un bel pezzo della mia storia. Ci ho vinto, ci sono cresciuto insieme in MotoGP. E la 800 ho iniziato a svilupparla nel 2007, la conosco. Io ci credo, in questa occasione. Ho ancora qualcosa da dimostrare, prima di andare in pensione...»
Destini paralleli. Accanto a sè, troverà Toni Elias che, come fece lui negli anni Novanta, dopo una stagione negativa nella classe regina ha deciso, un anno fa, di “declassarsi” in Moto2. Come Capirex nel ‘98, anche lo spagnolo ha vinto la sua sfida. E ora torna in MotoGP da campione del mondo.

GP DISPUTATI
1 CAPIROSSI 313

VITTORIE

1 Agostini 122
2 Rossi 105
3 Nieto 90
4 Hailwood 76
5. Doohan 54
6. Read 52
21. CAPIROSSI 29

SUL PODIO
1 Rossi 173
2 Agostini 159
3 Nieto 139
4 Read 121
5 Hailwood 112
6 Biaggi 111
7. CAPIROSSI 99

POLE POSITION (dal 74)
1 Rossi 59
2 Doohan 58
3 Biaggi 55
4. Martinez 42
5. Lorenzo 42
6. CAPIROSSI 41

TITOLI MONDIALI
1 Agostini 15
2 Nieto 13
3 Hailwood 9
3 Ubbiali 9
3 Rossi 9
6 Read 7
6 Surtees 7
8 Duke 6
8 Redman 6
10 Doohan 5
10 Mang 5
12 Anderson 4
12 Ballington 4
12 Biaggi 4
12 Dorflinger 4
12 Lawson 4
12 Martinez 4
12 W. Villa 4
19 CAPIROSSI 3

IL GREEN TEAM CHE NON DIMENTICA L’AMBIENTE

Non hanno scelto il biancoverde per caso. E non c’entra soltanto il paesaggio intorno (la scuderia ha sede a Casole d’Elsa, borgo dolcemente appoggiato su una collina della Montagnola senese). Quelli del Pramac Racing Team ci tengono, al messaggio. E i colori li hanno cambiati apposta, diventando “The Green Energy team” e sposando con entusiasmo l’idea di fare qualcosa, non soltanto a parole, per l’ambiente. Di qui la scelta di utilizzare all’interno dei circuiti, sulle proprie strutture, prodotti in grado di diminuire la produzione di energia inquinante, oltre a quella di organizzare una serie di iniziative legate alla salvaguardia del pianeta.
Del resto, il team guidato da Paolo Campinoti, che ha come direttore tecnico Fabiano Sterlacchini, in nove anni di vita è sempre stato in anticipo sui tempi. Nato nel 2002, è il primo team a intuire il potenziale dei pneumatici Bridgestone e a creare un sodalizio duraturo con la casa giapponese. Nel 2004 è ancora all’avanguardia, lanciando la “moda” dei piloti... separati in casa dalla scelta delle gomme: Michelin per Max Biaggi, Bridgestone per Makoto Tamada. E dopo la svolta del 2005, anno in cui nasce il rapporto della scuderia con Ducati, arrivano altri... primati. Nel 2008 il team “Made in Italy” conquista il podio a Brno e Misano, e diventa l’unico team satellite a portare per ben due volte un suo pilota tra i primi tre durante la stagione. Il miglior anno, fin qui. è stato il 2004, con Biaggi terzo e Tamada sesto nella classifica del mondiale MotoGP.
Ora Campinoti ha scelto l’esperienza di Capirossi, per entrare insieme al veterano dei circuiti nel decimo anno di attività della sua scuderia. «Loris è un’icona del Motomondiale, e sono contento che abbia scelto di essere dei nostri. Non è stata una trattativa complicata, perché abbiamo lo stesso obiettivo: tornare a lottare per risultati importanti e piazzamenti di vertice. A lui manca un solo piazzamento per festeggiare il centesimo podio in carriera. Spero davvero che un giorno si possa dire che lo ha raggiunto insieme a noi. E conoscendo la sua caparbietà, credo che succederà davvero».
m.tar.

L'Informazione di Bologna, 4 novembre 2010