lunedì 19 dicembre 2016

TOMBA: "IL GIORNO CHE FERMAI ANCHE SANREMO"




di Marco Tarozzi


Improvvisamente, scoprimmo di essere un popolo di innamorati dello sci. Magari senza conoscerne bene le regole, come Miguel Bosè e Milly Carlucci sul palco dell’Ariston, durante quell’edizione del Festival di Sanremo interrotta in diretta per mostrare a venti milioni di italiani, inchiodati davanti alla tv, quel ragazzo di pianura che la spiegava alla gente di montagna. In questi giorni votati ad Olimpia, ci è tornato in mente lui. Unico, irripetibile Alberto Tomba. E passi che quelle erano Olimpiadi invernali e queste sono estive, ma il concetto resta identico. “C’era un ragazzo”: aveva ventidue anni e veniva da uno scherzo di collinetta appena fuori San Lazzaro, Castel de’ Britti. Non aveva paura di niente e si mise al collo due medaglie d’oro indimenticabili.

Dunque, partiamo da quel Sanremo interrotto. Ne sapevano poco, i conduttori.
“Già. E ora, dissero, ci colleghiamo col Canada per il supergigante. Era slalom speciale, ma poco importa. Non è che ci fosse una cultura dello sci, allora. Nei bar si attaccavano alle televisioni capendone il giusto, ma c’era un italiano che vinceva ed era diverso dal solito, tanto gli bastava. Iniziarono anche a scommetterci su. Io mi sentivo un po’ solo contro tutti, in senso positivo, a vivere e raccontare questa storia. C’era il mondo intero a guardarmi. Mi piaceva”.

Calgary 1988, tanto per inquadrare il momento. 25 febbraio, il giorno della prima vittoria in gigante.
“Sono sincero, fu tutto molto più facile di quanto immaginassi. Ci arrivai con poco stress, ne avevo molto di più quattro anni dopo ad Albertville. Certo, avevo già alle spalle sette vittorie in Coppa del Mondo, aspettativa ce n’era, ma era comunque un debutto alle Olimpiadi e non avevo fatto un Mondiale, non dovevo dimostrare nulla a nessuno. Ricordo la quiete della vigilia, noi dello sci alpino eravamo lontani dal villaggio olimpico, dai media, anche se già avevo al seguito una tv privata che raccontava le mie gare. Vedevo le altre gare in tv, c’era molta tranquillità”.


La situazione ideale.

“Sì, io spero che anche a Rio i nostri ragazzi posano viverla così. Penso soprattutto ai bolognesi come Marco Orsi, Jessica Rossi, Sara Sgarzi e tutti gli altri. Tutto il contorno è bellissimo: le interviste, gli applausi, le feste a Casa Italia. Ma siamo noi atleti ad attaccarci il numero, e in quei momenti abbiamo bisogno di serenità. Non è facile. C’è tanta pressione, ci sono le aspettative di chi fa politica sportiva, degli addetti ai lavori, a confondere le idee. Sono cose naturali, ma quello che serve in quei momenti è sentirsi in pace. Io a Calgary ero già felice di esserci, figurarsi cosa ha voluto dire tornare a casa con due medaglie d’oro”.


Quando si dice che una vittoria cambia la vita.



“E’ così, in tutti i sensi. Ho avuto un rapporto di amore-odio con la mia vita sportiva. Vincere da giovane è fantastico, ma non sempre sei attrezzato per il dopo. Ti fidi delle persone, vai dietro ai consigli di qualcuno, tu sei stato un fenomeno nella tua disciplina ma fuori c’è il mondo, c’è anche chi vuole approfittare dei tuoi successi. Gestirsi a vent’anni è complicato. Dopo Calgary ho passato un anno tra una festa in mio onore e l’altra, un premio e l’altro. Papà mi diceva di non andare da tutte le parti, ma mica è semplice. Scherzavo con tutti, avevo questo comportamento guascone ma in realtà ero timido e introverso. C’è stato anche chi ha insistito per mostrare un Tomba diverso, da mettere a confronto con gli atleti della montagna. Spesso ne è uscita una persona che non ero io”.
Sembra di sentire anche una vena di nostalgia, mista a qualche rimpiant

“La dimostrazione di tutta quella pressione che sentivo addosso è che ho smesso presto. Ringrazio Dio per quello che mi ha dato, sono orgoglioso di quello che ho fatto, ma chissà, avrei potuto arrivare alle Olimpiadi di Torino, magari dedicandomi solo allo slalom, figurarsi che mi sento in forma anche oggi… Però a un certo punto quella pressione era diventata troppa”.


Se la ricorda, Bologna che urlava il suo nome allo stadio Dall’Ara dopo Calgary?



“Bei tempi, certo. C’era tanta gente entusiasta, in fondo era anche un altro mondo. Oggi mi sembra tutto cambiato, a cominciare dalla vita intorno. Violenza, casini, la natura che si ribella all’uomo. Oggi io ho a volte paura a volare dall’altra parte dell’oceano, se posso evito, non mi piace. Ho già fatto tanto, e poi mi sembra tutto meno genuino”.
Ha ricordato i bolognesi che gareggeranno a Rio. Se la sente di dar loro qualche consiglio?


“I giovani non hanno bisogno di pensare troppo, chi è al debutto vive un po’ a sensazione. Per un trentenne è diverso, nel mio caso da vecchi ci si affida alla tattica: conta la ricognizione di gara, conta fare attenzione ai passaggi chiave, a come “fregare” l’avversario, quando magari è stanco. Serve molta preparazione e anche qualcosa in più: l’occhio, la scaltrezza, l’esperienza. Ma in assoluto i ragazzi devono pensare al lavoro fatto, e se hanno la coscienza a posto possono andare tranquilli: puoi uscire sconfitto una, due, tre volte ma se hai lavorato bene prima o poi arriva anche il successo. Devono crederci, e tenere la testa sgombra”.

Parola di mito. Seguire le istruzioni.





NUOVO INFORMATORE - lug/ago 2016



giovedì 14 luglio 2016

CORSA ALL'INGLESE



di Marco Tarozzi

Tutto è iniziato da quell’armadio a parete. Cioè, una via di mezzo tra un armadio e un espositore. Però enorme, altissimo e massiccio. Fatto in casa. Restando in religioso silenzio davanti a quel mobile monumentale, Veronica Inglese si è innamorata dell’atletica leggera. Dentro, tutte le coppe e i trofei vinti da papà Michele durante una carriera di forte mezzofondista, che lo portò a conquistare anche un titolo italiano di corsa su strada quando era uno junior di grandi speranze. Una specie di santuario della corsa, roba che può incantare gli occhi di una bambina.
“Da piccola mi fermavo a guardarlo, e inquadrando quelle coppe a una a una mi veniva voglia di sapere da dove venivano, quanto erano costate in fatica e sudore. Così, chiedevo a papà di raccontarmi la sua atletica. Non era lui a vantarsi del suo passato, anzi. Ero proprio io a insistere, e allora lui apriva il canale dei ricordi”.

Sì, papà Michele non ha peccato di fanatismo, non ha mai voluto che quella figlia ripercorresse a forza le sue orme. Le ha lasciato la libertà di scegliere la sua strada nello sport. Solo che lei, Veronica, aveva già deciso tutto da tempo. Davanti a quell’armadio a parete.

“Voglio correre anche io, gli dicevo. E lui schiacciava il freno. Ci ha messo tanto a convincersi che quella era davvero la mia strada, prima ha voluto che facessi altre cose, danza, nuoto, come tante ragazzine della mia età. Voleva che crescessi e ci riflettessi bene, perché non si può confondere una suggestione con una scelta. Ma io, testarda. Dopo aver corso le prime gare dei Giochi della Gioventù, la prima volta in assoluto arrivando anche piuttosto indietro, tornai da lui e gli dissi “okay, adesso voglio allenarmi”. Mi guardò e mi disse “d’accordo, corriamo un po’ insieme”. E mi portò sul lungomare della mia città, Barletta, e ad affrontare le prime strade in salita nella campagna intorno”.

L’EREDITA’ DI PIETRO

Nell’immaginario dell’atletica italiana, Barletta richiama immediatamente la leggenda. Eppure non è stato l’esempio di Pietro Mennea ad accendere la passione di Veronica. Lei ne aveva uno direttamente in casa.
“Quando ho iniziato a frequentare il campo di atletica le società erano parecchie, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Io finii all’Atletica Barletta dove allenava Mimmo Ostuni, che era stato anche il tecnico di papà. Gli chiese di portarmi in pista dopo avermi vista alla fase regionale di cross dei Giochi, e così divenne il mio primo allenatore. Era veramente un bel periodo, il gruppo era numeroso e fare atletica era un’idea collettiva, uno stare insieme. Oggi non è più così. Non voglio fare analisi sociali, ma certamente sono rimasta legata a una generazione diversa, nonostante non sia certo “vecchia”. Una bimba di dieci anni non aveva con sé il cellulare, non c’erano i computer e internet in cui rifugiarsi, non come oggi almeno. Le distrazioni erano fare sport, giocare con gli amici, vivere il cortile”.

Non c’era più nemmeno l’ombra immensa di Pietro il velocista, su quelle corsie.
“Mennea era un buon amico di mio padre. Quando scendeva da Formia, faceva anche allenamenti di corsa lunga per allenare la resistenza, e gli chiedeva di accompagnarlo in un giro di una decina di chilometri che parte dal campo. Per lui, velocista, era un impegno notevole. Io non l’ho mai conosciuto di persona, ci ho parlato qualche volta al telefono e ho provato una certa emozione. Ora che non c’è più, viene molto ricordato. Monumenti, targhe. Barletta lo ha un po’ riscoperto, secondo me. Ma prima viveva soprattutto nei ricordi di chi aveva fatto atletica con lui, gente come papà o il professor Montenero, che raccontava aneddoti bellissimi sulla sua crescita. I concittadini erano un po’ più tiepidi. Non hanno mai tratto una vera ispirazione dal suo percorso. E quando si presentò alle elezioni per la carica di sindaco, non fu votato da tanti. Forse è davvero difficile essere profeti in patria”.


NASCITA DI UN TALENTO

Quella prima gara, vissuta dalle retrovie, sarebbe diventata presto un semplice ricordo. Già nella categoria Cadette, il nome di Veronica Inglese assunse un significato nuovo e diverso per chi sa trattare l’argomento.
“Da ragazza finivo sempre seconda o terza in regione. Al primo anno da cadetta i regionali di cross li ho vinti, finendo poi settima nella gara di campionato italiano, e d’estate quarta ai tricolori nei 2000 metri in pista. Poi, al secondo anno in categoria, ho vinto praticamente tutto: tricolori di cross, quello sui 1000 metri in pista, il Criterium sulla pista di Bisceglie, davanti alla mia gente, gli Studenteschi. Un bel passo avanti. A quindici anni ho iniziato a capire che volevo davvero continuare, per vedere dove sarei potuta arrivare. Ad avere più speranze nei confronti del mio futuro da atleta. A pensare ai titoli italiani, alla maglia azzurra, cose così, bellissime. E’ stato un cambio di mentalità: da piccola ti si aprono davanti mille porte, e vorresti attraversarle tutte. Però ho avuto anche fortuna, da ragazzina: vincere delle gare mi ha regalato soddisfazioni ed emozioni che poi mi hanno spinta ad andare avanti, a guardare più lontano con la voglia di arrivare”.

Anni intensi, formativi. Di sport e studio. E anche quelli in cui, proprio nell’ambiente dell’atletica, Veronica ha trovato un equilibrio perfetto anche negli affetti.
“Ho frequentato il liceo classico, non una passeggiata. E adesso sono iscritta al terzo anno di Giurisprudenza. Devo tanto anche a mia madre, in tutto questo. Lei non ha un passato di atleta, insegna alle elementari, ma mi ha sostenuto nelle mie scelte, proprio come papà. Io sono una ragazza, in famiglia avrebbero potuto chiedermi un altro tipo di impegno, e invece mamma mi ha sempre detto “tu pensa a studiare e allenarti, al resto penso io”. E poi, sì, nel 2008 è arrivato Eusebio. Che mi assomiglia e mi capisce”.

Eusebio Haliti, da otto anni l’altra metà di Veronica. Azzurro, specialista dei 400 ostacoli, un titolo italiano nel 2013, con la sua nuova nazionalità, lui nato in Albania da una stirpe di sportivi, papà pallavolista che ha vestito la maglia della Nazionale del suo paese, nonno campione nazionale di salto triplo, sessant’anni fa.
“Stare insieme a lui mi aiuta tantissimo. Facciamo la stessa cosa, condividiamo la passione per l’atletica e la facciamo allo stesso livello. Impegno, obiettivi, motivazioni sono le stesse. Così diventa più facile condividere, capirsi. Ora anche lui è entrato nell’Esercito, come me. Si allena spesso a Roma e abbiamo più momenti da vivere insieme”.


AD ALTA QUOTA

L’ingresso in una società militare è stato un altro step fondamentale, nella storia di questa crescita continua che ancora non ha scritto, probabilmente, i capitoli più significativi.
“Sceglierei altre mille volte di entrare nell’Esercito. Ho trovato una seconda famiglia, e tutta la tranquillità che mi occorreva. Il colonnello Martelli ci tratta come figli, e per merito del comandante Zampa la struttura di Roma è stata tempo fa oggetto di un restyling che ne ha fatto una specie di college. Qui non sei in una caserma, ma in un centro sportivo di prim’ordine”.

Quello che serve a un’atleta che ormai ha mostrato il suo valore a tutti. Che ha già in bacheca tre titoli italiani assoluti, che sono anche ricordi indelebili e stimoli per inseguire nuovi traguardi.
“Il primo è stato quello di corsa su strada nel 2013, e come era successo per il primo tricolore di categoria, anche in questo caso l’ho conquistato sulle strade di casa, a Molfetta. Con il tifo degli amici di sempre, tanto che non ho realizzato subito quello che avevo fatto. L’anno dopo sono arrivati i titoli italiani di cross e quello dei 10000 in pista, a Ferrara. Ecco, è stato proprio quest’ultimo a darmi davvero la sensazione di essere arrivata esattamente dove volevo, e di dover ripartire da quel punto, che non era un approdo ma un riferimento. Ho provato le stesse emozioni di quando ho vinto il primo titolo, a Bisceglie. E la stessa voglia di guardare avanti”.

UN SOGNO CHIAMATO RIO
E fissando l’orizzonte, Veronica vede chiaro un traguardo davanti a sé. Si chiama Rio de Janeiro. E’ una rincorsa, in effetti, perché non sono mancati gli imprevisti lungo la strada. Ma l’importante è non sentirsi soli, mai.
“Non ho mai pensato all’atletica come un gioco, nemmeno da bambina. Alle Olimpiadi penso da sempre, e ancora più nitidamente da quando ho corso i 10000 metri in 32.25 e la mezza maratona in 1.10.57, due anni fa. Ovviamente ci sono tanti fattori da considerare, compresa la fortuna che deve assisterti. Ma sono stata messa nelle migliori condizioni dalla Federazione, dalla mia società e dalla famiglia. Per me l’atletica vera è iniziata adesso, con una programmazione a lungo termine che punta alla gara dei 10000 di Rio e poi, naturalmente, alla maratona. Nel 2020 avrò trent’anni, un’età perfetta per esprimersi su quella distanza. Mi sento addosso una grande responsabilità, ma per carattere sono una che si esprime meglio quando è responsabilizzata. Non mi esalto mai, ma nemmeno faccio pesare ad altri le mie scelte. Prendo sempre il lato positivo delle cose. La passione per l’atletica leggera fa il resto”.
Merito di papà e di quell’armadio, vale la pena ricordarlo.
“Mettiamoci anche mio nonno. Quel mobile, bellissimo, lo costruì lui. Fatto a mano per metterci tutte quelle medaglie e coppe. Che si vedessero bene. E io le ho viste subito, e ci ho costruito sopra una passione”.
Runner's World, aprile 2016

lunedì 30 maggio 2016

ORLANDO MAINI, UN BOLOGNESE (FELICE) AL GIRO D'ITALIA



L’ ex-pro è il “diesse” della Lampre-Merida di Diego Ulissi
“Due vittorie, tante emozioni e l’amore della gente. Il ciclismo che amo”

di Marco Tarozzi

Ho visto anche degli zingari felici. Sono quelli che in un modo o nell’altro, da corridori, tecnici, dirigenti o addetti ai lavori, fanno parte della carovana del Giro d’Italia, un lungo viaggio conclusosi ieri a Torino. Quasi un mese in giro per la penisola, attraversandola da sud a nord, dopo una partenza all’estero, un’anomalìa diventata consuetudine: quest’anno la miccia si è accesa in Olanda, e nelle ultime tappe si è anche viaggiato, ad alta quota, sulle strade di Francia.

Lì in mezzo, in quella carovana che ha saputo risvegliare l’emozione della gente, c’è un bolognese che di ciclismo professionistico alle spalle ne ha tanto da scriverci un libro. Che potrebbe averne anche abbastanza, non fosse che l’entusiasmo è ancora quello di quando a correre era lui. Nel cuore della corsa rosa c’è il sorriso, l’esperienza, l’approccio sempre positivo di Orlando Maini, direttore sportivo della Lampre-Merida, la squadra che ha portato a casa anche due tappe grazie al talento di Diego Ulissi. Saldo positivo, per la squadra del presidente Galbusera, e ovviamente per chi ha saputo guidarla nel migliore dei modi fino a Torino.

“Siamo soddisfatti”, attacca Maini. “Per i due successi di Diego, naturalmente, ma anche per come si sono comportati i nostri ragazzi in gara. Questo è un gruppo molto unito, e l’ha dimostrato in queste tre settimane. Il nostro obiettivo, alla vigilia del Giro, era poterci trovare ogni sera a cena con la certezza di aver dato tutto quanto era nelle nostre possibilità. E in questo senso io considero la missione perfettamente riuscita”.

Poi, naturalmente, portare a casa due tappe ha un sapore ancora più dolce. Lo sa bene Orlando, che quando correva riuscì a far sue le tappe di Soria alla Vuelta dell’84 e di Jesi al giro dell’85.

“I successi di Ulissi sono stati momenti importanti, anche per come sono maturati. Ma non dimenticherei i due quarti posti in tappe di montagna, i piazzamenti di Modolo allo sprint, il terzo posto di Conti nella classifica finale per la maglia bianca, destinata al miglior giovane. Tutte prove del buon lavoro fatto da tutta la squadra, dal primo all’ultimo giorno”.

Ci si chiede se un Ulissi così non sarebbe più adatto a cercar fortuna nelle grandi classiche, più che nelle corse a tappe.

“Alla base di tutto c’è il suo talento incredibile. L’anno prossimo Diego avrà ventotto anni, un’età giusta per la maturazione definitiva anche nelle gare come il Giro. Vedremo, cercheremo di pianificare tenendo conto di tutto. Intanto, ci godiamo quanto di buono ha fatto vedere in questa occasione”.

Certamente anche il Ct Davide Cassani, che ha seguito con attenzione sul campo la corsa rosa dalla prima all’ultima tappa, ha segnato il nome del capitano della Lampre-Merida sul taccuino per il difficile percorso della prova olimpica di Rio.

“Se toccasse anche a lui, sarebbe qualcosa di prestigioso. Cassani farà sapere le sue scelte, e certamente saranno ben argomentate. Diego si muoverà di conseguenza. Certo, il percorso olimpico non sarà una passeggiata, tutti i migliori scalatori saranno in corsa”.

Orlando ha girato l’Italia e ora si prende qualche giorno di riposo, meritatissimo, nella sua Bologna.  Concentrandosi sulla corsa alla promozione della Fortitudo, l’altra sua grande passione sportiva. Al Tour la Lampre-Merida porterà un altro Ds. Scelte condivise.

“Il fatto è che per me il Giro d’Italia è la corsa più bella del mondo, sono felice di seguirlo anno dopo anno. Ed è anche la più difficile, la più complicata tra le corse a tappe, a mio parere. Per questo mettersi in luce su queste strade ha un valore immenso. Per questo non vorrei mai mancare a questo appuntamento, nonostante il fascino del Tour”.

Vincenzo Nibali, araba fenice che risorge nelle ultime giornate, ci ha scritto un pezzo di storia del ciclismo, su queste strade. In fondo, è bello esserci anche per poter dire di essere stati testimoni di giornate del genere.

“Il ciclismo è così, e io lo amo per questo. Al pubblico non chiede soldi per un biglietto, ma partecipazione e affetto. Cosa c’è di più bello, per dei tifosi, di trovarsi tutti insieme a mangiare in cima a un passo, aspettando ognuno il proprio beniamino? Quando arriva la gara ognuno tifa secondo il cuore, ma prima c’è questo senso di fratellanza che unisce. Poi, oltre alla grande prova di Nibali, che è entrato di diritto tra i grandissimi del ciclismo, collezionando vittorie in due Giri, un Tour e una Vuelta, escono fuori anche personaggi come Chaves e Kruijswijk, che perdono dopo aver lottato, con una sportività unica, e sono i primi a complimentarsi col vincitore. Hanno avuto problemi, l’olandese in particolare ha fatto una caduta bruttissima scendendo dal Colle dell’Agnello. Ma tutti e due l’hanno spiegata molto semplicemente, con grande umiltà: ha vinto il più forte. E anche in questo c’è la forza e la bellezza di questo sport”.

mercoledì 18 maggio 2016

ADDIO A MCMILLIAN, "DUCA NERO" DELLA VIRTUS


di Marco Tarozzi
Se ne è andato ad appena sessantotto anni, il Duca Nero. Che è stato sogno e delizia di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare, con la canotta della Virtus, capace pure a fine carriera di dispensare il suo basket illuminato, da stella Nba che doveva convivere con gli acciacchi ma aveva dentro uno spirito vincente, una lucidità di pensiero e una visione del gioco da sembrare, ai nostri occhi di appassionati, un eterno ragazzo.
Il popolo della V nera piange Jim McMillian, uno dei suoi più grandi protagonisti, che ieri ha lasciato un po’ più vuoto e smarrito il firmamento del basket. A Bologna era arrivato a trentun’anni compiuti, lui che era nato a Raeford, North Carolina, l’11 marzo 1948. Guardia di 197 centimetri, c’era arrivato dopo una lunga carriera nella Nba, iniziata da prima scelta dei Lakers all’uscita dalla Columbia University,  nel 1970. Due anni dopo sotto la guida di Bill Sharman aveva già conquistato l’anello, il primo della franchigia da quando si era insediata a Los Angeles, in un gruppo da leggenda che comprendeva Wilt Chamberlain, Jerry West, un Elgin Baylor nella stagione del ritiro, ed anche Pat Riley. Da lì, nove anni tra le stelle del basket: tre stagioni a Los Angeles, poi altrettante ai Buffalo Braves, due ai New York Knicks e l’ultima ai Portland Trail Blazers, con una media in carriera di 13.8 punti e 5.3 assist (ma 15.3 punti di media nel triennio ai Lakers, e addirittura 16.4in quello ai Braves).

Fu proprio al termine dell’esperienza di Portland che Jim arrivò a Bologna, altro audace colpo dell’avvocato Porelli, dando ulteriore forza a una squadra che poteva contare su Creso Cosic, Renato Villalta, Charlie Caglieris, capitan Gianni Bertolotti Pietro Generali, e poi Martini, Valenti, Cantamessi, Govoni: la Virtus guidata da Terry Driscoll, campione d’Italia uscente, con l’arrivo del Duca Nero confermò la sua supremazia sulla pallacanestro italiana, battendo in finale di playoff Cantù con un secco 2-0. In quella finale, McMillian scrisse 38 nella partita decisiva.
Riservato, tranquillo, dai modi semplici, in campo McMillian diventava un difensore insormontabile, come ben comprese Bob Morse nella semifinale di quella corsa scudetto, vinta dalla Sinudyne contro Varese grazie al suo lavoro instancabile. Che era fatto di durezza fisica, mai oltre i limiti del lecito, ma anche di tecnica brillantissima. Modi ed eleganza nobilissimi. Da Duca Nero, appunto.
Se McMillian-Cosic era stata una coppia fantastica, splendida fu anche quella dell’anno successivo, stagione 1980-81, quando accanto al Duca di Raerford arrivò il brasiliano Marquinho. Meno baciata dalla buona sorte, però: dopo una marcia trionfale in Europa, con vittorie a Mosca, Madrid e Sarajevo, la corsa bianconera si inchiodò in quella maledetta finale di Strasburgo, contro il Maccabi vincitore per un solo punto, 80-79. In quell’ultimo atto che avrebbe regalato ai tifosi la triste memoria dell’arbitraggio di Van der Willige, Jim McMillian non potè apportare il suo contributo, che avrebbe potuto capovolgere gli equilibri e portare la Virtus sul trono. E anche lo scudetto scivolò via alla fine di quella stagione, in una finale contro Cantù in cui la truppa bianconera restò priva di entrambi i suoi stranieri: sempre out McMillian, fuori causa anche Marquinho.

Jim McMillian è stato, per chi lo ha visto all’opera, un’enciclopedia del basket, illuminatissimo anche quando la condizione veniva meno ed era costretto a rallentare i ritmi. E allora via di intuizioni geniali, di mestiere, di classe cristallina.
Oggi lo piangono i Lakers, per voce del presidente Jeanie Buss. “La sua perdita è un giorno triste per tutti noi, è stato un uomo-chiave nella conquista del nostro primo titolo Nba a Los Angeles”. Da questa parte del’oceano, la Virtus non è da meno, e si unisce al cordoglio della famiglia e degli amici del suo campione. Di Jim McMillian, del Duca Nero che è stato una storia unica e irripetibile, su questi parquet. Un pezzo di storia della V nera.

(www.virtus.it) (RenoNews) - 18 maggio 2016




lunedì 11 aprile 2016

I RAGAZZI IRRESISTIBILI, QUARANT'ANNI DOPO



di Marco Tarozzi

“Noi vogliamo la Virtus tricolor”, cantarono i tifosi sugli spalti. Era una parola dimenticata da due decenni, “tricolore”. ma dopo il successo a Varese tronava più che mai attuale. C’era solo una sfida, quella con Udine, a separare i giganti della V nera dal trionfo. Non fu una formalità, all’inizio, ma col passare dei minuti le tensioni si sciolsero e accadde quello che doveva accadere. Quello per cui si era lavorato, lucidamente, per un’intera stagione.

Quarant’anni dopo. Era il 7 aprile 1976, quando la Virtus vinceva al palasport di piazza Azzarita la partita di poule-scudetto contro la Snaidero. Un netto 94-68 che assicurò alla truppa bianconera un vantaggio di 4 punti sulla Mobilgirgi Varese, battuta anch’essa nel turno precedente, a domicilio. Così, a una giornata dalla fine (mancava soltanto la sfida casalinga con Cantù, che sarebbe andata in scena l’11 aprile), la V nera si assicurò la matematica certezza di essere tornata sul trono della pallacanestro italiana.

La storia, che quasi sempre manda avanti i numeri a raccontare sé stessa, dice che quel 7 aprile lo scudetto diventò certezza. Ma non c’è dubbio che il momento più importante di quel girone finale fosse arrivato tre giorni prima, con la vittoria nell’inespugnabile Masnago contro la Mobilgirgi di Sandro Gamba, che aveva appena conquistato il titolo di campione d’Europa a Ginevra . Risultato finale, 82-75 per Terry Driscoll e soci, in quella partita destinata a entrare nella storia bianconera.

La Mobilgirgi aveva dominato la stagione regolare, forte della conferma di Morse, convinto dalla società a tornare dopo che nell’estate aveva già in pratica deciso di restarsene definitivamente negli States, e le certezze che un gruppo di italiani come Meneghin, Ossola, Iellini, Gualco, Bisson, Zanatta assicuravano. Ma nella poule-scudetto la cavalcata bianconera fu inarrestabile: tredici successi consecutivi, e il dodicesimo della serie fu quello pesantissimo di Varese, contro i freschi campioni d’Europa, che aprì la strada al trionfo.

Quattro giorni dopo il successo contro la Snaidero, la Virtus interruppe la serie, perdendo in casa l’ultima partita di poule-scudetto contro Cantù. Con la testa altrove, probabilmente: perché quella partita, ormai, non serviva ad altro che a far festa per uno scudetto ritrovato, vent’anni dopo il sesto, arrivato quando ancora si giocava in Sala Borsa. Questo era il settimo, ma anche il primo conquistato nel piccolo grande Madison di piazza Azzarita. La pallacanestro ritrovava la strada di Bologna, una delle sue piazze storiche. Destinata a scrivere altre grandi racconti di campioni ed emozioni.

L’impresa della V nera riuscì con Dan Peterson al timone. Il piccolo gigante di Evanston, che aveva stupito tutti al suo arrivo con quel “look” improbabile, la cadenza country, la chitarra pronta a suonare ballate folk che richiamavano Bob Dylan e Pete Seeger, trovò la perfetta quadratura del cerchio alla sua terza stagione bianconera: prima erano arrivate la Coppa Italia del ’74, massima espressione dell’epopea di “Kociss” John Fultz, la stagione ’75 del gioiello oxfordiano Tom McMillen, arrivato da pendolare dei canestri grazie ai buoni uffici del cugino John, assistente del coach bianconero. Ora, finalmente, era arrivato il momento dell’equilibrio, quello degno di una corsa tricolore. L’avevano portato Terry Driscoll, il bostoniano che aveva calcato i parquet della Nba a Detroit, Baltimora e Milwaukee, e in cabina di regìa Charlie Caglieris, approdato alla V nera dopo una stagione sull’altra sponda di quella che sarebbe diventata la Città dei Canestri, in casa Fortitudo. Era nata l’alchimia giusta, quella che ogni coach insegue e ricerca, in un gruppo che poteva contare sull’esperienza di Gigi Serafini e Gianni Bertolotti, il capitano, sulla carica di gioventù di Marco Bonamico, sulla tenacia di Massimo Antonelli, Aldo Tommasini, Piero Valenti, Mario Martini, sulla fedele applicazione quotidiana di Massimo Sacco.

Andò in crescendo dopo una partenza faticosa, quella squadra, chiudendo al terzo posto la stagione regolare. Fu perfetta nella poule finale che assegnava il tricolore, come detto con 13 successi consecutivi, culminati nella vera e propria impresa di Varese. Una stagione ad alta quota anche in Europa, dove la squadra di Peterson (coadiuvato dal vice John McMillen, tesserato anche come secondo straniero di Coppa) si fermò alle semifinali di Korac.

Era stato atteso, quello scudetto. Vent’anni esatti. Fu il coronamento della ricostruzione voluta da Gigi Porelli, che aveva affidato la presidenza a Fiero Gandolfi, scomparso nel maggio 2015, e siglato uno storico contratto di sponsorizzazione con Sinudyne, l’azienda di Ozzano Emilia di Bruno Berti e Antonio Longhi che sarebbe rimasta sulle maglie della Virtus per dieci lunghe stagioni, conquistando tre scudetti. Curiosamente, quell’anno sia Varese che Bologna avevano cambiato sponsor. La prima, lasciando l’abbinamento storico con Ignis e sposando Mobilgirgi, salì sul trono d’Europa ma dovette lasciare il tricolore nelle mani della seconda. Anche per Synudine, che portava i sogni televisivi, ancora in bianco e nero, nelle case degli italiani. E che in quell’aprile del 1976 sognò insieme alla Virtus e agli uomini che fecero l’impresa.

La squadra campione: Bertolotti (capitano), Antonelli, Bonamico, Caglieris, Driscoll, Martini, Sacco, Serafini, Tommasini, Valenti, Baraldi, Frabboni, Generali. Allenatore: Dan Peterson. Vice: John Mc Millen (anche straniero di Korac).

Realizzatori: Bertolotti 826 punti; Driscoll 662, Serafini 484, Antonelli 458, Caglieris 358, Bonamico 177, Valenti 57, Martini 56, Tommasini 43, Sacco 37.

Nella foto, la Sinudyne campione d’Italia 1975-1976.
In piedi da sinistra Marco Facchini (fisioterapista), Gianni Bertolotti, Aldo Tommasini, Gigi Serafini, Mario Martini, Terry Driscoll, Marco Bonamico, John McMillen (viceallenatore), Dan Peterson (allenatore). Accosciati da sinistra Giorgio Moro (preparatore atletico), Carlo Caglieris, Piero Valenti, Pietro Generali, Massimo Antonelli, Massimo Sacco, Stefano Frabboni.
 
(RenoNews, 10 aprile 2016)


martedì 1 marzo 2016

IO NON HO PAURA



Quella mattina era splendida. Brillante. Una fantastica domenica d’estate. E Lopepe, con addosso il vestito della festa, era un bambino felice. Come poteva esserlo un bimbo sudanese che la famiglia aveva sempre cercato di tenere lontano dai discorsi sulla guerra civile che lacerava l’anima di una nazione. Una famiglia ricca, nell’economia e nell’ottica di un villaggio africano. Papà Awei curava una mandria di quasi duecento vacche. E la domenica c’era il rito della messa alla Chiesa della Riconciliazione, in uno spiazzo all’aperto al confine del villaggio.

“Ero il ragazzino più felice del Sudan. I miei genitori mi coprivano d’affetto. Giocavamo sempre. E non mi avevano mai detto nulla di ciò che stava accadendo intorno a noi”.

I genitori. Era insieme a loro Lopepe, quella domenica mattina. Con papà Awei e mamma Rita Namana. I fratelli e le sorelle sarebbero arrivati più tardi. “Per qualche motivo che ora non ricordo, Abraham che ha due anni più di me e gli altri più piccoli non vennero con noi. Avrebbero preso parte alla funzione successiva”.

Fu per questo che di tutta la famiglia Lomong soltanto lui, Lopepe, si trovò improvvisamente trascinato in un incubo. Che in qualche modo riuscì a lasciarsi alle spalle con il gesto che gli riusciva più naturale. Correndo.

IL DESTINO DI LOPEPE


“Nel mio villaggio, chiunque camminava per andare dove aveva bisogno di arrivare. Chiunque, eccetto me. Io non camminavo. Correvo. E così i miei genitori mi chiamarono Lopepe, che nella nostra lingua significa “veloce”. E da bambino tenevo fede al nome, non mi riusciva di fare qualcosa lentamente. Quando mamma mi mandava a prendere l’acqua, io correvo al fiume con la mia tanica da cinque litri e tornavo a casa più in fretta che potevo. Quando le occorreva del sale, correvo dai vicini a prenderlo in prestito e lo facevo così velocemente che sembrava quasi che lo avessi preso in qualche angolo della nostra capanna. Nonostante la mia abitudine a correre, pensavo che viaggiare su un’auto o su un camion fosse qualcosa di meglio. Finché non fui costretto ad affrontare quel viaggio. Su quel camion…”

Era una domenica radiosa. Il prete stava invocando il Signore quando arrivarono i soldati.

“I miei occhi erano chiusi, stavo pregando, quando i camion si fermarono e i soldati cominciarono a scendere dal retro. Erano nervosi, come chi deve fare un lavoro e vuole concluderlo più in fretta possibile. Sapevo che il mio paese era in guerra. Almeno una volta al mese i nostri genitori afferravano al volo me e i miei fratelli e correvamo insieme a rifugiarci mentre il rumore delle bombe sganciate da aerei in lontananza ci minacciava. Ma non avevo mai visto un soldato fino a quella luminosa, indimenticabile domenica d’estate”.

Urla, spintoni, ordini impartiti senza soluzione di continuità, volti impauriti. Gli abitanti del villaggio stesi a terra con modi bruschi. E l’attenzione rivolta ai bambini e ai ragazzi. Soltanto a loro. Il prete che cercava in tutti i modi di far ragionare quello che aveva tutta l’aria di essere il capo della spedizione. Ma lui non lo ascoltava nemmeno. “Prendiamo i bambini!”

“Non sapevo cosa volesse dire. Lo avrei imparato presto. I miei genitori si lasciarono cadere a terra, tenendomi stretto a loro. Mi rannicchiai acanto a mamma, e sentivo la sua stretta fortissima tanto da farmi male alle costole. All’improvviso sentii una mano sulla schiena. Mi voltai e vidi un uomo gigantesco davanti a me. Quando sei piccolo, qualunque adulto ti sembra un gigante. Il suo fucile era puntato sulla mia schiena. Mia madre lo implorò: “No, no! Non prendere il mio ragazzo!”. Lui la staccò da me e mi trascinò al centro dello spiazzo, dove era parcheggiato un camion. Mi fece salire, e altri soldati stavano facendo lo stesso con altri ragazzi del villaggio. Mentre uno teneva a bada i genitori con un fucile: “Provate a fare un passo e sparo!”. Non so cosa sia successo dopo. Mi sentii spingere dentro quel camion, atterrai sul pavimento interno bollente e sporco. Era pieno di bambini della mia chiesa. Un telo verde ci coprì la visuale, le portiere si chiusero, i camion partirono. Non potevo saperlo in quel momento, ma la mia infanzia felice era appena terminata. Avevo soltanto sei anni”.


IL VIAGGIO DELLA PAURA


Era iniziato un viaggio senza ritorno per Lopepe Lomong. Era diventato uno dei “Lost Boys” sudanesi, bambini costretti a diventare adulti in fretta, perché l’unica alternativa era la morte. Figli e vittime innocenti di una guerra fratricida.

Ore e ore di camion, chiuso in quei pochi metri quadrati dove non passava un filo d’aria nel caldo dell’estate africana. In silenzio perché come tutti gi altri aveva finito le lacrime e gli restavano solo mille domande su quello che lo aspettava. E poi una lunga marcia, bendato, senza mangiare né bere “perché a nessuno di quei soldati venne in mente di darci qualcosa. Ma noi eravamo così spaventati che non sentivamo né fame né sete”. In fila indiana con la paura di perdere il passo. Se qualcuno rallentava erano botte.

“Mi sentivo come una delle vacche di mio padre quando le portavamo al pascolo. Ne avevamo duecento, il che ci rendeva molto ricchi al villaggio. Non capivo che era una ricchezza effimera, che in realtà eravamo solo meno poveri degli altri. La gente ricca in South Sudan mandava i bambini a scuola in Kenia, lontano dalla guerra civile che era iniziata anni e anni prima che io nascessi. E non doveva temere che i propri figli venissero rapiti e portati chissà dove. La guerra è sempre più vicina ai poveri che ai ricchi”.

Lopepe finì in una minuscola stanza senza finestre, insieme a un’ottantina di ragazzini spaventati quanto lui. Gli tolsero la benda dagli occhi. Le ragazze rapite insieme a loro al villaggio erano scomparse. Erano volti non del tutto noti, perché alla chiesa ogni domenica arrivava gente da diversi villaggi della zona.

“Non riuscivo a parlare ma captai una conversazione. “Sono soldati ribelli”, diceva qualcuno. “Ma come? I ribelli non dovrebbero combattere per noi? E allora perché ci hanno rapiti?” si chiese qualcun altro. “Non lo capisci? Non ci hanno rapiti. Siamo stati reclutati a forza per diventare soldati”. Quei ragazzi avevano tutto chiaro, io ancora no. Come avrei potuto diventare soldato a sei anni senza aver mai toccato un fucile?”

Nel dramma, una luce. Lopepe venne riconosciuto da tre ragazzi più grandi che conoscevano la sua famiglia e gli promisero di proteggerlo. “I miei tre angeli” li avrebbe chiamati. Fu insieme a loro che appena tre settimane dopo il rapimento, già provato per gli stenti e la malnutrizione, tentò una fuga nella notte approfittando di un buco nella recinzione del campo di addestramento. Quei ragazzi lo presero di peso e se lo portarono dietro.

“Era una notte senza luna. Ma vedevamo i bagliori delle sigarette che fumavano i soldati. Quando loro parlavano, ci muovevamo con attenzione. Quando tacevano, ci inchiodavamo. Si accorsero dei nostri movimenti che eravamo già fuori. Un ragazzo mi prese la mano destra, un altro la sinistra. E corremmo via”.

Corsero tre giorni, quasi senza sosta, tra sentieri pieni di rovi, in mezzo agli alberi. Gli amici nascosero Lopepe alla notte, lo fecero bere da foglie d’alberi, cercarono sempre di tenere la strada giusta per non ritrovarsi al punto di partenza. Corsero senza sapere dove stavano andando. Ma era la direzione giusta. Si ritrovarono oltre il confine, in Kenia. Vennero catturati e portati in un campo profughi parecchio a Nord di Nairobi. Uno dei più vecchi quasi una città, abitata da settantamila profughi di nove nazionalità. Lopepe ci restò per i successivi dieci anni. Senza ricevere troppi aiuti dai keniani, che sapevano bene che quel poco che serviva per far vivere a un livello di sussistenza i rifugiati arrivava dai volontari delle Nazioni Unite.


UNA VITA NUOVA


Il ragazzo che correva veloce avrebbe potuto restare lì per il resto dei suoi giorni. Giocando a calcio per dimenticare i suoi incubi, mangiando poco e male una volta al giorno, vivendo appena sopra al limite. Ma lui aveva qualcosa dentro. Si sentiva un sopravvissuto, ma con ancora addosso la curiosità di provare a costruirsi una vita migliore. Lo scrisse in un componimento, che venne letto da alcuni volontari della Catholic Charities. Raccontò anche di quel giorno d’estate del 2000 in cui girò per tutto il campo per trovare l’unico televisore in bianco e nero della zona, soltanto per capire cosa fossero queste Olimpiadi di cui tanti parlavano. E che lì davanti si era ispirato a Michael Jordan e alle sue imprese decidendo di diventare un corridore. E di tutti i giorni spesi ad allenarsi senza un’idea di allenamento, su quelle strade sterrate. Qualcuno si incuriosì e andò a intervistare quel ragazzo che ormai al campo profughi tutti chiamavano Lopez, al punto che un giorno lui stesso avrebbe fatto di quel nickname il suo nuovo nome rendendolo ufficiale. E dagli Stati Uniti arrivò la chiamata di una famiglia che aveva già adottato e aiutato altri rifugiati sudanesi. Fu con Robert e Barbara Rogers che Lopez Lomong attraversò per la prima volta l’oceano nel 2001, “dentro il più grande aeroplano che avessi mai visto. E appena arrivai là mi portarono al McDonald e mi comprarono un sandwich di pollo. Non riuscivo a mangiarlo perché ero incantato a guardarlo. Mi dissero che era tutto okay, che se avessi voluto avrei potuto portarlo a casa. Al campo ci davano il pollo due volte all’anno, a Natale e a Pasqua. Ma era un pezzo piccolo ogni dieci persone, così lo tagliavamo a pezzetti, lo bollivamo nell’acqua e mangiavamo la zuppa. Se ci trovavi dentro un pezzetto era un Natale felice. E ora ero lì con un sandwich al pollo tutto per me, e mi stavano dicendo che avrei potuto anche portarmelo a casa. Non ci credevo…”

Lopez andò a vivere con la sua nuova famiglia a Tully, nello stato di New York. Frequentò la high school locale, raggiungendo il decimo livello e diventò un runner. Tanto forte da entrare a far parte del team di cross della scuola, e diventandone la colonna in grado di fargli vincere titoli interzonali e statali. Poi scelse la Northern Arizona University e nel 2007 diventò campione indoor dei 3000 metri nella Division I della NCAA, e campione dei 1500 metri all’aperto. E quello è stato un anno davvero speciale per Lopez. Quello in cui ha giurato fedeltà alla Costituzione degli Stati Uniti d’America. “Da quel momento non sono più un “Lost Boy”. Sono un americano”.


IL PORTABANDIERA

 
Lo è al punto da diventare un simbolo. Un anno dopo aver preso la cittadinanza, si è assicurato un posto per le Olimpiadi di Pechino qualificandosi nei 1500 metri ai Trials Usa. E poco tempo dopo gli è stata comunicata la decisione del Comitato Olimpico del suo paese: sarebbe stato lui il portabandiera degli Usa alla cerimonia inaugurale dei Giochi del 2008. Un gesto simbolico di una grande potenza nei confronti di un’altra. Niente di meglio per gli States che mettere sotto i riflettori un membro del Team Darfur, uno che ha sempre stimolato il prossimo a prendere coscienza delle violenze perpetrate in quei territori, proprio nel momento di sfilare sotto gli occhi di un paese organizzatore, la Cina, da tempo sotto accusa per gli aiuti concessi al governo sudanese ritenuto colpevole di quel genocidio dimenticato. Lomong ha fatto la sua parte con diplomazia. Senza mai chiamare direttamente in causa il paese ospitante, lanciando messaggi di fratellanza universale: “Le Olimpiadi sono considerate una grande occasione per portare la gente, tutta unita, verso la pace. Io ho questo obiettivo e per questo vado in pista, indosso questi colori e rappresento il mio Paese”.


TORNANDO A CASA


C’è un momento di grande emozione, in questa storia già così unica. Arriva nel 2003. Quando Rita Namana, sua madre, alza per la prima volta la cornetta di un telefono per chiamare quel figlio che improvvisamente è balzato agli onori delle cronache. La famiglia, anni dopo il rapimento, credendolo ormai morto ne aveva celebrato un funerale virtuale. E anche Lopez pensava che i suoi cari fossero finiti schiacciati dalla violenza della guerra civile nel Sud del Sudan. Il primo incontro è stato così intenso da strappare le lacrime. Lopez e Rita si sono riabbracciati a ottanta miglia da Nairobi, dove i suoi genitori si sono trasferiti, dopo che quella mano li aveva divisi dodici anni prima. Nel dicembre del 2006, esattamente quindici anni dopo quella giornata d’estate che gli rubò l’infanzia, Lopez è tornato a Kimotong, il suo villaggio natale. Ha voluto ritrovare le sue radici. E fare qualcosa per la sua terra: nel 2008 con l’organizzazione Sudan Sunrise ha dato il via alla costruzione della Lopez Lomong School and Reconciliation Church. E all’inizio del 2009 ha portato negli States i fratelli minori Alex e Peter, mentre il resto della famiglia si è stabilito definitivamente in Kenia.

La sua terra, le sue radici. E il sogno di veder crescere bambini che possano vivere da bambini, senza i traumi che lui è stato costretto ad affrontare. Tutto questo ha portato Lopez Lomong a lavorare duro per far nascere il progetto “4 South Sudan”, una partnership tra la Fondazione che porta il suo nome e World Vision, che ha l’obiettivo di incontrare le necessità della gente del South Sudan attraverso diverse iniziative: facilitare l’accesso alle fonti d’acqua e alla sanità pubblica, offrire alle famiglie condizioni di vita accettabili, assicurare un futuro ai bambini attraverso un’educazione solida e una adeguata nutrizione. Il campione ci ha messo la faccia, e la sua storia incredibile e irripetibile. Ha coinvolto altre stelle dello sport americano, come le maratonete Kara Goucher e Shalane Flanagan, la quattrocentista Sanya Richard Ross, il primatista americano dei 50 km, Josh Cox.

Non dimentica, Lopez. Non vuole dimenticare. Anche se quegli incubi ricorrono, anzi proprio per questo. “Nessun bambino deve diventare grande prima del tempo”. A lui è successo. Farà di tutto perché ad altri non succeda.

“Quando eravamo in Africa, non sapevamo quale sarebbe stato il futuro per noi ragazzi, correvamo per fuggire e basta. Dio stava pianificando il mio futuro e io non lo sapevo. Ora sto usando la corsa per tirar fuori le parole e raccontare quante cose orribili ho visto in Sudan durante la guerra. Non sempre queste cose si trovano sulla CNN, e io spero che le mie parole servano a informare la gente. Cose altrettanto terribili accadono in Darfur. La gente scappa dal Darfur, e io mi metto nelle loro scarpe e corro con loro”.

 

 

LOPEZ LOMONG è nato nel villaggio di Kimotong, in South Sudan, il 5 gennaio 1985. A sei anni fu rapito dalle milizie che si ribellavano al governo del Sudan. diventando uno dei tanti Lost Boys destinati a trasformarsi in bambini-guerrieri per la guerra civile del paese, ma riuscì a fuggire e a rifugiarsi in Kenia, dove rimase per dieci anni in un campo profughi. Adottato da una famiglia statunitense, ha varcato l’oceano nel 2001 ed è diventato uno dei migliori mezzofondisti degli Stati Uniti d’America, di cui è diventato cittadino nel 2007. Nel 2003, dodici anni dopo il rapimento, ha ritrovato i suoi genitori: lui li credeva morti nella guerra civile, loro avevano addirittura celebrato il suo funerale anni dopo la sua sparizione forzata. Ha vinto il titolo statunitense dei 1500 metri nel 2009 e nel 2010. E’ stato scelto come portabandiera Usa alle Olimpiadi di Pechino 2008, nelle quali ha raggiunto le semifinali dei 1500 metri. Sulla stessa distanza è giunto ottavo in finale ai Mondiali 2009. Alle Olimpiadi di Londra 2012 ha raggiunto la finale dei 5000 metri, classificandosi decimo. Ha personali di 3:32:20 nei 1500, 3:53:18 nel miglio, 13:11:63 nei 5000 metri.

 


mercoledì 24 febbraio 2016

PRENDILA COME VIENE, PRENDILA COME VA



Galeotto fu quel negozio da rigattiere a Souderton, Pensylvania. Fu lì, in mezzo a quintali di roba usata, mentre scorreva distrattamente vecchi dischi a 45 giri, che Gary vide quel vestito. E… vide la Luce, naturalmente. “Sentivo come una voce che sussurrava… Elwood… Elwood”. Insomma, su quello scaffale c’era proprio tutto l’occorrente per diventare Elwood Blues, il personaggio interpretato da Dan Aykroyd nel film-cult “The Blues Brothers”. Niente di speciale, direte voi. Beh, allora provate a vestirvi in quel modo, cravatta, occhiali scuri e borsalino compresi, e andare a vincere una gara di 10 chilometri nel weekend successivo. E soprattutto misurate la temperatura a chi, rigorosamente vestito da runner, si vede costretto a guardarvi la schiena.
Era il 1981. Un anno esatto dopo l’uscita del film. Lui era semplicemente Gary Fanelli, uno dei migliori specialisti della corsa su strada in America. Non il numero uno, e nemmeno tra i primissimi, ma comunque uno specialista “on the road” in grado di battere in una gara su strada Sua Maestà Bill Rodgers, o di correre la sua miglior maratona in 2:14:17. Quel battesimo in costume, a Southampton, spaccò il popolo della corsa a metà. Chi apprezzava e chi gridava allo scempio, pensando al mondo del running come a una specie di luogo di culto. Lui aveva un’altra idea in testa. Correre per divertirsi e divertire. Spendere un po’ delle sue energie per strappare un sorriso, sempre e comunque. “Run for fun”, avete presente? Ecco, questo era Gary Fanelli, adorabile buffone del running. E in quanto alla corsa vista come religione, beh, anche su questo Elwood Blues avrebbe qualcosa da obiettare: “Quel giorno a Southampton ero in missione per conto di Dio”. Già, avremmo dovuto pensarci prima…


FUORI DAGLI SCHEMI

Fanelli, del resto, non ha mai vissuto in modo tradizionale. La sua vita è una raccolta di avventure che si incastrano l’una nell’altra. A ritmi frenetici. Tutte coloratissime.
Fin dai tempi della scuola. A diciannove anni abbandonò per un periodo il Montgomery County Community College per unirsi ai ragazzi di una comune a Maui, nelle Hawaii. “Era il 1969, non so se mi spiego. Negli anni Sessanta sono successe cose bellissime e altre cose aberranti. C’era la guerra nel Vietnam, io ho perso il mio primo allenatore laggiù. C’era il “sentire hippie”, tante cose stavano cambiando. Un periodo di rivoluzione pacifica, di mutamento della mentalità nei giovani. C’era il clima di Woodstock. Ma fu anche il periodo dei grandi assassinii dei grandi politici e uomini di pensiero americani. Il presidente John Kennedy, suo fratello Bob, Martin Luther King. Dopo la notizia del massacro di My Lai ero inorridito, volevo davvero cambiare aria, vita. Feci l’autostop in California, poi raggiunsi Maui dove erano stati alcuni miei amici. Finii in una Comune conosciuta come “La Patch Banana”, e giuro, è stato fantastico. A quei tempi ovviamente già correvo, e mi dava un senso di libertà. Ho imparato la meditazione, lo yoga che ho inserito anche nella mia preparazione al running. Maui a quei tempi era un luogo incantevole e incontaminato. Sì, sono stati anni creativi importanti. Da allora passo ogni anno lunghi periodi laggiù. Per me è un posto speciale”.

Del resto, l’esperienza nella comune durò un pugno di mesi. Gary racconta di aver sentito dentro di sé una voce che gli diceva “Tu sei un corridore, e puoi andare davvero forte. Quindi esci di qui”. Detto, fatto. Alla sua maniera.

ABBASSO I BUROCRATI

Ma il popolo della maratona aveva già avuto modo di conoscere Gary Fanelli prima che si mettesse a fare l’attore in corsa. Era successo soprattutto un anno prima, nel 1980. Ai trials olimpici di maratona a Niagara Falls. Già si sapeva come sarebbe andata a finire, e Gary inscenò la sua protesta nel modo più semplice che aveva a disposizione: correndo. Si presentò al via con una t-shirt su cui era scritto a caratteri enormi “La strada per Mosca finisce qui”. E partì a razzo, restando al comando per 15 miglia, un centinaio di metri davanti ai primi inseguitori, e mostrando a tutti il suo stato d’animo. Passò a metà gara in 1:04:39, e dopo essere stato riassorbito dal gruppo non si fece da parte. Finì ventiduesimo in 2:16:49.

“Volevo che quelli fossero i “nostri” Giochi olimpici. Sapevamo tutti che non avremmo corso a Mosca. Non avevo nulla da perdere e decisi che quella gara doveva diventare più veloce di quella che si sarebbe disputata a Mosca. Per diciassette miglia ho tenuto un ritmo forsennato, e la cosa ha funzionato. Sandoval, Durden e Hefner, i primi tre classificati, corsero tutti sotto le 2:11. Waldemar Cierpinski a Mosca vinse in 2:11:03. Missione compiuta, direi…”.

Già. Una lepre contro il boicottaggio. Con quello spirito di ironia che ha sempre annacquato anche i dispiaceri, nella vita di Fanelli. “Non ho mai saputo rinunciare all’umorismo. Questo a volte mi ha procurato problemi, già dai tempi della scuola. Ma che posso farci? C’è una radice irlandese, da parte di mia mamma, e devo averla ereditata. Mà ogni tanto mi diceva: “Gary, ma pensi davvero che tutto sia così divertente?”. Non ho una risposta neppure adesso. Ma sembrava divertente a me, ecco tutto”.

Ma lo spirito ribelle, pronto a battersi per principi giusti, non lo ha mai abbandonato. Fanelli era già un top runner quando gli atleti americani più importanti, dopo la morte di Prefontaine, avevano fatta loro la sua battaglia per i diritti di chi si allena ore e ore ogni giorno e non può vivere di miseri sussidi, da dilettante povero. Lo scandalo dello “shamateurism”, quando i grandi campioni Usa, probabili olimpici compresi, faticavano per vivere mentre i colleghi dell’Europa del Nord e dell’Est avevano tutti gli aiuti dallo stato, pur sbandierando lo status di dilettanti, fu sgretolato grazie a una lunga battaglia in cui Gary fu parte attiva.
“Abbiamo combattuto fino ai primi anni Ottanta. A muso duro contro la AAU. E alla fine abbiamo ottenuto i riconoscimenti che ritenevamo giusti. Venivamo pagati per il nostro lavoro durissimo, e finalmente non sottobanco. Mi ricordo di riunioni-fiume in camere d’albergo con Bill Rodgers, Don Kardong, Joan Benoit, Benji Durden e tanti altri. A me la vita cambiò in meglio, ed ero felice. Prima avevo un contratto per abbigliamento e scarpe, qualcosa racimolavo, ma dovevo darmi da fare. Ho fatto anche il venditore di prodotti alimentari naturali, a fine anni Settanta mi feci coinvolgere nel progetto Health Food, ho lavorato in un negozio di prodotti bio. E per anni ho distribuito polline d’api in compresse nella zona di Philadelphia, negli ambienti sportivi. Facevo anche vendite per corrispondenza. Insomma, mi sono sempre dato da fare”.

CARNEVALE DI CORSA

Due mesi dopo i Trials di Niagara Falls, Fanelli seminò nientemeno che Bill Rodgers e Rod Dixon in una corsa su strada di dieci chilometri, nella sua Philadelphia. Era il suo momento migliore: il 6 settembre di quell’anno, a Montreal, ottenne il personale in maratona 2:14:17. E nel 1981 tornò sotto i riflettori viaggiando al comando della Boston Marathon per sedici miglia. Opinione comune: uno così avrebbe potuto superare facilmente quei limiti, se avesse gestito meglio le proprie corse. “Ma io ho sempre fatto quello che ritenevo giusto fare. Spesso correvo da “lepre” designata, anche se all’epoca non si poteva uscire allo scoperto e dirlo ufficialmente. Sì, anch’io credo che se non avessi preso l’iniziativa certe maratone avrei potuto chiuderle con risultati cronometrici migliori. Ma per me è stato importante correre a quel modo, dare il massimo e non farmi troppe domande. E sono soddisfatto di aver tenuto i ritmi che ho tenuto per quarantadue chilometri…”

Poi, c’era sempre quella Luce che incombeva. Dopo il “battesimo” in Pensylvania dell’81, a fine anno Gary “Elwood” Fanelli portò il suo completo scuro sulle strade della New York City Marathon. Lì aveva già corso in 2:18:19, Fred Lebow lo conosceva bene e l’idea di avere un pazzo in corsa che gli movimentava e rallegrava l’evento lo solleticava. E poi, dove lo trovi uno che tagliato il traguardo poco oltre le due ore e quarata ha ancora la forza di sfilare un’armonica dal taschino e intonare “I can’t turn you loose”? “A New York è stato fantastico. La gente lungo le strade impazziva e io mi sentivo davvero un intrattenitore a tutti gli effetti”.

Soltanto l’inizio. Il passaggio di Elwood divenne un “must” sul ponte di Verrazzano come a Boston, e addirittura sul traguardo della maratona di Stoccolma, all’Olympic Stadium. Spesso le condizioni meteo non aiutavano, e il corpo del maratoneta raggiungeva temperature a rischio. Una volta a Pittsburgh, arrivò col suo completo impeccabile e le mani piene di cubetti di ghiaccio. “Lo show deve andare avanti”, commentò.

Dopo Elwood fu la volta dei personaggi costruiti a tavolino. Alla Wall Street Rat Race, per lui una gara “sprint” di soli tre chilometri si presentò nei panni di Gary Walstreet vestito di tutto punto con tanto di valigetta da uomo d’affari. In Giamaica corse nei panni di Billy Chester Polyester (cappello di paglia, bermuda taglia extralarge e camicia hawaiana) chiudendo la prova in 2:24:41, e avrebbe potuto fare molto meglio se non avesse corso le ultime cento yards all’indietro, danzando al ritmo di una musica reggae. E come dimenticare Clarence Nerdelbaum altro cavallo di battaglia, il fissato del computer che correva con in mano un calcolatore e una tasca colma di penne a sfera. Matite, chiavette usb? “Ne sono arrivati tanti, dopo. Ma ancora oggi a correre in queste condizioni un’intera maratona ci pensano in pochi. Dite che non ha senso? Per me ne ha: mi diverte veder sorridere il prossimo”.

IL SOGNO OLIMPICO

Resta il fatto che Gary Fanelli aveva iniziato a correre seriamente. E come tutti i ragazzi dotati di un certo talento, anche lui aveva fatto il suo bravo sogno olimpico. Quello che aveva sfiorato per quindici miglia nell’80, sapendo bene che sarebbe finita lì.
Ma uno così poteva non andarci, alle Olimpiadi? No di sicuro. E infatti Gary arrivò anche lì, con uno dei suoi stranissimi giri di amicizie fraterne e sincere che il suo carattere ispirava. Ovviamente, non si presentò a Seul, nel 1988 con la divisa degli Stati Uniti. Ma in questo caso, per fortuna nemmeno con uno dei suoi più riusciti travestimenti…

“Nel 1987 ero andato di nuovo a vivere alle Hawaii. Avevo diversi amici nella comunità dei runners di Honolulu, e in quel periodo ospitarono alcuni atleti delle Samoa Americane. Mi raccontarono che si stavano preparando per il loro debutto ai Giochi Olimpici, in programma a Seul, e che stavano cercando un tecnico per allenare la squadra di atletica. Incontrai quelli della federazione, consegnai un curriculum e mi presero. Mi sono trasferito là e ho iniziato ad allenare, ma un giorno mi dissero che c’era la possibilità di portare un maratoneta ai Giochi, e che avevano pensato a me. Con il benestare del Comitato Olimpico locale, la cosa andò in porto. Così, dopo aver disputato due Trials olimpici negli Usa e dopo il boicottaggio del 1980, finalmente coronavo il mio sogno… Ci sono voluti vent’anni, da quando iniziai a pensarci nel ’68. Ma l’importante è arrivare…”

A Seul Fanelli finì cinquantunesimo su duecento partenti, in 2:25:35, ovviamente record nazionale di Samoa. Gli mancavano venti giorni al trentottesimo compleanno.

“Sì, ero di gran lunga il più vecchio, ma riuscii comunque a commuovermi. Alla cerimonia inaugurale sfilammo in sei. Io, i pugili Maselino e Mika Masoe, i sollevatori di pesi Lopesi Faagu e Tauama Timoti, il lottatore Alesana Sione. Vestirmi eccentrico per la gara? Mai nemmeno pensato. Anche uno come me, che si diverte a ridere e sdrammatizzare conosce il significato di un’Olimpiade. Se rappresento il paese di Fanelli allora posso travestirmi e metterla sullo scherzo. Lì dovevo cercare di dare il massimo. Poi quando sono tornato, negli anni ho sentito tanta gente dire che quella partecipazione contava zero, perché avevo gareggiato per American Samoa. Sarà, ma io alle Olimpiadi ci sono stato”.

TAKE IT EASY

Vero, questa è una storia diversa. Un’altra dimensione. Quella di uno che vive nella filosofia del “prendila come viene, prendila come va”. Che però sa affascinarti quando te la spiega.

“Non so dire se tutti abbiano capito il mio approccio alla corsa e alla vita. So soltanto che negli anni Sessanta imparai quella massima: “Do your thing, and you’ll be king”. Ho anche faticato a superare l’idea che altri potessero pensare chissà cosa di quello che facevo, poi ho capito che dovevo seguire la mia strada, fare le mie scelte. Sentirmi libero. E questa liberazione mi ha permesso di fare cose davvero divertenti, creative, spesso innovative. Suonare, scrivere poesie, danzare. Magari correre vestito da Elwood Blues, perché no? Alla fine non mi importa molto di quello che sembro, mi basta non aver mai fatto del male a nessuno e avere una dignità. Quando mi chiedevano autografi firmavo “Laugh! Gary Fanelli”. Eh sì, bisogna saper sorridere nella vita. Se no come facciamo a sopportare tutto?”.

 

 

GARY FANELLI è nato a Philadelphia il 24 ottobre 1950. Noto per i suoi travestimenti in gara, ha gareggiato anche ad alti livelli. Ha un personale di 14:05 nei 5000 metri e uno di 2:14:17 in maratona, ottenuto nel 1980 a Montreal. Il fratello Michael è stato coach della Nazionale Usa di atletica. Ha partecipato alle Olimpiadi di Seul del 1988 correndo la maratona con i colori delle Samoa Americane e giungendo al 51mo posto.


sabato 20 febbraio 2016

CANNA, DAL TRIO GALLIERA ALLA HALL OF FAME



Entra nella Hall of Fame del basket italiano Achille Canna, grande cuore bianconero. Insieme a Ivan Bisson, Bianca Rossi, Bogdan Tanjevic e la Pallacanestro Varese, l’ex giocatore e dirigente virtussino riceve l’ambitissima onoreficenza “Una vita per il Basket” dell’Italia Basket Hall of Fame 2015.

Achille, arrivato a Bologna da Gradisca d’Isonzo, classe 1932, è rimasto in Virtus dal 1953 al 1962, ben nove stagioni nelle quali collezionò 188 presenze e 1873 punti, vincendo due scudetti, nel 1955 e 1956, in quell’originalissimo luogo adibito alla pallacanestro che era la Sala Borsa.
Dopo gli anni vissuti in campo, della Virtus è stato dirigente a partire dagli anni di Porelli, ricoprendo tra gli altri gli incarichi di presidente, direttore sportivo, direttore generale.

Colonna della Nazionale, nella quale ha collezionato 70 presenze, è stato tra i protagonisti azzurri all'Olimpiade di Roma nel 1960.

Di seguito, un ricordo di quegli anni e del leggendario Trio Galliera (Alesini, Calebotta, Canna), attraverso le parole dello stesso Achille, dal libro “La voce del campione” edito da Minerva.

 
 

QUELLI DEL TRIO GALLIERA

di Marco Tarozzi

Le storie d'amore, quelle vere, durano nel tempo. E allora come vogliamo definirla, quella tra Achille Canna e Bologna, nata in un giorno d'estate del '53 e viva e accesa oggi come allora?

“Te lo dico io, come. Bologna, e la Virtus naturalmente, mi hanno cambiato la vita. Qui mi sono formato, sono diventato adulto, ho trovato un lavoro e una famiglia. Da qui non mi sono più spostato. Ti basta?".

Amore, appunto. Nove stagioni alla corte della V nera. E due scudetti storici, nel '55 e nel '56. Ma ripartiamo da quella prima volta in città.

"A notarmi fu Marinelli, dirigente di quella Virtus dei primi anni Cinquanta. Io giocavo nell'Itala Gradisca, venni a sfidare la Virtus in Sala Borsa, posto da paura per un avversario, e lui si appuntò il mio nome. Allora l'ambizione di tutti era quella di trovare un posto di lavoro che permettesse di dedicarsi allo sport con tranquillità, più in là non si andava. E qui a Bologna mi misi a fare l'elettricista nei cantieri edili. Mi alzavo alle sette, smettevo di lavorare alle sette e mezza di sera e poi andavo ad allenarmi".

Anni duri, tutto un altro basket.

"Ma anni bellissimi, anche. Per uno come me venire a giocare alla Virtus era un sogno, perché allora le squadre di vertice erano a Bologna e a Milano. Qui il basket era ad altissimo livello, proprio come adesso. Solo che le situazioni economiche erano completamente diverse. Ma per l'epoca chi faceva basket a certi livelli era comunque un privilegiato: io prendevo due stipendi, ero spesato di tutto. Ma è chiaro che era tutta un'altra cosa, i guadagni ti aiutavano ma dovevi lavorare, puntare al posto sicuro. Quando a sponsorizzare la Virtus arrivò la Minganti trovai lavoro lì, e ci rimasi per circa cinque anni".

Il ragazzo di Gradisca si innamora della città, della sua gente. E in squadra trova subito amicizie vere, di quelle che vanno oltre il campo di gioco e riempiono la vita.

"Abitavo in un pensionato in via Galliera, insieme a quelli che venivano da fuori, come Alesini, Borghi, Calebotta. Io, Nino e Mario legammo subito, eravamo sempre insieme e i compagni ci affibbiarono il soprannome di Trio Galliera, che non ci levammo più di dosso. E' stata un'amicizia intensa, importante. Giocavamo insieme anche in Nazionale, in campo ci conoscevamo a memoria, al di là degli schemi. Voglio dire che sapevamo leggere l'uno dentro l'altro: se uno di noi era sottotono, gli altri lo capivano al volo e cercavano di dargli una mano. Stare insieme ci dava fiducia. Avevamo ruoli diversi, e tra di noi c'era grande rispetto. Così cementammo la nostra amicizia, che diventò qualcosa di unico anche nella vita di tutti i giorni".

Bandiere al vento, per la Virtus di quegli anni.

"Non so se si può dire così. Di sicuro io, come Alesini e Calebotta, qualcosa alla Virtus abbiamo dato. In campo scendevamo sempre per vincere, e spendevamo tutta l'energia che avevamo in corpo".

Così, arrivarono quei due titoli italiani, e poi sarebbero passati vent'anni per riprendere l'abitudine.

"Era bella l'atmosfera che si creò in città dopo quelle vittorie. La gente ti riconosceva, si fermava a parlarti. Erano chiacchierate tranquille, direi familiari. Quando perdevi, ti davano forza. Dài, che andrà meglio la prossima, e tu annuivi e sentivi che sarebbe stato così. Oggi i giocatori sentono sulle spalle pressioni molto maggiori, a volte cercano di sfuggire ad abbracci che rischiano di soffocarli. Arrivare secondi spesso sembra un insuccesso e invece richiede, adesso come allora, sforzi enormi, gli stessi che affronta chi ha vinto".

Arrivare secondi, ieri, in fondo non era un dramma.

"C'era rivalità in campo e poi si andava tutti a mangiare insieme, noi e gli avversari, e ci si sfotteva in allegria. C'era uno spirito goliardico, e in questo Bologna ti aiutava: il Pavaglione era il salotto dove discutevamo aspettando i giornali, Lamma era il nido caldo in cui intavolavamo discussioni interminabili, tra una portata e l'altra. C'era una frenesia del vivere contagiosa".

E c'era quell'icona del basket che oggi è rinata nel suo splendore, ma ha bisogno di uno come Achille Canna, uno che ci ha vissuto dentro, per raccontarla. C'era la Sala Borsa.

"Per chi veniva da fuori, da avversario, un autentico inferno. Lo so, questa sensazione l'ho vissuta giocando con l'Itala. Dalle tribune sopra le nostre teste arrivava un baccano infernale, la gente batteva ritmicamente i tabelloni pubblicitari in ferro. E poi c'era quel pavimento in mattonelle, guarda caso bianche e nere, che ti infastidiva, ti faceva perdere il senso della posizione se non restavi concentrato. Poi sono arrivato in Virtus e la storia è cambiata all'improvviso: quel baccano era diventato uno stimolo eccezionale, e quel pavimento, a forza di allenarcisi sopra, non aveva più segreti. Armi in più. Il bello, comunque, è che finita la partita finiva tutto: niente risse, niente problemi. C'erano le partite infuocate contro Pesaro, già allora cariche di significati, o i derby con Gira e Moto Morini. Grandi sfide, la Sala Borsa che sembrava esplodere, e alla fine solo discussioni, dibattiti animati ma pacifici".

Achille Canna ha chiuso con la Virtus nel '61. Da giocatore. Dal basket non si è mai allontanato.

"Il basket di oggi lo vivo bene. In mezzo ai giovani, ed è la cosa più importante. Certo, ci sono cose che fatico a capire, ma mi rendo conto che è un altro mondo, professionismo vero. Noi vecchi ci dobbiamo adattare, ci sono regole che puoi condividere o meno ma che devi accettare. Il passato non può essere un metro di paragone. E' bello da rivedere, magari da sfogliare come un album di ricordi buoni, ma senza troppa nostalgia. Io ricordo la mia epoca, sono felice di quello che ho fatto e guardo al futuro".

Il segreto di Achille, quello del Trio Galliera. Quello che ha scritto un bel capitolo della storia della Virtus, del basket italiano. Uno che del basket è ancora innamorato.