giovedì 7 aprile 2011

Checco Costa, la leggenda rivive


di Marco Tarozzi

E’ quasi impossibile trovare una foto di Checco Costa senza l’inseparabile bandiera a scacchi in mano. Così, soprattutto, lo ricordiamo: instancabile organizzatore e anima di leggendarie gare motociclistiche, come la Coppa d’Oro Shell o la mitica 200 miglia di Imola, dagli anni ‘50 agli anni ‘80. Ma Francesco Costa, per tutti “Checco”, è stato molto di più. Tenendosi sempre ancorato alle radici, alla sua Imola, a questa terra di motori e passione, ha valicato i confini nazionali diventando un’icona della storia del motociclismo.
Oggi, 7 aprile, sono cent’anni esatti dalla nascita di questo grande uomo di sport, e di valori che si sono perduti nel tempo. Uno che ha saputo trasmettere questi ideali ai figli, creando una dinastia che ancora vive intensamente nelle idee e nell’anima di Claudio, il “dottorCosta” della Clinica Mobile, e dell’avvocato Carlo, “voce” e cuore dell’epoca gloriosa del motociclismo.
Francesco Costa, laureato in agraria, fu rapito giovanissimo dalla febbre per “e mutòr”, così rovente nella sua Imola. Segretario del Moto Club locale dal 1934, ne divenne presidente fino al giorno della scomparsa. Fu lui, prendendo le redini della società, ad aggiungere la parola Santerno alla ragione sociale. E fu lui ad animare il panorama delle competizioni nazionali, dando vita alle prime competizioni stradali sul circuito dei Tre Monti, fino ad innamorarsi, nel dopoguerra, del motocross, al punto da introdurlo, da pioniere, in Italia.
Ma già alla fine degli anni ‘40 Costa pensava a una struttura permanente nella sua Imola. Profondamente innamorato delle sue colline, intuì per primo, insieme agli amici Gualtiero Vighi e Ermenegildo Golinelli, quello che sarebbe diventato il tracciato del “piccolo Nurburgring”, quello che oggi è l’autodromo Enzo e Dino Ferrari. Il 6 marzo 1950 iniziarono ufficialmente i lavori di costruzione della pista. E nei vent’anni successivi, fatti anche di lungaggini burocratiche e difficoltà, Costa difese la sua creatura con tutte le sue forze, prendendosi anche rischi d’impresa enormi per lanciarlo.
Il suo coraggio ha portato sulla pista imolese, dichiarata permanente nel 1977, i più grandi campioni del motociclismo mondiale. C’è la sua firma, come si è detto, sulla 200 miglia, la “Daytona d’Europa, che portò sul Santerno dopo aver incontrato Bill France, l’organizzatore americano, perché, spiegava, «buttarsi in un’avventura è importante, bisogna sempre avere in serbo qualcosa di nuovo». Se da queste parti hanno scritto pagine di storia Agostini, Smart, Baker, Saarinen, Roberts, Cecotto, Lucchinelli, Lawson il merito è di Checco Costa. Cent’anni dopo, è bello ricordarlo ancora.

L'Informazione di Bologna, 7 aprile 2011

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