giovedì 14 aprile 2011

Non si scherza con Jesus


Matos, ottava stagione in Italia. E a Bologna
"Amo la Fortitudo e mi rifugio in un'Isola"


di Marco Tarozzi

Jesus Matos, sta per iniziare la sua ottava stagione in Fortitudo. Altro che straniero, ormai è bolognese anche lei.
«Mi sono affezionato a questa società, i ragazzi della squadra mi trattano bene. E questa città mi è entrata nel cuore».
La trattano bene o la trattano da numero uno del gruppo?
«Sono un giocatore della Fortitudo, come gli altri. Quando siamo insieme, non conta quello che ho fatto, ma quello che faremo tutti insieme. Non mi sento il migliore. Siamo una squadra, e lo sappiamo. Per questo possiamo andare lontano».
Pensare che nel 2004 qui doveva arrivare Ozuna, non lei.
«I dirigenti della Fortitudo erano venuti a vedermi, ma forse in quel momento non facevo al caso loro. Così virarono su Gabriel, che però si infortunò al braccio poco prima dell’inizio della stagione. Io non volevo arrivare qui per la sfortuna di un altro. Però capii che alla fine mi volevano davvero per quello che ero, e scelsi di venire. Non ho mai rimpianto quella scelta».
Sette stagioni ad alta quota, con una continuità sorprendente. In Italia, ma anche in Europa, di lanciatori come Matos non ce ne sono.
«Se volete farmi dire che sono il migliore, scordatevelo. Di gente in gamba ce n’è tanta, a tutti i livelli. Io cerco di fare del mio meglio, Dio mi ha accompagnato fin qui e mi ha regalato la salute, che è la cosa più importante per chi fa questo mestiere».
Non può essere solo questione di fortuna, se uno ha alle spalle 77 partite vinte.
«Allora mettiamoci il lavoro. Io credo nel lavoro, nell’allenamento intenso. Solo così si può migliorare».
Quanto l’hanno aiutata a crescere due tecnici come Mazzotti e Nanni?
«Due grandi maestri. Voglio bene a Mauro e al Nano, gli devo tanto».
E a Radaelli?
«Lui è mio papà. Ha passato ore con me, a darmi consigli, a stimolarmi a fare meglio. Devo ringraziarlo mille volte».
Ora però gli impegni lo hanno allontanato. E nel ruolo di pitching coach c’è Edilio Escobar. Riuscirà a non farlo rimpiangere?
«Sicuro. È pronto, capace. Un bravo ragazzo. Questo impegno ci farà crescere insieme».
Avversari che le sono rimasti in mente, in queste sette stagioni?
«Come faccio a fare un nome? Non c’è n’è uno in particolare, in questo campionato la gente di grande livello è tanta«.
Uno che l’ha fatta soffrire spesso è Yepez.
«Non sono d’accordo. Gli può andar bene una partita, e quella dopo può andar bene a me. Non lo vedo come bestia nera».
Quando torna in Repubblica Dominicana non sta mai con le mani in mano.
«Gioco nella squadra di San Pedro,a casa mia. O meglio, l’ho fatto fino alla passata stagione. Questo è stato il primo anno in cui non sono sceso in campo».
Quando sale sul monte di lancio, che le dicono i suoi concittadini?
«È tornato l’italiano...»
Lei ha trentasette anni. Se guarda indietro, ha rimpianti?
«Ho giocato in South Atlantic League, ad Asheville. E poi a Calgary, in Canada, in Indipendent League. Sì, da ragazzo pensavo di poter meritare un posto in Major League. Lanciavo bene, duro, forte. Ma oggi sono contento di quello che ho fatto. Non sono arrivato in una grande lega degli States, ma sono qui, faccio quello che mi piace e mi sta bene».
Si è posto un limite, oltre il quale pensa di non andare?
«Finchè il braccio funziona, sto in campo. Quello che farò dopo, al momento non mi interessa».
La partita più bella, in Italia?
«Forse quella di Coppa Campioni contro Bussum, nel giugno 2004. Una “no hit” con zero valide concesse, zero punti subiti e undici eliminazioni».
Ha mancato di un soffio anche il “perfect game”.
«Ci ho creduto per otto inning, quel giorno del 2006 a Parma. Al nono, è arrivata la valida di Illuminati. Ci riproverò».
Cosa le piace di Bologna?
«Tutto. Mi piace girarla. Ma sono anche un tipo tranquillo, uno che quando non gioca o si allena sta bene a casa sua».
Il locale del cuore?
«Devo dirla tutta? L’Isla de la doce...»
Isola delle Dodici?
«È la mensa dove andiamo a mangiare, al Bargellino. Io ci sto benissimo. Sono fatto così...»

JESUS MATOS è nato a San Pedro de Macoris, in Repubblica Dominicana, il 21 luglio 1974. Ha giocato in South Atlantic League e in Independent League prima di approdare in Fortitudo. In sette stagioni italiane, per lui 1027 strike out, di cui 933 in campionato, 13 in coppa Italia e 81 in coppa Campioni. In Serie A ha vinto 77 partite (con una media di 11 all'anno) e con la Fortitudo 2 scudetti, 3 coppe italia, 1 Coppa Campioni. Miglior lanciatore dello scorso campionato per numero di vittorie e media pgl.

L'Informazione di Bologna, 14 aprile 2011

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