giovedì 11 dicembre 2025

CELTA VIGO, ORGOGLIO DI GALIZIA

 

La formazione del 1923



Le avversarie del Bologna in Europa League

- 6a puntata -

Fu Manuel de Castro, affermato giornalista sportivo e allenatore, a ispirare l’unione dei due club preesistenti a Vigo nel 1923. Nel 1971 la prima Europa, nel 2000 la vittoria in Intertoto

 

di Marco Tarozzi

Benvenuti in un’altra Spagna. Niente coste mediterraneee, flamenco e paella, ma questa terra di nord-ovest chiamata Galizia, dove la musica è nel vento e nelle onde che si infrangono sulle rocce, sempre più in là fino a Cabo Fisterre, la “fine del mondo” che affascina. Spazi poco popolati, parchi, un’eco di cornamuse lontane perché questa è terra celtica da tempi lontanissimi. Vigo è la città più popolosa, pur non essendo nemmeno capoluogo di provincia: un porto immenso e di fronte un gioiello naturale come le Islas Cies, a pochi minuti di traghetto. C’è uno scenario quasi portoghese, e infatti Porto è a due ore di pullman. C’è Santiago de Compostela, mèta di milioni di pellegrini ogni anno, nemmeno cento chilometri più a nord. E c’è una squadra che è l’orgoglio degli appassionati, protagonista di appassionati derbies col Deportivo La Coruna: il Celta Vigo, team de “los Celestes”.



FONDATORE. A farla nascere, in una città che ha raccolto presto le suggestioni del calcio inglese, grazie a quel porto che è una finestra aperta sul mondo, serve l’intuizione di un uomo che sa fare molte cose: giornalista sportivo, fotografo, allenatore e selezionatore di squadre di calcio. Manuel de Castro, detto “Handicap”, è stato uno dei primi calciatori della Galizia, e già dal 1915 ha lanciato l’idea di una fusione tra i club cittadini, per costituire una società davvero competitiva. Non è uno qualunque: amministratore, caporedattore ed editorialista del quotidiano “Faro de Vigo”, ha fondato il periodico “Vida Deportiva”.  Alle Olimpiadi di Anversa, la rappresentativa spagnola che aveva debuttato conquistando la medaglia d’argento, era stata selezionata con una serie di provini al campo Coya di Vigo, e “Handicap” era nella triade che aveva fatto le scelte. È una voce autorevole, la sua, e viene ascoltata: il 12 luglio 1923 i dirigenti di Real Vigo Sporting e Real Club Fortuna fanno proprio il suo motto, “Todo por y para Vigo” (“tutto da e per Vigo”) unendosi e subito cercando il nome del nuovo club. Alla prima riunione escono parecchie alternative: Real Unión de Vigo, Club Galicia, Real Atlántic, Breogán, Real Club Olimpico. Ma la scelta finale le bypassa tutte: nasce il Real Club Celta, che richiama le radici di un popolo e di una cultura antichi. Il primo presidente è Manuel Bárcena de Andrés, il primo allenatore l’inglese Francis Cuggy. Negli annali resta la prima sfida amichevole contro i portoghesi del Boavista: una vittoria trionfale, 8-2.


Manuel "Handicap" de Castro

SALITA. Il colore sociale è rosso fuoco, ma di lì a un anno lascia il posto all’azzurro che ha chiari riferimenti galiziani, e creerà il mito de “los Celestes”. Subito arrivano tre successi nel campionato regionale della Galizia, e c’è spazio anche per i primi “derbies” col Deportivo La Coruna, che alimenteranno una storica rivalità, perché entrambi i club non si affacciano alle massime serie nazionali fino al 1928, l’anno in cui viene inaugurato lo stadio che sarà sempre casa per squadra e tifosi: il Balaidos, che in galiziano significa “campo libero”. La salita, per il Celta, dura fino al 1936, quando fatta incetta di titoli regionali arriva la storica promozione in Primera Division, fatica annullata dall’arrivo della guerra civile, che ferma anche lo sport.


Primi derby col Deportivo La Coruna

EUROCELTA. Il debutto arriva tre anni dopo, e da lì in avanti è un’altalena di cadute e risalite. Fino alla prima storica qualificazione in Coppa Uefa, nel 1971. L’Europa tornerà a entrare nella storia del club nella stagione 1998-’99, e da lì in avanti le buone prestazioni continentali (per esempio un anno dopo, con i quarti di Coppa Uefa raggiunti eliminando il Liverpool) gli varranno il titolo simbolico di “Eurocelta”, festeggiato con la conquista dell’Intertoto nel 2000, due anni dopo il Bologna.

La squadra con la bandiera della Galizia nel 1977



DRAMMA. In mezzo, il Celta Vigo ha vissuto anche uno dei giorni più tragici della storia del calcio spagnolo. Il 20 ottobre 1988 un tentativo di rapina nella sede, in pieno centro a Vigo, finì in modo drammatico: il Ds Joaquìm Fernandez Santomé, per tutti Quinocho, già bandiera in campo e anima della scelta del Balaidos tra le sedi del Mondiale ’82, reagì e fu pugnalato mortalmente, morendo pochi minuti dopo. I rapinatori furono arrestati pochi giorni dopo. Il complice che guidava la Vespa su cui erano fuggiti era stato “canterano” del Celta: aveva suggerito e pianificato il furto.

Sui giornali la notizia della morte di Quinocho



giovedì 15 maggio 2025

EROI DI UN MONDO NUOVO

 



Noi avevamo visto Savoldi volare più in alto di tutti. Si andava al Comunale pensando, anche nei momenti più difficili per il Bologna, che lui qualcosa avrebbe inventato. E quasi sempre succedeva. Ed era successo anche nelle uniche due occasioni in cui il Bologna era riuscito a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro della Coppa Italia. Nel 1970, in quell’anomalo gironcino finale, Beppegol aveva infilato due volte il pallone nella rete del Torino, e la truppa di Mondino Fabbri aveva alzato la Coppa. Nel 1974, all’Olimpico (quando si dice il destino), era stato ancora lui a raddrizzare una partita senza quasi più speranza, con quel rigore al minuto 90 che portò i rossoblù ai supplementari e poi ai rigori. Insomma, che cambiò il destino. Ma lì c’era stato anche lo zampino di Giacomino, il Capitano di lungo corso. Quelle immagini di Arcoleo che atterra Bulgarelli in area, della disperazione dei rosanero, dell’inflessibile decisione di Gonella, della freddezza di Beppegol e poi di un giovanissimo Eraldo Pecci, designato a battere il penalty decisivo, ci erano rimaste negli occhi. In bianco e nero.

Il nostro mondo è cambiato il 14 maggio. Sempre in quello stadio. Quello in cui nel 1964 i ragazzi di Bernardini si presero il settimo scudetto, e dieci anni dopo quelli di Pesaola alzarono la Coppa Italia. Mezzo secolo dopo, la bacchetta magica è passata nelle mani di un ex ragazzo di Sicilia, nato per necessità familiari in Germania, e lui l’ha usata mescolando arte e mestiere. Per questo ci piace metterlo in prima fila, anche se i protagonisti di questo trionfo, atteso così a lungo, sono tanti: Joey Saputo, il presidente che ha costruito con pazienza e razionalità, proprio come aveva fatto Dall’Ara nel decennio prima dell’ultimo scudetto; Giovanni Sartori, il miglior uomo-mercato del calcio italiano; Riccardo Orsolini, bandiera in tempo di bandiere ammainate; Lorenzo De Silvestri, “sindaco” da campo; Remo Freuler, colonna del centrocampo più tosto della Serie A; Dan Ndoye, arrivato finalmente a quei livelli in cui ci si può permettere di decidere le sorti di una finale. La società, dal primo all’ultimo uomo. La squadra, idem. E poi, il popolo rossoblù: quei trentacinquemila scesi fino a Roma, un esodo senza precedenti, e tutti gli altri che li hanno seguiti col cuore, riempiendo la piazza a fine partita.

Ma soprattutto lui. Vincenzo Italiano, l’allenatore che era arrivato con un fardello pesante sulle spalle, e – non dimentichiamolo – tra sussurri e mugugni. Doveva far dimenticare un passato recente e brillantissimo, e partiva con una specie di handicap, tre finali perse in due annate, e con l’eco delle ultime contestazioni a Firenze. Che poi, le finali si possono anche perdere, ma arrivarci non è da tutti. Però, ecco, in un colpo solo il timoniere ha sbancato: la Coppa Italia, e poi a cascata il Premio Bulgarelli, il Nettuno d’Oro. Prima o poi era scritto che avrebbe vinto, ma così è stato bellissimo. Qualunque cosa ci riservi il futuro, non dimentichiamo più questi momenti.

(mtar)