mercoledì 31 agosto 2011

L'uomo che salvò la Ducati




di Marco Tarozzi
Ha perso tanto, il mondo del motociclismo, perdendo Claudio Castiglioni. Uomo di passione, estro, genialità, determinazione nell’inseguire i suoi traguardi, fossero anche sogni all’apparenza irrealizzabili. Una scommessa era sembrata, all’inizio, la creatura che aveva messo in piedi per amore della moto. La chiamò Cagiva, per ricordare il gran lavoro di papà Giovanni, che negli anni Cinquanta aveva messo in piedi la “Castiglioni Giovanni Varese”, azienda di minuteria metallica. E la portò in alto, indicando con modelli innovativi il nuovo corso della produzione motociclistica italiana. Chiamò nella sua squadra corse piloti come Marco Lucchinelli e Gianfranco Bonera, mise loro a disposizione modelli in grado di competere nel Mondiale 500. Fece brillare il suo marchio nel motocross, partendo a metà degli anni Ottanta con tre titoli costruttori consecutivi nella 125. E si gettò nell’avventura affascinante della Parigi-Dakar nell’85, arrivando a vincerla per la prima volta cinque anni dopo, con Edy Orioli.
Tra quelli che hanno mille buoni motivi per non dimenticare Claudio Castiglioni, in prima fila c’è la Ducati. Spinto da quella passione, e da un senso imprenditoriale finissimo, l’imprenditore varesino l’aveva acquistata proprio nel 1985, due anni dopo aver adottato i motori di Borgo Panigale per le sue moto. Non fu un semplice acquisto, ma un vero e proprio salvataggio. Erano anni difficili, quelli, per l’azienda bolognese. Di crisi. Era diventata di proprietà delle vecchie “partecipazioni statali”, e i progetti latitavano. Pensare al futuro dava un senso di smantellamento, non certo di rinascita. Poi, appunto, arrivò Claudio Castiglioni, insieme al fratello Gianfranco, e il cambio di ritmo si vide subito. Ci mise coraggio e genialità, seppe innovare. Sotto la sua direzione nacquero nuovi modelli destinati a passare alla storia, come la 916 e il Monster. La base era il famoso motore progettato negli anni Cinquanta da un altro “drago” della creatività, l’ingegner Fabio Taglioni. E in un modello come la S4, una variante della Monster, mise personalmente tutta la sua inventiva.
Ebbe anche la grande intuizione di lanciare la Rossa di Borgo Panigale in un campionato mondiale nuovo di zecca, quello della Superbike. E se proprio in questi giorni la Ducati ha festeggiato il traguardo delle 300 vittorie in questa categoria, gran parte del merito è suo. E conforta sapere che almeno, mentre combatteva la battaglia più difficile della sua esistenza, quella che lo ha vinto a soli sessantaquattro anni, ha fatto in tempo a vedere Carlos Checa raggiungere quell’incredibile record, e la Ducati entrare nella storia.
Castiglioni cedette una Ducati restaurata e rinata, decisamente solida, al Texas Pacific Group, un fondo d’investimento americano che a sua volta cinque anni fa ha venduto le quote a Investindustrial. Lui, intanto, non era rimasto con le mani in mano. Dal 1987 al 2007 aveva tenuto le redini di Husquarna, e appena un anno fa si era ricomprato Mv Agusta, altro pezzo di storia del motociclismo, al prezzo simbolico di tre euro ma investendo venti milioni di euro nell’affare.
Claudio Castiglioni aveva ancora progetti, passione ed entusiasmo, come quando aveva iniziato a inseguire i suoi sogni, appena trentenne. Era, come dice Nico Cereghini, «travolgente, esuberante, a volte anche sopra le righe ma sempre generoso, sincero, contagioso nel suo naturale ottimismo. Uno di quelli che “se una cosa la vuoi veramente, puoi ottenerla”». Lui lo ha fatto, per tutta la vita.

L'Informazione di Bologna

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