sabato 27 novembre 2010

Marras, orgoglio e amarezza


di Marco Tarozzi e Marco Merlini

Silvino Marras, c'è davvero una trattativa personale della proprietà per vendere il Bologna?
“Più che della proprietà è una questione mia. Tratto personalmente. E in realtà le trattative sono due”.
Lavora sul fronte bolognese?
“No, e nemmeno su quello italiano. Sono in preallarme per andare a Londra, lì c'è un grande gruppo con cui sto dialogando da tempo, conosciuto tramite intermediari. Mandaric non c'entra però. Mai conosciuto. Ma è roba grossa, questo sì. Anche l'altro è un gruppo europeo con interessi diversificati, che entrare nel calcio italiano, con possibilità finanziarie enormi. Dieci volte Abramovich, per capirci. Mi hanno mandato una mail, ho verificato tutto perché dopo la scottatura dei broker non mi fido più di nessuno. Da loro aspetto una risposta entro quarantotto ore”.
Gente a digiuno di calcio?
“No. Hanno già avuto esperienze nel calcio inglese. Ma non in prima persona, non da proprietari. In posizione più defilata”.
Quante possibilità ci sono che la trattativa vada in porto?
“Oggi come oggi dico un dieci, quindici per cento”.
Perché si sta battendo ancora per il Bologna?
“Perché quando Porcedda mi ha chiamato io nemmeno volevo tornare nel mondo del calcio. Ma il suo progetto mi ha entusiasmato. Dopo i no di Siena e Lecce, Bologna mi è sembrata l'occasione giusta. Come fosse una bella donna, non solo a livello estetico ma anche intellettuale. Pensavo alla città, alla gloria di questa società. Comuque non mi do per vinto, sto ancora sto lavorando per il bene del Bologna”.
Pentito di avere seguito Porcedda?
“Quando guardai i numeri, mi resi conto che con un progetto oculato ci sarebbero state le basi per un progetto importante. Ci credo ancora, i numeri non me li ha confutati nessuno, nemmeno a Intermedia. Poi, certo, Sergio ha peccato di leggerezza. Gli chiesi se era certo di avere le potenzialità per partire, mi rispose: ce la faccio sicuramente”.
Mai avuto dubbi?
“Aveva una serie di operazioni immobiliari e finanziarie che gli avrebbero permesso di ottenere la cifra che gli avevo prospettato”.
Quale?
“Io ho parlato sempre di 15 milioni cash al primo anno, massimo 20, per stare sul sicuro. Ma tante cose non hanno funzionato, le operazioni slittavano: con la finanza va così, non si possono avere certezze sui tempi. Quando è esploso il problema di Ekdal, Rubin e Garics alla vigilia della prima di campionato ho passato un pomeriggio a sistemare le cose in extremis, e ho capito che qualcosa non stava funzionando. Avrei potuto dare le dimissioni, dopo quel problema, e uscirne tranquillo”.
Perché non l'ha fatto?
“Perché Sergio è un amico, perché ha agito in buona fede e io adesso non voglio lasciarlo solo. Finché ho respiro, voglio provare a risolvere questa situazione”.
E' ancora convinto del suo progetto di rilancio?
“Sempre. Quando siamo arrivati il problema era che il monte ingaggi raggiungeva quasi il 100% dei ricavi societari. I Menarini dovevano rimpinguare le casse con congrui apporti. Un'imprudenza, in questo mondo, e lo hanno ammesso anche loro. Noi abbiamo abbassato gli ingaggi a 27 milioni. Stavamo raggiungendo un equilibrio. L'anno prossimo saremmo andati in pareggio, l'anno dopo in utile. Senza i debiti pregressi, questa formula varrebbe anche oggi. Se un imprenditore oggi mi desse 15 milioni, sostituendomi le fideiussioni, saremmo tranquillamente al progetto iniziale”.
A quanto ammontavano i debiti pregressi?
“Circa 33 milioni”.
Che pensa del progetto di Intermedia?
“Ho delle perplessità, sinceramente. Nel mondo del calcio è difficile ragionare di gruppo quando si è in due, figurarsi se le teste pensanti si moltiplicano”.
Intorno alla questione Bologna, negli ultimi anni, ha sempre aleggiato quella legata alla costruzione dello stadio. Per voi era fondamentale?
“Non era la priorità. Anzi, noi pensavamo di vendere il diritto di costruzione. Invece io mi ero già mosso per far nascere un centro tecnico, perché quello di Casteldebole è inadeguato. E tengo a precisare che non ho mai detto che è uno schifo, ma inadeguato sì: mancano campi, spogliatoi, soprattutto una foresteria, che mi permetterebbe risparmi su affitto, ritiri, alberghi. Ne ho parlato quindici giorni fa con Loris Ropa, sindaco di Anzola. Quando gli ho buttato lì l'idea di costruire “Anzolello”, come facemmo ad Assemini per il Cagliari, mi è sembrato coinvolto. L'idea era di farlo sorgere a Tavernelle. Sul territorio stavamo lavorando bene”.
Rapporti col Comune di Bologna?
“Buoni, cordiali. Ho anche fatto notare che allo stadio ci sono tante attività che non hanno a che fare col Bologna, ma hanno un valore sociale. Però in un anno ci sono 250mila euro di utenze che ricadono sul Bologna. Avevo prospettato una soluzione, una sorta di condominio in cui tutti contribuissero, e chi non ne aveva mezzi sarebbe stato aiutato dal Comune. Ho trovato sensibilità, volomtà di risolvere la questione. Ma anche i fornitori avevano accettato dilazioni di pagamento. Insomma, cominciavo a vedere un equilibrio possibile”.
Invece siete nella tempesta. Gli stipendi dei giocatori, per dire: chi li paga?
“Intermedia ha accettato di attivarsi, ma so che anche Porcedda sta cercando di trovare i quasi tre milioni che occorrono per il netto. E so per certo che se li trova in fretta, li mette lui”.
Ramirez rischia di tornare al Penarol?
“E' un nostro giocatore, ma ci potrebero essere pesnati sanzioni finanziarie da parte della Fifa. Ma ad oggi non ci sono vertenze, né scadenze imposte”.
Vi siete sentiti abbandonati, nel vostro cammino?
“A volte sì. Per dire: appena insediati, due istituti bancari che lavoravano col Bologna ci hanno chiuso le porte in faccia, un altro storicamente vicino alla società non ci ha teso una mano. Oggi lo capirei, ma perché allora? Non me lo spiego”.
Marras, come si sente in questo momento?
"Oggi mi sento sconfitto, perché ero venuto qui per fare qualcosa di bello, e ci credevo. Non ci sono riuscito, ma non mollo finché ho una minima speranza. E anche se tutti dovessero abbandonare la barca, io non me la sento. Non credo che il Bologna fallisca, ma se mai accadesse anch'io mi giocherei una carriera che è sempre stata limpida. Ho una dignità, e voglio mantenerla. E combatterò ancora per il Bologna”.

L'Informazione di Bologna, 26 novembre 2010

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