martedì 5 aprile 2011

"Al Bologna serve un segretario..."


di Marco Tarozzi

«Come sto? Sono sereno». Alfredo Cazzola ha fatto la sua scelta definitiva. Ha scritto una lettera a Gianni Consorte, chiamandosi fuori. Non tornerà nel Bologna. Nè oggi da ad, nè in futuro da presidente.
Che è successo, Cazzola?
«È semplice. In questi giorni ho potuto verificare questioni attinenti al Bologna, sia dal punto di vista finanziario che societario. Chiarisco subito: l’aspetto finanziario era quello che mi era stato presentato. Non mi ha dato sorprese».
Dunque il nodo non è sui conti?
«Sotto questo aspetto ho solo evidenziato, chiarendolo anche nel mio scritto a Consorte, che se la società, come auspico da tifoso, vuole tenersi i giocatori migliori e rinforzare la squadra con tre o quattro buoni acquisti, si prefigura un altro aumento di capitale. Cioè, non è che si ferma qui, ci saranno altri soldi da mettere».
Risultato della sua verifica?
«Mica si è chiusa lì. Ho anche parlato col ds, per capire le aspirazioni e le potenzialità della squadra. E con tutti i soci. Dalla somma di tutto questo, ho rilevato un errore di concezione. Io dico che avere un socio-pivot, che sia “primus inter pares”, però con una dimensione nè carne nè pesce e con evidenti difficoltà a fare il capitano d’azienda, non ha senso. L’ho anche scritto a Gianni: hai fatto un gran lavoro, in società c’è gente in gamba, solida economicamente, e allora rinuncia a cercare un pivot».
Qual è la soluzione, secondo lei?
«Affiancare a Pavignani un manager sportivo, e ce ne sono tanti capaci, che faccia da spalla al presidente e gli gestisca la società».
Uno a libro paga, non un socio di riferimento che ha appena messo il carico più pesante.
«Oggi c’è una realtà societaria definita. Che sta bene com’è. E forse non ha vissuto il mio eventuale arrivo col trasporto che aveva manifestato a parole. Io dico solo che un conto è dover mettere capitale, un altro dover fare il capo azienda».
Constatazione: non si è sentito pienamente gradito. Appunto: non poteva aspettarselo?
«Era un “rischio” reciproco: io rischiavo con una scelta mai fatta prima, loro con l’arrivo di uno che non hanno mai visto bene all’opera. Se sono chiamato a fare un mestiere, devo essere messo nelle condizioni di farlo. Invece ci sono stati segnali che ho recepito in fretta».
Ne ricordiamo uno: la dichiarazione di Scapoli sul biennale a Malesani e Longo.
«Io non voglio mettere in croce nessuno, nè puntare il dito. Forse il mio arrivo sarebbe stata un’occasione: una faccia nuova che va a discutere del futuro del Bologna con i diretti interessati, partendo dalla realtà dei fatti e non da quello che è stato durante la stagione. Dal progetto da costruire, da quelle che sono le concrete possibilità».
Si sente tradito dai soci?
«No, e nemmeno offeso. Solo, mi dispiace perché ci ho messo molto per decidere. E sono andato anche contro i miei principi».
Che succederà ora, secondo lei?
«Ho visto i conti usciti dal bilancio semestrale. Come ho scritto a Consorte, ritengo ineluttabile un’ulteriore serie di aumenti di capitale. Non ci sarà l’apporto da cinque milioni di uno solo, e gli altri si impegneranno con cifre maggiori. Sono in grado di farlo, di questo sono convinto».

m.tarozzi@linformazione.com

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