martedì 20 settembre 2011

L'Europa (e l'Italia) di don Sergio



di Marco Tarozzi

Ogni volta che lui sale in alto, così in alto, ci si ricorda di un tecnico che è mancato, letteralmente mancato, alla nostra pallacanestro per otto lunghi anni. Ci si ricorda di Sergio Scariolo e anche di quella che è stata la sua storia a Bologna, lunga sulla sponda Fortitudo dove fu il prescelto di Seragnoli per il “grande progetto”, dal 1993 al 1996, fugace e mai decollata su quella bianconera, dove lo chiamò Madrigali dopo l’anno sabbatico seguito all’esonero del Real, e ancora ci provò Sabatini nella lunga estate calda del salvataggio, quella del 2003. Nottate a tirar l’alba per assicurare il futuro della Virtus, il sogno spezzato della Serie A, i giorni spesi a ragionare di un progetto che in quel momento non poteva, per forza di cose, avere contorni perfettamente delineati, infine l’addio in amicizia, con la consapevolezza di averci provato, e il ritorno in Spagna ad iniziare la lunga avventura all’Unicaja.
IL TALENTO A caldo, mentre Scariolo si metteva al collo un’altra medaglia d’oro, campione d’Europa con la sua Spagna per la seconda volta consecutiva, Sandro Gamba, uno dei grandi maestri della storia azzurra dei canestri, ha ricordato gli inizi. «Credetti in lui da subito. L’avevo notato quando allenava le giovanili a Brescia, negli anni Ottanta e io ero il Ct della Nazionale. Mi piaceva il suo modo di lavorare e gli affidai la rappresentativa regionale Under 17». E anche a Pesaro, là dove decollò clamorosamente, vincendo lo scudetto in una piazza difficile al primo anno da capoallenatore, si accorsero subito di quello che valeva. «Quando Bianchini se ne andò», ricorda Walter Magnifico, «iniziò la girandola dei nomi di tecnici “papabili”. Sergio era stato il primo collaboratore di Valerio, non aveva nemmeno trent’anni ma aveva conquistato la fiducia di noi giocatori. Ricordo che parlammo tra di noi, e toccò a me andare da Scavolini a chiarire la nostra idea. Gli dissi: presidente, è inutile guardarsi intorno. L’allenatore lei ce l’ha già in casa». Consacrato dal gruppo, e che gruppo, Scariolo prese le redini e centrò subito uno scudetto storico.
RE D’EUROPA Dicono: facile vincere il titolo europeo con gente come Gasol, Navarro e compagnia. Vero, e Scariolo stesso lo ammette quando dice che «questa generazione di giocatori è unica, e io ho avuto la fortuna di poterli allenare». Ma è altrettanto vero che mettere insieme i grandi talenti non è sempre una passeggiata. Se li hai dalla tua parte, hai un bel vantaggio. Ma se non riesci a farli andare tutti nella stessa direzione, rischi l’effetto boomerang. Scariolo c’è riuscito, e non senza pressioni dopo l’uscita di scena ai Mondiali di un anno fa, ai quarti contro la Serbia. Pensare che lui è certo che quella sia stata la svolta.
«Quando si perde, c’è modo e modo di farlo. In Turchia, dopo la sconfitta, non ho visto un gesto sbagliato, nè ho sentito una parola negativa da parte dei ragazzi. Ci siamo presi tutti la nostra responsabilità, abbiamo fatto quadrato pensando a questo appuntamento. Mi dà un orgoglio incredibile aver portato inseguito l’obiettivo con questi giocatori. Perché sono grandi in campo e fuori. Hanno immenso talento, e hanno accettato di metterlo al servizio del gruppo, di sforzarsi in difesa, di diventare anche più “cattivi”, sportivamente parlando. Abbiamo dimostrato che anche dalle sconfitte si impara. È una cosa che si dice spesso, ma metterla in pratica non è sempre così semplice».
IL RITORNO Era la prova del fuoco, e l’ha superata. Non solo col talento. «Quella è la base, ma noi ci abbiamo aggiunto disciplina, voglia di sacrificarsi in difesa, concentrazione». Ora, perfettamente integrato in quella Spagna che per lui è ormai diventata casa, don Sergio mette in archivio l’ennesimo successo di una carriera prestigiosa per riaffrontare il campionato italiano («Anche se non voglio parlare dell’eliminazione azzurra in Europa. Non sarebbe corretto, e nemmeno avrebbe senso»). Riparte dall’alto, da quella Milano che mai come quest’anno si sente pronta a spezzare la lunga serie tricolore di Siena. Si è affidata a lui, e non poteva esserci scelta migliore. Le risposte le dà il campo, come sempre, ma partire mettendo la gente giusta al posto giusto aiuta. A Bologna ci accontenteremo di rivederlo al lavoro da vicino. Non contro la Fortitudo, purtroppo, che iniziò a portare ad alta quota come mai prima. Un’assenza che certamente pesa anche a lui.

L'Informazione di Bologna, 20 settembre 2011

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