lunedì 2 gennaio 2012

Il campione e il suo sogno


di Marco Tarozzi

Si chiama “Diario di un sogno”, ed è la cronaca di un ritorno. O se preferite la storia di un campione, vero e assoluto, che si rimette in gioco. Senza più pressioni, probabilmente anche senza più la reattività di un tempo, perché gli anni sono passati anche per lui, e gli ultimi tre li ha passati lontano dall’attività sportiva. Ma con la stessa grinta, la stessa voglia di provarci, il piacere di raccontarsi partendo dal passato e scommettendo sul futuro.
Pier Davide Romani è di nuovo sui pattini. Quelli che lo hanno consacrato ai vertici internazionali: campione del mondo a squadre nel 2001, individuale nel 2003 e 2004, 22 titoli europei, una dozzina di tricolori. Era la stella della Bononia Fini Sport fino al 2008, un vanto per lo sport bolognese. Era un semiprofessionista, nel senso che di pattinaggio poteva anche vivere, come pochi altri al mondo. Poi, di colpo, disse stop.
«Quando ho smesso, ero sui pattini da più di vent’anni. Ho iniziato che ne avevo cinque, ho fatto la gavetta perché non sono stato un “vincente” da subito. All’inizio mettevo la mia generosità agonistica a disposizione della squadra, visto che fisicamente perdevo il confronto con tanti avevo studiato una tattica da “front man”, sempre all’attacco, sempre a tirare. Pian piano, con la forza di volontà, ho affinato la tenuta, la capacità di chiudere le gare davanti. Ho iniziato a vincere, ad essere rispettato da compagni e avversari. Sono diventato un leader. Ma ci ho messo anni, e non ho mai dimenticato da dove sono venuto».
Le origini, appunto. Sono importanti per spiegare la nascita di un campione.
«Sono nato ad Addis Abeba, figlio di profughi di guerra etiopi, sono arrivato a Bologna da piccolo e mi sono integrato in fretta. Ma le possibilità economiche erano meno di zero. E forse questa è stata la mia fortuna. I miei non potevano comprarmi i giochi? Me li costruivo. Non avevo libri di favole da leggere? Me le inventavo. Quello che i miei genitori mi hanno sempre dato, nonostante fossero impegnatissimi col lavoro, sono stati i valori giusti. E ho continuato a coltivarli in Bononia, che è stata una seconda famiglia per ventitré lunghi anni».
Non è mai stato un campione lontano dalla “base”. Ha sempre fatto di tutto per trasmettere la sua passione.
«Sentirmi chiamare “campione” mi faceva sorridere. Ci ho messo quattordici anni per arrivare ai vertici, ma ho sempre tenuto duro, fin da piccolo, perché sapevo di avere davanti un obiettivo. Ho organizzato “clinic” nelle scuole, da campione del mondo ho anche accettato una chiamata della federazione sudafricana, per insegnare e dare consigli a giovani pattinatori di colore che non avevano opportunità tecniche o economiche. Mi ricordo quei giorni laggiù, e credo che sia stata l’unica volta in cui tornando in Italia in aereo mi sono sorpreso a piangere...».
Ha chiuso nel 2008. Quanto sport c’è stato nella sua vita, in questi tre anni?
«Zero assoluto. Mi sono buttato sul lavoro, ho fatto l’agente pubblicitario e oggi ho una mia agenzia come consulente di strategie commerciali. Tra le altre cose, sono stato tra i primi a portare Groupon in Italia, lanciandola a Bologna».
Che si aspetta, allora, da questo ritorno?
«Lo faccio per puro piacere personale. Perché ho voglia di fare sport e di tornare a respirare quell’ambiente. E lo faccio in una situazione di grande crisi per il movimento in Italia. Sono finiti gli anni d’oro, quando si poteva anche vivere di pattinaggio, da noi. Oggi non c’è cambio generazionale, mancano stimoli ed esempi. In più, nel mondo sono uscite realtà importanti come Corea, Belgio, Cina. Sono passati i tempi in cui, almeno a livello europeo, noi italiani decidevamo in spogliatoio quale azzurro avrebbe vinto la gara, tanto eravamo imbattibili».
E allora perché proprio adesso?
«Perché lo spirito è diverso. Dopo essere diventato un atleta di vertice mi sono tolto soddisfazioni a 360 gradi. Oggi non devo dimostrare più niente, non ho pressioni. Non ho la freschezza di un tempo, ma è una bella sfida, soprattutto nell’anno in cui il Mondiale tornerà a essere disputato in Italia».
L’obiettivo è quello?
«E come si fa a dirlo? Posso fare dei bellissimi ragionamenti, e in effetti li sto facendo. Sì, mi piacerebbe arrivare a quell’appuntamento, esserci, magari giocarmi qualcosa di importante. Vedremo. Il gioco, in realtà, è semplice: non fasciarsi la testa, credere in quello che si fa, possibilmente dare un esempio ai ragazzi».
Per questo sta già tenendo un diario dell’avventura su Facebook.
«Mi metto in gioco e ho voglia di raccontare. Anche per far capire che non c’è niente di straordinario. È solo un percorso: torno a pattinare e magari arrivo ai Mondiali, ma in ogni caso potrò dire che ci ho provato. Se uno non prova, non sa. La cosa che mi fa piacere è che questa storia ha colpito non solo la gente dell’ambiente, ma anche chi di pattinaggio non sa nulla».
Chi l’aiuterà nel viaggio?
«La Bononia, naturalmente. È una famiglia, nella mia carriera non ho mai neppure valutato l’idea di abbandonarla, neanche quando mi cercavano in tanti. Poi, per ora, un paio di sponsor tecnici, Vitamine&co. e Powerslide. Lungo il cammino, spero di trovare tanti amici. Anche solo per un consiglio, un augurio. Spero che apprezzino questo mio rimettermi in gioco».

L'Informazione di Bologna, 2 gennaio 2012

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