lunedì 28 febbraio 2011

Paris e quel rigore alla Juve: "Indimenticabile"


di Marco Tarozzi

«Lo confesso, in fondo un po’ mi dispiace che quella specie di primato sia stato annullato. Era un modo per far ricordare il mio nome. Ma se a ripetere l’impresa è uno come Marco Di Vaio, beh, mi sento in buona compagnia».
Sorride Adelmo Paris. Anche in una giornata come questa, con il suo Omegna battuto nel campionato di Promozione dalla Romentinese («2-1 per loro, ma potevamo farne cinque...»). Sorride perché ogni tanto ricordare fa bene. E quello è un ricordo speciale: 5 ottobre 1980, Juventus-Bologna 0-1 con rigore trasformato da Paris al minuto 83. «Indimenticabile. In quel momento la Juve era il punto di riferimento di tutto il calcio italiano, uscire con una vittoria dal suo campo valeva un mezzo campionato. E poi, io da ragazzino tifavo per l’Inter, e quel gol-vittoria per me fu una doppia soddisfazione».
Le coincidenze sono incredibili. Quel Bologna vinceva a Torino, come quello di oggi, trentuno anni dopo. E in quella stagione era partito con l’handicap, come quello di oggi. «Allora erano cinque punti di penalizzazione. Quella vittoria servì a scollinare quota zero: andammo là sul -1 in classifica, tornammo a Bologna finalmente a +1. Eravamo in piena rincorsa».
C’è qualcosa che cambia volto e ritmo al gruppo, in certi frangenti. Adelmo lo sa bene, perché in quella squadra plasmata da Gigi Radice aveva la sua importanza, e perché da quando ha smesso col calcio giocato fa il tecnico su campi baciati da un dio minore. Si occupa spesso di salvezze, e quasi sempre risolve problemi.
«Nell’emergenza, se il timoniere è in gamba il gruppo si compatta. Succede. Quest’anno a Malesani è toccata una sorte peggiore della nostra di allora. Perché noi iniziammo il campionato sapendo da dove saremmo partiti, mentre stavolta si sono trovati la penalizzazione sul groppone durante il cammino. È dura da metabolizzare. E devo dire che se è vero che mi è dispiaciuto per l’esonero di Colomba, che è un amico, è anche vero che Malesani sta facendo un grande lavoro con questi uomini. Onore a lui».
Franco Colomba. Anche lui in campo, in quel Bologna di Radice che batteva la Juve del Trap a domicilio. «A Torino, tra l’altro, quell’anno vincemmo due volte, battendo sia la Juve che il Toro, che non era certo quello di oggi, ma quello di Pulici e Pecci, per dire. Eravamo una squadra fantastica. A centrocampo trovai come compagni calciatori come Franco, appunto, ma anche Pileggi, Dossena. C’era Bachlechner, c’erano ragazzi di talento come Fiorini e Garritano. E c’era Eneas, un fenomeno, fisico potente e piedi buoni. Rimase in Italia solo quell’anno, perché il mercato allora funzionava così, era strano, ma credo che dopo un anno di ambientamento avrebbe potuto fare sfracelli. E non vorrei dimenticare Zinetti. In quel momento per me era il portiere più forte del campionato italiano. Il migliore in assoluto».
Finì settimo, quel Bologna. Con quei cinque punti in più sarebbe stato quinto, a due lunghezze dall’Inter. Dove arriverà quello di Malesani non possiamo ancora dirlo.
«Ma è certo che può andare lontano, perché è un bel mix di giocatori d’esperienza e di giovani di grandi prospettive. L’ideale, per costruirci un progetto. E poi, vittorie come quella di sabato sono iniezioni di fiducia, un bel propellente per moltiplicare le forze. Questo Bologna ha saputo fortificarsi nelle difficoltà, come il nostro allora. Succede che si dia il centodieci per cento, in certi momenti. È un po’ nella natura di noi italiani, in fondo: nei momenti peggiori troviamo il modo di cavarcela, di migliorarci».
Il rigore di Paris, la doppietta di Di Vaio. Storie di italiani così, che inventano l’impossibile. Magari vestiti di rossoblù. «Ma sì, la dico tutta: sono contento per il Bologna e per Marco. Tanto, il mio posto in questa storia non me lo toglie nessuno...»

L'Informazione di Bologna, 28 febbraio 2011

domenica 27 febbraio 2011

Capitano, che favola!


Juventus-Bologna 0-2

di Marco Tarozzi

Speravamo di uscire da questo tour de force, Palermo Roma e Juve in sette giorni, con un pugno di punti buoni per la salvezza. Temevamo l’effetto-Torino, e dopo la direzione discutibile di Banti contro la Roma un po’ anche l’effetto-Romeo, arbitro che l’anno scorso era una rivelazione ma in questa stagione aveva spesso inciampato. Ma sognavamo, anche. Un colpo ad effetto, la vittoria che in campionato mancava da trentuno lunghi anni. Sognavamo col silenziatore, a mezze frasi, senza clamore. E guardavamo negli occhi questi ragazzi, per capire chi avrebbe potuto, nel caso, realizzare quel sogno. Il Bologna di Malesani è una squadra che gioca a testa alta, che dà orgoglio ed entusiasmo a chi lo segue. Ha gente tosta, con la faccia dura di fronte a chiunque. Ma lì in mezzo solo uno poteva regalarcelo, un sogno così. Lui, l’uomo dei sogni e delle favole. Quante ce ne ha scritte e raccontate, ormai, Marco Di Vaio? Quanti passi ha fatto dentro la storia rossoblù? Questo è l’ennesimo regalo, ed è bellissimo. Col senno di poi, anche la sua astinenza sembra quasi studiata apposta. Un’attesa, una febbre che sale e sfocia nella partita più bella, quella della doppietta contro la squadra che è stata la sua, vissuta esultando senza ipocrisie ormai fuori moda. Quella dei sedici gol, fin qui, dell’ennesima stagione da protagonista. Quella che fa volare il Bologna, 35 punti (+3) che sono un record, per quello che la società ha vissuto nella prima parte di stagione. Quella in cui la palla è anche stregata davanti alla porta di Viviano, non vuol saperne di entrare anche quando nulla sembra poter salvare il portierone rossoblù. Le favole hanno di bello anche questo: un tocco di magìa, l’incantesimo che permette alle cose di andare nel verso giusto, che quasi mai è quello che si immaginava. Le favole sono mezze rivoluzioni, e una rivoluzione è questo Bologna che vince spesso soffrendo, stringendo i denti, facendo gruppo intorno a quel fuoriclasse del suo capitano.
E adesso, che carica avrà questo gruppo di qui alla fine? Che pieno di fiducia avrà fatto, in questa serata torinese, stringendosi intorno al suo leader? Sì, questo è davvero l’ennesimo regalo di Marco Di Vaio. E la cosa più bella, adesso, è pensare che non sarà l’ultimo.


L'Informazione di Bologna, 27 febbraio 2011

martedì 22 febbraio 2011

Fultz: "Io, hippie innamorato di Bologna"


di Marco Tarozzi

John Fultz, finalmente il suo primo libro è una realtà. Lo sta sfogliando?
«Non ancora. È uscito lunedì e io sono a Napoli. Materialmente non posso ancora toccarlo, ma so che è uscito e sono felice».
L'ha tenuto nel cassetto a lungo...
«Non proprio. L’ho fatto vedere in giro, l’ho proposto.E a un certo punto ho trovato Lgs Sportlab e Minerva Edizioni, che ci hanno creduto. Oggi posso raccontare la mia storia a chi vorrà leggerla».
Non è soltanto una storia di basket.
«No, nel senso che non è semplicemente la biografia di un ex giocatore. È un romanzo autobiografico, c’è tanta realtà ma ci sono anche sogni, flashback, momenti vissuti fuori dal parquet».
E quelli che oggi si potrebbero definire "errori di gioventù".
«Ho voluto raccontarmi per quello che ero, con pregi e difetti. Quella storia è la mia vita, la pura verità. In quegli anni ho condiviso ideali che erano di tanti giovani. Credevo nella pace universale, nella condivisione».
Anche nell'amore libero, se è per questo.
«Anche. Ma poi, come tutti, facevo i conti con le contraddizioni di chi mette in
piedi un legame. Non rinnego quegli anni, c’erano anche valori positivi. Ma è indubbio che non tutto era perfetto ».
Ha perso anche un treno importante, per colpa di certe scelte extrasportive.
«Quello della Nba. Dopo un paio d’anni in Virtus, ebbi la grande occasione: mi chiamarono con l’idea di offrirmi un garantito biennale. Ma feci una sciocchezza e la pagai».
Raccontandola, pensa di insegnare qualcosa ai giovani?
«Non voglio fare il maestro di vita. Ma ho trovato un equilibrio, una via d’uscita. E una serenità che vorrei trasmettere trasmettere, perché è alla base della convivenza».
Come faceva a vivere tutto alla velocità massima?
«Fuori non vivevo una vita da atleta, ma recuperavo in allenamento, cercando di dare sempre più di chiunque altro. Sarà stata l’età, ma funzionava».
Che ricordo si porta dentro degli anni bolognesi?
«È stato il periodo più bello della mia carriera di atleta. Ho avuto tanto dalla Virtus, e qualcosa credo di avere lasciato. Arrivai in un momento difficile, anche la tifoseria sembrava rassegnata, e il palazzo si vuotava. Le mie sfide
col grande Gary Schull, il mitico Barone, hanno portato
entusiasmo. Amo Bologna, la Virtus è un pezzo della mia vita».
Domenica la ritroverà.
«Già, verrò a vedere Virtus-Scavolini. E avrò finalmente il mio libro tra le mani. Due emozioni in un solo colpo».
MI CHIAMAVANO KOCISS - John Fultz - Minerva Edizioni - 144 pagine, 14 euro

L'Informazione di Bologna, 17 febbraio 2011

(fotografia di Rossella Santosuosso)

lunedì 14 febbraio 2011

Giacomo, due anni e non sembra vero


di Marco Tarozzi

Pensare al Bulgaro due anni dopo, attraverso le parole e i ricordi di amici che lo pensano ancora oggi al presente, proprio come se fosse ancora qui. Attraverso i sogni di Toro Rinaldi, che ne diventò amico quando entrambi erano emblemi dello sport bolognese in Italia e oltre. Toro “rivede” sempre l’amico di una vita in via Galliera, vai a sapere perché. «Bello, sorridente. Tranquillo, mi dice, che io sto benone. Lo so che è solo un sogno, ma mi fa stare meglio».
Pensare a Giacomo Bulgarelli attraverso il fiume di idee di Zapatero, al secolo Marco Dall’Olio, l’amico incontrato sulle strade nebbiose della Bassa, entrato in sintonia con l’uomo quando ormai il campione aveva scritto le sue pagine, compagno di parole in libertà e di profondi, intensi silenzi. Quel soprannome glielo aveva affibbiato proprio Giacomo, «perché, diceva, parlo e parlo come un politico». E lui, il Marco che sa appassionarsi di storie e personaggi veri (gente come il Bulgaro, ma anche come Gigi Meroni o Ezio Vendrame), gli ha costruito, appena cinque mesi fa, un happening che tutto sembrava meno che un’ingessata commemorazione, chiamando a raccolta amici e compagni di un tempo nella sua San Pietro in Casale. E da lì, in mezzo al campo comunale appena ribattezzato col nome di Giacomo, quel giorno è passata la storia del calcio italiano. C’erano Rivera, Zoff, Capello, Antognoni, De Sisti, tra gli altri. E c’erano i compagni dello scudetto rossoblù, l’ultimo, quello di Roma, quello che non sembra vero che sia già passato quasi mezzo secolo. Tutti lì con un giro di telefonate, perché, dice Zapatero, «Giacomo andava onorato come meritava, e bisognava farlo con la parte sinistra del petto».
Pensare al Bulgaro, all’Onorevole Giacomino, due anni dopo è sentirlo ancora accanto, anche se non ha potuto scollinare la festa del centenario del suo Bologna, la squadra che non ha mai tradito, bandiera in un tempo che non conosce più bandiere. E immaginare che in qualche modo, da lassù, si sia prodigato a cercare qualche santo in grado di salvarlo da quello che nemmeno due mesi fa sembrava un Natale da paura, sembrava addirittura l’ultimo Natale.
Anche, soprattutto nel nome di Giacomo Bulgarelli il Bologna deve guardare avanti e guardare in alto. Nel ricordo di un campione di ironia e naturalezza, oltre che di calcio. Che ci manca già da due anni eppure non è mai andato via.

L'Informazione di Bologna, 13 febbraio 2011

venerdì 11 febbraio 2011

A proposito di Henry


Del boom del 1978, sanno tutti quelli che amano l'atletica. E' storia. Quattro record del mondo in 81 giorni, scrivendo una pagina di storia del mezzofondo: 3000 metri, 3000 siepi, 5000 e 10000. Per noi che di quell'atletica ci nutrivamo, Henry Rono fu un mito da subito. Quando tornò a rompere il silenzio con un nuovo primato del mondo sui 5000, nel 1981, nessuno poteva immaginare che avesse già infilato la strada per l'inferno. Era già un alcolizzato, anche se nascondeva piuttosto bene il problema. Una discesa inarrestabile, e maledettamente ripida. Lui stesso ha raccontato che quel record dell'81 lo fece poche ore dopo essersi liberato dai postumi di una sbronza ciclopica.
Aveva un metodo, il campione. Dormire a lungo dopo le sbornie, correre all'aria aperta per smaltire. Ma col tempo prese a dormire sempre più a lungo, e a correre sempre meno. Alle gare si presentava come l'ombra del fuoriclasse che era stato. Quando riusciva a presentarsi. Iniziò a perdere soldi, amici veri e presunti, certezze, dignità.

Il terzo millennio lo sorprese completamente solo, in fondo alla scala dei valori di una società che ne aveva fatto un idolo e poi l'aveva dimenticato in fretta. Dopo diversi ricoveri in cliniche di riabilitazione e qualche guaio con la giustizia, viveva a Washington in un ricovero per homeless. Il suo fisico, 63 chili ai tempi felici della corsa, si era appesantito. Henry viaggiava intorno al quintale, aveva le tasche vuote e zero prospettive. "Il punto più basso della mia vita", ha raccontato dopo la "riscoperta" e la rinascita. "Non potevo far altro che risalire. Altrimenti sarei morto".

Aeroporto di Albuquerque. L'avvistamento risale all'inizio del 2000. Una foto sull'Albuquerque Journal, una scoperta inattesa. Era finito lì, Henry Rono, a fare il facchino nel cuore del New Mexico. Dopo aver fatto l'addetto alle pulizie, dopo aver lavorato a un car wash. Lavori umili, quello che ancora gli era concesso. Quando si era presentato al quartier generale di Nike a mendicare un lavoro, lui che era stato il regale testimonial dell'azienda ai tempi d'oro, lo avevano riaccompagnato alla porta.

Lì, ad Albuquerque, è iniziata la sua seconda vita. Oggi Rono insegna atletica ai ragazzi di una scuola media. Giura di non toccare una bottiglia da cinque anni. Ha scritto un'autobiografia, "Olympic Dream", raccontando del grande sogno che gli è stato spezzato per ben due volte, nel 1976 e nel 1980, per i boicottaggi olimpici del Kenia. Ha ripreso a correre: oltre un'ora tutte le mattine alle cinque, spesso "raddoppiando" l'allenamento giornaliero verso sera. Si attacca il numero nelle gare per masters. Ha 59 anni oggi e si è ricostruito una vita. "Ho apprezzato quello che ho fatto in passato, credo di averlo fatto bene. Quello che non sapevo fare era vivere, amministrare i miei guadagni, amministrare la fama. Ero un ragazzo d'Africa, indifeso, per la prima volta al cospetto del mondo. Una vita difficile da affrontare. Ma mi è servita, e ho imparato la lezione".

Henry Rono è meno lontano di quanto si immagini. Si può rintracciare sul sito http://www.team-rono.com/. Si può addirittura interagire con lui sul forum di http://www.letsrun.com/, dove aggiorna quotidianamente il suo diario di atleta (master) ritrovato. E risponde con garbo a chi lo avvicina, almeno virtualmente.

Forse è una storia a lieto fine.

lunedì 7 febbraio 2011

Il ritorno del "Grinta"


di Marco Tarozzi

«Legge della relatività: tutto ciò che è relativo al “ruso” Perez è giusto». Uno a caso, tra centinaia di aforismi che danno vita a uno dei siti web più divertenti tra quelli dedicati agli eroi del pallone, www.rusoperez.com. Se ancora qualcuno “osava” chiedersi il perché di tutto l’amore che ancora oggi si alimenta oltreoceano per il centrocampista rossoblù, ieri è arrivata la risposta. Precisa, forte, vigorosa come poteva e doveva uscire da una partita come quella col Catania. “El ruso” è un leader silenzioso, un eroe che si esalta nella battaglia, la faccia grintosa di un Bologna che non si arrende mai, che va in campo per giocarsela contro chiunque e che sa tirar fuori tutto quello che serve (i tre punti, che altro) anche quando non gli si può chiedere spettacolo e arte. Fa bene Malesani a esaltare il suo gladiatore. Sapendo che non è il solo, lì in mezzo. E sorridendo all’idea di aver visto sbocciare questo Della Rocca (non ci sarà contro la Samp, purtroppo), o di aver festeggiato il gol-vittoria di Portanova, uno di quelli che dalla lotta non si tirano indietro mai.
Combattenti. Gente che serve, a questo Bologna arrembante. Andando appena indietro nel tempo, ce ne sovviene uno che da questo punto di vista non scherzava. Era il numero uno, ma non esitò a fiondarsi in mezzo al campo, un giorno di maggio del 2007, per difendere il suo Bologna da torti che gli sembravano eccessivi e reiterati. Esagerò, d’accordo, e lo ammise lui stesso. Ma in quanto a spirito combattivo, Alfredo Cazzola lasciò tutti indietro anche quel pomeriggio.
I nodi vengono al pettine. Quando Consorte si è preso a cuore le sorti rossoblù, è stato naturale fare due più due e arrivare al nome dell’ex presidente. Lui smentì, assicurando di essere stato solo il tramite tra Menarini e Intermedia, e di essere ormai in tutt’altre faccende affaccendato. Ma durante la trattativa ha detto più volte la sua, facendosi sempre trovare preparato sull’argomento. È rimasto, come si dice, osservatore interessato. E adesso sembra deciso a tornare in campo. Non come quel giorno di maggio, ma con la stessa carica agonistica. In campo, adesso, ci pensa il Bologna. Che può tornare anche suo.

L'Informazione di Bologna, 7 febbraio 2011